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Il disagio esplode: e noi dove siamo?

I fatti tragici di questi giorni, in cui un giovane uccide un altro giovane, ci costringono tutti a fermarci ed a riflettere. È tempo di silenzio, di rispetto, ma anche di domande profonde. È il tempo di interrogarci come adulti, come genitori, come comunità.

Oggi le fatiche che stanno vivendo i giovani ci parlano di un argine che si è rotto: il disagio, a lungo trattenuto, ora esplode in tutta la sua forza. La violenza di un ragazzo non nasce dal nulla, ma è spesso il risultato di regole ignorate, di emozioni non riconosciute e non gestite, di un rapporto fragile con l’autorità e con il senso del limite.

Ci stupiamo, e ce lo chiediamo con sgomento: come è possibile che crescano in famiglie che li amano e li proteggono e che, una volta fuori, diventino quasi irriconoscibili, mossi da rabbia o sfida?  Oggi qualcosa si è rotto… e dobbiamo avere il coraggio di chiederci: dove siamo noi adulti in tutto questo?

Qual è l’antidoto a questa deriva? Davvero pensiamo che bastino regole più rigide, divieti o punizioni? Forse l’unica strada possibile è camminare accanto a loro, passo dopo passo, offrendo rispetto, ascolto, confronto e fiducia. Oggi facciamo fatica a stare con i giovani: a reggere le loro domande, la loro irrequietezza, i momenti di ribellione, gli scatti d’ira, il disordine, la mancanza di responsabilità dentro le mura di casa. E troppo spesso il problema diventa ‘loro’.

Non è facile ammetterlo, ma serve un sincero mea culpa: quando li abbiamo davvero accompagnati dentro le esperienze della vita? Quanto spesso li lasciamo soli? Quanto ci manca il coraggio di restare, di affrontare conversazioni scomode, di mostrare con l’esempio cosa significa vivere secondo principi solidi e credibili?

Più sto con i giovani, più mi accorgo di quanto abbiano bisogno di noi. Hanno bisogno di adulti capaci di trasmettere il bello della vita anche attraverso le fatiche. Hanno bisogno di vedere anche le nostre fragilità, i nostri limiti, il nostro tentativo sincero di andare oltre. Di adulti che sappiano mostrare il valore dell’impegno, la soddisfazione di raggiungere un obiettivo, il rispetto delle regole e dell’autorità non come imposizione, ma come occasione di crescita per tutti.

I loro occhi si illuminano quando qualcuno li ascolta davvero, quando sentono che le loro paure, i loro desideri, le loro fragilità contano. Hanno bisogno di spazi dove potersi sperimentare, mettersi alla prova, sbagliare senza essere etichettati, e dove ogni piccolo successo diventa un mattone della loro autostima.

Non possiamo più delegare l’educazione dei figli alla strada, alla rete, alle amicizie costruite qua e là, al vicinato o a figure adulte occasionali. Oggi quella comunità, purtroppo, manca. E allora viene spontaneo chiederci: chi accompagna i nostri ragazzi quando noi siamo presi dal lavoro, dagli impegni, dallo smartphone? Chi insegna loro a provare, a cadere, a rialzarsi?

Il tempo è il dono più prezioso che possiamo offrire, insieme alla nostra coerenza di adulti. Crescere significa sbagliare, cadere, sbucciarsi le ginocchia, affrontare frustrazioni e imparare a portare i propri pesi. Non possiamo crescere figli a brioche e iPhone e poi stupirci se faticano a stare nella vita.

Forse il disagio dei giovani non è solo un problema loro. Forse è una domanda rivolta a noi. E allora la vera questione non è cosa fare dei ragazzi, ma che adulti scegliamo di essere. Perché l’educazione non si delega. Si vive. Ogni giorno.

Alla Pontificia Università Auxilium incontro sui ‘mondi adolescenti’

Da sempre l’adolescenza è un tempo sospeso alla ricerca di identità e di senso, che oggi chiede urgenti risposte dagli adulti, in una società frammentata attraversata da una rivoluzione digitale in essere, dove i giovani sono una minoranza che rischia l’emarginazione. Il Convegno, organizzato stamane alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium», sul tema “Mondi adolescenti: tra identità e ricerca di senso”, promosso nell’ambito di un progetto interdisciplinare cerca di ascoltare il disagio e le potenzialità degli adolescenti. «Nel lasciarci interpellare – ha affermato la preside, prof.ssa Piera Ruffinatto, introducendo i lavori – riflettiamo su come saper ascoltare per cogliere segnali, accogliere domande implicite e tracce di desiderio, talenti e risorse».

“Vite funamboliche” quelle dei giovani oggi, è l’immagine suggestiva scelta dalla dott.ssa Valentina Culotta, pedagogista e formatrice, per la sua relazione di apertura. «In un tempo di solitudini, precarietà e mancanza di futuro, – ha osservato Culotta – gli adolescenti non si arrendono: resistono, cercano appigli per aggrapparsi al mondo alla ricerca di barlumi di senso. Lo fanno spesso attraverso linguaggi e pratiche che sfuggono agli occhi adulti, dentro fenomeni culturali che siamo tentati di liquidare come superficiali, incomprensibili o persino pericolosi».

Tutto ciò accade mentre «viviamo immersi in una retorica della positività che non lascia spazio al dolore: non è quasi permesso dire che si sta male, pena essere travolti da discorsi motivazionali sul ‘dare il massimo’ e ‘superare i propri limiti’». Per cui «gli adolescenti di oggi costruiscono sé stessi in un orizzonte in cui si sentono costantemente “non abbastanza”, immersi in una tempesta di stimoli, informazioni e aspettative… Sono figli di adulti disorientati, che hanno rifiutato modelli educativi autoritari senza aver ancora trovato alternative solide. Adulti che crescono figli in un mondo precario, spesso costruendo bolle protettive che generano ansia invece che sicurezza».

Per questo, forse, – ha concluso Culotta «il gesto più radicale oggi è perdere tempo: esplorare senza l’ansia di capitalizzare le energie, vivere il presente per riaprire la strada all’immaginazione del futuro. Perché solo imparando a stare nel presente, a sentirsi vivi, è possibile tornare a desiderare».

A prendere la parola è stato poi il prof. Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta della Pontificia Università Salesiana. «Affinché il futuro torni ad essere “possibile” e “abitabile” – ha premesso – cioè meno minaccioso e inospitale, occorre aiutare i giovani sempre più soli e senza riferimenti valoriali… a reimparare ad immaginarlo, anticiparlo, progettarlo, giorno per giorno, esercitando la propria capacità di scelta».

«Complessivamente – ha aggiunto Ricci – si può dire che sia in crisi la naturale vocazione educativa degli adulti, che hanno smarrito il senso dell’educare ancor prima che la pratica dell’educazione, che diviene un impegno che schiaccia e di cui non si coglie il profondo valore umano; in effetti oggi si parla di educazione citando la fatica che essa comporta, quasi mai ricordando anche la bellezza e la ricchezza umana che tale esperienza offre».

«L’imprescindibile esigenza dell’educare si trasforma – ha concluso Ricci – non in una sfida impossibile o in un’emergenza insormontabile, ma nell’imprescindibile bellezza di comunicarci a vicenda, da adulti quali siamo, un pezzo di quel sapere autentico ed esperienziale che si chiama educazione e la cui rotta è, da sempre, ordinata a dar sapore alle nostre umane esistenze, ovvero a condurle a raggiungere la loro piena statura di umanità».

A moderare il dibattito, Pierluigi Ceccalupo, psicologo e pscoterapeuta, della Facoltà Auxilium. «Accompagnare gli adolescenti oggi significa riconoscere – ha ricordato – che i processi identitari non si sviluppano nel vuoto, ma si radicano nella relazione e non solo nella relazione simbolica o affettiva, ma anche e soprattutto nella relazione fisica, incarnata, concreta. Il corpo, lo sguardo, la presenza dell’altro sono elementi insostituibili nella costruzione di sé». «Gli adolescenti hanno diritto a connettersi, certo, ma hanno anche bisogno di adulti presenti, non solo funzionali. Troppo spesso ci lasciamo sostituire da schermi e dispositivi, delegando la nostra presenza a una notifica o a un messaggio vocale».

Dal Giffoni Film Festival un messaggio: la pace non è utopia, ma un impegno quotidiano

Premio Ercole per Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ospite della sezione ‘Impact!’ al Giffoni Film Festival, per ‘il suo instancabile impegno umanitario, testimone di un’Italia che protegge, accoglie e non si arrende’ che nell’incontro con i giffoner ha toccato molti temi (dalla situazione umanitaria a Gaza al cambiamento climatico, passando per l’emigrazione):

“Sono contento di essere qui, davanti a una platea di giovani. I giovani si dice che sono il futuro. Per me è inaccettabile. Perché sì, sono anche il futuro, ma i giovani sono soprattutto il presente. L’errore più grande che noi adulti facciamo è parlare di giovani e non parlare con i giovani… Questo incontro mi ricorda l’assemblea di istituto di oltre 30 anni fa quando nel mio liceo venne la Croce Rossa e io decisi di diventare volontario”.

Diversi i temi oggetto delle domande. Ad iniziare dalla crisi climatica e dal ruolo della Croce Rossa: “Siamo in una fase in cui non ci possiamo preoccupare più solo della prevenzione ma ci dobbiamo occupare della mitigazione, cioè di mitigare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno su di noi. Tutto questo anche per via del fatto che troppo spesso qualcuno ha messo in dubbio il cambiamento climatico”.

Al centro del dibattito, anche la criminalizzare delle organizzazioni non governative: “Negli ultimi dieci anni c’è stata una sorta di involuzione nei confronti di chi aiuta gli altri. Aiutare gli altri prima era considerato un atto da lodare, oggi quasi un atto da fessi; chiunque portava aiuto ha iniziato a essere guardato male. Eppure, noi abbiamo cercato di sottolineare davanti ai governi, inutilmente, che il portare aiuto risponde non solo al principio di portare amore alle proprie comunità, ma anche al rispetto delle convinzioni di Ginevra”.

Il riferimento è anche al portare aiuto a chi arriva dal mare, sempre “in base a convenzioni che gli Stati hanno firmato. Parliamo, cioè, di impegni che lo Stato ha preso. Invece, quanto ai migranti, è passata l’idea che chi viene è un fannullone e chi aiuta sta aiutando fannulloni. Niente di più falso”. Valastro ha ricordato che la Croce Rossa Italiana è presente nei porti di diverse città, “a Lampedusa e non solo. Quando arrivano quelle persone, le situazioni di violenza a sconforto che ascoltano volontari e operatori sono tante. Prendersela con chi aiuta è incomprensibile non solo sotto un profilo umano, ma ancora prima sotto un profilo logico”.

Il discorso è arrivato inevitabilmente alla situazione in corso nella Striscia di Gaza: “Non è mai troppo tardi perché qualcuno possiamo salvarlo ma quello che sta succedendo quasi nel silenzio istituzionale è irrazionale… Nella Striscia di Gaza è iniziato qualcosa che va fuori dalle regole. Ovviamente va fuori dalle regole l’attacco di Hamas e il fatto che Hamas abbia torturato e tenga ancora in ostaggio le persone. Ma è fuori dalle regole attaccare la popolazione civile addirittura mentre sta andando a prendere gli aiuti umanitari. E’ fuori dalle regole non consentire alla Croce Rossa di portare aiuti. E’ fuori dalle regole bombardare ospedali: attaccare un ospedale ha come scopo solo creare sofferenza ulteriore”.

Infine ha invitato a non assuefarsi al male: “Non credo che ci possiamo assuefare a una cosa del genere, non credi sia possibile. E se lo credessi dovrei togliermi l’emblema che porto e fare un’altra cosa… Stiamo cercando di spingere il governo israeliano a farci rientrare. Lo stiamo facendo in silenzio”.

Inoltre il tema di #Giffoni55 si è amplificato per una missione capace di costruire un futuro, come sottolineano il presidente onorario Generoso Andria e la direttrice Alfonsina Novellino: “In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio del cuore è un atto rivoluzionario. La fede è luce nei momenti bui, la pace è il dono più grande che possiamo coltivare e trasmettere. Con piccoli gesti, con parole sincere, con la forza dell’ascolto e della speranza, possiamo essere strumenti d’amore.

Che ogni giorno sia occasione per tendere la mano, per scegliere la gentilezza come forma di coraggio. Fondazione Aura crede in un mondo dove la pace non è utopia, ma impegno quotidiano. Un mondo dove la fede diventa azione, e l’amore per l’altro diventa strada da percorrere insieme”.

Infatti nell’ambito di questa finalità sociale, si inserisce il Premio AURA, rappresentate la Nike di Samotracia. Maestosa, protesa in avanti, avvolta dal vento della storia e del destino, la Nike di Samotracia è da secoli simbolo universale di vittoria. Non una vittoria qualunque, ma quella che nasce dal movimento, dalla resistenza, dalla bellezza dell’agire umano in armonia con lo spirito e il tempo. Da questa potente immagine prende forma il Premio AURA, concepito come un riconoscimento autentico e profondo a chi incarna i valori della forza, della costanza, della condivisione e dell’unione.

Ad introdurre l’incontro è stato il fondatore e direttore di Giffoni, Claudio Gubitosi, che ha ricordato il lungo percorso di collaborazione con Fondazione Con il Sud e con l’impresa sociale Con i Bambini, nato con il progetto ‘Sedici modi di dire ciao’: “Abbiamo scelto di lavorare nelle regioni che amiamo di più, quelle che hanno più bisogno di noi. Luoghi che ci riportano alle nostre origini, a una povertà che era dignitosa. Abbiamo fatto tanto e bene. Ringrazio il Dipartimento Progetti Speciali, guidato da Marco Cesaro, per il lavoro svolto in questi anni”.

Ad illustrare il senso e lo spirito della campagna Ortensia Ferrara, responsabile dei Progetti Editoriali e Comunicazione di Con i Bambini: “Non sono emergenza nasce dall’idea che i ragazzi non sono un problema da gestire, ma protagonisti da ascoltare. Abbiamo usato strumenti diversi: una panchina per raccogliere storie, cartoline, pubblicazioni come quello di Carlo Beorchia. Immagini e video per raccontare la loro ricerca di benessere psicologico, è stata la linea dominante della campagna”.

Visibilmente emozionata la regista Arianna Massimi, ha condiviso la genesi del documentario: “E’ un progetto che nasce da me adolescente. Ho voluto raccontare un mondo interiore fatto di difficoltà che ho vissuto in prima persona. La salute mentale è un tema da affrontare anche in termini collettivi, quasi epidemici. Con questo lavoro ho voluto dare forma alla dimensione condivisa del dolore e della fragilità. Era giusto e necessario che ‘Non sono emergenza’ fosse una campagna online perché doveva utilizzare proprio quegli strumenti che spesso amplificano condizione di disagio”.

A chiudere l’incontro, le parole del fotografo Riccardo Venturi, che ha ideato e partecipato alla campagna con i suoi scatti: “Questi ragazzi sono, oserei dire, la parte sana di una società malata. Hanno il coraggio di metterci la faccia anche per noi. Con le loro testimonianze non hanno solo voluto lanciare un grido di dolore, ma dare uno squillo di tromba, suonare la sveglia ai loro coetanei, a chi vive la loro stessa condizione, il loro stesso disagio ma non lo esprime”.

(Foto: Giffoni Film Festival)

Giornata Mondiale contro le Droghe. La testimonianza di Andrea

“Non chiediamoci solo cosa fanno i giovani. Chiediamoci perché lo fanno. Non cosa non va, ma cosa – o chi – manca: in  occasione  della  Giornata  Mondiale  contro   le  Droghe,  sentiamo  il  bisogno  di  fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano. Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita?”

Partiamo da una riflessione dello psicologo Simone Feder, educatore e coordinatore dell’area Giovani nella comunità ‘Casa del Giovane’ di Pavia, per ragionare sul significato di questa Giornata mondiale contro le droghe: “Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in una fuga, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. E’ un modo (forse l’unico che conoscono) per dire che qualcosa fa male.

E che, da soli, non ce la fanno più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane. Si cresce in fretta (troppo in fretta) in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto”.

Per Simone Feder si deve sviluppare un’azione per far sentire a casa i giovani: “In ambito preventivo e di cura, non possiamo aspettare che i ragazzi vengano da noi. Siamo noi a dover andare verso di loro. Anche nei luoghi più difficili. Anche dove il disagio fa paura. Non servono solo nuovi progetti o servizi. Serve un nostro modo diverso di stare nei servizi. Serve che le nostre strutture non offrano solo prestazioni, ma diventino casa. Casa dove il bisogno venga accolto con cura, rispetto, ascolto. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso”.

Per questo è necessaria una comunità che sappia ‘investire’ nei giovani: “Serve una comunità che non lasci soli i suoi giovani. Che non abbia paura di sporcarsi le mani, che sappia camminare accanto senza invadere, che sappia ascoltare prima di giudicare. Parlare di attenzione e prevenzione significa esserci, ogni giorno. Significa entrare nei luoghi dei giovani (fisici e digitali) con umiltà, rispetto, fiducia. Significa investire in cultura, sport, arte, esperienze belle. Perché la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare il bello e il possibile, non solo il limite e il pericolo. Hanno bisogno di spazi dove possano esprimersi, fallire senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla”.

Una comunità capace di ascoltare i giovani: “Un giovane ascoltato oggi è un adulto capace di costruire, inventare, progettare domani. Abbiamo   bisogno di un’alleanza vera. Un’alleanza tra adulti e giovani, tra famiglie, scuole, servizi, parrocchie, associazioni e istituzioni. Un’alleanza che sappia dire, con forza e con amore: nessun giovane può crescere da solo”.

Ed infine lo psicologo ha chiesto un ‘cammino’ quotidiano con i giovani: “Noi adulti abbiamo il compito più difficile e più bello: esserci davvero. Camminare accanto a loro, non da lontano, ma con una presenza concreta. Non solo nelle emergenze, ma nella cura quotidiana dei legami. Perché ogni giovane che si sente visto, ascoltato e stimato, è un giovane che, ogni giorno, può scegliere di restare, di vivere pienamente, di fiorire, nonostante tutto”.

Un ‘cammino’ che, grazie all’aiuto degli adulti (genitori  ed operatori) è stato compiuto da Andrea, da un anno abita nella ‘Casa del Giovane’, che racconta: “A 12 anni c’era una forza dentro di me che mi spingeva a togliermi la vita. Oggi, a 15 anni, dopo un anno in comunità, c’è una forza dentro di me, che mi spinge a viverla”.

Per quale motivo hai fatto uso di droghe?

“Penso per scappare ed isolarmi dalle situazioni spiacevoli che vivevo ogni giorno, chiudendomi nell’effetto della sostanza”.

In quale modo hai iniziato?

“Da solo. Vivendo in un quartiere poco raccomandabile avevo accesso facile a pressoché qualsiasi tipo di sostanza, dai cannabinoidi agli anestetici”.

Perché volevi toglierti la vita?

“Vivevo ogni giorno circostanze deprimenti e man mano che il tempo passava si affievoliva la fiamma di speranza in me, giungendo alla conclusione finale. Fortunatamente i miei genitori mi hanno preceduto e quella sera mi hanno portato in ospedale”.

E come sei ‘rinato’?

“Con molto lavoro duro e forza di volontà. Io ci sono riuscito trovando persone qualificate all’interno di questa comunità e grazie al supporto dei servizi. Non è mancato l’aiuto da parte dei miei genitori per quanto riguarda il mio benessere e nel sostegno nei miei progetti futuri”.

Oggi cosa fai?

“Cerco di riprendere un ritmo di vita ‘standard’; pratico arrampicata, vado a scuola, faccio l’animatore all’oratorio estivo, torno a casa i weekend e cerco di costruire amicizie nuove e sane”.

Quali sono i tuoi sogni?

“Il mio sogno è quello di diventare psicologo o comunque lavorare nel campo del disagio dovuto alle dipendenze… Credo fortemente che la mia esperienza possa essere di aiuto ad altri nella mia situazione simile a quella passata”.

(Tratto da Aci Stampa)

A Vittoria arrivano i frutti della ‘Partita di Solidarietà’. La Società di San Vincenzo De Paoli ha consegnato i primi occhiali da vista

Sono trascorsi quasi due mesi dal 13 Aprile quando allo stadio “Gianni Cosimo” di Vittoria si giocava “Una partita perla Solidarietà”, organizzata dal Consiglio Centrale  della Società di San Vincenzo De Paoli di Vittoria insieme al Coordinamento regionale dell’Associazione siciliana. La “Football San Vincenzo Sicilia” e la “Football Club Vittoria ASD” sono scese in campo per una nobile causa: dare una mano a chi necessita di attenzioni e sostegno. Il ricavato dell’incasso è stato infatti devoluto per i progetti “Una bici per andare al lavoro” e “Aiutiamo i bambini a vedere bene il futuro”.

“Proprio quest’ultimo progetto ha permesso anche a Orgesta di avere i suoi occhiali da vista”. Lei, 14 anni, con tanti sogni nel cassetto faticava a stare sui libri, la sua grande passione: “Frequentala terza media e ha voti eccellenti. Ama stare tra i banchi di scuola e studiare”, confida Rosario Macca e aggiunge: “Lamentava forti mal di testa e disturbi della vista. Una condizione invalidante che le limitava tantissimo la quotidianità”, confida Rosario che conosce la ragazza da quando aveva solo 6 anni.

“La sua famiglia è arrivata in Sicilia otto anni fa. Padre, madre e tre figli provengono da Ballsh, una frazione del comune di Mallakaster, in Albania”.  Nella loro terra mancava il lavoro e “Con tre bocche da sfamare non riuscivano ad arrivare a fine mese”, dichiara Rosario.

Quando sono arrivati non avevano nulla. Vivevano in una casa senza mobili: “Non avevano neanche la possibilità di sedersi insieme a tavola per vivere quel momento di raccoglimento tanto caro e prezioso per le famiglie”, dichiara il Presidente Macca e aggiunge: “Come Società di San Vincenzo De Paoli abbiamo saputo della loro condizione, abbiamo abbracciato la loro povertà e non abbiamo smesso di accompagnarli in ogni loro necessità”.

Il padre si è inserito negli impianti serricoli, Vittoria è una zona ricca di serre che offrono numerose possibilità di impiego, mentre la madre Erjona, di salute cagionevole, contribuisce al sostentamento della famiglia occupandosi di una persona anziana.

La situazione economica della famiglia resta precaria: “Ogni mese sosteniamo il loro fabbisogno alimentare facendo la spesa e, come potete ben capire, quando subentra un imprevisto non riescono ad affrontarlo. Neanche i più piccoli che diventano montagne insormontabili da scalare”, dichiara Rosario.

Dinnanzi a questa umanità provata da un forte disagio, la Società di San Vincenzo De Paoli interviene, dà sollievo e cerca ogni modo e mezzo per alleggerirne la sofferenza. “La ‘Partita della solidarietà’ rientra in una delle tante iniziative solidali che organizziamo per rispondere agli innumerevoli bisogni della comunità”, dichiara.

Le iniziative diventano così mezzi per spendersi in opere di carità che coinvolgono più persone consentendo di fare rete proprio come insegnava il Beato Federico Ozanam: “Vorrei racchiudere il mondo in una rete di carità”. 

A Vittoria la Società di San Vincenzo De Paoli conta di dieci Conferenze, 140 soci e una decina di volontari. Ogni giorno spinti da una forte carità vengono garantiti una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità, il sostengo morale e spirituale agli ammalati, agli anziani, alle persone sole e l’assistenza burocratica e amministrativa.

“Cerchiamo di garantire un’assistenza quotidiana a 480 famiglie presenti in tutte le aree del disagio”, specifica il Presidente Macca. “Lavoriamo incessantemente per contrastare l’esclusione sociale e le diverse forme di marginalità. Ciò che ci sta a cuore è stare vicini a chi ha bisogno partecipando attivamente alle loro storie di vita”, conclude Rosario Macca.

(Foto: Vatican Media)

Riccardo Fogli suona per la San Vincenzo De Paoli per due eventi di solidarietà

La povertà ha tanti volti e ciascuno necessita di un’opera d’amore unica e singolare che chiama a una carità capace di andare ben oltre l’intervento materiale. Si racchiude in azioni in grado di riconoscere e intervenire in luoghi aridi, deserti, solcati dalla sofferenza dove diventa arduo, a volte quasi impossibile, far rinascere la speranza e l’amore.

Con questo spirito i soci e i volontari del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto della Società di San Vincenzo De Paoli, ogni giorno portano avanti la loro missione guardando e intervenendo su ogni forma di povertà: emarginazione, privazione della libertà, reclusione morale e sociale. Nessuna esclusa.

In tempo di Quaresima, periodo che come esortato più volte da papa Francesco chiama ogni uomo a rendere più operosa la carità, l’Associazione ha organizzato due eventi musicali legati dal filo comune della solidarietà. Due gesti d’amore rivolti a un’umanità ferita: carcerati e famiglie disagiate.

I protagonisti di quest’opera benefica sono stati gli ‘Slenders’ con Riccardo Fogli, Paolo Batistini e Marino Alberti che si sono esibiti in due momenti diversi: venerdì 11 Aprile nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro, nell’Isola d’Elba, e lunedì 14 al Teatro Metropolitan di Piombino.

La visita alle persone private della libertà ha rappresentato un’occasione per portare ai detenuti sostegno morale, offrire un momento di svago, di vicinanza, di coinvolgimento sociale e non solo: “Il nostro intento è di provare ad accorciare le distanze tra il ‘dentro’ ed il ‘fuori’ e di superare i troppi pregiudizi ancora esistenti. La persona detenuta non è solo il suo reato. Resta una persona, con la sua dignità.  Merita un futuro, dentro o fuori dal carcere”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto, Cristina Guerra, presente all’incontro.

L’esibizione, nel braccio del carcere, ha visto la partecipazione attiva dei detenuti che sono intervenuti con i loro brani accompagnati dalla Band. Un modo per esprimere il loro mondo interiore segnato dalla consapevolezza dolorosa del reato compiuto e dalla speranza di cambiamento. All’iniziativa erano presenti la Direttrice della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, Martina Carducci e il Comandante Luigi Bove.

Sin dalla fine degli anni ’70 la Società di San Vincenzo De Paoli opera all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro. “Ascolto, generosità, riconciliazione, giustizia, pace, carità, sono le chiavi per incontrare un’umanità colpevole, ma sofferente e bisognosa” sottolinea la Presidente Guerra.

L’evento è in linea con il carisma dell’Associazione che presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, distribuzione di vestiario e beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.

A distanza di pochi giorni, al teatro ‘Metropolitan’ di Piombino il sipario si è aperto con un concerto benefico che ha registrato il pienone. Il pubblico è rimasto rapito dai pezzi storici della musica leggera: da ‘Storie di tutti i giorni’ ad ‘I migliori anni’ a ‘Piccola Katy’ e ‘Tanta voglia di lei’.

Insieme agli ‘Slenders’ si sono esibiti altri gruppi musicali, la ‘New Generation Band’ con Gianmarco Bonnici, Samuel Buono, Benedetta Lupi e Alessio Buccella. Ospiti come Fabio Russo & Gregorio Soldi, il violinista Alessandro Golini, il chitarrista Antonio Onorato, Sara Chiarei, Irene Scrivini e Leonardo Lotti:

“Sulle note della musica abbiamo trasmesso un messaggio di speranza per la nostra città e per tutte le famiglie in difficoltà. Un grazie a tutti coloro che hanno permesso questo evento condividendo una nobile causa, quella della solidarietà”, ha affermato la Presidente Cristina Guerra che ha rivolto un particolare ringraziamento anche: “All’artista Giuliano Giuggioli per la scenografia offerta grazie alle sue splendide immagini che hanno incorniciato tutte le performances”. L’evento è stato patrocinato dal Comune di Piombino.

In linea con il carisma vincenziano, il ricavato del concerto è stato devoluto integralmente alle famiglie in difficoltà seguite dalla Società di San Vincenzo De Paoli grazie alla generosità degli artisti che si sono esibiti a titolo gratuito.

Il Consiglio Interprovinciale di Livorno e Grosseto Consigli garantisce assistenza a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio offrendo una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.

  Costruiamo insieme la ‘Casa della Speranza’

L’appello di padre Lumetta, missionario rogazionista in Brasile, da anni impegnato a salvare la vita di centinaia di bambini in condizione di estremo disagio. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, aiuta 2500 bambini in cinque Continenti a studiare in luoghi più sereni e sicuri.

Uno di questi Paesi è il Brasile dove padre Vincenzo Lumetta risponde a un impegno ben preciso e arduo: aiutare centinaia di bambini e ragazzi a uscire dai pericoli della strada e a costruire un domani migliore. Lui è un Missionario Rogazionista, presente in diverse missioni del Brasile da trentasette anni e, da diciassette, nel comune di Presidente Jânio Quadros, nello stato di Bahia.

La sua chiamata oltreoceano, lontano dalla sua Sicilia, arriva nelle aree più povere del Paese, abitate principalmente da anziani e bambini affidati alle cure dei nonni. Si tratta di una regione semi-arida che affronta costantemente la siccità e la cronica mancanza d’acqua: “Si vive in una condizione di estremo disagio, segnata da malnutrizione e difficoltà di accesso alla salute e all’istruzione. I bambini, fin dalla più tenera età, vagano per le strade, dedicandosi all’accattonaggio e alla raccolta di materiali riciclabili tra i rifiuti urbani. Esposti a infezioni, all’abbandono scolastico precoce e spesso coinvolti in attività illecite, sono facili prede della delinquenza”, racconta Padre Lumetta.

Nel 2016, insieme alla Comunità religiosa rogazionista, Padre Vincenzo ha deciso di fondare il Centro di Convivencia ‘Sant’Annibale’: “Qui vengono accolti 300 bambini e bambine in condizioni di vulnerabilità, di età compresa tra i 4 e i 18 anni” spiega il sacerdote e aggiunge: “Ogni giorno può esserci una vita da salvare” e ricorda la storia di Bruno, oggi 6 anni: “In una torrida giornata d’estate Bruno era lungo la strada, malnutrito e senza forze. Cresciuto nel degrado e nella sporcizia, dopo l’allattamento materno si è nutrito quasi esclusivamente di fagioli e farina di manioca: non c’era altro”.

Il suo corpo ha dovuto adattarsi in fretta ad una realtà di abbandono e privazioni. È nato in una favela della grande San Paolo, dove i suoi giovanissimi genitori si erano trasferiti in cerca di fortuna prima di cadere nella spirale della droga. La madre, per sostenere la sua dipendenza, chiedeva l’elemosina agli angoli delle strade e ai semafori, portando con sé il piccolo Bruno.

“L’ho accolto come un figlio al Centro diurno di Convivencia Sant’Annibale di Bahia e qui Bruno ha scoperto per la prima volta il significato di amore, calore umano e amicizia”, confida Padre Lumetta. Storie come la sua sono comuni al Centro. Ognuna è unica, ma tutte raccontano il dolore di giovani vite già profondamente segnate.

Il Centro diurno diventa un luogo di speranza in cui ricominciare a credere a un futuro migliore. “Qui i ragazzi possono riunirsi, fare i compiti per rafforzare la formazione ed essere aiutati ad acquisire il senso del dovere e il rispetto delle regole” afferma Padre Vincenzo. “Dedichiamo spazio alle attività sportive che rappresentano un’opportunità fondamentale per imparare a gestire l’aggressività, a educarsi  alla pace e a relazionarsi con gli altri”.

Al ‘Sant’Annibale’ sono accolte anche le giovani mamme e gli anziani nonni: “Organizziamo dei laboratori di formazione professionale di cucito, corsi di ceramica, musica, lettura e cucina. Sono corsi adatti a tutte le età”, spiega padre Lumetta. Il numero di bambini e bambine che bussano ogni giorno alla porta del Centro continua a crescere. Le strutture attuali non bastano: fuori il sole è cocente e i piccoli non hanno spazi adeguati per giocare.

Per questo, Padre Vincenzo vorrebbe realizzare un grande sogno: costruire ‘La Casa della Speranza’, una sala ricreativa dove i bambini possano trascorrere il pomeriggio in serenità, al riparo dai pericoli della strada, dalla violenza e dall’abbandono scolastico. Uno spazio sicuro, un rifugio in cui trasformare storie di sofferenza in racconti di speranza. “Qui i bambini potranno giocare, studiare, ricevere una merenda e, soprattutto, vivere l’infanzia che meritano”, conclude il sacerdote.

Per aiutare Padre Lumetta a realizzare il suo sogno insieme a quello di tanti bambini occorre raccogliere € 15.000. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha avviato una raccolta fondi:

* C/C BANCARIO Presso Banca Intesa San Paolo   IBAN:IT76I0306909606100000018852;

* CONTO CORRENTE POSTALE NR. 14798367 IBAN:IT94F0760111800000014798367 CAUSALE: Progetto Brasile. La donazione è fiscalmente deducibile/detraibile. Per saperne di più contattaci a solidarity@sanvincenzoitalia.it o chiama il 3920270767 (anche WhatsApp). 

Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo è la struttura della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV che si occupa non solo di sostegno a distanza – più di 2.500 in 40 Paesi –ma anche di sviluppare progetti con partner locali come costruzione di pozzi, aule scolastiche e ospedali, nonché di intervenire nei luoghi colpiti da calamità naturali o guerre e di promuovere la creazione di gemellaggi tra le Conferenze italiane e altre all’estero. Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo opera al servizio dei Vincenziani e di chi, nel mondo, ha bisogno, offrendo la propria struttura, le proprie competenze, la capacità di costruire quella rete di carità con la quale il Beato Federico Ozanam desiderava ricoprire il mondo.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Una partita per la solidarietà: la Società di San Vincenzo De Paoli siciliana scende in campo

E’ stato un abbraccio che corre lungo il campo, calcia forte le paure, dribbla le distanze e segna un goal al cuore. La ‘Partita della solidarietà’ non è semplicemente un evento sportivo, né una serata di raccolta fondi. È molto di più. E’ una lingua universale che non ha bisogno di traduzioni, dove a parlare sono i sorrisi, le strette di mano, gli occhi che brillano.

Perché quando il pallone comincia a rotolare, succede qualcosa di straordinario: le differenze si annullano, i pregiudizi cadono, e resta solo ciò che conta davvero. La voglia di partecipare. Di esserci. Di fare squadra per chi è rimasto indietro.

Allo Stadio comunale ‘Gianni Cosimo’ di Vittoria si è conclusa la partita tra ‘La Football San Vincenzo Sicilia’ e la ‘Football Club Vittoria ASD’. Le squadre sono scese in campo per una nobile causa: il ricavato dei biglietti d’ingresso è stato devoluto all’acquisto di biciclette e di occhiali da vista.

Due strumenti diversi per aiutare le famiglie del territorio supportate dall’Associazione. “Questa zona è ricca di serre che offrono numerose possibilità di impiego. Molti ragazzi, privi della possibilità di acquistare un mezzo di trasporto, sono costretti a rinunciare al lavoro rimanendo in una condizione di estremo disagio. La bicicletta può ridare speranza a tante persone”, afferma il Presidente del Consiglio Centrale di Vittoria, Rosario Macca.

Le serre sorgono in zone periferiche e non sono raggiungibili con mezzi pubblici. Così qualcosa di molto semplice come una bicicletta, diventa un bene prezioso che avvicina il lavoro alla famiglia, rendendo possibile il tragitto.

L’iniziativa rappresenta uno dei tanti modi attraverso i quali la San Vincenzo De Paoli mostra attenzione, amore e vicinanza per i bisogni della persona. “Nelle famiglie si vivono situazioni di grande disagio e, anche l’acquisto di un paio di occhiali da vista per i propri figli, può creare difficoltà”, afferma il Presidente Macca. Grazie all’evento è stata anche stipulata una Convenzione per il controllo gratuito della vista ai più piccoli.

Il progetto è stato sposato dal Coordinatore regionale, Mario Sortino, e da alcuni Consigli Centrali della Sicilia. Questo ha consentito di fare rete, proprio come insegnava il Beato Federico Ozanam: “Vorrei racchiudere il mondo in una rete di carità”.  Un concetto che sta a cuore al Coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana: “Fare rete è fondamentale per creare un impatto reale e profondo. La solidarietà è un cammino da fare insieme guardando al futuro con speranza. Non può fermarsi a un gesto”.

Il gioco diventa così un mezzo per spendersi in un’opera di carità che ha coinvolto più persone consentendo qualcosa di straordinario: “Nasce una comunità”, afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.

In campo c’è stata una sfida molto più importante: “Quella dell’inclusione, della partecipazione, della fratellanza. Perché lo sport, nella sua essenza più autentica, è un potente veicolo educativo e sociale. È capace di unire le persone ben oltre le differenze culturali, linguistiche o economiche. Una semplice partita a pallone può fare ciò che spesso le parole non riescono a realizzare: abbattere muri, costruire ponti” dichiara la Presidente Da Ros e conclude con un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno lavorato “Con passione e impegno per rendere possibile questo evento”.

In Sicilia la San Vincenzo De Paoli, con 693 soci e quasi sessanta volontari, promuove numerose iniziative a favore delle persone in difficoltà e offre una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.

Attraverso 84 Conferenze raggruppate in 11 Consigli centrali attive sul territorio viene garantita assistenza quotidiana a14mila persone e a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio: “Lavoriamo incessantemente con una serie di iniziative e progetti mirati a contrastare l’esclusione sociale ele diverse forme di marginalità. Il nostro proposito è di stare vicini a chi ha bisogno partecipando attivamente alle loro storie di vita”, racconta Mario Sortino, coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

San Vincenzo de’ Paoli: da ‘Non uno di meno’ alla laurea. La storia di Rija ed il valore della solidarietà

Lei è Rija, 24 anni, pakistana. Nel 2024 ha conseguito la laurea in Scienze infermieristiche all’Università degli studi di Brescia. Ancora stenta a crederci e con soddisfazione stringe a sé la tesi, frutto di un duro lavoro che l’ha accompagnata per anni. Come avviene al termine di ogni traguardo che si rispetti, anche Rija tira le somme della sua vita e si lascia andare a momenti di riflessione che rafforzano la consapevolezza di aver raggiunto l’obiettivo grazie al sostegno dei genitori, della scuola e aggiunge un particolare.

Menziona un’occasione avuta da bambina: “Era un giorno di settembre e, nonostante la pioggia battente, con mio papà ci dirigemmo all’Oratorio di Ospitaletto per concludere l’iscrizione.  E, in Piazza San Rocco 13, la mia vita è cambiata. A soli sei anni ho avuto la possibilità di abbracciare il progetto Non uno di meno”. L’iniziativa della Società di San Vincenzo De Paoli, Consiglio Centrale di Brescia ODV, è nata nel 2003 per dare un contributo attivo all’inserimento sociale dei ragazzi in età compresa tra i 6 e i 14 anni, partendo dall’aiuto nei compiti scolastici.

“Non è stato un semplice doposcuola. I compiti sono stati solo un mezzo per prendersi cura di me. Arrivavo da un altro Continente e non parlavo la lingua italiana. La maestra Palmira e i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli sono riusciti a far diventare il mio ‘problema’, come quello di tanti migranti, un’opportunità di crescita che mi ha permesso di diventare chi sono oggi” e continua: “Sarò immensamente grata a tutti coloro che permettono a tante persone, con storie simili alla mia, di avere l’opportunità di crescere e perseguire i propri sogni… D’altronde, se mi sono laureata è anche grazie a loro!”.

Oggi Rija si trova dall’altra parte e ripensando al progetto “Non uno di meno”: “Non vi nascondo che darei volentieri una mano”. D’altronde chi ha ricevuto tanto ha voglia di restituire in eguale misura. “In questo momento non posso dedicarmi ma ci pensa la mia mamma a sostituirmi!”. Qamar è diventata volontaria del progetto. E come lei tanti altri.

Negli anni i volontari sono arrivati a 40 e questo permette un sostegno continuativo a circa un centinaio di bambini e ragazzidi svariate età e con diverse attitudini e mansioni: “La principale attività che svolgiamo è il supporto dei ragazzi nello svolgimento dei compiti ma attraverso di essa raggiungiamo altre finalità. Volontari, educatori, utenti del Progetto prestiamo cura e attenzione alla crescita della persona nella sua complessità”, afferma Daniela Zanardini, coordinatrice del progetto.

L’iniziativa è stata possibile grazie alla nascita di una vera e propria rete di collaborazione tra molteplici enti Società San Vincenzo De Paoli, che è capofila del progetto, Comune di Ospitaletto, Istituto Comprensivo di Ospitaletto, Oratorio San Giovanni Bosco e Caritas Parrocchiale di Ospitaletto. “Ogni ente mette a disposizione del progetto specifiche risorse e competenze e così possiamo studiare un progetto individualizzato che sia il più possibile aderente alle esigenze, alle competenze e alla storia personale, familiare, scolastica, relazionale del singolo”, continua Daniela.

Per realizzare al meglio questi obiettivi è garantita la presenza costante di professionisti specializzati che si occupano dell’organizzazione generale del progetto, del supporto pedagogico di ragazzi e famiglie, della comunicazione con i docenti, della formazione dei volontari sui temi della relazione di aiuto, dell’immigrazione, dell’intercultura e della prevenzione della dispersione scolastica. L’iscrizione è gratuita e avviene con il consenso del ragazzo stesso e della famiglia:

“La sfida è stata prolungare il servizio anche nel periodo estivo invitando i bambini ed eventualmente anche le loro mamme a svolgere insieme a noi i compiti delle vacanze, continua Daniela e conclude: “È difficile racchiudere in queste poche righe la ricchezza di questa esperienza, con tutti i traguardi raggiunti, come quelli di Raja, le difficoltà affrontate, i sorrisi, le lacrime, le arrabbiature, le soddisfazioni e le storie dei bambini che in questi anni abbiamo incrociato. Vi assicuro che è bello aver potuto accompagnare, anche solo per un pezzetto della loro strada, questi ragazzi!”.

Il Consiglio Centrale di Brescia, oltre al sostegno educativo, promuove numerose iniziative, progetti a favore delle persone in difficoltà e offre una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa. “Questo impegno è reso possibile grazie al lavoro dedicato dei nostri volontari, che offrono supporto in vari ambiti”, dichiara la Presidente del Consiglio Centrale, Elena Bissolotti.

Attraverso le 31 Conferenze attive nel territorio viene garantita assistenza quotidiana a un migliaio di persone bisognose in tutte le aree del disagio: “Ogni giorno riceviamo un numero elevato di richieste di assistenza e le fragilità che affrontiamo sono molteplici: povertà culturale, solitudine, povertà economica”, dichiara e conclude:

“Siamo consapevoli che, trovandosi in situazioni di vulnerabilità, è spesso difficile per gli individui superare le difficoltà da soli. Per questo, offriamo un supporto che non solo risponde ai bisogni immediati, ma mira anche a fornire gli strumenti necessari per una maggiore autonomia. Lavoriamo per migliorare la qualità della vita delle persone fragili e questo è possibile grazie al forte senso di comunità e di dedizione che caratterizza ogni componente della nostra Associazione”.

Papa Francesco: sentinelle per promuovere protezione ai minori

Papa Francesco saluta

“Cari fratelli e sorelle, vi mando di cuore il mio saluto e alcune indicazioni per il vostro prezioso servizio. Esso, infatti, è come ‘ossigeno’ per le Chiese locali e le comunità religiose, perché dove c’è un bambino o una persona vulnerabile al sicuro, lì si serve e si onora Cristo. Nella trama quotidiana del vostro operato (soprattutto negli ambiti più disagiati), si concretizza una verità profetica: la prevenzione degli abusi non è una coperta da stendere sulle emergenze, ma una delle fondamenta su cui edificare comunità fedeli al Vangelo. Per questo vi esprimo la mia gratitudine”.

Ancora convalescente papa Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, ricordando che le pratiche di prevenzione sono la promessa e l’impegno di un ambiente sicuro per ogni bambino e per ogni persona vulnerabile, con la sottolineatura delle caratteristiche di questo ‘lavoro’:

“Il vostro lavoro non si riduce a protocolli da applicare, ma promuove presidi di protezione: una formazione che educa, dei controlli che prevengono, un ascolto che restituisce dignità. Quando impiantate pratiche di prevenzione, persino nelle comunità più remote, state scrivendo una promessa: che ogni bambino, ogni persona vulnerabile, troverà nella comunità ecclesiale un ambiente sicuro. Questo è il motore di quella che dovrebbe essere per noi una conversione integrale”.

Ed ecco gli ‘impegni’ a cui tale Commissione è chiamata: “Crescere nel lavoro comune con i Dicasteri della Curia romana. Offrire alle vittime e ai sopravvissuti ospitalità e cura per le ferite dell’anima, nello stile del buon samaritano. Ascoltare con l’orecchio del cuore, così che ogni testimonianza trovi non registri da compilare, ma viscere di misericordia da cui rinascere. Costruire alleanze con realtà extra-ecclesiali (autorità civili, esperti, associazioni), perché la tutela diventi linguaggio universale”.

E’ un invito ad essere ‘sentinelle’: “In questi dieci anni avete fatto crescere nella Chiesa una rete di sicurezza. Andate avanti! Continuate a essere sentinelle che vegliano mentre il mondo dorme. Che lo Spirito Santo, maestro della memoria viva, ci preservi dalla tentazione di archiviare il dolore invece di sanarlo”.

Mentre in occasione del XXX° Anniversario della Lettera enciclica ‘Evangelium vitae’ di san Giovanni Paolo II il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha pubblicato un sussidio su come avviare processi ecclesiali per promuovere una Pastorale della Vita umana al fine di difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali, in questo tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, intitolato ‘La Vita è sempre un bene. Avviare processi per una Pastorale della Vita umana’, come scrive nell’introduzione il prefetto del Dicastero, card. Kevin Farrell:

“In un tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, in tanti Paesi tormentati da guerre e da ogni genere di violenza (specialmente su donne, bambini prima e dopo la nascita, adolescenti, persone con disabilità, anziani, poveri, migranti) è necessario dare forma ad una vera e propria Pastorale della Vita umana, per mettere in pratica quanto ribadito anche dalla recente Dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede… La vita di ogni uomo e di ogni donna va, pertanto, sempre rispettata, custodita, difesa. Questo principio, riconoscibile anche dalla sola ragione, va attuato in ogni Paese, in ogni villaggio, in ogni casa”.

Tale sussidio è stato realizzato grazie anche al contributo dei vescovi: “Al servizio di questo processo, il sussidio è una proposta che suggerisce, altresì, come applicare il metodo sinodale del discernimento nello Spirito riguardo ai numerosi temi legati alla vita umana e alle modalità per difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali”.

Il volume è disponibile gratuitamente sul sito del Dicasteri e propone un metodo aggiornato per animare la pastorale della vita in maniera capillare nelle diverse diocesi del mondo.  A tal fine, il Dicastero auspica che “ogni vescovo, sacerdote, religioso, religiosa e laico leggano il Sussidio e si adoperino per sviluppare una Pastorale della Vita umana organica e strutturata, che possa formare in modo adeguato operatori, educatori, insegnanti, genitori, giovani e bambini al rispetto del valore di ogni vita umana”.

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