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AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana

AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.

Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.

Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.

Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI –  dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.

Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.

Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.

In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.

Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.

A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.

Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.

Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.

In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.

Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.

Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.

Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.

Un percorso che mette al centro la persona

Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.

In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.

Papa Leone XIV: compito del sacerdote annunciare la pace e difendere i diritti umani

“Già quando qualche anno fa, nel quadro degli incontri proposti agli Alunni, venni qui a dare la mia testimonianza in qualità di Prefetto del Dicastero per i Vescovi, ebbi modo di riflettere sulla missione essenziale che svolge l’Alma mater dei Diplomatici pontifici. Oggi, a quasi un anno dall’inizio del mio Ministero petrino, accompagnato dal solerte impegno della Segreteria di Stato e delle Rappresentanze Pontificie, quei sentimenti hanno trovato conferma. Guardo perciò con profonda gratitudine alla storia di dedizione e di servizio che questa gioiosa ricorrenza celebra”: ieri visitando la Pontificia Accademia Ecclesiastica, in occasione dei 325 anni dalla sua fondazione, papa Leone XIV ha tratteggiato la figura del sacerdote diplomatico pontificio, messaggero dell’annuncio di pace, chiamato a difendere la famiglia umana e non solo la comunità cattolica.

Ed ha richiamato la storia della diplomazia vaticana: “Tale storia (radicata nella cattolicità stessa della Chiesa) nel corso dei secoli ha visto una catena ininterrotta di sacerdoti, provenienti da varie parti del mondo, contribuire con le proprie umili forze alla costruzione di quella unità in Cristo che, nella diversità delle origini, fa della comunione una caratteristica fondamentale del servizio diplomatico della Santa Sede”.

Una storia condensata in un motto, molto ‘caro’ a papa Francesco: “I passaggi di riforma, di cui l’ultimo in ordine di tempo voluto dal mio immediato Predecessore, di venerata memoria, hanno sempre mirato a custodire questa nota distintiva e costitutiva dell’azione della nostra diplomazia, chiamata ogni giorno a pregare e lavorare ‘ut unum sint’.

In particolare, i recenti mutamenti relativi a diversi aspetti della formazione accademica e intellettuale, hanno dato all’Istituzione l’autonomia necessaria per rinnovare l’impianto di studio delle discipline giuridiche, storiche, politologiche ed economiche, insieme a quello delle lingue in uso nelle relazioni internazionali”.

Ed ha delineato “alcuni tratti del Sacerdote diplomatico pontificio che, partecipando del ministero del Successore di Pietro, accoglie e coltiva una vocazione speciale a servizio della pace, della verità e della giustizia. Egli deve essere, prima di tutto, un messaggero dell’annuncio pasquale: ‘Pace a voi!’. Anche quando le speranze di dialogo e riconciliazione sembrano svanire e la pace ‘come la dà il mondo’ viene calpestata e messa a dura prova, voi siete chiamati a continuare a portare a tutti la parola di Cristo Risorto: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’.

E prima ancora di tentare di costruirla con le nostre povere forze, davanti a quanti non la ricercano come dono di Dio, la vostra missione vi chiama ad esserne ‘ponti’ e ‘canali’, perché la grazia che viene dal cielo possa farsi strada tra le pieghe della storia”.

Inoltre nella sua azione deve testimoniare Cristo, richiamando il suo discorso al Corpo diplomatico: “Il Diplomatico pontificio poi, (operando nei più diversi contesti culturali e negli Organismi Internazionali) è particolarmente inviato a testimoniare la Verità che è Cristo, portandone il messaggio nel consesso delle Nazioni, e facendosi segno del Suo amore per quella porzione di umanità, che è affidata alla sua missione di pastore, prima ancora che di diplomatico… Anche per questo è importante che portiate al mondo il Verbo della Vita, che si è rivelato non con l’affermazione di principi e idee astratti, ma facendosi carne”.

E’ stato un invito a difenderei diritti umani: “Ciò vi vuole promotori di tutte le forme di giustizia che aiutano a riconoscere, ricostruire e proteggere l’immagine di Dio impressa in ogni persona. Nella difesa dei diritti umani (tra cui spiccano quelli alla libertà religiosa e alla vita), vi raccomando perciò di continuare a indicare la strada, non della contrapposizione e della rivendicazione, ma della tutela per la dignità della persona, dello sviluppo per i popoli e per le comunità e della promozione della cooperazione internazionale. Sono questi i soli strumenti che consentono di avviare autentici cammini di pace”.

Inoltre, sempre ieri, è stato presentato il Padiglione della Santa Sede ‘L’Orecchio è l’Occhio dell’Anima’ alla 61^ Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che si svolgerà fino al 22 novembre a cui sono intervenuti i curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers; l’artista Soundwalk Collective; p. Ermanno Barucco, responsabile del ‘Giardino Mistico’ di Venezia; Michele Coppola, Executive Director Arte Cultura e Beni Storici Intesa San Paolo; Teresa Teixeira, dst group Representative; ed il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione,  che ha sottolineato le parole di papa Leone XIV di tornare a servire il ritmo della vita, secondo le indicazioni di sant’Ildegarda di Bingen:

“D’altronde, questo fu proprio il metodo di Ildegarda di Bingen, che credeva nella riconnessione dei legami che uniscono gli uomini e le società, e che sapeva che la trasformazione del mondo implica anche un’evoluzione spirituale, in cui le forme artistiche e scientifiche sono partecipanti attive. Per questo motivo, Ildegarda fu una religiosa e Lei stessa, una compositrice e cantante. Per questo motivo anche, unì lo studio dei testi sacri al lavoro visivo della pittura. Per questo motivo, infine, fu una maestra e predicatrice profetica, e al contempo una nota guaritrice, perita nelle scienze della medicina e della biologia”.

Oggi è necessario riscoprire tali ‘maestri polifonici’: “Il nostro tempo ha bisogno di nuovi maestri, e il profilo polifonico di Ildegarda può esserci d’aiuto come antidoto all’esasperazione delle monodie, ispirandoci nella gestazione di nuove visioni. Il nostro tempo ha bisogno di profeti culturali, capaci di superare i vicoli ciechi del linguaggio dominante ed esprimere ciò che Ildegarda chiamava la ‘lingua ignota’, ovvero: una forza immaginativa che sprona paradigmi sociali sempre più inclusivi e che motiva pratiche comunitarie e fraterne”.

(Foto: Santa Sede)

Guerra in Medio Oriente ma la pace è sempre possibile

“Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”: è stato l’accorato appello di papa Leone XIV dopo la recita dell’angelus di domenica scorso per la pace in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele, in cui è stato ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e decapitato buona parte dei vertici della Repubblica islamica iraniana.

L’uccisione ha provocato l’immediata reazione di Teheran e un’estensione del confronto ben oltre i confini iraniani, coinvolgendo Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait: nessuno finora è stato risparmiato da un coinvolgimento che si è tradotto anche nella peggiore interruzione delle comunicazioni aeree della storia. L’Europa è a un passo dal coinvolgimento nel conflitto: ai residenti di alcune aree di Cipro è stato chiesto di ‘limitare gli spostamenti non necessari’ e di ‘rimanere nelle proprie case’ dopo che alcuni droni sono stati intercettati prima di raggiungere la base militare britannica di Akrotiri.

Di fronte a questa’terza guerra mondiale a pezzi’, come aveva visto giusto papa Francesco, Marco Mascia, presidente del Centro Diritti Umani ‘Antonio Papisca’ dell’Università di Padova, e Flavio Lotti, presidente della ‘Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace’, hanno sottolineato che tale ‘operazione bellica’ non è giustificabile: “Il nuovo attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è completamente illegale, insensato e ingiustificabile. E’ un nuovo folle passo dentro la terza guerra mondiale che si va estendendo. Nell’impunità e nel silenzio generale. Ci duole ripeterlo ma chi non ripudia la guerra -ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite- è fuori-legge”.

Tale guerra è la violazione del diritto e della legalità internazionale: “Costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite e viola l’art. 2 che stabilisce che gli stati ‘devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite’. Ancora una volta vengono stracciati i principi e le norme contenute nella Carta delle Nazioni Unite e nel diritto internazionale dei diritti umani”.

Per non cadere  nell’equivoco la condanna del regime dittatoriale iraniano è sempre stato netto: “Il regime iraniano (come tutti i sistemi autocratici e dittatoriali) va contrastato con coerenza dall’intera comunità internazionale e dalle Nazioni Unite con i numerosi strumenti del diritto, della legalità e della giustizia penale internazionale di cui oggi disponiamo. Basta con le crociate ideologiche e guerrafondaie. Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite rimane un imperativo ineludibile”.

Anche le Acli hanno espresso preoccupazione per l’escalation militare nel Medio Oriente: “Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una drammatica affermazione della legge del più forte, e della guerra come unica arma di risoluzione delle controversie internazionali, con una deriva pericolosa ed inaccettabile”.

Per questo non è possibile giustificare la guerra: ”Ancora più grave e subdolo è giustificare le bombe ‘in nome della libertà’ o della sicurezza strategica. Il regime iraniano si è reso colpevole di gravi crimini verso il suo stesso popolo, ma non vorremmo che dietro la retorica della guerra di liberazione si nascondesse il semplice dato affaristico per cui si rimuovono alcune figure e poi ci si accorda per fare buoni affari con il resto del regime che rimane inalterato, come è accaduto in Venezuela dove l’unica cosa che è cambiata sono le compagnie che estraggono il petrolio”.

Per questo le Acli hanno chiesto che l’Europa una chiara posizione per la pace: “In questo scenario tragico chiediamo che l’Unione europea assuma coraggiosamente un ruolo attivo ed autorevole di mediazione politica promuovendo un immediato cessate il fuoco. L’Unione, nata dalle ceneri di due guerre mondiali, ha il dovere storico di essere costruttrice di ponti e non di muri.

Allo stesso modo chiediamo al governo italiano, ricco di anni di storia e dialogo con il popolo Iraniano, di farsi promotore e sostenitore di un’iniziativa politica concreta finalizzata alla cessazione del diritto, alla denuncia dell’ennesima violazione del diritto internazionale da parte di Israele e Stati uniti. Di ritornare alla mediazione omanita con il coinvolgimento dell’AIEA per garantire trasparenza nel programma nucleare iraniano”.

Inoltre dal ‘Chiostro’, blog dell’Azione Cattolica Italiana, Antonio Martino ha scritto che non esiste una vera giustificazione per iniziare il conflitto: “Colpisce, in questa nuova fase, l’assenza quasi totale di una giustificazione. Si parla di ‘attacco preventivo’, ma senza spiegare rispetto a quale pericolo imminente. Nei mesi scorsi, pur tra molte controversie, il tema era stato il nucleare. Oggi nemmeno questo.

Anzi, solo poche ore prima dell’inizio dei raid, il mediatore tra le parti in campo, il ministro degli Esteri omanita aveva rivelato che Teheran era pronta a rinunciare all’uranio arricchito e ad accettare ispezioni complete: un passo che neppure l’accordo del 2015, voluto da Barack Obama, era riuscito a ottenere.

Quell’offerta è stata ignorata. O stracciata. E questo sposta il baricentro della vicenda: se il nucleare non è più il vero nodo, allora l’obiettivo è un altro. Forse i missili iraniani, forse la volontà di non dover più negoziare, forse (più semplicemente) la decisione di non nascondere la realtà: abbattere la Repubblica islamica”.

Ed ha posto un ‘ragionamento’ che tale attacco pone fine ai negoziati di pace futuri: “Ventitré anni dopo l’Iraq, l’America torna a tentare il cambio di regime, dall’aria, contro un Paese più grande e più complesso. Forse il sistema iraniano, logorato dalla repressione e dal malcontento, vacillerà. Forse no. Ma ciò che accadrà dopo non riguarda solo Teheran.

Perché quando la forza sostituisce apertamente il negoziato proprio nel momento in cui sembrava possibile, quando il cambio di regime diventa un obiettivo dichiarato, quando la guerra non viene più spiegata, ma solo esercitata, allora non siamo davanti a un episodio in più. Siamo davanti a una soglia superata. Ed a una responsabilità che pesa su tutti”.

(Foto: Acli)

Papa Leone XIV invita i diplomatici pontifici ad una ‘carità pensante’

“In occasione del 325° anniversario di fondazione, insieme con voi, rendo grazie al Signore per la lunga e feconda storia di questa benemerita Istituzione posta a servizio del Successore di Pietro”: in una Lettera alla Pontificia Accademia Ecclesiastica in occasione del 325^ anniversario di fondazione, il pontefice scrive che quella dei diplomatici del papa ‘non è tattica, ma carità pensante’.

Ha tracciato una piccola storia della diplomazia pontificia: “Nel 1701, per volontà di papa Clemente XI, prendeva avvio una missione tanto meritoria, della quale molti miei predecessori hanno custodito lo spirito e guidato la crescita, accompagnandone gli sviluppi alla luce delle esigenze che la Chiesa e la diplomazia hanno manifestato nel corso dei secoli. In anni più recenti, papa Francesco, con la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ ha confermato la collocazione dell’Accademia all’interno della struttura della Segreteria di Stato, ponendola in connessione con la Sezione per il Personale di Ruolo Diplomatico della Santa Sede; poi, con il Chirografo Il Ministero Petrino, del 25 marzo 2025, l’ha qualificata come centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche, quale diretto strumento dell’azione diplomatica della Santa Sede”.

Per il papa tale cammino offre una base non solo culturale, ma anche scientifica: “Queste ultime riforme manifestano lo scopo di offrire un curriculum formativo che, con una solida base scientifica, sia in grado di integrare competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche e coniugarle con le doti umane e sacerdotali di giovani presbiteri. Ringrazio i Superiori e gli Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica per il cammino di comunione e di rinnovamento intrapreso con spirito di fede e di disponibilità, accogliendo i cambiamenti senza dimenticare le radici”.

Infatti la diplomazia è una vocazione evngelica: “Auspico che questa fausta ricorrenza susciti negli Alunni un rinnovato impegno a perseverare nel cammino formativo, ricordando che il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale: è l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze. La nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici”.

Inoltre la diplomazia necessita di ascolto per costruire ‘ponti’: “Per edificare questa comunione, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita. I diplomatici del papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla”.

Il messaggio si conclude con l’invito ad imitare sant’Antonio, la cui festa ricorre oggi, per un dialogo con Dio: “Imitando sant’Antonio Abate, vostro patrono, che seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio, siate sacerdoti dalla profonda spiritualità, per attingere dalla preghiera la forza dell’incontro con gli altri. E mentre lo sguardo si apre alla missione che vi attende, affido ciascuno a Maria, Madre della Chiesa, perché vegli su di voi e vi renda docili alla volontà di Dio nel servizio alla sede di Pietro”.

La Pontificia Accademia Ecclesiastica era originariamente Accademia dei Nobili Ecclesiastici, uno dei diversi collegi romani dedicati alla formazione di chierici indirizzati alla vita ecclesiastica, ma non necessariamente sacerdotale. Durante il pontificato di papa Pio VI (1775-1799) fu destinata a formare nobili ecclesiastici venuti a Roma a perfezionarsi negli studi teologici e giuridici e tra il XVIII e il XIX secolo fu considerata luogo di formazione dell’élite ecclesiastica che aspirava a una carriera nella curia romana.

Con il tempo divenne fucina di diplomatici pontifici e papa Pio IX, nel regolamento emanato nel 1850, specificò che il suo scopo era quello ‘di formare i giovani ecclesiastici o per il servizio diplomatico della Santa Sede o per il servizio amministrativo in curia e nello Stato Pontificio’.

Con il tramonto del potere temporale, avvenuto nel 1870, venne meno la possibilità di impieghi nell’amministrazione dello Stato e rimase possibile solo la carriera diplomatica. Il pontificato di papa Leone XIII (1876-1903) introdusse per l’Accademia novità significative.

Il regolamento dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica e nel corso del tempo il programma accademico venne più volte innovato. Nel secondo dopoguerra, in piena guerra fredda, la diplomazia vaticana si fece arte di creare e mantenere l’ordine internazionale, d’instaurare rapporti umani, ragionevoli e giuridici tra i popoli mediante un’aperta e responsabile regolazione, ma anche arte della pazienza, del produrre la pace negli animi e nelle relazioni internazionali.

Nel 1969, con il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum papa san Paolo VI ribadì il dovere del papa di rendersi presente in modo adeguato in tutte le regioni della terra per svolgere il suo ufficio primaziale, come perpetuo e visibile principio e fondamento di unità, per sostenere le Chiese anche con la sua presenza, un compito che viene affidato all’inviato pontificio. Ne derivò l’esigenza, per l’Accademia, di formare sacerdoti che non solamente avessero un’adeguata preparazione tecnica e intellettuale, ma che fossero in grado di rappresentare il Sommo Pontefice e che avessero, quindi, una visione approfondita e vissuta dell’indole sacerdotale della missione diplomatica.

Nella giornata il  segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nella lectio magistralis ‘Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide’ aveva evidenziato il  ‘contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali’ caratterizzato dai ‘segni della guerra, le violazioni della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di smarrimento’.

Infatti la forza delle armi, la volontà di potenza sono ormai il sostegno per le decisioni politiche e bisogna prendere atto che “l’ordine internazionale non è più quello che 80 anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’Onu, del Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto internazionale”.

Necessario dunque offrire risposte efficaci e soluzioni che “abbandonino l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole… E’ il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna, che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca”.

Per il segretario di Stato vaticano “il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale”. La pace, nel sentire comune, sembra possibile se si annienta il nemico e il nemico “può diventare un popolo, una Nazione, un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte di turno”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Leone XIV: la diplomazia è esercizio di speranza

“Il vostro pellegrinaggio attraverso la Porta Santa qualifica questo nostro incontro e ci permette di condividere la speranza che portiamo nell’animo e che desideriamo testimoniare al prossimo. Questa virtù, infatti, non riguarda un confuso desiderio di cose incerte, ma è il nome che la volontà assume quando tende fermamente al bene e alla giustizia che sente mancare”: nel discorso ai partecipanti al Giubileo della diplomazia italiana papa Leone XIV ha esortato a curare non solo bellezza e precisione dei discorsi, ma anzitutto onestà e prudenza.

Quindi nella diplomazia è importante l’esercizio della speranza: “La speranza mostra allora un prezioso significato per il servizio che svolgete: in diplomazia, solo chi spera davvero cerca e sostiene sempre il dialogo fra le parti, confidando nella comprensione reciproca anche davanti a difficoltà e tensioni. Poiché speriamo di capirci, ci impegniamo a farlo cercando i modi e le parole migliori per raggiungere l’intesa”.

E la speranza parla del cuore: “A riguardo, è indicativo che patti e trattati siano suggellati da un accordo: questa vicinanza del cuore (ad cor) esprime la sincerità di gesti, come una firma o una stretta di mano, altrimenti ridotti a formalità procedurali. Appare così un tratto caratteristico, che distingue l’autentica missione diplomatica dal calcolo interessato a tornaconti di parte o dall’equilibrio tra rivali che nascondono le rispettive distanze”.

E’ stata questa la testimonianza di Gesù: “Carissimi, per resistere a tali derive guardiamo all’esempio di Gesù, la cui testimonianza di riconciliazione e di pace brilla come speranza per tutti i popoli. A nome del Padre, il Figlio parla con la forza dello Spirito Santo, compiendo il dialogo di Dio con gli uomini. Perciò tutti noi, fatti a immagine di Dio, sperimentiamo nel dialogo, ascoltando e parlando, le relazioni fondamentali della nostra esistenza”.

Da qui deriva l’importanza delle parole nella costruzione della pace: “Le parole sono quel patrimonio comune attraverso le quali fioriscono le radici della società che abitiamo. In un clima multietnico diventa allora indispensabile aver cura del dialogo, favorendo la comprensione reciproca e interculturale come segno di accoglienza, di integrazione, di fraternità. A livello internazionale, questo stesso stile può portare frutti di cooperazione e di pace, a patto che perseveriamo a educare il nostro modo di parlare”.

La Parola è fondamento nella vita cristiana: “In particolare, il cristiano è sempre uomo della Parola: quella che ascolta da Dio, anzitutto, corrispondendo nella preghiera al suo appello paterno. Quando siamo stati battezzati, è stato tracciato sulle nostre orecchie il segno della Croce, dicendo: ‘Effatà’, cioè ‘Apriti’. In quel gesto, che ricorda la guarigione operata da Gesù, viene benedetto il senso attraverso il quale riceviamo le prime parole di affetto e gli indispensabili elementi culturali che sostengono la nostra vita, in famiglia e nella società”.

E la Parola non è mai doppiezza: “Sia essere autentici cristiani, sia essere cittadini onesti significa condividere un vocabolario capace di dire le cose come stanno, senza doppiezza, coltivando la concordia fra le persone. Perciò è nostro e vostro impegno, specialmente come Ambasciatori, favorire sempre il dialogo e tesserlo nuovamente, qualora si interrompesse”.

Nelle parole del papa riecheggia quelle pronunciate da papa san Paolo VI all’ONU: “Impegniamoci con speranza a disarmare proclami e discorsi, curandone non solo la bellezza e la precisione, ma anzitutto l’onestà e la prudenza. Chi sa cosa dire, non ha bisogno di molte parole, ma solo di quelle giuste: esercitiamoci dunque a condividere parole che fanno bene, a scegliere parole che costruiscono intesa, a testimoniare parole che riparano i torti e perdonano le offese. Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace…

Sì, la pace è il dovere che unisce l’umanità in una comune ricerca di giustizia. La pace è l’intento che dalla notte di Natale accompagna tutta la vita di Cristo, fino alla sua Pasqua di morte e risurrezione. La pace è il bene definitivo ed eterno, che speriamo per tutti”.

In precedenza il papa aveva ricevuto artisti, organizzatori e sponsor dell’evento musicale di questa sera, sostenuto dalla Fondazione ‘Gravissimum Educationis’ per un progetto missionario nella Repubblica Democratica del Congo: “Il presente Concerto di Natale sostiene un progetto missionario salesiano nella Repubblica del Congo: la costruzione di una scuola primaria, capace di accogliere 350 bambini. Anche questo può farci riflettere, ricordandoci che la bellezza, quando è autentica, non rimane chiusa in sé stessa, ma genera scelte di responsabilità per la cura del mondo. Così la cultura diventa respiro per la dignità di tutti, specie dei più fragili.

Perciò vi invito a vivere questo momento come un pellegrinaggio interiore. In occasione del Natale, la musica sia luogo dell’anima: uno spazio in cui il cuore prende voce, avvicinandoci a Dio e rendendo la nostra umanità sempre più ispirata dal suo amore”.

Infatti Natale ricorda che Dio si è fatto uomo: “Il Natale, del resto, ci ricorda che Dio, per manifestarsi, sceglie una trama umana. Non si serve di scenografie imponenti, ma di una casa semplice; non si mostra da lontano, ma si fa vicino; non resta in un punto inaccessibile del cielo, ma ci raggiunge nel cuore stesso delle nostre piccole storie. Ci rivela, in questo modo, che la vita quotidiana, così com’è, può diventare il luogo dell’incontro con Lui”.

Ad inizio giornata il papa aveva incontrato i figuranti ed i presepisti del presepe vivente della basilica di santa Maria Maggiore: “Dalla grotta di Betlemme, dove stanno Maria, Giuseppe e il Bambino nella loro disarmante povertà, si riparte per cominciare una vita nuova sulle orme di Cristo. Voi lo testimonierete nel pomeriggio, con il corteo che si snoderà per le vie della città…

Il Presepe, carissimi, è un segno importante: ci ricorda che siamo parte di una meravigliosa avventura di Salvezza in cui non siamo mai soli e che, come diceva Sant’Agostino, ‘Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio… perché l’uomo abitatore della terra potesse trovare dimora nei cieli’. Diffondete questo messaggio e mantenete viva questa tradizione. Sono un dono di luce per il nostro mondo che ha tanto bisogno di poter continuare a sperare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: Merry del Val un diplomatico umile

“Nella commemorazione del 160° anniversario della sua nascita, rendiamo grazie al Signore per il servo di Dio Rafael Méry del Val, nato a Londra nel 1865, in un ambiente in cui l’apertura al mondo era parte integrante della vita quotidiana: figlio di un diplomatico spagnolo e di madre inglese, ebbe un’infanzia cosmopolita che lo abituò fin da piccolo a lingue e culture diverse. Crebbe in un clima di universalità, che in seguito avrebbe riconosciuto come vocazione della Chiesa, e questa formazione lo preparò a essere uno strumento docile nel servizio diplomatico della Santa Sede in un’epoca segnata da grandi sfide”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti all’incontro di studi dedicato al Servo di Dio, card. Merry del Val, che ha avuto alcuni incarichi nell’ambito della diplomazia vaticana ed è stato scelto da papa Pio X come segretario di Stato.

Nella carriera diplomatica è stato sempre vicino alla gente, pur frequentando l’Accademia ecclesiastica, dove comprese che “la diplomazia della Chiesa fiorisce quando è vissuta nella fedeltà sacerdotale, quella di un cuore che offre i propri talenti a Cristo e alla missione affidata al Successore di Pietro”.

Infatti fu molto attivo,  durante la Seconda Guerra Mondiale, verso i bambini poveri romani: “La sua giovane età, tuttavia, non fu un ostacolo, poiché la storia della Chiesa insegna che la vera maturità non dipende dall’età, ma dall’identificazione con la misura della pienezza di Cristo. Ne seguì un cammino di fedeltà, discrezione e dedizione che lo rese una delle figure più significative della diplomazia pontificia del XX secolo.

Tuttavia, non fu solo un diplomatico d’ufficio: a Roma era molto presente tra i bambini e i giovani di Trastevere, che catechizzava, confessava e accompagnava con gentilezza. Lì era riconosciuto come un sacerdote vicino, un padre e un amico”.

Per questo il papa ha sottolineato la sua propensione al servizio anche attraverso la preghiera: “Questa duplice dimensione (quella di diplomatico di governo e di pastore accessibile) è ciò che conferisce alla sua figura una particolare ricchezza, poiché ha saputo coniugare il servizio alla Chiesa universale con l’attenzione concreta agli ultimi.

Il suo nome è legato ad una preghiera che molti di noi conoscono, le Litanie dell’Umiltà. Lì si manifesta lo spirito con cui ha svolto il suo servizio. Permettetemi di soffermarmi su alcune di queste litanie, perché delineano un modello valido per tutti coloro che esercitano responsabilità nella Chiesa e nel mondo, e in modo speciale per i diplomatici della Santa Sede”.

Inoltre è stato anche arcivescovo di Nicea: “Aveva appena 35 anni quando fu nominato arcivescovo titolare di Nicea e pochi anni dopo, nel 1903, a soli 38 anni, san Pio X lo creò cardinale e lo nominò suo Segretario di Stato. La sua giovane età, tuttavia, non fu un ostacolo, poiché la storia della Chiesa insegna che la vera maturità non dipende dall’età, ma dall’identificazione con la misura della pienezza di Cristo. Ne seguì un cammino di fedeltà, discrezione e dedizione che lo rese una delle figure più significative della diplomazia pontificia del XX secolo”.

Tuttavia non ha mai ambito ad alcun riconoscimento: “Il desiderio di riconoscimento è una tentazione costante per chi ricopre posizioni di responsabilità. Il card. Merry del Val lo sapeva bene, poiché le sue nomine lo ponevano al centro dell’attenzione mondiale. Eppure, nel profondo della sua preghiera, chiedeva di essere liberato dagli applausi. ..

Avrebbe potuto credersi indispensabile, ma ci ha indicato il ruolo del diplomatico: cercare che la volontà di Dio si compia attraverso il ministero di Pietro, al di là degli interessi personali. Chi serve nella Chiesa non cerca di far prevalere la propria voce, ma piuttosto che parli la verità di Cristo. E in quella rinuncia, scoprì la libertà del servo autentico”.

Quindi non ha scelto la ‘visibilità’: “In questo modo, dimostrò che il suo compito non era un piedistallo, ma un cammino di donazione. La vera autorità non si basa su posizioni o titoli, ma sulla libertà di servire anche lontano dai riflettori. E chi non ha paura di perdere visibilità acquista disponibilità verso Dio”.

Questa è stata la sua fedeltà al Vangelo: “Cercò di vivere la sua missione con fedeltà al Vangelo e libertà di spirito, senza lasciarsi guidare dal desiderio di piacere, ma dalla verità sempre sostenuta dalla carità. E comprese che la fecondità della vita cristiana non dipende dall’approvazione umana, ma dalla perseveranza di coloro che, uniti a Cristo come il tralcio alla vite, portano frutto”.

E nel videomessaggio per la Giornata missionaria il papa ha invitato le parrocchie a parteciparvi: “Invito ogni parrocchia cattolica del mondo a partecipare alla Giornata Missionaria Mondiale. Le vostre preghiere e il vostro aiuto servono a diffondere il Vangelo, sostenere programmi pastorali e di catechesi, costruire nuove chiese e rispondere ai bisogni sanitari ed educativi dei nostri fratelli e sorelle nei territori di missione”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a cercare la pace

Papa Leone XIV

“Bisogna risolvere subito la crisi umanitaria a Gaza, non si può continuare così… Conosciamo la violenza del terrorismo e rispettiamo i tanti che sono morti ed anche gli ostaggi, c’è bisogno che vengano liberati ma occorre anche pensare ai tanti che stanno morendo di fame… Vediamo come possono mettersi d’accordo. Bisogna sempre cercare il dialogo, il lavoro diplomatico e non la violenza, non le armi”: così ha detto ai giornalisti papa Leone XIV nel pomeriggio, appena arrivato a Castel Gandolfo, dove trascorrerà alcuni giorni di riposo fino al 19 agosto.

Per questo ha espresso preoccupazione per la situazione nella Striscia di Gaza: “Bisogna risolvere la crisi umanitaria, non si può continuare così. Conosciamo la violenza del terrorismo e rispettiamo i tanti che sono morti ed anche gli ostaggi, c’è bisogno che vengano liberati. Ma anche pensare ai tanti che stanno morendo di fame. La Santa Sede sta lavorando per una soft diplomacy, spingendo per cercare la non violenza con il dialogo e cercare delle soluzioni perché questi problemi non si possono risolvere con la guerra”.

Inoltre ad una domanda sul vertice ferragostano tra il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin, papa Leone XIV ha detto che bisogna cercare “il cessate il fuoco, bisogna finire con la violenza, con tanti morti. Vediamo come possono mettersi d’accordo. Perché la guerra dopo tanto tempo, qual è il fine? Bisogna sempre cercare il dialogo, il lavoro diplomatico e non la violenza, non le armi”.

Ed ha precisato l’operato internazionale della Santa Sede per fermare i conflitti: “La Santa Sede non può fermare… ma stiamo lavorando diciamo per una ‘soft diplomacy’, sempre invitando, spingendo per cercare la non violenza con il dialogo e cercare delle soluzioni perché questi problemi non si possono risolvere con la guerra”.

Per questo i vescovi italiani in questo giorno in cui si ricorda il martirio di san Massimiliano Kolbe nei campi di concentramento invitano ad una veglia di preghiera per la pace: “Il drammatico momento di violenza, odio e morte a cui stiamo assistendo ci impegna a intensificare la preghiera per una ‘pace disarmata e disarmante’. Accogliendo il pressante appello di papa Leone XIV, tutte le nostre comunità sono invitate a chiedere al Re della Pace di allontanare al più presto dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra”.

Tale momento di preghiera è stato proposto alla vigilia della festa dell’Assunzione di Maria, dall’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG): “In un mondo lacerato dalla guerra e dalla disumanità (in Gaza, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina, Myanmar, Siria, Haiti e in tanti altri Paesi feriti da conflitti visibili e invisibili) non possiamo rimanere spettatori silenziosi. Ogni giorno vediamo volti segnati dal dolore, vite distrutte, popoli privati della dignità e della pace, specialmente le donne e i bambini”.

L’invito, oltreché  ai fedeli, è rivolto alle religiose: “Come donne di speranza, radicate nella fede e immerse nelle ferite del nostro tempo, sentiamo il profondo bisogno di alzare la voce e unire i nostri cuori. Come donne alle frontiere, che camminano accanto a chi soffre, ascoltando il grido dei poveri e della terra, abbiamo la responsabilità di costruire comunione, proteggere la vita e chiedere giustizia.

Per questo motivo, vi invitiamo, in uno spirito di comunione e di corresponsabilità evangelica, a unirvi in un atto collettivo di preghiera, discernimento e testimonianza, affinché la pace non sia solo sperata, ma costruita. Affidiamoci a lei, affinché risponda con tenerezza alle grida dei popoli e ci insegni come essere una presenza umile e profetica nei luoghi della sofferenza”.

In particolare, le religiose sono invitate a promuovere momenti di preghiera e riflessione sulla Parola all’interno delle comunità, alla luce delle sofferenze attuali nel mondo, lasciandoci trasformare interiormente; ad impegnarsi con le autorità civili ed ecclesiali nei rispettivi paesi, esortandole ad aprire vie di riconciliazione, disarmo, difesa dei diritti umani e protezione delle vittime ed a sostenere concreti atti di solidarietà globale, attraverso reti di aiuto umanitario, accoglienza e testimonianza profetica a favore dei popoli più colpiti:

“Come donne che vegliano nella notte, continuiamo a credere che anche nell’ora più buia può ancora risplendere una luce: la luce del Vangelo, della giustizia e della fraternità. Insieme invochiamo il Dio della pace, affinché possiamo diventare strumenti del suo amore, e affidiamo questo cammino all’intercessione di Maria, nostra Madre di speranza”.

Per accompagnare questo momento, l’UISG mette a disposizione una Preghiera a Maria, Madre della pace: “Maria, Madre della Pace, in questo tempo ferito dalla guerra, ti affidiamo i popoli lacerati dall’odio, le famiglie divise, i cuori spezzati dalla violenza. Tu che hai custodito nel silenzio il dolore, insegnaci a vegliare, a non chiudere gli occhi, a restare accanto a chi soffre, a pregare anche quando le parole mancano.  

Dona al mondo la pace, Signore Gesù, non quella che si impone con la forza, ma quella che nasce dalla giustizia, dal perdono, dalla verità, dall’amore. Rendici strumenti della tua pace: mani che sollevano, voci che consolano, cuori che si aprono. Ti preghiamo per le donne e i bambini vittime dei conflitti, per i migranti in fuga, per chi è prigioniero della paura. Ti preghiamo per chi ha perso la speranza, e per chi continua a seminare odio.

Fa’ che il nostro digiuno sia solidarietà, che la nostra preghiera diventi azione, che il nostro silenzio sia voce per chi non ha voce. Maria, Regina della Pace, intercedi per noi, perché in ogni angolo della terra torni a brillare la luce del Vangelo. Amen”.

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