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Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo

Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.

Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.

Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.

Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.

Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.

In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.

Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…

Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…

Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.

Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.

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