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Papa Leone XIV: il Vangelo invita a farsi aprire gli occhi
“Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, che cosa rappresenta? L’amore, la carità, l’espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone. E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell’espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare. E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha ultimato le visite pastorali in avvicinamento alla Pasqua nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, in cui ha sottolineato il valore dell’inclusione che questa comunità promuove da tanti anni.
Inoltre ha ringraziato gli anziani per l’accoglienza: “E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio. Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per (non so) la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ di comunità, persone che ricevono qualcosa. Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine. Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita”.
Per questo ha sottolineato il significato del nome della parrocchia: “Ed allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia. Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna”.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica il papa ha preso spunto dall’invito evangelico di questa domenica ‘in laetare’: “Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”.
E’ una domenica ‘in laetare’ in quanto il vangelo racconta un gioco di sguardi: “Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista… Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio””.
Ecco il gesto di Gesù che ricorda la creazione: “Nel ‘segno’, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione (il fango, la saliva) torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce”.
Ma molti scelgono di non vedere e di ‘chiudersi’nella legge: “Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale.
Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è ‘sabato’ che possa ostacolare un atto d’amore. Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele (e per noi della domenica, giorno del Signore) è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono”.
Al termine della celebrazione eucaristica il papa ha incontrato il consiglio pastorale, sottolineando l’importanza del fonte battesimale: “Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia. E’ la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce!
Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi. E poi davanti all’altare (non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa) però c’è il fonte battesimale proprio davanti. E’ un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo”.
(Foto: Santa Sede)
Missionari e operatori pastorali uccisi nell’anno 2025
“Nel corso dell’Anno giubilare, celebriamo la speranza di questi coraggiosi testimoni della fede. E’ una speranza piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male. Sì, la loro è una speranza disarmata. Hanno testimoniato la fede senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo”: con questa frase di papa Leone XIV si apre il report pubblicato a fine anno dall’Agenzia Fides sui missionari e gli operatori pastorali cattolici uccisi nel mondo.
Le informazioni, spesso scarne, sulle biografie e sulle circostanze della loro morte mostrano anche quest’anno che i missionari e le missionarie uccisi non erano sotto i riflettori per imprese eclatanti. Rendevano testimonianza a Cristo tra le occupazioni della vita di ogni giorno, anche quando operavano in contesti segnati dalla violenza e dai conflitti.
In quest’anno, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie cattolici: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. La ripartizione continentale evidenzia che nell’ultimo anno il numero più elevato di operatori pastorali uccisi si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti). Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote e un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote.
Nel dettaglio, tra i 10 operatori pastorali uccisi Africa, 5 hanno perso la vita in Nigeria, 2 in Burkina Faso, uno in Sierra Leone, uno in Kenya, uno in Sudan. Tra i 4 missionari e missionarie uccisi in America, due suore sono state assassinate a Haiti, un sacerdote è stato ammazzato in Messico, un altro sacerdote di origine indiana è stato ammazzato negli Stati Uniti. Dei due sacerdoti uccisi in Asia, uno è stato brutalmente assassinato in Myanmar, l’altro è stato ammazzato nelle Filippine.
Mentre tra gli operatori pastorali uccisi nel 2025 figura anche il giovanissimo seminarista nigeriano Emmanuel Alabi, morto durante la marcia forzata impostagli dai suoi rapitori, che avevano assaltato il Seminario minore di Ivianokpodi e, dopo averlo ferito, lo avevano sequestrato insieme a due suoi compagni; ci sono suor Evanette Onezaire e suor Jeanne Voltaire, assassinate da membri di una delle bande armate che tengono in scacco Haiti; c’è anche Donald Martin, primo sacerdote cattolico birmano ucciso nel conflitto civile che insanguina il Myanmar, il cui corpo senza vita, orrendamente mutilato, è stato ritrovato da alcuni parrocchiani nel complesso della parrocchia. In questo prima quarto di secolo nel mondo sono stati uccisi 626 missionari e missionarie cattolici.
Ma non sono eroi, ha affermato mons. Fortunatus Nwachukwu, segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, in un’intervista all’Agenzia Fides sulla situazione in Nigeria: “Le persone colpite non vogliono fare gli eroi, non sono persone che si espongono a rischi speciali. Vengono raggiunte dalla violenza nella loro vita ordinaria, mentre sono intenti a compiere quello che devono compiere: seminaristi che vivono nei seminari, o studenti e studentesse sequestrati mentre sono a scuola. E chi dovrebbe difenderli e proteggerli, non fa nulla…
In Nigeria si registra un crollo totale a livello della sicurezza, che coinvolge tutti. Questa insicurezza generalizzata è come una cortina fumogena, uno ‘smoke screen’ che impedisce di registrare chiaramente se ci sono gruppi presi di mira con particolare virulenza… La consistenza di sequestri e attacchi continui contro i cristiani sembra rispondere a un progetto sistematico. E quando si chiede un intervento delle forze di sicurezza, questo intervento, quando riguarda i cristiani, non arriva o arriva in ritardo. Tutto lascia immaginare che ci sia una intenzionalità nel colpire vittime cristiane”.
Per il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre è in aumento la persecuzione contro la fede
La Fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ ha presentato (oggi, 21 ottobre 2025) la XVII edizione del Rapporto biennale ‘Libertà religiosa nel mondo’, che ha offerto una panoramica globale dello stato di questo diritto fondamentale per il periodo che va da gennaio 2023 a dicembre 2024, evidenziando che due terzi dell’umanità (più di 5.400.000.000 persone vivono in Paesi senza piena libertà religiosa). Il Rapporto analizza la situazione in 196 Paesi e documenta gravi violazioni di questo diritto in 62 di essi. Di questi, 24 sono classificati come Paesi di ‘persecuzione’ e 38 come Paesi di ‘discriminazione’.
Solo due nazioni, il Kazakistan e lo Sri Lanka, hanno mostrato miglioramenti rispetto all’edizione precedente: “Il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (tutelato dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani) non solo è sotto pressione, ma in molti Paesi sta scomparendo”, ha avvertito Regina Lynch, presidente esecutivo di ACS Internazionale, sottolineando che quest’anno ricorre il 25° anniversario del primo rapporto di ACS.
Il Rapporto identifica nell’autoritarismo il principale motore della repressione religiosa. In 19 dei 24 Paesi nella categoria della persecuzione e in 33 delle 38 nazioni con discriminazione, i governi applicano strategie sistematiche per controllare o mettere a tacere la vita religiosa. In Cina, Iran, Eritrea e Nicaragua, le autorità utilizzano tecnologie di sorveglianza di massa, censura digitale, legislazione restrittiva e detenzioni arbitrarie per sopprimere le comunità religiose indipendenti.
Il controllo della fede è diventato uno strumento di potere politico, grazie a una burocratizzazione della repressione religiosa sempre più sofisticata. nazionalismo religioso: il Rapporto avverte che l’estremismo islamista continua ad espandersi, in particolare in Africa e in Asia. In 15 Paesi è la causa principale della persecuzione mentre in altri 10 contribuisce alla discriminazione. Il Sahel è diventato l’epicentro della violenza jihadista con gruppi come lo Stato Islamico – Provincia del Sahel (ISSP) e JNIM che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di persone, lo sfollamento di milioni di altre e la distruzione di centinaia di chiese e scuole cristiane.
Il nazionalismo etnico-religioso alimenta la repressione delle minoranze in alcuni Stati dell’Asia. In India e Myanmar, le comunità cristiane e musulmane subiscono aggressioni ed esclusione legale. Quanto al caso indiano, il Rapporto definisce la situazione come ‘persecuzione ibrida’, una combinazione di leggi discriminatorie e violenze perpetrate da civili ma incoraggiate dalla retorica politica.
Il declino della libertà religiosa è stato aggravato anche dai conflitti armati che hanno colpito Paesi come Myanmar, Ucraina, Russia, Israele e Palestina. Le guerre e la violenza basata sulla religione hanno innescato una silenziosa crisi di sfollamento. In Nigeria, gli attacchi di gruppi armati legati ai pastori Fulani radicalizzati hanno causato migliaia di morti e lo sradicamento di intere comunità.
Nel Sahel, in particolare in Burkina Faso, Niger e Mali, interi villaggi sono stati distrutti dalle milizie islamiste. In Sudan, la guerra civile ha spazzato via comunità cristiane secolari. Anche la criminalità organizzata è emersa come un nuovo agente di persecuzione. In Messico e Haiti, gruppi armati uccidono o rapiscono leader religiosi ed estorcono denaro alle parrocchie per affermare il proprio controllo sul territorio”.
L’erosione della libertà religiosa si estende anche all’Europa e al Nord America. Nel 2023, la Francia ha registrato quasi 1.000 attacchi alle chiese; in Grecia, più di 600 atti di vandalismo; picchi simili sono stati osservati in Spagna, Italia e Stati Uniti, tra cui profanazioni di luoghi di culto, aggressioni fisiche al clero e interruzioni di funzioni religiose. Secondo ACS, questi atti riflettono un crescente clima di ostilità ideologica nei confronti della religione.
Il Rapporto documenta anche un drastico aumento degli atti antisemiti e antiislamici a seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza. In Francia, gli episodi di antisemitismo sono aumentati del 1.000%, mentre i crimini d’odio contro i musulmani sono aumentati del 29%. In Germania, nel 2023 sono stati registrati 4.369 episodi legati al conflitto rispetto ai soli 61 dell’anno precedente.
Per la prima volta nella sua storia, ACS ha lanciato una petizione globale che invita i governi e le organizzazioni internazionali a garantire l’effettiva applicazione dell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che garantisce ad ogni persona il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione: “Perché questa petizione? Perché il diritto di credere (o di vivere secondo le proprie convinzioni) è in declino in 62 Paesi, colpendo miliardi di persone.
Negli ultimi 25 anni, ACS ha documentato come la persecuzione distrugga le comunità, alimenti i conflitti e costringa milioni di persone alla fuga. Ora più che mai, la libertà religiosa deve essere difesa e protetta in tutto il mondo”, ha affermato Lynch, invitando tutti a sostenere la petizione e citando lo slogan di questa iniziativa: ‘La libertà religiosa è un diritto umano, non un privilegio’
Nonostante questo quadro desolante, il Rapporto di ACS sottolinea anche la resilienza delle comunità religiose che, nonostante la persecuzione, continuano a fornire aiuti umanitari, istruzione e speranza. In Mozambico e Burkina Faso, progetti interreligiosi hanno dimostrato che la fede può essere una forza motrice per la riconciliazione e la coesione sociale: “La libertà religiosa è il termometro di tutti gli altri diritti umani. Il suo declino segnala un più ampio collasso delle libertà Fondamentali”, ha concluso Lynch.
Ad inizio giornata il segretario dello Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha sottolineato che il diritto alla libertà religiosa è un ‘baluardo essenziale’ per consentire a ogni persona di ‘perseguire la verità e costruire società eque’. Ecco dunque che la tutela della libertà religiosa, la sua garanzia, non riguarda solo i credenti o la Chiesa, va oltre coinvolgendo tutta la società, le istituzioni pubbliche internazionali, è segno di civiltà, ‘pietra angolare dell’edificio dei diritti umani contemporanei’.
Nell’intervento il card. Parolin si è servito di due capisaldi per spiegare perché la libertà di religione è importante a livello globale: la dichiarazione conciliare ‘Dignitatis humanae’, sul diritto della persona umana e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione, e l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani, per il quale ‘ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione’ e tale diritto ‘include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti’.
Riunione dei Ministri degli Affari Esteri del G7: il Civil7 esorta i G7 a maggiore chiarezza e azione per la pace
Il 26 novembre si è conclusa a Fiuggi la riunione dei Ministri degli Affari Esteri del G7, ospitata dall’Italia nell’anno di presidenza che sta per concludersi. Un contesto internazionale sempre più conflittuale e pericoloso richiede uno sforzo globale senza precedenti per ristabilire un sistema multilaterale che promuova percorsi di pace e diritto internazionale, anziché derive verso ulteriori guerre. Come il C7 ha più volte affermato, il G7 può essere parte del problema, se promuove unilateralmente gli interessi delle economie più sviluppate, o parte della soluzione, se difende i diritti umani e gli interessi comuni dell’umanità e del pianeta.
Le drammatiche violazioni, flagranti e impunite, del diritto internazionale umanitario provocano enormi sofferenze ai civili. Il G7 e gli altri Stati dovrebbero evitare questa complicità silenziosa che permette alla guerra continue devastazioni. Essi dovrebbero invece rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario e i suoi principi di distinzione, proporzionalità e precauzione, condannando tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di qualsiasi attore in ogni conflitto e guerra. Assistiamo ad un’inquietante contraddizione tra gli appelli dei governi alla pace e ai cessate il fuoco e il trasferimento di armi, parti e munizioni alle parti in conflitto.
Ribadiamo quindi la necessità di rafforzare e utilizzare il sistema di regole delle Nazioni Unite, chiedendo ai governi di aderire e impegnare tutti i partner e gli alleati nei trattati internazionali per prevenire la guerra e sul disarmo, nel rispetto delle Risoluzioni delle Nazioni Unite e per proteggere le istituzioni dell’ONU, inclusa la particolare situazione dell’UNRWA.
La fragilità della pace globale, il persistere dei conflitti armati e l’aumento del rischio di uso delle armi nucleari richiede la massima urgenza e azioni concrete, che ancora non vediamo. È necessario un più forte impegno politico per implementare soluzioni sostenibili che affrontino le sfide strutturali e sistemiche. Chiediamo di spostare le risorse finanziarie dal settore militare alla diplomazia, alla sicurezza umana e alla spesa sociale per promuovere il dialogo e combattere le cause sistemiche di disuguaglianze, povertà e vulnerabilità.
Un sistema multilaterale più forte, un impegno condiviso per la tutela dei diritti umani, un sistema finanziario ed economico equo sono i presupposti per una pace sostenibile. Il C7 chiede pertanto ai Paesi del G7 di assumersi urgentemente le proprie responsabilità in questa prospettiva per un futuro più pacifico, giusto e sicuro.
(Foto: Ministero degli Esteri)
Per non dimenticare il naufragio di Lampedusa
Dal 2014, i morti e dispersi nel Mediterraneo sono stati in media circa 8 al giorno, pari a oltre 30.300 (secondo i dati di ‘Mediterranean/Missing Migrants Project’), molti dei quali bambini, bambine e adolescenti. In un contesto mondiale sempre più incerto, caratterizzato da guerre, persecuzioni, violenze, povertà estrema, crisi umanitarie, chi fugge per raggiungere un futuro possibile in Europa continua a rischiare la propria vita e quella dei propri figli, in mancanza di vie legali e sicure.
E per l’ong Save the Children, che ricorda oggi il naufragio avvenuto al largo di Lampedusa nel 2013, non è cambiato nulla: “Undici anni dopo il drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa, in cui morirono 368 persone, purtroppo poche cose sono cambiate. In questi anni si sono susseguite le notizie di imbarcazioni affondate e di persone annegate, tra le quali troppo spesso vi erano bambini e bambine”.
Per scongiurare il ripetersi di tali tragedie, l’Organizzazione non Governativa continua a chiedere l’apertura di canali regolari e sicuri per raggiungere l’Europa e un’assunzione di responsabilità condivisa dell’Italia, degli altri Stati membri dell’Unione Europea e delle istituzioni europee affinché attivino un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso in mare per salvare le persone in pericolo, agendo nel rispetto dei principi internazionali e dando prova di quella solidarietà che è valore fondante dell’Unione Europea:
“Con guerre e conflitti che avanzano in maniera estremamente rapida, quella a cui assistiamo con profondo rammarico è una mancanza di impegno nei confronti dei trattati internazionali e del sistema globale di protezione dei rifugiati, richiedenti asilo da parte delle istituzioni europee e degli Stati Membri. L’approccio securitario e l’irrigidimento dei confini non fanno che rendere le condizioni di bambini e adolescenti, e tra loro dei minori stranieri non accompagnati, più precarie e pericolose”.
Infatti nella scorsa primavera il Parlamento ed il Consiglio europeo hanno approvato il pacchetto di riforme del Patto europeo Asilo e Migrazione, norme che minano il diritto di asilo di minori e famiglie, come ha dichiarato Antonella Inverno, responsabile ‘Ricerca, Analisi e Formazione’ di Save the Children: “L’Unione e gli Stati membri dovrebbero ora concentrarsi sulla sua attuazione con un approccio incentrato sul rispetto dei diritti umani e dei diritti dei minori. Al contrario assistiamo alla stipula di accordi, come quello con l’Albania, che mettono le persone a rischio di detenzione prolungata e automatica, di mancato accesso a procedure di asilo eque e di ritardato sbarco. Le frontiere interne ed esterne dell’Unione Europea sono diventate luoghi di transito pericolosi, dove violenze, soprusi e violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, così come accade sulle rotte che conducono in Europa”.
Quindi i dati: in quest’anno sono giunte in Italia via mare 48.646 persone rifugiate e migranti, di cui 5.542 minori stranieri non accompagnati; e nel sistema di accoglienza italiano al 31 agosto 2024 risultano presenti 20.039 minori stranieri non accompagnati-Msna, in calo rispetto al 31 agosto 2023, quando ce n’erano 22.599, ma in aumento rispetto allo stesso periodo di rilevazione del 2022 (17.668), secondo il secondo il ‘Cruscotto’ del Ministero dell’Interno aggiornato al 28 settembre.
Così nell’isola è stato realizzato, all’interno dell’hotspot di Contrada Imbriacola, in accordo con il Dipartimento ‘Libertà Civili’ del Ministero dell’Interno e la Prefettura di Agrigento, uno Spazio Sicuro a misura di minori, giovani donne e madri gestito da Save the Children, in partnership con Unicef e in collaborazione con Unhcr e con ‘D.i.Re’, nell’ambito del progetto Leaving Violence. Le attività sono realizzate in cooperazione con la Croce Rossa Italiana, ente gestore dell’hotspot.
Anche il ‘Safe Space’ è uno spazio a misura di minori, adolescenti e donne, volto a fornire supporto anche psicosociale a persone in situazioni di vulnerabilità. Rappresenta un luogo sicuro dove bambini e bambine possono giocare, partecipare alle attività, conoscere i loro diritti, interagire, socializzare, esprimere le loro opinioni, ma anche un luogo focalizzato sul supporto al ruolo genitoriale, sull’identificazione dei minori vulnerabili e delle famiglie che hanno bisogno di ulteriore sostegno.
Accanto ai migranti e ai rifugiati
Fino a lunedì 17 giugno sono sbarcate sulle coste italiane 23.725 persone migranti; mentre nello stesso periodo dello scorso anno furono 55.902 e nel 2022 furono 23.920, secondo i dati del Ministero degli Interni. Degli oltre 23.700 migranti sbarcati in Italia nel 2024, 4.839 sono di nazionalità bengalese (20%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Siria (3.427, 14%), Tunisia (3.135, 13%), Guinea (1.897, 8%), Egitto (1.503, 6%), Pakistan (939, 4%), Mali (837, 4%), Gambia (823, 4%), Costa d’Avorio (679, 3%), Sudan (636, 3%) a cui si aggiungono 5.010 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.
Inoltre sono stati 3.197 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto l’Italia: i minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane nel 2023 sono stati 18.820, 14.044 nel 2022, 10.053 nel 2021, 4.687 nel 2020, 1.680 nel 2019, 3.536 nel 2018 e 15.779 nel 2017.
Nel mondo nello scorso anno 117.300.000 persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani, 1 persona su 69 a livello globale, secondo il Rapporto Global Trends dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.
Negli ultimi dieci anni il numero di persone in fuga è più che raddoppiato; rispetto al 2022 si è registrato un aumento dell’8%, ossia 8.800.000 persone in più; un trend in salita confermato dai dati registrati nei primi quattro mesi del 2024, in cui la popolazione mondiale in fuga ha raggiunto il drammatico record di 120.000.000, secondo quanto calcolato dal Centro Astalli dei Gesuiti.
Alla fine del 2023 è di 43.400.000 il numero complessivo di rifugiati e di altre persone bisognose di protezione internazionale, di cui 31.600.000 sotto il mandato dell’UNHCR e 6.000 sotto il mandato dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente). La maggior parte della popolazione rifugiata (69%) vive nei Paesi limitrofi a quelli di origine e oltre il 75% risiede in Paesi a basso e medio reddito.
Oltre il 73% dei rifugiati proviene da soli cinque Paesi: Siria (6.400.000), Afghanistan (6.400.000), Venezuela (6.100.000), Ucraina (6.000.000) e Sudan (1.500.000). La popolazione di rifugiati più numerosa al mondo è quella afghana e risiede principalmente nella Repubblica Islamica dell’Iran (3.800.000) e nel Pakistan (2.000.000).
La Repubblica Islamica dell’Iran è il Paese che ospita il maggior numero di persone rifugiate al mondo (3.800.000), seguito da Turchia (3.300.000), Colombia (2.900.000), Germania (2.600.000) e Pakistan (2.000.000).
Alla fine del 2023 il numero di persone titolari di protezione internazionale in Italia era 138.000, mentre 147.000 quello dei richiedenti asilo ed oltre 161.000 quello dei cittadini ucraini titolari di protezione temporanea. Circa 3.000 erano le persone apolidi presenti sul territorio italiano.
A livello globale il numero di persone sfollate internamente è aumentato di oltre il 50% in soli 5 anni: 68.300.000 persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa. Tra le principali cause di questo notevole incremento del numero di sfollati interni è il conflitto in Sudan, esploso nell’aprile dello scorso anno, che ha causato oltre 7.100.000 di nuovi sfollati all’interno del Paese ed 1.900.000 di rifugiati sudanesi in fuga nei Paesi limitrofi come Ciad (923.300) e Sud Sudan (359.600).
Nella Repubblica Democratica del Congo i continui scontri nella provincia del Nord Kivu nel nord-est del Paese hanno causato oltre 2.800.000 di sfollati interni. In Myanmar la violenza diffusa e la continua violazione dei diritti umani hanno provocato lo sfollamento di 1.300.000 persone; inoltre, secondo le stime dell’UNRWA, alla fine del 2023 nella Striscia di Gaza la popolazione sfollata ammontava a più di 1.700.000 persone (oltre il 75% della popolazione).
Infine, oltre ai conflitti e alla violazione dei diritti umani, tra le cause che costringono alla fuga un numero sempre più alto di persone in fuga c’è la crisi climatica: sono 7.700.000 le persone messe in fuga dall’avvento di eventi metereologici estremi sempre più frequenti, dovuti agli effetti devastanti del cambiamento climatico.
Per questo dal 1991, attraverso il servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, la Chiesa cattolica italiana, grazie ai fondi dell’8xmille, ha cercato di accompagnarle e dare loro conforto finanziando 166 progetti specificamente a favore di migranti e rifugiati in 31 Paesi per un totale di oltre € 31.500.000.
Nell’ultimo Rapporto del ‘Norwegian Refugee Council’ (NRC), pubblicato lo scorso 3 giugno sono elencate le dieci crisi di sfollati più dimenticate al mondo, con numeri in aumento e bisogni crescenti. Si tratta sempre di emergenze croniche, con migrazioni, violenza, fame e mancanza di servizi essenziali: 9 riguardano Paesi africani e una l’Honduras dove (a causa della violenza diffusa, del crimine organizzato e degli shock climatici) ben 3.200.000 persone necessitano di aiuti umanitari. La Chiesa locale da oltre 30 anni sostiene i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le famiglie nei loro bisogni fondamentali e nel richiedere il rispetto dei loro diritti.
Per la Cei spesso i rifugiati sono costretti a vivere per anni, decenni, in campi profughi in condizioni precarie, come a Kakuma, nel nord del Kenya, vicino al confine con l’Uganda e il Sud Sudan, che ha raccolto il racconto di Mary, fuggita dal Sud Sudan: Mio marito è morto durante gli scontri. Una notte hanno attaccato il nostro villaggio. Allora ho preso tutti i miei figli con me, abbiamo raccolto quel poco che ci era rimasto e siamo scappati. Ho avvolto in fasce intorno al mio corpo il più piccolo che aveva pochi mesi e quello poco più grande di lui l’ho caricato sulle spalle. I cinque figli più grandi camminavano con me, cercando di rimanermi il più vicino possibile. Abbiamo camminato per mesi; ogni tanto siamo riusciti a fermarci per qualche settimana cercando di recuperare le forze, qualcosa da mangiare e soprattutto qualche soldo per continuare il viaggio. Siamo arrivati al campo di Kakuma dopo circa quattro mesi”.
Nel dolore e nella sofferenza fiorisce comunque la solidarietà e la Chiesa cattolica cerca di mantenere accesa la speranza nella storia di tante persone, come ad Ankawa, l’unico quartiere cristiano alla periferia di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Nell’estate del 2014 la zona è stata al centro dell’attenzione internazionale: circa 75.000 sfollati sono arrivati lì per scappare dall’Isis. Nonostante la drammaticità della situazione l’arcivescovo cattolico caldeo, Bashar Warda, è riuscito a far crescere un grande seme di speranza, realizzando, grazie anche al sostegno della Chiesa italiana, l’Università di Erbil. Dopo 10 anni l’Università ha 11 corsi di laurea altamente correlati al mercato del lavoro, 590 studenti (24% musulmani, 14% yazidi), il 59% donne.
Il Metodo Rondine nel convegno internazionale alla Pontificia Università Lateranense
‘Studi e ricerche sull’approccio relazionale al conflitto. Prospettive in dialogo sul Metodo Rondine’ il titolo dell’iniziativa di sabato 11 novembre: il convegno avvia il progetto di ricerca tra Rondine Cittadella della Pace e la Pontificia Università Lateranense, grazie al sostegno della Fondazione Cattolica con lo scopo di offrire delle risposte alle questioni cruciali e quanto mai urgenti che la società complessa, accelerata e conflittuale di oggi impone

























