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Da papa Leone XIV un appello a fermare l’escalation di guerra
Riconoscere lo Stato di Palestina ‘potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto’, rispondendo ad alcune domande lo ha detto ieri sera papa Leone XIV nel rientro,in Vaticano da Castel Gandolfo, affermando che ‘la Santa Sede ha riconosciuto la soluzione dei due Stati già da molti anni’, e che ‘bisogna cercare una maniera per rispettare tutti i popoli’, in quanto il riconoscimento dello Stato di Palestina “potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto”.
Inoltre riguardo l’Europa e alle incursioni della Russia, papa Leone XIV ha affermato che ‘qualcuno sta cercando un’escalation, è ogni volta più pericoloso’, ribadendo la ‘necessità di deporre le armi, di fermare le avanzate militari ed avvicinarsi al tavolo del dialogo’, con l’aggiunta che ‘se l’Europa fosse realmente unita potrebbe fare tanto’. Infine, sull’azione diplomatica della Santa Sede, il papa ha spiegato: “Continuamente stiamo parlando con gli ambasciatori, stiamo cercando anche con i capi di Stato, quando vengono stiamo cercando una soluzione”.
Nel frattempo a Gorizia in contemporanea alle parole papali i vescovi italiani,sloveni e croati, nella veglia di preghiera, hanno lanciato un appello alla pace a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale “in un tempo sempre più dilaniato da conflitti violenti, noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, leviamo insieme, con forza, il nostro grido di pace e il nostro appello, perché ogni comunità cristiana sia protagonista di speranza, vigile e attiva nel promuovere e sostenere cammini di riconciliazione”.
Nella memoria della visita nel 1992 di papa san Giovanni Paolo II i vescovi hanno pregato per la pace da un territorio di ‘confine’: “Siamo qui con i giovani, ‘germogli di pace’, in questa terra di confine che porta ancora i segni di tragiche esperienze di guerra e di violenza, ma che è anche crocevia di dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso…
La nostra preghiera parte da questo territorio, si estende a tutti i Balcani e si allarga fino ad unire, in un unico abbraccio, Terra Santa, Ucraina e tutte le altre zone insanguinate dalla guerra. Non possiamo restare in silenzio di fronte alla drammatica escalation di violenza, al moltiplicarsi di atti di disumanità, all’annientamento di città e di popoli. Il grido che sale da molte parti del Pianeta è straziante e non può restare inascoltato”.
E’ stato un invito a superare i confini nazionali per un comune sentimento europeo di pace: “Guardando oltre i confini nazionali (non più linee di separazione, ma luoghi di amicizia e incontro fra i popoli) comprendiamo che le identità culturali e spirituali nazionali si fondono oggi in un più alto e condiviso patrimonio identitario europeo.
Questo richiama ed esige coraggiose e feconde esperienze di riconciliazione, per perdonare e chiedere perdono, dalle quali può sorgere il bene assoluto della pace, secondo le intuizioni dei ‘padri fondatori’ dell’Europa comunitaria. Un’Europa di pace, aperta al mondo, capace di ispirare fratellanza e universalismo ben al di là della sua geografia”.
E’ un impegno per essere ‘case della pace’ nei propri territori: “Noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, ci impegniamo per il rispetto dell’inalienabile dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale; per la vicinanza ai poveri, ai malati e agli anziani; per la verità e la giustizia come cardini della vita comune; per la libertà religiosa, diritto umano fondamentale; per la riconciliazione e la guarigione delle ferite storiche; per la cura del Creato, che siamo chiamati a custodire e a consegnare alle nuove generazioni migliore di come lo abbiamo ricevuto”.
(Foto: Cei)
Giorgio La Pira: attualità di un pensiero per la pace
In occasione del settimo anniversario del riconoscimento di Giorgio La Pira come Venerabile della Chiesa cattolica, si terrà a Roma il convegno ‘Giorgio La Pira: attualità di un pensiero per la pace’, promosso da Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses, in collaborazione con l’On. Fabio Porta (Commissione Affari Esteri – Camera dei deputati), con il patrocinio della Fondazione Giorgio La Pira e della Società Italiana di Geopolitica – Progetto di Vision & Global Trends.
L’incontro – ospitato lunedì 7 luglio 2025 presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati – vuole essere un omaggio profondo ed articolato alla figura del ‘sindaco santo’ di Firenze: testimone del Vangelo, intellettuale profetico e protagonista del dialogo tra i popoli. Ma non solo. Il convegno si propone come uno spazio di riflessione politica, culturale e spirituale sull’eredità di La Pira, oggi più che mai attuale, in un mondo attraversato da conflitti, instabilità e trasformazioni globali.
Durante la Guerra Fredda, La Pira seppe elaborare e praticare una politica di pace che superava i confini ideologici, con gesti coraggiosi come i viaggi a Mosca e Hanoi, l’impegno per il disarmo, il dialogo interreligioso e la promozione dello sviluppo nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Il suo sguardo universalista e cristiano anticipava un ordine internazionale fondato sulla giustizia, la dignità umana e la cooperazione.
Rileggere oggi il suo pensiero significa interrogarsi sulla possibilità di una nuova cultura politica della pace, capace di coniugare idealismo e concretezza, spiritualità e progettualità, soprattutto in relazione al ruolo dell’Italia in uno scenario multipolare dove emergono nuovi attori come Cina, India e i paesi dell’Africa. Il convegno vedrà la partecipazione di accademici, analisti, amministratori pubblici e protagonisti della vita politica e sarà articolato in tre sessioni: sulla testimonianza di pace di La Pira, sui suoi fondamenti filosofici e politici, e sulla sua visione geopolitica.
PROGRAMMA
16:00 – Apertura dei lavori
• Fabio Porta – Commissione Affari Esteri – Camera dei deputati
• Tiberio Graziani – Vision & Global Trends
16:30 – Relazioni
Giorgio La Pira, messaggero di pace
• Abbattere i muri, costruire i ponti: Giorgio La Pira e la Pace
Patrizia Giunti – Fondazione Giorgio La Pira
• Sulla strada del “sindaco santo”: Comuni e cultura della Pace
Sergio Moscone – Sindaco di Serralunga d’Alba
Pensiero e azione in Giorgio La Pira
• I principi del personalismo nella visione politica di Giorgio La Pira
Giulio Alfano – Pontificia Università Lateranense
• La lezione di La Pira e i democratici cristiani europei
AntonGiulio de’ Robertis – Università degli Studi di Bari
La visione geopolitica di Giorgio La Pira
• Il ruolo geopolitico del Mediterraneo nel pensiero di Giorgio La Pira
Maurizio Gentilini – ISEM, Consiglio Nazionale delle Ricerche
• La “via italiana” di Giorgio La Pira e la trasformazione odierna degli equilibri internazionali
Maurizio Vezzosi – Analista di geopolitica
Per accedere è obbligatoria la registrazione. Inviare la richiesta di registrazione entro il 3 luglio a:info@vision-gt.eu
Papa Leone XIV ai missionari: promuovere lo zelo missionario
“Porgo un caloroso benvenuto a tutti voi, convenuti da oltre centoventi Paesi per partecipare all’Assemblea Generale annuale delle Pontificie Opere Missionarie. Desidero esprimere innanzitutto la mia gratitudine a voi e ai vostri associati per il servizio offerto, che è indispensabile per la missione di evangelizzazione della Chiesa, come posso testimoniare personalmente dalla mia esperienza pastorale negli anni di ministero in Perù”: oggi nel discorso all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, papa Leone XIV ha esortato a ‘superare i confini’ delle singole parrocchie, diocesi e nazioni, riscoprendo la comune unità in Cristo.
Quindi il papa ha esordito sottolineando la dimensione ‘indispensabile’ della missione evangelizzatrice della Chiesa, ma anche evidenziato l’opera delle Pontificie Opere Missionarie: “Le Pontificie Opere Missionarie sono effettivamente il «mezzo principale» per risvegliare la responsabilità missionaria di tutti i battezzati e per sostenere le comunità ecclesiali nelle aree in cui la Chiesa è giovane. Lo vediamo nella Pontificia Opera della Propagazione della Fede, che fornisce aiuti a programmi pastorali e catechistici, alla costruzione di nuove chiese, all’assistenza sanitaria e alle necessità educative nei territori di missione.
Anche la Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria sostiene programmi di formazione cristiana per i bambini, oltre a occuparsi dei loro bisogni primari e della loro protezione. Allo stesso modo, la Pontificia Opera di San Pietro Apostolo aiuta a coltivare le vocazioni missionarie, sacerdotali e religiose, mentre la Pontificia Unione Missionaria si impegna a formare sacerdoti, religiosi e religiose e tutto il Popolo di Dio per l’attività missionaria della Chiesa”.
Richiamando la sua omelia di inizio pontificato e l’enciclica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, papa Leone XIV ha invitato ad essere Chiesa missionaria: “La promozione dello zelo apostolico tra le genti rimane un aspetto essenziale del rinnovamento della Chiesa previsto dal Concilio Vaticano II, ed è ancora più urgente oggi. Il nostro mondo, ferito dalla guerra, dalla violenza e dall’ingiustizia, ha bisogno di ascoltare il messaggio evangelico dell’amore di Dio e di sperimentare il potere riconciliante della grazia di Cristo. In questo senso, la Chiesa stessa, in tutti i suoi membri, è sempre più chiamata ad essere ‘una Chiesa missionaria che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola… e che diventa lievito di concordia per l’umanità’.
Dobbiamo portare a tutti i popoli, anzi a tutte le creature, la promessa evangelica di una pace vera e duratura, che è possibile perché, secondo le parole di papa Francesco, ‘il Signore ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità avendolo pacificato con il sangue della sua croce’. Perciò vediamo l’importanza di promuovere uno spirito di discepolato missionario in tutti i battezzati e il senso dell’urgenza di portare Cristo a tutti i popoli. A questo proposito, vorrei ringraziare voi e i collaboratori per l’impegno profuso ogni anno nel promuovere la Giornata Missionaria Mondiale, la penultima domenica di ottobre, che mi è di immenso aiuto nella mia cura per le Chiese delle aree che sono di competenza del Dicastero per l’Evangelizzazione”.
Ecco il motivo per cui ha chiesto di aiutare i fedeli a comprendere l’importanza delle missioni: “Oggi, come nei giorni successivi alla Pentecoste, la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, prosegue il cammino nella storia con fiducia, gioia e coraggio, annunciando il nome di Gesù e la salvezza che nasce dalla fede nella verità salvifica del Vangelo. Le Pontificie Opere Missionarie sono una parte importante di questo grande impegno.
Nell’attività di coordinamento della formazione e di animazione dello spirito missionario a livello locale, vorrei chiedere ai direttori nazionali di dare priorità alla visita nelle diocesi, nelle parrocchie e nelle comunità e aiutare così i fedeli a riconoscere l’importanza fondamentale delle missioni e del sostegno ai nostri fratelli e sorelle in quelle aree del mondo dove la Chiesa è giovane e in crescita”.
Infine ha sottolineato due elementi distintivi delle Pontificie Opere Missionarie, spiegando il suo motto episcopale: “Possono essere definiti comunione e universalità. Come Pontificie Opere impegnate a condividere il mandato missionario del papa e del Collegio Episcopale, siete chiamate a coltivare e a promuovere ulteriormente tra i vostri membri la visione della Chiesa come comunione di credenti, vivificata dallo Spirito Santo, che ci permette di entrare nella perfetta comunione e armonia della Santissima Trinità.
E’ infatti nella Trinità che tutte le cose trovano unità. Questa dimensione della vita e missione cristiana mi sta a cuore e si riflette nelle parole di sant’Agostino che ho scelto per il mio servizio episcopale e ora per il mio ministero papale: ‘In Illo uno unum’. Cristo è il nostro Salvatore e in lui siamo uno, una famiglia di Dio, al di là della ricca varietà di lingue, culture ed esperienze”.
Ha concluso l’udienza affermando che la comunione rafforza la missione: “La consapevolezza della comunione come membra del Corpo di Cristo ci apre naturalmente alla dimensione universale della missione di evangelizzazione della Chiesa e ci ispira a superare i confini delle singole parrocchie, diocesi e nazioni, per condividere con ogni luogo e popolo la sublimità della conoscenza di Gesù Cristo”.
E’ stato un invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Una rinnovata attenzione all’unità e all’universalità della Chiesa corrisponde esattamente all’autentico carisma delle Pontificie Opere Missionarie, il quale, dovrebbe ispirare il processo di rinnovamento degli statuti che avete avviato. A tal proposito, sono fiducioso che questo percorso confermerà i membri delle Pontificie Opere in tutto il mondo nella vocazione a essere lievito dello zelo missionario del Popolo di Dio.
Cari amici, la celebrazione di questo Anno Santo sfida tutti noi a essere ‘pellegrini di speranza’. Riprendendo le parole che papa Francesco ha scelto come tema per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno, vorrei concludere incoraggiandovi a continuare a essere ‘Missionari di speranza tra le genti’”.
In mattinata papa Leone XIV ha nominato suor Tiziana Merletti, già superiora generale delle Suore Francescane dei Poveri, è stata nominata stamane da papa Leone XIV Segretario del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco agli afgani in Italia: non si strumentalizzi la fede per creare conflitti
“L’Afghanistan, negli ultimi decenni, ha avuto una storia complicata e drammatica, caratterizzata da un susseguirsi di guerre e di conflitti sanguinosi, che hanno reso assai difficile per la popolazione condurre un’esistenza tranquilla, libera e sicura. L’instabilità, le operazioni belliche, con il loro carico di distruzione e di morte, le divisioni interne e gli impedimenti a vedersi riconosciuti alcuni diritti fondamentali, hanno spinto molti a prendere la via dell’esilio. Io ho incontrato alcune famiglie dell’Afghanistan che sono venute qui”.
Con queste parole di esordio papa Francesco, prima dell’udienza generale, ieri ha incontrato l’Associazione Comunità Afgana in Italia, sottolineando la ‘fierezza’ della propria cultura, capace, però, di causare anche conflitti: “Va ricordata anche un’altra importante caratteristica della società afgana e anche di quella pakistana, vale a dire che esse sono costituite da molti popoli, ciascuno fiero della sua cultura, delle sue tradizioni, del suo specifico modo di vivere.
Questa marcata differenziazione, invece di essere occasione per promuovere un minimo comune denominatore a tutela delle specificità e dei diritti di ciascuno, a volte è motivo di discriminazioni ed esclusioni, se non addirittura di vere e proprie persecuzioni. Sembra tragico, ma voi avete passato un tempo tragico, con tante guerre”.
Tale situazione si amplifica nei territori al confine con il Pakistan: “Tutto questo poi trova una rilevanza ancora maggiore nell’area di confine con il Pakistan, dove l’intreccio delle etnie e l’estrema ‘porosità’ dei confini determinano una situazione non facile da decifrare e nella quale è molto arduo rendere effettiva una normativa che sia concretamente recepita e applicata da tutti.
In simili contesti possono innescarsi processi nei quali la parte che è o si sente più forte tende ad andare oltre gli stessi dettami della legge o a prevaricare sulle minoranze, facendosi scudo del preteso diritto della forza piuttosto che contare sulla forza del diritto”.
Con la cultura qualche volta si innesca anche l’elemento religioso: “Il fattore religioso, per sua natura, dovrebbe contribuire a stemperare le asprezze dei contrasti, dovrebbe creare lo spazio perché a tutti vengano riconosciuti pieni diritti di cittadinanza su un piano di parità e senza discriminazioni. Tuttavia, diverse volte la religione subisce manipolazioni e strumentalizzazioni, e finisce per servire a disegni che non sono compatibili con essa.
In questi casi la religione diventa fattore di scontro e di odio, che può sfociare in atti violenti. E voi lo avete visto, alcune volte. Io ricordo, quel momento duro, aver visto filmati nelle notizie: con quanta durezza, con quanto dolore”.
Il monito del papa è stato un incoraggiamento a promuovere la pace tra le religioni: “E’ perciò indispensabile che in tutti maturi la convinzione che non si può, in nome di Dio, fomentare il disprezzo dell’altro, l’odio e la violenza.
Vi incoraggio, dunque, a proseguire nel vostro nobile intento di promuovere l’armonia religiosa e di operare affinché vengano superate le incomprensioni tra le diverse religioni per costruire così un percorso di dialogo fiducioso e di pace. E’ un cammino non semplice, che a volte subisce delle battute d’arresto, ma è l’unico cammino possibile, da perseguire con tenacia e costanza, se davvero si desidera fare il bene della comunità e favorire la pace”.
E dopo aver ricordato il suo viaggio apostolico nella Repubblica Centrafricana, ha menzionato il documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio di cinque anni fa: “Cari fratelli, auspico vivamente che questi criteri diventino patrimonio comune, tale da influenzare mentalità e comportamenti, così che i principi siano non soltanto astrattamente apprezzati e condivisi, ma concretamente e puntualmente applicati.
Se ciò accadrà, anche le discriminazioni che la vostra Associazione lamenta ai danni dell’etnia Pashtun in Pakistan avranno termine e potrà iniziare una nuova epoca, nella quale la forza del diritto, la compassione (questa parola è chiave: la compassione) e la collaborazione nel rispetto reciproco daranno luogo a una civiltà più giusta e umana”.
Ha concluso l’incontro con l’auspicio che non ci sia più discriminazione verso nessuno: “Voglia Dio onnipotente e misericordioso assistere i governanti e i popoli nella costruzione di una società dove a tutti sia riconosciuta piena cittadinanza nell’uguaglianza dei diritti; dove ognuno possa vivere secondo i propri costumi e la propria cultura, in un quadro che tenga conto dei diritti di tutti, senza prevaricazioni o discriminazioni”.
(Foto: Santa Sede)
Caritas Italiana: i confini sono ‘zone di contatto’
Giovedì 11 aprile si è concluso a Grado il 44° Convegno nazionale delle Caritas diocesane dedicato al tema dei ‘Confini, zone di contatto, non di separazione’ con la partecipazione di 613 persone, tra direttori e membri di équipe provenienti da 182 Caritas diocesane di tutta Italia, con la testimonianza di don Otello Bisetto, cappellano del carcere minorile di Treviso, alla quale si è aggiunta quella di Giulia Longo, operatrice della Caritas in Turchia, che ha riportato la sua esperienza di impegno ‘al confine’ e nel post terremoto, dando voce ai molti giovani operatori Caritas: “Non su può essere giovani senza gli adulti, non si può essere adulti senza i giovani”.
Mentre mons. Alojzij Cvikl, presidente della Caritas Slovenia, ha raccontato la vita di un’arcidiocesi di ‘confine’: “Dopo il 1991 iniziarono ad aprirsi le frontiere, sia verso l’Italia, sia verso l’Austria e l’Ungheria,.. E’ stato un cambiamento storico. Prima il confine era una barriera, una divisione, lo si attraversava con paura, perché c’erano file e si facevano controlli.
I confini erano un luogo di separazione, anche per le famiglie, i parenti. La politica indicava quelli dall’altra parte del confine come a dei nemici. Insomma, erano tempi difficili e dolorosi. Nella nostra arcidiocesi abbiamo una chiesa filiale, dove il confine scendeva al centro della chiesa, metà dell’altare era in Austria, metà in Slovenia. La chiesa aveva due sacrestie per il sacerdote che veniva dal suo fianco alla chiesa. Le Sante Messe tedesche e slovene erano rigorosamente separate”.
Però il confine è anche un ponte: “Dal 2016, con il vescovo di Graz, concelebriamo la santa messa insieme in questa chiesa, la seconda domenica di luglio. Così i credenti di entrambe le parti ogni anno si sentono sempre più vicini. Il confine è diventato un ponte, un luogo di incontro, di arricchimento e di gioia per stare insieme… I confini non devono dividerci. Possiamo imparare gli uni dagli altri e sostenerci a vicenda. Questo si manifesta soprattutto quando l’altro è nei guai, quando viene messo alla prova”.
Negli ‘orientamenti’ conclusivi il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha indicato le proposte di lavoro per continuare il cammino Caritas nei prossimi mesi, richiamando le parole del primo presidente di Caritas Italiana, mons. Giovanni Nervo, che sottolineava il valore della parola ‘confine’:
“Siamo abituati a dire il Padre nostro e finiamo col non accorgerci che è una preghiera terribilmente impegnativa. Quelli che si rivolgono alla stessa persona chiamandola padre riconoscono di essere fratelli a tutti gli effetti: se poi nella vita di ogni giorno non riconosciamo negli altri uomini i nostri fratelli, abbiamo mentito e offendiamo il padre, che ama gli altri figli come ama noi.
Allora che mio fratello sia ammalato in casa mia, o nel paese vicino, o a diecimila chilometri di distanza sostanzialmente non fa differenza: anzi, se è lontano, la sua malattia mi crea angoscia perché mi è più difficile aiutarlo… Dipende da dove poniamo i confini del mondo. Possiamo porli in noi stessi. Possiamo porli nel nostro gruppo (famiglia, partito, razza, paese). Possiamo togliere ogni confine: allora ogni uomo è mio fratello”.
Per questo don Pagniello ha ricordato che per la Caritas i confini non sono dei limiti, ma delle ‘zone di contatto’, cioè “luoghi in cui fare l’esperienza della presenza di Dio perché ci permettono di aprirci agli altri e di capire che c’è Qualcuno che può fare prima, durante e dopo il nostro servizio… I confini sono tessere cruciali nel mosaico che compone la vita e le relazioni umane. L’ambivalenza del termine ‘Ospite’, che definisce sia chi accoglie, sia chi viene accolto, esprime la dinamica relazionale del confine”.
I confini, per don Pagniello, sono ‘identità’ da custodire da coloro i quali vogliono abbatterli per evitare controlli: “Il commercio delle armi non deve essere ‘semplificato’, come nell’intento dei promotori di questa proposta di legge in discussione in Parlamento (voto già avvenuto al Senato, dibattito in corso alla Camera) se non negli interessi diretti di chi queste armi produce e commercia. E questa ‘semplificazione’ non produrrà nessun miglioramento della sicurezza del nostro Paese. Sarà anzi molto più facile che le armi italiane finiscano a Paesi in guerra, le cui pratiche sono in aperta violazione dei diritti umani”.
Ed ecco il motivo per cui il direttore di Caritas italiana ha lanciato la sfida di ‘difendere’ i confini in modo diverso: “I giovani di oggi vogliono pensare e decidere il loro avvenire. Non è legittimo e doveroso da parte nostra, che apparteniamo alla storia e alla cultura del passato, incoraggiare e sostenere i giovani perché accettino questa sfida di civiltà e si misurino con essa per imparare ad amare la patria e a difenderla in modo diverso più umano, più civile, più cristiano di quello delle armi?”
Infatti dalle parole di mons. Nervo nasce l’opportunità di ‘sconfinare’ in quanto ‘tutto è connesso’: “E’ questa l’opportunità di mons. Giovanni Nervo che scegliamo per imparare a connettere i fenomeni, nella consapevolezza che possiamo meglio affrontare le questioni e le sfide locali solo se teniamo in considerazione il contesto globale. ‘Sconfinare’ è, in questo caso, una scelta che ci definisce”.
Per tale motivo Caritas Italiana ha avviato il ‘Coordinamento Europa’, condividendo l’appello di Caritas Europa su cinque priorità in vista delle elezioni del prossimo giugno, proposte per il Parlamento europeo per un’Europa ‘più giusta’: mercati del lavoro e protezione sociale efficaci, accesso garantito a servizi sociali buoni e di qualità, tutela dei diritti umani e della dignità nelle politiche di migrazione e di asilo, finanziamenti costanti per gli attori locali che svolgono attività di sviluppo e umanitarie, politiche globali più eque per lo sviluppo sostenibile, affrontando questioni come la necessità di sistemi alimentari equi e la finanza per il clima.
Infine il Direttore di Caritas Italiana ha rilanciato l’importanza della presenza dei volontari che sono un indicatore dell’efficacia del lavoro di animazione della comunità cui è chiamata la Caritas. Ha richiamato alla necessità di ‘stare nelle complessità’ e ribadito il senso ed il ruolo della Caritas, ad ogni livello, perché l’efficacia della Caritas non si misura sul fare, ma sull’essere: ‘Il nostro fare nasce dal nostro essere’:
“Riconoscere i nostri confini significa imparare a stare sulla soglia, consapevoli dei nostri limiti e potenzialità, disposti a scoprire parti di sé che solo l’Altro può svelare. Animare la comunità, perché sappia custodire il senso profondo dell’umano che affiora nella capacità di abitare il ‘tra’ di un attraversamento che è anche un intrattenersi… Abitare il confine significa essere testimoni di carità, per seminare speranza ed essere segno, sapendo che “la prima opera segno è lo stile con cui facciamo le cose”.
Nella liturgia di apertura mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale del Triveneto, ha sottolineato che la Chiesa è chiamata a non disgiungere carità e giustizia: “La Chiesa è immersa in una dinamica d’amore concreto e senza confini. E nella nostra società è chiamata sempre più a mostrare e indicare che c’è sì la giustizia ma c’è anche la carità (le due dimensioni non vanno confuse ma vanno tenute insieme) e che la vita dell’uomo non può essere ridotta ad una concezione materialista o spiritualista che, di fatto, porterebbero a ridimensionare o umiliare la dignità dell’uomo stesso”.
In questa ‘immersione’ nel mondo la preghiera è il fondamento dell’azione: “La preghiera ci aiuta così a capire, a discernere, ad opporci ad una concezione dell’uomo in cui Dio o è negato o espulso al di fuori delle vicende storiche del nostro oggi che ci interpella come discepoli e discepole del Signore. Una fede disincarnata non è la fede del Vangelo. Cornelio, alla fine, si fida e si affida alla parola di Pietro; non sa ancora di doversi battezzare ma accetta la Parola di Dio ed entrerà, così, nella comunità del Risorto”.
Mentre, introducendo i lavori della giornata di apertura, il presidente di Caritas Italiana, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, ha sottolineato che i confini sono anche occasioni di ‘grazia’: “Domani pomeriggio passeremo un confine, ormai superato dalla storia e che non c’è mai stato fino al Novecento, che divide le due città Gorizia e Nova Gorica, due realtà che l’anno prossimo saranno insieme capitale europea della cultura. Un evento che per il solo fatto di essere stato pensato come possibile è già per noi una grazia. Comprendete quindi che parlare di confini come zone di contatto e non di separazione per noi che abitiamo e viviamo qui non è una questione di principio o di studio, ma è qualcosa che tocca la nostra carne, il nostro cuore e la nostra mente. E’ per noi un tema necessario”.
Prendendo spunto dal saluto in tre lingue mons. Redaelli ha spiegato che i confini sono stati spesso separazioni dolorose: “Le tre lingue ci fanno entrare immediatamente nel tema del nostro convegno, perché indicano comunque dei confini linguistico-culturali ben precisi.
Confini che nella storia del secolo scorso, intrecciandosi con i confini voluti e approfonditi dai nazionalismi e dalle ideologie totalitarie, hanno ferito gravemente questa terra e soprattutto hanno scavato nei cuori e nelle menti dei confini ancora più difficili da valicare rispetto a quelli fisici”.
(Foto: Caritas Italiana)





























