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Papa Leone XIV a Napoli: per il card. Battaglia è un viaggio che dà speranza
Nelle settimane scorse è stata presentata la visita apostolica che papa Leone XIV compirà venerdì 8 maggio all’arcidiocesi e alla città di Napoli con lo slogan ‘Camminava con loro’, versetto tratto dal racconto dei discepoli di Emmaus, che è lo stesso brano biblico che sorregge e ispira gli ‘Orientamenti pastorali del XXXI Sinodo della Chiesa di Napoli’, il documento programmatico consegnato dal card. Mimmo Battaglia alla diocesi nello scorso settembre, innestandosi nel cammino sinodale dell’arcidiocesi, come ha dichiarato l’arcivescovo della città: “Scegliendo Napoli per il suo primo anniversario, il Santo Padre non viene a celebrare un’istituzione, ma viene a farsi pellegrino tra le nostre contraddizioni, tra la bellezza che incanta e le ferite che ancora sanguinano”.
Presentando la visita apostolica l’arcivescovo ha sottolineato la data di tale visita: “Papa Leone XIV non viene tra noi come un potente della terra che conta eserciti o mercati; viene come un pellegrino di pace, un uomo di Vangelo… Sceglie noi, sceglie questa terra di ‘vicoli e di mare’, dove la bellezza convive con il fango, dove la speranza è un esercizio quotidiano di resistenza… La sua presenza è un invito a dire che c’è un’altra strada rispetto alla violenza e all’indifferenza. Perché il volto di Cristo lo ritroviamo negli occhi dei piccoli e di chi abita le periferie dell’anima”.
A pochi giorni da questa visita abbiamo chiesto al card. Mimmo Battaglia di raccontarci il sentimento della popolazione in questo momento di attesa:“C’è gioia, e c’è anche qualcosa che va oltre la gioia. Quando giro per la città, quando incontro le persone nelle parrocchie, percepisco un desiderio vero: quello di essere raggiunti. Non visitati, ma raggiunti. E questo fa la differenza.
Napoli non ha bisogno di eventi. Ha bisogno di incontri. E la visita di papa Leone è proprio questo: un incontro. Il Vescovo di Roma viene a camminare con noi, porta uno sguardo e una parola. Sento anche una responsabilità forte: che tutto non si disperda, che non diventi spettacolo. Il nostro compito è custodire questo tempo, consegnarlo integro. Perché ciò che vedo nelle persone non è semplice curiosità. E’ speranza”.
Nel primo messaggio diffuso appena fu comunicata la visita del Papa lei ha scritto: ‘Napoli non è solo un luogo geografico. E’ una condizione umana’. Cosa vuol dire esattamente con queste parole e da dove nasce questa convinzione?
“Vuol dire che Napoli non si capisce sulle mappe. Si capisce sulla pelle. E’ una città che porta dentro di sé tutto: la bellezza e il dolore, la festa e il lutto, la speranza e la rassegnazione. Questa città non ti lascia neutrale. Ti chiede da che parte stai. E quando ci stai davvero, vedi l’umanità intera con le sue fatiche e i suoi desideri. Napoli è uno specchio. E spesso mostra ciò che altrove si preferisce non guardare. E’ la prossimità che lo insegna: lo stare, l’ascolto, il tempo condiviso con la gente”.
Quali speranze concrete la città nutre per questa visita e cosa si aspetta che cambi dopo il passaggio del papa?
“Non credo che una visita, da sola, cambi la storia di una città. Ma credo che una parola, quella giusta, quella vera, possa cambiare il modo in cui una città si racconta. E questo è già molto. Napoli ha bisogno di essere vista. Ed un papa che si ferma, che non classifica, che non archivia, è già una risposta. Questo sguardo (ne sono certo) qualcosa muoverà. Dentro le persone, nel profondo, lì dove le cose cambiano davvero.Prima ancora che nella storia della città, nella storia di ciascuno”.
Nell’anno giubilare è stato aperto il Polo della Carità, ‘Casa Bartimeo’, per le persone più fragili della città: per quale motivo ed a chi si rivolge?
“”Bartimeo era cieco. Stava ai margini della strada. E quando Gesù passò, gridò. Non si rassegnò. Gridò. E Gesù si fermò. ‘Casa Bartimeo’ nasce da qui: dalla convinzione che il grido di chi è ai margini non vada spento, ma accolto. E’ una casa che si rivolge a chi non ha casa, a chi ha perso la strada, a chi la società ha già archiviato. Non è un progetto assistenziale. E’ un gesto evangelico. Ed è anche una domanda per la Chiesa di Napoli: siamo ancora capaci di fermarci? Di fare nostra la domanda di Gesù: ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’ Non è retorica. E’ il cuore di tutto”.
In quale modo è possibile, oggi, generare bellezza attraverso le ‘opere segno’ e quali sono gli esempi più significativi in questa direzione?
“La bellezza, in una città che ha imparato a convivere con il degrado, è una provocazione. E’ un gesto che disturba, che non lascia le cose come stanno. Le ‘opere segno’ nascono da questa convinzione: si può vivere diversamente, e farlo concretamente vale più di tante parole. Penso al MuDD, il Museo Diocesano Diffuso. L’arte non resta ferma ad aspettare, ma si fa prossimità, annuncio, evangelizzazione. Un museo che non nasce per chi viene a visitare la città, ma per chi la abita, per chi ci costruisce la propria vita ogni giorno. Perché la bellezza non è un privilegio di pochi. Quando la portiamo in un luogo ferito, stiamo dicendo a chi lo abita che è degno di essa. E questo, già di per sé, è una forma di Vangelo”.
(Tratto da Aci Stampa)


























