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L’eredità di Margaret Thatcher (1925-2013), a cento anni dalla nascita
Per commemorare il centenario della nascita (13 ottobre 1925-2025) della premier conservatrice britannica Margaret Thatcher, la casa editrice Liberilibri, fondata nel 1986 a Macerata dall’editore Aldo Canovari (1946-2023) e dallo “storico” Sindaco della cittadina marchigiana (dal 1981 al 1987 e dal 1992 al 1993) Carlo Cingolani, ha pubblicato il libro La donna che ha cambiato il mondo. Margaret Thatcher e la sua eredità (a cura di Luca Bellardini, Macerata 2025, pp. 176, € 16).
Il saggio, con prefazione (pp. 15-24) di Federico Carli, Presidente dell’Associazione di cultura economica e politica “Guido Carli” e professore straordinario di Politica economica presso l’Università Guglielmo Marconi, propone una discussione sulla figura e sull’eredità politica di una delle leader più influenti del Novecento.
Con i cinque autori che, oltre a Bellardini, mettono a disposizione di questo progetto editoriale i loro scritti (Elvira Cerritelli, Domenico Maria Bruni, Daniele Meloni, Lorenzo Castellani e Cosimo Magazzino), è analizzato l’impatto delle riforme liberali promosse dalla “Lady di Ferro” (liberalizzazioni, privatizzazioni e un nuovo rapporto tra Stato, mercato e individuo che ridisegnarono il volto del Regno Unito e ne rilanciarono la competitività) ma, soprattutto, il coraggio, la determinazione e la fiducia nella libertà economica che le hanno consentito di trasformare un’epoca e continuano a offrire spunti di riflessione sul presente.
Ma perché ricordare Margaret Thatcher a un secolo dalla nascita? Non solo per le sue politiche, capaci di guarire un Regno Unito che era “il grande malato d’Europa”, ridando forza all’orgoglio britannico dopo decenni di stagnazione, ma anche per la validità delle sue opinioni, sintesi efficace e originale di etica vittoriana, liberalismo classico e conservatorismo anglosassone.
«L’economia è soltanto il mezzo», ebbe a dire in una celebre circostanza la Lady di Ferro, «l’obiettivo è cambiare la mente e l’anima», difendendo le democrazie e le società di mercato minacciate dal socialismo.
I sei saggi contenuti nel libro vanno del resto alla radice della visione thatcheriana, del suo impatto contingente e della sua eredità nel tempo, ispiratrice per la soluzione di molti problemi contemporanei, dall’oppressione di uno Stato onnipotente all’atomismo provocato dall’assenza di un ethos nazionale e dalla fragilità di un individuo senza-famiglia e massificato.
Ne emerge, contro le frequenti semplificazioni e demonizzazioni del personaggio, il profilo di una donna del popolo della provincia inglese – la “figlia del droghiere” divenuta primo ministro grazie al suo intelletto, al suo carisma, alla sua determinazione –, capace quasi sola (a livello politico) di difendere il bene più prezioso di tutti nel suo Paese: la libertà.
Da segnalare fra gli altri il capitolo firmato dal giornalista esperto di politica estera e, in particolare, britannica Daniele Meloni, dal titolo La Fede e Mrs. Thatcher (pp. 59-75). Inizia, infatti, ricordando una circostanza poco conosciuta, ovvero le parole che la Thatcher pronunciò nel momento in cui varcò per la prima volta, il 4 maggio 1979, la porta del numero 10 di Downing Street: «Vorrei citare le parole di san Francesco d’Assisi: “Dove c’è la discordia, che io possa portare l’armonia. Dove c’è errore, che io possa portare la verità. Dove c’è il dubbio, che io possa portare la fede. E dove c’è la disperazione, che io possa portare la speranza», disse. E non fu quella la sola occasione in cui la Lady di Ferro ebbe modo di testimoniare, nel successivo lungo periodo della premiership (1979-1990), «la sua fede evangelico metodista», che «la aiutò a forgiare quello che poi diventò il thatcherismo» (p. 61).
Nonostante la rottura del rapporto plurisecolare del partito Tory con l’Alta Chiesa d’Inghilterra, l’Established Church, la chiesa bicefala che ha come capo temporale il monarca del Regno Unito e come capo spirituale l’arcivescovo di Canterbury, la premier non smise infatti di considerarsi appartenente a tutti gli effetti alla Church of England. Accusata dalla Thatcher e dai suoi più stretti collaboratori di emanare «pura teologia marxista» (almeno nei suoi esponenti più “sociali”), la crisi della Chiesa anglicana portò comunque con sé la crisi del senso religioso e dei valori spirituali tout court. Tanto che alla fine dei 12 anni di Governo, come rileva Meloni, «la predicazione dei suoi valori evangelici subì quella che si può definire eterogenesi dei fini. Thatcher non creò un Paese più industrioso e devoto ma, al contrario, un’epoca marcata dall’edonismo, dal consumismo sul modello americano e dagli yuppies» (pp. 73-74).




























