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Marcinelle: dopo 70 anni non disperdere il ricordo dei morti

L’8 agosto 2026 si ricordano i 70 anni dalla tragedia di Marcinelle: morirono 262 persone nella miniera di Bois de Cazier, tra cui 136 italiani. E’ per questo motivo che dal 2001 è stata indetta in questa data la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo; e, ora, l’Unione europea vuole trasformare l’8 agosto in una Giornata europea in memoria delle vittime degli infortuni sul lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori. E’ poi di poche settimane fa la notizia che sono state identificate due nuove vittime tra i 14 corpi a cui non era ancora stato possibile dare un nome, come ha commentato il direttore della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, che ha compiuto una visita in Belgio per incontrare gli emigranti italiani:

“Nel 2026 c’è una concomitanza particolarmente significativa perché abbiamo da poco ricordato gli 80 anni della Repubblica italiana e quelli dell’Accordo italo-belga ‘uomini contro carbone’. Uno snodo delicato del secondo dopoguerra italiano ed europeo”.

Infatti Luigi Dal Cin, nel suo recente racconto ‘Pregiudizio e riscatto’ contenuto nel volume ‘Tondi orizzonti. Emigranti italiani nel mondo’ (Fondazione Migrantes/Terre di Mezzo editore, 2026), ha sintetizzato i contenuti del protocollo pensato per far rinascere i due Paesi, dopo la rovina della guerra. Ma anche la strage di Marcinelle è ‘figlia’ di quell’iniziativa:

“I belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946, fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di emigrazione assistita, termine edulcorato rispetto al trattamento amaro riservato a chi emigrava”.

Ed il direttore della Fondazione Migrantes ricorda le condizioni impossibili di chi lavora in terra ‘straniera’: “Una volta mi sono trovato in Abruzzo, nel cimitero di Manoppello. C’erano tante tombe di defunti nella tragedia di Marcinelle: quanti italiani per anni hanno lavorato in condizioni impossibili, vivendo in abitazioni totalmente inadeguate? Quanti italiani prima di Marcinelle non potevano entrare nei bar belgi? Oggi sono parte integrante della società.

Non possiamo non pensare a come accogliamo noi chi arriva in Italia in cerca di un futuro migliore, che garanzie di lavoro e quali possibilità alloggiative offriamo. Pensiamo allo sgombero della tendopoli di San Ferdinando in Calabria avvenuto nei giorni scorsi. Quanto c’è ancora da imparare da Marcinelle!”

Marcinelle, per la Fondazione Migrantes, è anche il richiamo a uno dei suoi compiti pastorali, quello di sostenere i missionari per gli italiani all’estero: “In quel momento così tragico la Chiesa ebbe un ruolo importante: sacerdoti, religiosi e religiose e quanti potevano con generosità si fecero accanto a tante donne, mogli, mamme, sorelle, figlie rimaste senza mariti, figli, fratelli e padri. E quanto la Chiesa ha aiutato anche a fare da collante con la società belga!”

L’esperienza sul campo e la ricerca della Fondazione Migrantes sottolineano da tempo l’urgenza che il nostro passato e il nostro presente di emigrazione si parlino e siano uno stimolo per superare stereotipi e pregiudizi, ancora presenti quando parliamo in generale di mobilità umana:

“Marcinelle ci ricorda con un’attualità che deve sollecitare tutti, tre capisaldi della convivenza umana, che sono da tempo consolidati anche nella voce del Magistero della Chiesa: il diritto a un lavoro sicuro e a un alloggio decoroso; la dignità di tutti i migranti e il primato della persona sul profitto”.

Alla memoria di Marcinelle dà voce anche ‘Gli ultimi minatori. 8 agosto Marcinelle’, un podcast realizzato dall’Associazione ‘Nembresi nel mondo’, scritto e narrato da Paolo Riva e Diego Ravier, con sound design e musiche di Angelo Miotto, prodotto da ‘Intrecci media’ con il contributo di Fondazione Cariplo, in collaborazione con Cooperativa Impresa Sociale ‘Ruah’ di Bergamo e anche con la Fondazione Migrantes.

Il podcast raccoglie le voci di numerosi ex minatori italiani emigrati in Belgio, per non perdere il racconto diretto di una generazione che ha conosciuto la miseria e l’emigrazione, le discriminazioni e il sacrificio, ma anche la soddisfazione e l’orgoglio di una vita costruita lontano da casa. Tra le voci del podcast c’è anche quella di Lino Rota, ex minatore e soccorritore, che ricorda ciò che vide scendendo nelle gallerie alla ricerca dei sopravvissuti. E’ disponibile su tutte le principali piattaforme di ascolto.

Inoltre, in occasione dell’anniversario torna in libreria, con una nuova prefazione, il racconto-reportage di Paolo Di Stefano, uscito in prima edizione nel 2011, nel quale il giornalista del ‘Corriere della sera’, ha scavato tra testimonianze, documenti e ricostruzioni di quella che chi ne ha subìto le conseguenze (perdendovi un padre, un marito, un figlio o un fratello) ha chiamato ‘La catastròfa’.

Orfani, vedove, parenti, soccorritori, luoghi, documenti e diari sono le voci che Di Stefano registra nel suo reportage. C’è chi, dopo il trauma, è rimasto in Belgio: come Assunta che dapprima parla francese con l’ospite venuto a casa sua a rivangare il passato, ma poi si scioglie, ricostruendo quella mattina di dolore e lo sconvolgimento che attanagliò maman e loro, i bambini fissi davanti al cancello della miniera: “Ogni volta che si avvicinava una bicicletta dicevamo ‘Ecco papà nostro che sta arrivando sulla sua bicicletta, ecco che sta arrivando papà nostro’, finché abbiamo compreso che papà nostro non tornava più”.

L’autore mette in fila anche le deposizioni dell’inchiesta come quella dell’ingabbiatore Antonio Iannetta, addetto al carrello richiamato in superficie prematuramente per errore e che ha innescato l’inferno. Testimone diretto, fatto partire subito per il Canada. Il cronista ascolta voci rassegnate, ancora traumatizzate, ma anche combattive. Come Peppe, minatore siciliano che a Marcinelle ha perso un fratello e tutti i compagni della ‘mina’.

Il libro è un coro di voci, con il tempo sempre più esiguo, che “ambisce a farsi memoria collettiva. Agli storici il compito di vagliare e semmai di giudicare, ma ai testimoni l’ascolto e la dignità che meritano per non farli morire di nuovo”.

Il libro era stato pensato, quando uscì la prima volta nel 2011, per conservare sulla pagina le voci degli ultimi sopravvissuti, delle vedove, degli orfani e dei soccorritori. Il proposito si rinnova con forza ancora maggiore oggi: nel settantesimo della tragedia. Marcinelle, Belgio, 8 agosto 1956. La catastròfa (un misto di francese e italiano) è l’incendio scoppiato a 975 metri sottoterra in una miniera del distretto carbonifero di Charleroi: 262 morti, 136 giovani italiani, caduti per una banale disattenzione ma uccisi anche dalle misere condizioni di lavoro e dalla disorganizzazione.

La nuova edizione aggiunge quattro capitoli i cui protagonisti sono un soccorritore bergamasco oggi quasi centenario, un eroico comandante partigiano morto in miniera per uno scambio di turno, un ragazzo emiliano con le sue lettere inviate ai genitori, alcune straordinarie figure di vedove-bambine.

Nel volume il lettore è accompagnato nei cunicoli in fiamme e in superficie tra i pianti delle donne e dei bambini, il frastuono dei soccorsi, l’incredulità generale. Non mancano le denunce sull’inchiesta parziale e sui processi farsa che seguirono, sull’assenza dello Stato italiano che 10 anni prima aveva siglato con il Belgio un accordo di scambio uomini-carbone, come scrive l’autore:

“Pochi mesi dopo i nostri ministri si sarebbero impegnati a inviare nei 5 bacini petroliferi belgi 2000 minatori alla settimana. Senza chiedere nessuna sicurezza sul lavoro”, con il risultato che dal 1946 al 1963 i morti italiani nelle miniere belghe saranno 867. Il 1956 è l’anno peggiore. Il sistema del cottimo spingeva i minatori a rischiare la pelle pur di guadagnare più dei 320 franchi di base che bastavano appena.

Papa Leone XIV: da una richiesta arriva la salvezza

“Dal Sudan, in particolare dal Darfur, giungono notizie drammatiche. A El Fasher, numerosi civili sono intrappolati nella città, vittime di carestia e violenze. A Tarasin, una frana devastante ha causato moltissimi morti, lasciando dietro di sé dolore e disperazione. E, come se non bastasse, la diffusione del colera minaccia centinaia di migliaia di persone già stremate. Sono più che mai vicino alla popolazione sudanese, in particolare alle famiglie, ai bambini e agli sfollati. Prego per tutte le vittime.

Rivolgo un appello accorato ai responsabili e alla comunità internazionale, affinché siano garantiti corridoi umanitari e si attui una risposta coordinata per fermare questa catastrofe umanitaria. E’ tempo di avviare un dialogo serio, sincero e inclusivo tra le parti, per porre fine al conflitto e restituire al popolo del Sudan speranza, dignità e pace”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV, ricordando le vittime di una frana avvenuta a Tarasin, ha lanciato un appello per l’apertura di corridoi umanitari ed una risposta coordinata per mettere fine alle emergenze del popolo sudanese.  

Mentre ai pellegrini polacchi ha chiesto di pregare per i bambini e per i giovani che in questo mese ritornano a scuola e per i loro insegnanti: “Settembre sia un mese di preghiera per i bambini e i giovani che tornano a scuola e per coloro che si prendono cura della loro istruzione. Chiedete per loro, per intercessione dei Beati, e presto Santi, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, il dono di una fede profonda nel loro cammino di maturazione”.

Invece nella meditazione del ciclo di catechesi sulla Pasqua il papa si è soffermato sulla parola ‘Ho sete!’, pronunciata da Gesù sulla croce: “Nel cuore del racconto della passione, nel momento più luminoso e insieme più tenebroso della vita di Gesù, il Vangelo di Giovanni ci consegna due parole che racchiudono un mistero immenso: ‘Ho sete’, e subito dopo: ‘E’ compiuto’. Parole ultime, ma cariche di una vita intera, che svelano il senso di tutta l’esistenza del Figlio di Dio. Sulla croce, Gesù non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore. Non proclama, non condanna, non si difende. Chiede, umilmente, ciò che da solo non può in alcun modo darsi”.

Per il papa questa esclamazione di Gesù rappresenta un grido di amore: “La sete del Crocifisso non è soltanto il bisogno fisiologico di un corpo straziato. E’ anche, e soprattutto, espressione di un desiderio profondo: quello di amore, di relazione, di comunione. E’ il grido silenzioso di un Dio che, avendo voluto condividere tutto della nostra condizione umana, si lascia attraversare anche da questa sete. Un Dio che non si vergogna di mendicare un sorso, perché in quel gesto ci dice che l’amore, per essere vero, deve anche imparare a chiedere e non solo a dare”.

E’ un esclamazione di aiuto e perciò di salvezza comunitaria: “Nessuno di noi può bastare a sé stesso. Nessuno può salvarsi da solo. La vita si ‘compie’ non quando siamo forti, ma quando impariamo a ricevere. E proprio in quel momento, dopo aver ricevuto da mani estranee una spugna imbevuta di aceto, Gesù proclama: è compiuto. L’amore si è fatto bisognoso, e proprio per questo ha portato a termine la sua opera”.

Ecco il motivo per cui Dio salva attraverso l’aiuto dell’altro: “Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico. La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere con umiltà il proprio bisogno e nel saperlo liberamente esprimere”.

Quindi non è un atto di ‘forza’: “Il compimento della nostra umanità nel disegno di Dio non è un atto di forza, ma un gesto di fiducia. Gesù non salva con un colpo di scena, ma chiedendo qualcosa che da solo non può darsi. E qui si apre una porta sulla vera speranza: se anche il Figlio di Dio ha scelto di non bastare a sé stesso, allora anche la nostra sete (di amore, di senso, di giustizia) non è un segno di fallimento, ma di verità”.

L’azione di Dio è un capovolgimento della nostra mentalità: “Questa verità, apparentemente così semplice, è difficile da accogliere. Viviamo in un tempo che premia l’autosufficienza, l’efficienza, la prestazione. Eppure, il Vangelo ci mostra che la misura della nostra umanità non è data da ciò che possiamo conquistare, ma dalla capacità di lasciarci amare e, quando serve, anche aiutare”.

Ecco il motivo per cui l’amore passa attraverso il perdono: “Gesù ci salva mostrandoci che chiedere non è indegno, ma liberante. E’ la via per uscire dal nascondimento del peccato, per rientrare nello spazio della comunione. Fin dall’inizio, il peccato ha generato vergogna. Ma il perdono, quello vero, nasce quando possiamo guardare in faccia il nostro bisogno e non temere più di essere rifiutati”.

Quindi la sete stimola a cercare l’acqua: “La sete di Gesù sulla croce è allora anche la nostra. E’ il grido dell’umanità ferita che cerca ancora acqua viva. E questa sete non ci allontana da Dio, piuttosto ci unisce a Lui. Se abbiamo il coraggio di riconoscerla, possiamo scoprire che anche la nostra fragilità è un ponte verso il cielo. Proprio nel chiedere (non nel possedere) si apre una via di libertà perché smettiamo di pretendere di bastare a noi stessi”.

E’ un’apertura alla fraternità: “Nella fraternità, nella vita semplice, nell’arte di domandare senza vergogna e di offrire senza calcolo, si nasconde una gioia che il mondo non conosce. Una gioia che ci restituisce alla verità originaria del nostro essere: siamo creature fatte per donare e ricevere l’amore”.

In conclusione il papa ha esortato a chiedere quando siamo nel bisogno: “Cari fratelli e sorelle, nella sete di Cristo possiamo riconoscere tutta la nostra sete. E imparare che non c’è nulla di più umano, nulla di più divino, del saper dire: ho bisogno. Non temiamo di chiedere, soprattutto quando ci sembra di non meritarlo. Non vergogniamoci di tendere la mano. E’ proprio lì, in quel gesto umile, che si nasconde la salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

L’associazionismo cattolico: mai più Hiroshima e Nagasaki

“In modo particolare, esprimo i miei sentimenti di rispetto e affetto per i sopravvissuti di hibakusha, le cui storie di perdita e sofferenza sono un appello tempestivo a tutti noi per costruire un mondo più sicuro e promuovere un clima di pace. Sebbene siano passati molti anni, le due città rimangono ricordi viventi dei profondi orrori causati dalle armi nucleari. Le loro strade, scuole e case portano ancora cicatrici (visibili e spirituali) da quel fatidico agosto del 1945. In questo contesto, mi affretto a ribadire le parole così spesso usate dal mio amato predecessore papa Francesco: La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità”.

Così inizia il messaggio che papa Leone XIV ha inviato a mons. Shirahama, vescovo di Hiroshima, per l’80^ anniversario del lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, riprendendo un pensiero  di un sopravvissuto, il dott. Takashi Nagai, che ha lasciato scritto: questa frase: ‘’La persona dell’amore è la persona del ‘bravery’ che non porta le armi’: “In effetti, la vera pace richiede la coraggiosa deposizione di armi, specialmente quelle con il potere di provocare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra umanità condivisa e tradiscono anche la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”.

Citando ancora papa Francesco nella lettera scritta nel 2023 al vescovo di Hiroshima, papa Leone XIV ha definito Hiroshima e Nagasaki ‘simboli della memoria’: “Nel nostro tempo di crescenti tensioni e conflitti globali, Hiroshima e Nagasaki si ergono come ‘simboli della memoria’, che ci esorta a respingere l’illusione della sicurezza fondata sulla distruzione reciproca assicurata. Dobbiamo invece forgiare un’etica globale radicata nella giustizia, nella fraternità e nel bene comune”.

Oggi, mentre si celebrano gli 80 anni dal primo uso bellico del nucleare, l’atomica non è più un fungo che si leva nel cielo, ma una nuvola invisibile che penetra nel sangue e nella psiche umana, in quanto le guerre odierne (dall’Ucraina al Medio Oriente) rimettono in circolo parole come ‘arma tattica’ e ‘deterrenza’, come hanno sottolineato Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, Matteo Fadda, presidente nazionale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Francesco Scoppola e Roberta Vincini, Presidenti nazionali AGESCI, Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, responsabili nazionali del Movimento dei Focolari Italia, e mons Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, in un messaggio in cui chiedono al Parlamento italiano di prendere posizione contro la ‘corsa’ al riarmo:

“Nel giorno in cui il mondo ricorda con dolore e vergogna il bombardamento atomico di Hiroshima, rilanciamo con forza l’appello al Parlamento e al Governo italiano: si ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e si prenda una posizione chiara contro la folle corsa al riarmo in atto nel nostro tempo”.

Il Trattato, entrato in vigore il 22 gennaio 2021, è una “svolta storica nella costruzione di un ordine mondiale fondato non sulla deterrenza della distruzione, ma sulla responsabilità condivisa, sul diritto internazionale e sul primato della vita umana”.

Per questo le associazioni richiamano il pensiero di pace di papa Francesco e papa Leone XIV: “Papa Francesco aveva affermato con chiarezza che è immorale non solo l’uso, ma anche il possesso e la produzione delle armi nucleari. Anche papa Leone XIV ha recentemente rimarcato che ‘la prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro’”.

E mettono in guardia coloro che ancora ‘gioca’ sulla deterrenza’: “La logica della deterrenza non garantisce la pace, ma perpetua il pericolo. E’ una logica antica, che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte alle sfide globali, alle interdipendenze planetarie, alla necessità di salvare l’umanità dalla distruzione ecologica e nucleare”.

Per questo le associazioni cattoliche chiedono all’Italia di prendere posizione contro il riarmo nucleare: “L’Italia, Paese che ha fatto della pace un principio costituzionale e un tratto distintivo della sua presenza internazionale, faccia una scelta coraggiosa e lungimirante: aderire al TPNW, schierarsi per il disarmo nucleare, investire nella diplomazia, nella cooperazione e nella sicurezza condivisa. L’alternativa si chiama complicità e, di certo, porta ad un mondo meno sicuro, ad un futuro meno rispettoso della dignità umana”.

L’adesione a questo trattato dell’ONU per le associazioni è un chiaro messaggio di pace al mondo: “In un tempo in cui la guerra sta interessando direttamente l’Europa e il vicino Oriente, con la sua scia di orrori e di distruzioni, ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, come da anni chiediamo in sintonia con la Campagna ‘Italia, ripensaci!’, rappresenterebbe un forte messaggio di pace e un preciso invito, rivolto anche agli altri paesi Nato, ad abbandonare la logica della deterrenza nucleare”.

Il messaggio si chiude con l’invito alla politica alla responsabilità di mettere al bando le armi nucleari: “Questo è il tempo della responsabilità. Questo è il tempo di dire: mai più Hiroshima. Mai più armi nucleari”.

In aumento la fame nel mondo

fame in Africa

Una persona su undici nel mondo, una persona su cinque in Africa: è il numero di quanti soffrono di insicurezza alimentare nel mondo, emergenza che eventi climatici estremi e guerre hanno fatto crescere di oltre il 26% in quattro anni. I progressi mondiali nella lotta alla fame stanno rallentando in modo preoccupante, allontanando sempre più l’obiettivo ‘Fame Zero’ entro il 2030, come ricorda l’Indice globale della Fame 2024 (Ghi), tra i principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, curato da Cesvi per l’edizione italiana e redatto annualmente da Welthungerhilfe e Concern Wordlwide.

Nel 2023 sono state 733.000.000 persone hanno sofferto la fame; quasi 3.000.000.000 non hanno potuto permettersi una dieta sana a causa dell’aumento dei prezzi alimentari e della crisi del costo della vita. Secondo il GHI (Indice Globale della Fame) di quest’anno la fame risulta ancora allarmante o acuta in 42 Paesi. Quest’anno il punteggio GHI del mondo è di 18.3, ovvero fame a livello moderato. In 6 Paesi (Somalia, Burundi, Ciad, Madagascar, Sud Sudan e Yemen), nonostante i miglioramenti in alcuni di essi, è stato riscontrato un livello di fame ancora allarmante e in ulteriori 36 un livello di fame grave.

Nello scorso anno si sono verificate 399 catastrofi naturali, più di 1 al giorno. Questi eventi hanno provocato 86.473 morti e colpito 93.100.000 persone, causando 202.700.000.000 di perdite economiche. Gli eventi meteorologici estremi, in particolare, nell’ultimo anno hanno peggiorato i livelli di fame in 18 Paesi, facendo precipitare in condizioni di insicurezza alimentare acuta oltre 72 milioni di persone, 15.000.000 in più rispetto al 2022.

A peggiorare la situazione alimentare mondiale anche le guerre e i conflitti armati, come dimostra il caso emblematico della Striscia di Gaza, che in meno di un anno ha visto il 96% della popolazione (2.015.000 persone) precipitare nell’insicurezza alimentare catastrofica o acuta.

Le operazioni militari hanno rapidamente devastato le infrastrutture agricole e di pesca del territorio e inferto un duro colpo anche all’allevamento in Terra Santa, secondo il racconto degli operatori del CESVI: “Quasi il 68% dei terreni agricoli di Gaza è stato danneggiato, riducendo drasticamente la produzione di cibo. Il 52,5% dei pozzi agricoli (1.188) e 44% delle serre sono stati gravemente compromessi, le attività agricole sono quasi totalmente interrotte e molte aree sono contaminate da ordigni inesplosi: si stima che ci potrebbero volerci fino 14 anni per eliminare tutte le minacce esplosive.

Le attività di pesca sono state gravemente compromesse a causa del blocco navale e degli attacchi alle imbarcazioni, riducendo notevolmente la disponibilità di pesce, una risorsa alimentare cruciale per Gaza. Gravissima anche la situazione degli allevamenti con il 95% del bestiame andato perduto. La distruzione di infrastrutture vitali come le riserve idriche e le strutture di trattamento dell’acqua ha ulteriormente aggravato la crisi: l’accesso limitato all’acqua potabile ha aumentato il rischio di malattie legate alla malnutrizione e alle condizioni igieniche carenti.

Inoltre nell’ultimo anno i conflitti armati hanno peggiorato i livelli di fame in ben 20 Paesi, trascinando quasi 135.000.000 persone nell’insicurezza alimentare acuta a causa della combinazione di scontri prolungati, blocchi economici e distruzione di terreni agricoli: “La situazione è poi particolarmente critica in Sudan, Paese che sta affrontando un’emergenza fame di dimensioni mai viste dai tempi della crisi del Darfur dei primi anni 2000: l’escalation del conflitto, la distruzione deliberata del sistema alimentare del Paese, la perturbazione dei meccanismi di adattamento della popolazione e la difficoltà di accesso degli aiuti umanitari hanno portato il Paese sull’orlo della carestia.

Attualmente sono oltre 20.300.000 le persone che affrontano alti livelli di insicurezza alimentare acuta, con un aumento di 8.600.000 in un solo anno. Qui CESVI sta intervenendo con l’obiettivo di fornire assistenza salvavita alle popolazioni vulnerabili colpite dal conflitto attivo garantendo sicurezza alimentare, nutrizione, acqua e servizi igienico-sanitari, oltre a fornire una programmazione integrata multisettoriale a lungo termine”.

Il devastante effetto dei conflitti sulla malnutrizione non risparmia l’Europa: anche l’Ucraina a causa della guerra nell’ultimo anno ha visto peggiorare il proprio punteggio GHI sulla malnutrizione.

Fermare lo scontro in Terra Santa

Sabato 21 ottobre l’esercito israeliano ha lanciato volantini sull’intero nord della striscia di Gaza, ordinando l’immediata ‘evacuazione’, dichiarando le vite dei residenti a rischio e affermando esplicitamente che ‘chiunque scelga di non lasciare il nord della Striscia di Gaza per andare verso il sud, oltre il fiume Wadi Gaza, sarà considerato complice di un’organizzazione terrorista’. Inoltre il lancio dei volantini era stato preceduto, una settimana prima, da un ultimatum che avvisava 1.100.000 persone a dirigersi verso sud, come ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi:

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