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Max Paiella: per san Francesco d’Assisi l’umorismo rende felice

Nell’ultimo weekend di ottobre Tolentino è stata il palcoscenico di ‘Biennale Off’, una kermesse di due giorni con spettacoli, talk, visite guidate e molto altro nel segno del sorriso e del buonumore, nell’ambito della 33^ Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte, concorso a premi organizzato dal comune di Tolentino iniziata nel 1961 grazie all’intuizione del sindaco, dott. Luigi Mari, il cui tema di questa edizione è ‘La comicità involontaria’, ovvero tutte quelle gaffe, errori, lapsus, azioni maldestre che inavvertitamente diventano comici, a volte ridicoli o grotteschi, ma sempre esilaranti. La reazione di chi vi assiste è la risata, pura e sadica, come ha specificato il direttore artistico, Enrico Maria Davòli, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e Storia del Design all’Accademia di Belle Arti di Bologna:

“L’umorismo, se opportunamente veicolato, può diventare anche una forma di arte, in quanto esiste una capacità, che l’umorismo possiede, di tenere insieme la nostra esistenza quotidiana con un’espressione intenzionale artistica, che si ottiene coltivando determinate attitudini, che possono contemplare anche il tema dell’umorismo e della comicità. L’umorismo ha la capacità di mettere a contatto le persone con la realtà. In questa esposizione il tema della convivenza tra le culture incontra molto quello dell’umorismo. L’umorismo è un buon termometro delle relazioni. L’umorismo ci costringe a ripartire ed a comprendere che un momento di crisi può diventare una buona ripartenza davanti  ad avvenimenti che ci frastornano”.

La Biennale si articola in due sezioni, una dedicata all’arte umoristica, l’altro alla caricatura di personaggi illustri; in tutto hanno partecipato 460 artisti da tutto il mondo in rappresentanza di 59 nazioni, per un totale di 1.472 opere inedite e potrà essere visitata fino al 6 gennaio 2026, al Castello della Rancia, inaugurata dal conduttore del programma radiofonico ‘Il Ruggito del Coniglio’ ed autore di ‘Umorismo felice’, Max Paiella a cui è stato conferito il riconoscimento ‘Accademia dell’Umorismo 2025’, che nelle edizioni precedenti è stato attribuito a Mordillo, Tullio Altan, Oreste Del Buono, Emilio Giannelli, Jean Michel Folon, Michele Serra, Ronald Searle, Bruno Bozzetto, Pablo Echaurren, Ro Marcenaro, Arturo Brachetti e Luca Beatrice.

Innanzitutto quale atmosfera ha vissuto a Tolentino?

“E’ stata un’atmosfera molto bella, perché uno spettacolo all’aperto con il pubblico è sempre coinvolgente, ma qui c’è il Castello della Rancia, che è il castello del grano. Ho ritrovato lo stesso nome in altre zone italiane, ad esempio in Basilicata, dove c’è il parco della Grancìa. Sempre si parla dei depositi del grano. Quindi è fondamentale recuperare questo rapporto con la terra e con le nostre radici, perché questo periodo che stiamo vivendo è dispersivo:  rischiamo di essere come alberi sradicati.

Però, più che recupero storico, è importante recuperare la nostra ‘verità’, come diceva Pier Paolo Pasolini; in questo senso è fondamentale anche il recupero dei dialetti. Inoltre ho ricevuto anche il premio accademico legato all’umorismo, che è molto importante nella vita, in quanto lo humor è la lente più importante per guardare la realtà. In qualche maniera l’umorismo è la capacità di ridere sulle azioni compiute dall’essere umano, senza emettere un giudizio, ma volendogli bene. Il senso dell’umorismo è in qualche maniera un messaggio molto serio, anche se si serve della comicità e dello sberleffo”.

Ma non è un paradosso affermare che l’umorismo è serio?

“No! E’ un messaggio molto serio al tal punto che mi fa pensare a san Francesco d’Assisi ed alla sua modalità di comunicare con le persone. E’ stato un santo che si serviva del gesto teatrale con la capacità di riunire enormi folle. Quindi grazie ad una voce molto potente riusciva a radunare folle maestose. Però il suo modo di comunicare non era ieratico o ‘colpevolistico’, tanto che a volte uno si immagina che possa avere una figura spirituale. Invece il messaggio di san Francesco era legato alla potenza del sorriso e dell’umorismo, come modo per arrivare a Dio, perché l’umorismo è anche un modo per arrivare a Dio, come il canto, in quanto è il modo più realistico per guardarsi dentro e guardare l’uomo”.

Tornando al tema del concorso quanto è involontario l’umorismo?

“Ogni gesto comico parte dall’involontarietà, perché abbiamo molti difetti, ed anche dal nostro narcisismo. Da ciò nasce il gesto che fa ridere gli altri; nasce quello che involontariamente ci fa diventare comici; il comico, in qualche maniera, capta il disagio e lo mette a ‘servizio’ del pubblico. Il vero umorista è colui che prima destruttura se stesso eppoi destruttura gli altri, perché, oltre a metterti a nudo, devi sapere ridere di te stesso eppoi poter ridere delle piccolezze degli altri”.      

Quindi l’umorismo rende ‘felice’?

“Un dato statistico di qualche anno fa ha sottolineato che si nasce ridendo; quindi quando ti approcci alla vita sorridi e vuoi bene al mondo. Però la tristezza è una chiave di volta, in quanto il sorriso non può esistere se non c’è una parte della vita malinconica. Collaborando con ‘Frate Indovino’ ho iniziato a conoscere meglio la vita di san Francesco di Assisi, che era un grande comunicatore senza compromessi. Il suo modo di comunicare non era triste, ma raggiante e giocoso (anche se la sua vita non è stata facile).

Quando parlava usava il gesto fisico e coinvolgeva la gente per lanciare messaggi importanti; lo si può notare nella realizzazione del presepio di Greccio, in cui mette il bue e l’asinello e nella mangiatoia mette anche il pane ed il vino, utilizzando una metafora. Eppoi nel Cantico delle Creature scrive che la morte è una sorella, invitando a non avere paura di essa. Questa è una frase rivoluzionaria, perché la morte, vista sempre come una disgrazia, è una sorella, con cui convivere con serenità”. 

(Foto: Comune di Tolentino)

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