Scritti da: Giuseppe Brienza
Opus Dei: racconti di santità in mezzo al mondo
Il 2025 ha segnato il centenario dell’ordinazione sacerdotale e i cinquanta della morte di mons. Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il santo spagnolo definito da Papa Francesco «precursore del Concilio Vaticano II» per aver richiamato in tutto il mondo i temi della «chiamata universale alla santità» e della «santificazione del lavoro».
Nel 2028 ricorreranno i cento anni della sua fondazione, l’Opus Dei, una prelatura personale della Chiesa cattolica che si è diffusa nei cinque continenti, capace di affascinare laici di ogni età e condizione sociale al servizio di Dio, del bene comune nella valorizzazione di ogni ambito della vita ordinaria.
In questo contesto due storici, don José Luis González Gullón, spagnolo, docente nella Pontificia Università della Santa Croce (PUSC), e John F. Coverdale, statunitense, docente nell’Università di Wisconsin di Chicago, hanno pubblicato il volume Historia del Opus Dei, che ora è disponibile in italiano grazie alle Edizioni Ares, con una Prefazione di Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dal 1987 e dal 1993 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Opus Dei. Una storia (pp. 744, euro 24) verrà presentato stasera a Roma, alle ore 19, presso l’Aula Magna della Residenza Universitaria Internazionale – RUI (viale Africa 27 – quartiere EUR), con la partecipazione del prof. Gullón.
L’opera racconta, senza filtri, la storia dell’Opus Dei dalla sua fondazione ai nostri giorni. Con una narrazione rigorosa e avvincente, gli autori – storici di primo piano nel panorama accademico – offrono al lettore un’indagine unica, basata su documentazione inedita e numerose testimonianze, che getta nuova luce sulle vicende di una delle realtà più vitali della Chiesa cattolica.
Non vengono tralasciati nel volume anche i capitoli più delicati come i rapporti con il Generalissimo Francisco Franco e quelli con la Curia Romana, il complesso percorso verso il riconoscimento canonico – accuratamente ricostruito da Agostino Giovagnoli – le accuse di “segretezza” e “autoritarismo”, fino alle malevole interpellanze e interrogazioni presentate alla Camera dei deputati italiana nel 1986, alle quali per l’allora Governo Craxi rispose il Ministro dell’interno (e futuro Presidente della Repubblica) Oscar Luigi Scalfaro dichiarando, fra l’altro, che «l’Opus Dei è senza dubbio una istituzione ecclesiastica, le cui norme attengono all’ordinamento canonico e non possono quindi formare oggetto di censure da parte dell’ordinamento statale».
Ma, al di là delle controversie e delle sfide, il libro restituisce soprattutto la storia di tante donne e uomini di ogni Paese e condizione sociale che, seguendo il messaggio di san Josemaría Escrivá hanno riscoperto la fede e la chiamata universale alla santità nel compimento dei propri doveri ordinari in modo straordinario.
A quasi un secolo dalla sua fondazione – il 2 ottobre 1928 – l’Opus Dei continua a diffondere un messaggio spirituale semplice e affascinante: è possibile incontrare Dio nel lavoro e nelle attività di ogni giorno.
Il primo dei due Autori del volume, José Luis González Gullón, ha scritto i capitoli della storia dell’Opera nel periodo di guida da parte del suo fondatore (1928-1975) e quindi del suo secondo successore, mons. Javier Echevarría (1994-2016).
Don González Gullón è docente di Storia nella Pontificia Università della Santa Croce e membro dell’Istituto Storico san Josemaría Escrivá de Balaguer. Specialista in storia religiosa contemporanea in Spagna e di storia dell’Opus Dei, ha pubblicato studi in riviste scientifiche internazionalmente accreditate come ‘The Catholic Historical Review’, ‘Historia Contemporánea’, ‘Hispania Sacra’ e ‘Studia et Documenta’.
John F. Coverdale, che nel volume ha trattato il periodo del primo successore di san Josemaría, ovvero il beato Álvaro del Portillo (1975-1994), è dottore in Storia presso l’Università del Wisconsin e dottore in Diritto presso l’Università di Chicago. Ha insegnato Storia presso la Princeton University e la Northwestern University e Diritto alla Seton Hall University School of Law. Tra le sue pubblicazioni: Italian intervention in the Spanish Civil War, The Political Transformation of Spain after Franco, Uncommon Courage: The Early Years of Opus Dei.
Entrambi gli Autori hanno cercato di offrire nel volume Opus Dei. Una storia una ricostruzione approfondita del carisma e della spiritualità dell’Opera fondata su un’immensa mole di documenti «molti dei quali – come riconosciuto dal prof. Giovagnoli nella Prefazione – inediti e non consultati in precedenza».
Vittorio, intercedi per noi (piccoli) apologeti cattolici
Vittorio Messori, morto Venerdì Santo 3 aprile, all’età di 84 anni nella sua casa di Desenzano sul Garda, è stato l’unico giornalista al mondo ad aver intervistato due Pontefici scrivendone altrettanti straordinari libri: Varcare la soglia della speranza (1994), con Karol Wojtyla, e Rapporto sulla fede (1985) con il Papa che gli sarebbe succeduto, Joseph Ratzinger.
Rimanendo sui record, ricordiamo che la sua opera prima, Ipotesi su Gesù, uscita nel 1976, ha riscosso un successo da oltre un milione e mezzo di copie, tradotta persino in arabo, cinese e coreano e, tuttora, viene richiesta ogni anno da 20.000 lettori.
Ha pubblicato una trentina di libri, di grande successo quelli dedicati alla Cristologia, come Patì sotto Ponzio Pilato? e Dicono che è risorto e, numericamente, molti sulla Mariologia come Ipotesi su Maria, Gli occhi di Maria (con Rino Cammilleri) e, fra i più recenti, Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes (Mondadori, 2013).
Modenese di Sassuolo, la cui famiglia d’origine era composta da anticlericali di antica tradizione, Messori si converte a 24 anni, per quella che definisce «un’evidenza del cuore» seguita alla lettura dei Vangeli. È stato la delusione dei suoi maestri, che negli anni Sessanta erano i punti di riferimento indiscussi del pensiero laico e liberalsocialista e l’avevano allevato per farne l’autore di riferimento della casa editrice Einaudi. S’era laureato infatti con una tesi sulla storia del Risorgimento con relatore Alessandro Galante Garrone, il quale l’avrebbe voluto come suo assistente, e due sottotesi discusse con Norberto Bobbio e Luigi Firpo.
Dal 1996 sposato con Rosanna Brichetti (1940-2022), appassionata mariologa ed apologeta come lui, hanno condiviso insieme la vera e propria missione di contribuire ad arginare e combattere nel post-Concilio Vaticano II non solo la crisi della Chiesa, ma quella che appariva ad entrambi come la crisi stessa della fede cattolica.
Per questo Messori ha sempre ripetuto che, soprattutto in Italia, ci sarebbe bisogno di maggiore (e ben fatta) apologetica cattolica. Con l’aiuto anche della Chiesa, dei media e delle università, quindi, occorrerebbe rilanciarla proprio perché i tempi, le modalità di lettura e gli argomenti dominanti sono diventati ben altri. Ma il problema, come riconosciuto dal suo grande amico ed “allievo” Rino Cammilleri, è che non si vedono purtroppo «effettivi e significativi ricambi generazionali all’orizzonte» (Michele M. Ippolito, “Il cattolicesimo spiegato a mio nipote che fa il liceo”, il nuovo libro di Rino Cammilleri, La Fede Quotidiana.it, 17 luglio 2017).
Vittorio, intercedi ora per noi (piccoli) apologeti cattolici. Il Signore ci doni la tua stessa fede granitica, il tuo ardore apologetico, la tua capacità di scrittura che ci ha sempre attratti coniugando l’approfondimento storico-scientifico, la chiarezza divulgativa e, quando necessario, il taglio (sanamente) polemico.
Messori continuerà a vendere i suoi libri anche a distanza di anni, ma quando qualcuno di noi si deciderà a scrivere la storia della sua vita, sarà un altro best seller. Un libro che ci aiuterà ad attraversare con coraggio e fortezza l’alba del post-umano ma, allo stesso tempo, ci chiarirà molti degli inganni ma anche alle speranze del XX secolo.
I funerali del grande giornalista e scrittore si terranno sabato 11 aprile, alle 9.30, nell’Abbazia di Maguzzano, nel comune di Lonato del Garda, in provincia di Brescia, che è stata un punto di riferimento per il suo lavoro e la sua riflessione. Le esequie saranno celebrate dal vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili.
La camera ardente di Messori sarà allestita venerdì 10 aprile, dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, nella Sala del Commiato di Desenzano sul Garda, il paese dove Messori viveva da tempo. Sempre venerdì prossimo, alle 18.30, all’Abbazia di Maguzzano sarà celebrato il Santo Rosario in sua memoria. Dopo il funerale, la salma di Messori sarà tumulata nel cimitero di Treviglio (Bergamo), nella tomba della famiglia della moglie, Rosanna Brichetti, scomparsa quattro anni fa nel giorno del Sabato Santo.
Un anno dall’addio a Mario Nanni, giornalista parlamentare e cronista del “processo del secolo”
L’ultima apparizione pubblica di Mario Nanni (1945-2025), giornalista parlamentare di lungo corso, già caporedattore del servizio politico dell’Ansa scomparso lo scorso 2 aprile dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro, risale al 20 marzo 2025, giusto un anno fa.
Si trattava di un’occasione speciale per presentare, nella suggestiva cornice della Sala Zuccari del Senato, il suo ultimo libro, Il caso Becciu. (In)Giustizia in Vaticano (Media & Books, 2024), e ricevere il Premio Giornalisti Italia alla carriera, consegnatogli dal senatore Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, davanti a una platea di colleghi e amici che lo hanno a lungo applaudito.
Non credo che la coincidenza di quest’ultimo atto pubblico con la presentazione del suo ultimo saggio dedicato al “processo del secolo”, così definito per la lunghezza e complessità (86 udienze, un record tra le mura vaticane), oltre che per il fatto che per la prima volta sieda sul banco degli imputati un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, sia un evento da far scorrere via. Tanto più che il “caso Becciu” è ancora – purtroppo – di attualità sui media nazionali e internazionali nonostante la Corte vaticana abbia dichiarato inammissibile l’impugnazione della sentenza di primo grado presentata dal “promotore di Giustizia” nella terza udienza del processo di appello per la gestione dei fondi della Santa Sede (25 settembre 2025). Con tale ordinanza, che per gli imputati Becciu e gli allora presidente e direttore dell’AIF (attuale ASIF-Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria) Reneé Brüllhart e Tommaso Di Ruzza è stata confermata l’assoluzione del primo grado perché «il fatto non sussiste» o «non costituisce reato», non ha infatti esaurito il “processo del secolo”, non avendo interessato tutte le assoluzioni decise in primo grado, il 16 dicembre 2023.
La Corte d’Appello sta quindi proseguendo con gli appelli proposti dalle parti alle condanne che potranno essere quindi ancora teoricamente confermate o modificate. Il fatto però che Leone XIV abbia voluto ricevere il 27 maggio 2025, a pochi giorni cioè dalla sua elezione a Pontefice, il card. Becciu in Vaticano, costituisce senz’altro un gesto simbolico di apertura e di fiducia nei confronti del prefetto emerito del Dicastero delle Cause dei Santi, dopo le tante sofferenze e gogne mediatiche che ha dovuto subire.
Della sua storia, come detto, si è occupato magistralmente come ultimo frutto di una passione civile incontenibile Mario Nanni, un giornalista non precisamente cattolico, in quanto «di simpatie socialiste e credente in Dio». Un cronista, però, che ha sempre evitato la narrazione retroscenista e il sensazionalismo, «non amava i titoli urlati e cercava una consequenzialità tra parole e gesti» muovendosinegli ultimi anni dopo il pensionamento dall’Ansa «con la libertà nuova offerta dalla misura di un libro, nel solco del miglior giornalismo d’inchiesta» (Pino Pisicchio, Addio Mario Nanni. Ricordo di un giornalista vero, Formiche.net, 4 aprile 2025).
Il caso Becciu, quindi, costituisce il suo libro più importante, destinato probabilmente a divenire un libro “storico” una volta che la vicenda giudiziaria del cardinale e degli altri imputati del “processo del secolo” avrà finalmente termine. Si tratta di un’indagine certosina condotta su migliaia di carte processuali, sulla verifica di fatti e circostanze in chiaroscuro, mossa dal desiderio di rimuovere il velo opaco di omissioni e posture fuori misura che ha contraddistinto il processo, da lui accostato addirittura all’affaire Dreyfuss o al “caso Tortora”.
Il 25 giugno 2025 un gruppo di amici ha dedicato al giornalista salentino un convegno alla LUMSA, organizzato dalla Media & Books, significativamente intitolato “Mario Nanni, una vita per il giornalismo”. Nell’occasione è stato presentato e regalato ai partecipanti un volume in memoriam, firmato dall’editore Santo Strati, suo amico da decenni.
Fra i lasciti che ne sono emersi merita di essere menzionata la signorilità con cui, nell’ultima intervista rilasciata prima della morte, dichiarò che Il caso Becciu non costituiva un libro “contro” Papa Francesco che, «anzi, non per vanagloria rendo noto che mi ha scritto una lettera di ringraziamento» [cit. in “Il caso Becciu. (In)giustizia in Vaticano”, il libro di Mario Nenni sul cardinale «azzoppato perché correva da Papa», Il Messaggero, 21 marzo 2025].
Nella stessa occasione Nanni ha racchiuso anni di ricerca e studio in una frase chiara e coincisa tipica del suo modo di essere: «leggendo e studiando le carte mi sono convinto che Angelo Becciu è stato la vera vittima di un processo pieno di misteri, anomalie, per cui il libro è su una linea dichiaratamente innocentista, ma non per pregiudizio iniziale» (art. cit.).
Il Rock Cristiano (live) di Nando Bonini: “Tutto per amore di Dio”
In occasione dell’uscita il 14 febbraio del CD dal vivo Tutto per amore di Dio, una raccolta dei brani più significativi dei vari musical e recital scritti negli ultimi anni, inizia a marzo il tour per l’Italia del chitarrista, compositore e produttore Nando Bonini. Il nuovo lavoro del musicista che ha alle spalle una lunga collaborazione con Vasco Rossi (dal 1993 al 2005) ed altri importanti artisti italiani, si compone di 14 tracce per la durata complessiva di un’ora e 5 minuti ed è la registrazione del concerto che porterà in varie città d’Italia nei prossimi mesi.
I brani sono eseguiti dallo stesso Bonini (chitarre/voce) e da musicisti di solida esperienza come Marco Maggi (tastiere), Mario Schmidt (basso) e Andy Ferrera (batteria), che condividono i progetti del rocker lombardo senza timore di testimoniare in musica la Fede cattolica. Ai tre componenti della band si aggiungono sul palco il cantante e attore Alessio Contini e la lettrice Marina Bonalberti.
Nando Bonini, che tra i suoi numerosi progetti ha anche firmato album hard rock o progressive come ad esempio il suo ultimo lavoro in studio intitolato The Knights of the Last Days (Videoradio Channel Edizioni Musicali, Alessandria2025), una sorta di concept album ispirato all’Apocalisse di san Giovanni (6,1-8), oltre alla lunga collaborazione con Vasco Rossi (quasi 13 anni), ha alle spalle significative esperienze con altri noti artisti come Edoardo Bennato, Alberto Fortis, i Righeira e gli Skiantos.
Poi, durante una tournée con Vasco Rossi visse una straordinaria illuminazione che lo ha portato ad abbracciare la Fede, tanto da diventare terziario francescano. Significativo da quest’ultimo punto di vista è il brano incluso nel live intitolato Tanto è il bene che mi aspetto, che riprende il noto passaggio dell’omelia che nel 1213 san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) rivolse al conte Orlando di Chiusi della Verna: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto».
Nella track list del CD segnaliamo in particolare le canzoni mariane come Madonna cara e C’eri tu sotto la Croce e il brano che dà il titolo all’album e al concerto dal titolo Tutto per amore di Dio. Per contatti (informazioni e/o richiesta del concerto) ci si può rivolgere alla casa di produzione musicale “Lux Mundi” (luxmundi02@gmail.com) e consultare il sito www.nandobonini.it. Il CD Tutto per amore di Dio, invece, può essere ordinato scrivendo a info@nandobonini.it (euro 13,50).
Vittorio Bachelet: ricordo a Roma di un giurista e servitore dello Stato secondo lo stile cristiano
«Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita» è il titolo del 46° Convegno dedicato al giurista cattolico e vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura (1976-1980) Vittorio Bachelet (1926-1980) che si terrà oggi e domani a Roma.
La due giorni di studi, che darà avvio alle celebrazioni per il centenario, vedrà la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sarà aperta alle ore 15.30 nell’Aula magna dell’Università “La Sapienza” (piazzale Aldo Moro 5), a pochi metri dal luogo in cui, il 12 febbraio 1980, Bachelet venne assassinato al termine di una lezione, da un nucleo armato delle Brigate Rosse sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche de ‘La Sapienza’. Colpito con sette proiettili calibro 32 Winchester da due noti esponenti della colonna romana dell’organizzazione terroristica [Anna Laura Braghetti (1953-2025) e Bruno Seghetti, membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse], il giurista morì sul colpo lasciando la moglie e due figlie di 23 e 25 anni.
La relazione conclusiva del convegno, che continuerà sabato mattina (ore 9) alla Domus Mariae (via Aurelia 481), è affidata al presidente nazionale di Azione cattolica Giuseppe Notarstefano, associazione al vertice della quale Bachelet rimase fino al 1973, ricoprendo il suo incarico per ben tre mandati (dal 1964), affiancando però l’impegno ecclesiale con un intenso operato di studio e docenza universitaria, in virtù del quale fu eletto dal Parlamento con larghissima maggioranza come membro “laico” del Csm e nel 1976 ne diverrà vice presidente.
Il Convegno avrà come fine anche la consegna del “Premio Vittorio Bachelet” all’autore della tesi di laurea presentata nel 2025 che meglio ha saputo mettere a fuoco l’attualità del pensiero e della testimonianza del giurista e servitore dello Stato che tra i migliori ha saputo incarnare nel nostro Paese lo stile cristiano. Lo ha riconosciuto, da ultimo, anche papa Francesco che, incontrando in Vaticano il 17 giugno 2014 i componenti del Csm, ebbe a definire il prof. Bachelet «luminosa figura» che «guidò il Consiglio Superiore della Magistratura in tempi di grandi difficoltà e cadde vittima della violenza dei cosiddetti “anni di piombo”».
Sono stati tanti, in effetti, gli innocenti che hanno trovato una morte ingiusta e crudele in quella folle stagione italiana di violenza passata alla storia come “anni di piombo” (1972-1988) e che, per molti aspetti, è “figlia” del Sessantotto. Quello di cui si parlerà oggi e domani a Roma è ancora posto a nostro esempio quale studioso e servitore dello Stato di inimitabile integrità e, contemporaneamente, cattolico dichiarato e coerente. Così come nello stesso torno di tempo meritano di essere ricordati, fra gli altri, il Commissario di polizia Luigi Calabresi (1937-1972), il presidente democristiano della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (1935-1980), il giudice Emilio Alessandrini (1942-1979), per finire con lo storico cattolico e senatore Dc Roberto Ruffilli (1937-1988).
In quegli anni per ‘piombo’, però, oltre che quello delle armi, le famigerate P38 utilizzate così di frequente dalle Brigate Rosse, si dovrebbe intendere anche quello che scorreva sotto le rotative dei giornali, delle riviste e dei media ‘fiancheggiatori’. Che hanno preparato il brutale assassinio, il 17 maggio del 1972, data di ‘avvio cruento’ della stagione del terrorismo in Italia, di Luigi Calabresi, il cui ritratto oggi, dopo decenni di calunnie e disinformazione, è ‘un ritratto in piedi’, come ha scritto Marcello Veneziani.
Di questa figura di Italiano, così come di quella di Bachelet e tanti altri, può occuparsi solo una memorialistica e storiografia attenta ai valori dello spirito, quella che Giorgio La Pira soleva chiamare la ‘storiografia del profondo’, in grado di capire il significato e il ruolo che hanno giocato la morte e il ‘martirio’ di questi Cristiani che, grazie alla loro testimonianza e al loro sacrificio, hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta morale del terrorismo.
“Maria Mediatrice”: ripubblicato il libro del teologo José María Bover accessibile anche al lettore non specialista
Il titolo mariano di Maria Mediatrice accompagna la storia della Chiesa da secoli e affonda le sue radici nella riflessione dei Padri, dei dottori e dei santi. Nel corso dell’età moderna e contemporanea, tale titolo ha ricevuto autorevoli conferme dal Magistero pontificio, da Pio IX a Pio XI, fino all’istituzione, da parte di Benedetto XV, della festa liturgica della Beata Vergine Maria Mediatrice di tutte le Grazie (31 maggio).
Sebbene il Concilio Vaticano II non si sia espresso esplicitamente su questa verità, pur richiesta da circa cinquecento Vescovi, nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), dedicato alla Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa, fra i titoli con i quali Maria è invocata si richiama anche quello di «Mediatrice [il maiuscolo è nel testo originario]», precisando come tale attributo sia da intendersi «in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore» (n. 62).
Nello stesso periodo in cui Leone XIV sta conducendo nelle Udienze generali del mercoledì delle importanti catechesi per spiegare e interpretare nel solco della Tradizione i documenti conciliari, merita di essere segnalata la ripubblicazione di un breve ma significativo saggio del gesuita spagnolo José María Bover Oliver (1877-1954), intitolato appunto Maria Mediatrice (Edizioni Fiducia, Roma 2025, pp. 123, € 12). Tra i teologi che nel XX secolo hanno sostenuto con maggiore profondità il titolo di Maria Mediatrice, infatti, figura questo autorevole mariologo, cofondatore nel 1940 sia dell’Asociación para el fomento de los estudios bíblicos en España (AFEBE) sia della Sociedad Mariológica Española.
Nelle pagine del libro, arricchite da una Prefazione dello storico Roberto de Mattei (pp. 5-8), padre Bover dimostra come la Mediazione universale di Maria sia conseguenza necessaria della sua dignità e del suo ufficio di Madre di Dio, del Redentore e dell’intera Famiglia del Padre Celeste.
Dopo essersi formato alla Pontificia Università Gregoriana, il gesuita ha insegnato Sacra Scrittura per oltre quarant’anni – dal 1912 al 1953 – nella Facoltà teologica del Collegio Máximo di Barcellona e, anche per questo, Pio XII lo nomina nel 1941 membro della Commissione scientifica incaricata di preparare la definizione dogmatica dell’Assunzione della Vergine Maria oltre che consultore della Pontificia Commissione Biblica.
Dopo una vita religiosa esemplare, padre Bover muore santamente a Sant Cugat del Vallès, in Catalogna, lasciando una corposa mole di studi e meditazioni sulla Mediazione e sulla Corredenzione di Maria, approfonditi nello studio dei Padri della Chiesa, nella Sacra Scrittura e nella liturgia. Il piccolo ma denso volume riproposto dalle Edizioni Fiducia costituisce una sintesi esemplare del pensiero del «patriarca dei mariologi spagnoli», il quale dimostra che la Mediazione universale di Maria non sia un’aggiunta accessoria alla fede cattolica, ma una conseguenza necessaria della sua maternità divina. Maria è Mediatrice perché è Madre di Dio, del Redentore e, in Lui, di tutta l’umanità redenta. La cooperazione della Vergine all’opera della redenzione umana e, di conseguenza, la sua mediazione universale comprende tre momenti principali: l’Incarnazione, la Passione del Calvario, la gloria nel cielo. Si tratta di tre fasi che integrano una sola cooperazione, la quale forma, per così dire, nel pensiero di Dio un blocco unico o un’indivisibile unità. Questa, dunque, la tesi di fondo di padre Bover: «Maria cooperò efficacemente e liberamente all’opera della redenzione umana; questa cooperazione nell’economia della grazia contiene in sé la mediazione universale: quindi Maria è Mediatrice universale».
Replica a Roma del ‘Tetillo’ di Eduardo Scarpetta: come erano (e non dovrebbero essere più) i giovani italiani…
La commedia napoletana continua ad essere rappresentata (e amata) a Roma. Nell’ambito della stagione teatrale pianificata dall’Associazione Culturale Torraccia (A.C.T.), attiva nella Capitale da molti anni, la Compagnia “Prof. Enzo Cunti” di Baia e Latina (Caserta) riproporrà infatti domani sera la quinta replica stagionale di “Tetillo”, la commedia brillante in tre atti scritta nel 1880 da Eduardo Scarpetta (1853-1925), il creatore del teatro dialettale moderno e il più importante attore e autore del teatro napoletano tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
La regia dell’opera, tratta dal Bébé del commediografo belga Alfred Hennequin (1842-1887), è dell’eclettico Enzo Maiello, voce e chitarra della band di rock cristiano NovA e contemporaneamente percussionista e mandolinista del gruppo folk di Baia e Latina, suo paese natale.
La trama di questa imperdibile commedia, alimentata dai meccanismi dell’equivoco, della complicità, della ingenuità, gira tutta intorno ad alcuni aspetti reali e amplificati del carattere del napoletano. La mamma di Tetillo, infatti, che crede il figlio un angelo, ha con lui un rapporto che pare sia ancora legato al cordone ombelicale, lo difende, al di là del concepibile, sistematicamente contro il padre verso il quale assume un ruolo oppositivo sempre che l’argomento della discussione riguarda il figlio Felice, soprannominato Tetillo. Quest’ultimo, però, è di fatto un giovane menefreghista e inconcludente che, dall’alto dei suoi quasi 22 anni, “dovrebbe” frequentare l’università da ben 4 anni. Il virgolettato non è casuale, perché in realtà il ragazzo la frequenta senza alcun profitto: non ha dato mai esami e, per di più, ha addirittura l’abitudine di vendere regolarmente i propri libri per pagarsi la bella vita.
Di più: il giovane, con la complicità del compagno di “avventure” Arturo, ha in effetti un solo chiodo fisso in testa: le donne! Eh già, perché Felice (chiamato in maniera vezzeggiativa Tetillo), è in realtà un ragazzo irresponsabile, viziato, figlio di una madre apprensiva e possessiva che continua a trattarlo da bambino e che vive alle spalle del padre, in una situazione sospesa tra ricchezza, malizia, furbizia e inettitudine, in una miscela esplosiva che genererà una girandola di equivoci e situazioni oltremodo esilaranti.
L’ingresso per assistere alla commedia, con prenotazione obbligatoria e contributo volontario suggerito di 8 €, sarà possibile solo prima delle ore 18 (inizio dello spettacolo) nella Sala Multifunzionale dell’A.C.T. in via Aldo Sandulli 100, Roma. Per info, prenotazioni e ritiro biglietti, ci si può rivolgere ai contatti della Segreteria A.C.T. (aperta dal lunedì al venerdì dalle 17.00 alle 19.30): tel. 06/41200623, cell. 347/4196132 (attivo anche su WhatsApp), posta elettronica: actpolivalente@gmail.com.
Cerimonia solenne a Roma per la festa di san Tommaso d’Aquino
In occasione dell’annuale festa di san Tommaso d’Aquino (1224-1274), frate Domenicano e Dottore della Chiesa, sarà celebrata stasera a Roma, nella splendida cornice gotica della Basilica di Santa Maria sopra Minerva, una Santa Messa solenne presieduta dal card. Dominique Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
L’inizio della celebrazione è alle ore 18, in piazza della Minerva 42 (nelle vicinanze del Pantheon), con possibilità, in occasione della festa e durante tutta la giornata, di venerare l’insigne reliquia dell’avambraccio del Doctor Angelicus.
La scelta della data del 28 gennaio per la festa liturgica di questo straordinario santo caso è strettamente legata a un evento significativo nella storia della sua canonizzazione e devozione. Dopo la sua morte, infatti, Tommaso d’Aquino fu rapidamente riconosciuto dal popolo cristiano come santo e canonizzato da Papa Giovanni XXII il 18 luglio 1323, a meno di cinquant’anni dalla morte.
Il legame con la data del 28 gennaio si spiega con un evento successivo alla canonizzazione: la traslazione delle sue reliquie. Nel 1369, le sue spoglie furono traslate dal monastero cistercense di Fossanova, dove era morto, alla chiesa dei Giacobini di Tolosa, una città con una forte tradizione domenicana. Questa traslazione, nota come traslazione delle reliquie, avvenne il 28 gennaio e fu considerata un evento importante per l’ordine domenicano e per la Chiesa in generale.
Per onorare questo evento, quindi, la Chiesa scelse questa data come festa liturgica di San Tommaso e, ancora oggi, tale ricorrenza costituisce una preziosa occasione per meditare sui suoi insegnamenti, in particolare sulla sua insistenza sul principio del conoscere ch’è l’intelletto e sull’unione di fede e ragione.
Per maggiori informazioni sulla Santa Messa in suo onore si può consultare il sito della Basilica (che è anche sede del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva) www.santamariasopraminerva.it oppure chiamare al numero di telefono 06/6793926.
Incontro a Roma per celebrare i cento anni dal Nobel a Grazia Deledda
A cento anni dal Nobel (1926-2026) conferito alla scrittrice sarda Grazia Deledda (1871-1936), i romanzi e la figura di questa eccezionale ‘signora della scrittura’ stanno tornando a suscitare l’interesse della nostra editoria.
La Biblioteca Nazionale Centrale (BNCR) e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE), infatti, presenteranno a Roma giovedì 29 gennaio (Sala 1 della BNCR, viale Castro Pretorio 105, ore 16) varie pubblicazioni uscite in occasione dell’anniversario. Si tratta delle due nuove edizioni critiche dei romanzi Elias Portolu (1900) e Cosima (1936), curate da Dino Manca, filologo dell’Università di Sassari, e del primo numero di Grazia/Bollettino di studi deleddiani (Centro Studi Grazia Deledda-ISRE, Anno I, numero 1, dicembre 2025, pp. 228).
I volumi, che inaugurano la nuova collana di Studi deleddiani, nonché la rivista a cadenza annuale, fanno parte di una più ampia e organica proposta editoriale e di ricerca finalizzata alla valorizzazione della personalità e dell’opera della scrittrice sarda più famosa nel mondo e unica donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura, alla base del Protocollo di intesa siglato tra la Biblioteca Nazionale Centrale e l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna – Centro Studi Grazia Deledda di Nuoro, finalizzato a sostenere la valorizzazione e la fruizione dei fondi di Grazia Deledda conservati presso la BNCR e l’ISRE.
L’autrice dell’opera universalmente nota Canne al vento (1913), nativa di Nuoro, sposò Palmiro Madesani nella sua città natale nel 1900. Subito dopo partirono insieme e si stabilirono a Roma. Da questo momento in poi il marito, che morirà dieci anni dopo di lei, divenne il più grande sostenitore del talento della moglie-scrittrice che, con il capolavoro Canne al vento, costituirà un esempio di protagonismo silenzioso nell’emancipazione femminile tra Ottocento e Novecento. Un esempio non ideologico ma, anzi, favorevole all’essenziale missione della donna quale madre (la Deledda ebbe due figli) e sposa e, forse è anche per questo che, nella seconda metà del Novecento, la scrittrice non è stata molto celebrata e ripresa nel nostro Paese.
Il giornalista e saggista Filippo Maria Battaglia, ad esempio, in un suo saggio l’ha annoverata fra gli Autori ‘sommersi e dannati’ del secolo scorso (cfr. I sommersi e i dannati, La Vita Felice, Milano 2013). Rileviamo quindi con favore, oltre alle iniziative istituzionali appena citate, anche l’interesse recentemente dimostrato alla Deledda da parte della piccola, meritevole (come spesso accade) editoria. Parliamo del libro dell’insegnante e romanziera Laura Vallieri intitolato Grazia Deledda. Cuore indomabile (Edizioni Ares, Milano 2024, pp. 280), che traccia il profilo di una voce tra le più potenti della letteratura italiana, una vera pioniera che con sguardo acuto e appassionato ha superato barriere culturali e temporali, rivelando la bellezza e la complessità della condizione umana.
Si tratta di una biografia che, confidiamo, potrà contribuire a valorizzare, soprattutto nella scuola e sui media, la sensibilità, l’impegno professionale e il talento di una donna che, tra rigidità e sofferenze, è riuscita a emergere e a imporsi all’attenzione generale, per il bene della sua famiglia, della sua terra e dell’intera cultura italiana.
Don Álvaro Granados (1964-2025): preghiera e incontri a Roma a un anno dalla morte
Il 24 gennaio 2025 ci lasciava prematuramente il teologo spagnolo don Álvaro Granados (1964-2025), indimenticato collaboratore nella Parrocchia di San Josemaría Escrivá (Roma) e Professore incaricato di Teologia pastorale della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce.
Per ricordare il sacerdote che, negli ultimi sette anni della sua vita, ha portato sul suo corpo la “croce” della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia degenerativa che gli ha interdetto progressivamente tutte le funzioni vitali, il parroco e la comunità dei fedeli della parrocchia intitolata al fondatore dell’Opus Dei hanno organizzato sabato, nel giorno del primo anniversario della sua morte, due incontri per affidare l’anima di don Álvaro al Signore e, al tempo stesso, promuoverne la conoscenza e la preghiera d’intercessione.
Il primo appuntamento sarà la mattina, alle ore 11, nel Mausoleo dedicato al sacerdote nel cimitero di Prima Porta in via Flaminia Km 14,400 (Roma), per la recita del Santo Rosario. La sera, invece, alle ore 18.30, il parroco della chiesa di San Josemaría Escrivá, don Enrico Aguiló, celebrerà una Messa in suffragio per don Álvaro nella Parrocchia che si trova nella zona di Roma Sud, a poca distanza dall’Abbazia delle Tre Fontane. In questa chiesa il sacerdote spagnolo ha vissuto per due periodi – per un totale di quindici anni – intervallati dal servizio accademico e pastorale prestato sempre nella Capitale ma abitando altrove.
Dopo la Messa ci sarà la possibilità di visitare la stanza di don Álvaro, attigua alla parrocchia, lasciata così com’è con i suoi libri e l’arredo semplice in segno di riconoscente memoria e venerazione da parte di tutta la comunità.
Sono in effetti da tempo continue le visite alla tomba del sacerdote, collocata non a caso in un cimitero civile in continuità con la chiamata alla santificazione delle realtà temporali di chi ha donato la sua vita alla Chiesa, come don Álvaro, seguendo la vocazione nell’Opus Dei.
Quello di Álvaro Granados è stato un esempio di fedeltà molto “normale”, di quella «classe media della santità» di cui Papa Francesco ha parlato nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018, n. 7). Non certo “normale”, invece, è stato il suo sacrificio. «È una malattia pesante, dura – disse della SLA rispondendo ad una domanda di un’intervista –, ma mi ha permesso di maturare e soprattutto di capire quali sono le cose che veramente contano nella vita.
Oltre al valore della fede cristiana, in questi anni di infermità, ho scoperto e riscoperto il grande valore delle relazioni umane, ciò per cui vale veramente la pena lottare in questo mondo. Chi ha molte relazioni con le persone è ricco, chi non ne ha è povero» (cit. in Giuseppe Muolo,“Ho la Sla, ma resto sacerdote fino in fondo”, Avvenire, 30 maggio 2024).
La forza per resistere ed offrire la malattia gli è sempre venuta dal Vangelo. Ma quali sono i passi che gli sono stati più di aiuto e conforto nel momento della sofferenza? «C’è l’imbarazzo della scelta – disse pochi mesi prima di morire –. Ma mi ricordo spesso il passo della vedova al tempio, che con due spiccioli riesce a entusiasmare Cristo, cioè Dio. Io penso che offrendo a Lui le piccole cose della mia malattia, gli acciacchi, un dolore improvviso, un momento di disagio, è come se mi avvicinassi al comportamento della vedova. Non sto dando niente concretamente, ma per Dio è tanto, è tutto. Lo riempie di amore. Offrendo i piccoli e grandi disagi che attraverso, posso colmare di gioia il cuore di Dio. Questo mi entusiasma e mi aiuta a dare un senso alla mia malattia».
Anche la parte finale della sua esistenza don Álvaro l’ha vissuta ad imitazione «di coloro che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et exultate, n. 7). Pochi giorni prima di morire nella sua piccola stanza della parrocchia di san Josemaría Escrivá, il sacerdote lasciò detto ad una delle sorelle: «Chiedo al Signore la grazia di conservare la vita, così da potergli dare gloria con la mia malattia finché Lui lo vorrà». Nato a Madrid l’11 novembre 1964, Álvaro Granados si era laureato in legge all’Università di La Laguna (Tenerife) nel 1988.
Si era poi trasferito a Roma per studiare teologia nella Pontificia Università della Santa Croce, ateneo nel quale ha conseguito anche un dottorato in filosofia nel 1996. È stato ordinato sacerdote della Prelatura personale dell’Opus Dei nel 1994 e, dal 1995 al 2006, ha lavorato come formatore presso il Seminario internazionale Sedes Sapientiae. È stato anche Rettore del Collegio Sacerdotale Tiberino e, nel 2009, ha conseguito il dottorato in Teologia Pastorale presso l’Università Lateranense.
A tale disciplina don Granados ha dedicato il suo ultimo volume, La casa costruita sulla sabbia. Manuale di teologia pastorale (Edizioni Santa Croce, Roma 2022, pp. 392), che esprime nel modo più efficace la situazione dei cristiani che vivono nella post-modernità, ovvero individui immersi in un contesto nel quale la fede è diventata culturalmente impossibile.





























