Papa Francesco ospite dei teologi sardi

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Il Papa ospite dei Teologi Sardi: «Non abbiate paura di aprirvi al Trascendente. È il Trascendente che apre la ragione».

Le parole del Santo Padre rivolte al mondo della cultura sarda hanno preso vita nel pomeriggio di ieri, 22 settembre a Cagliari, appena a metà di un agenda fittissima onorata da Papa Francesco nel capoluogo Sardo, nonostante gli immancabili strappi alla scaletta, dovuti all’affetto esplosivo di fedeli e bambini che trattenevano il Pontefice con consegne di letterine, abbracci commossi, semplici baci e lo scambio di sguardi carichi di lacrime. Il Pontefice ha mantenuto fede a quella promessa fatta a poche settimane dalla sua elezione:  «Voglio visitare il Santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari». Promessa tramutatasi presto nella prima visita ufficiale in Italia dall’inizio del suo mandato.

Una giornata che i Sardi non dimenticheranno con tanta facilità. Anche le persone lontane, gli immancabili scettici, i non praticanti si dichiarano a fine giornata “con l’anima sotto sopra” per le parole vibranti rivolte dapprima ai tanti lavoratori cassaintegrati e disoccupati che rivolgono il loro appello per una benedizione particolare di Francesco, presso il Largo Carlo Felice . Sono le parole della Sardegna tutta, una terra in ginocchio prostrata da una crisi senza precedenti dinanzi alla quale anche i politici e le istituzioni spesso hanno poco da dire ma l’affetto paterno di Papa Francesco zittisce di colpo una platea di 350 mila persone quando stentoreamente egli proclama: «Io non sono venuto da impiegato della Chiesa a dirvi con mestizia “su fatevi coraggio”. No. Io non sono questo. Non voglio questo. Vi dico siate forti e dignitosi. Sperate in Gesù”. Compie piuttosto un appello concreto, accorato e perentorio ai Governanti “Lavoro, lavoro, lavoro”». Appena successivo è l’incontro con i numerosi ammalati, tra cui dieci bambini e tanti ammalati di SLA: una sofferenza riempita di senso dal ministro di Cristo che ha saputo dire e portare una parola di conforto a ciascuno di loro e ai parenti sciolti dall’emozione. L’uomo instancabile prosegue con il momento fulcrare della giornata: la liturgia presso il Santuario di Bonaria. «Sa paghe ‘e Nostru Segnore siat sempre cun bois» (La pace di Nostro Signore sia sempre con voi) benedice Francesco in lingua Sarda, e il Pontefice sa bene cosa significhi per un Sardo un gesto tanto attento alla propria dimensione identitaria. Sa cosa dire ai centomila giovani che gli chiedono speranza, nell’appuntamento delle 17, dove il Papa si dilunga un po’ più del previsto, come spesso gli accade con i suoi amati giovani: «Non fatevi rubare la speranza. Non abbandonatevi alla dea lamentela col collo ripiegato. Non fidatevi dei venditori di morte. Io non vendo un’illusione – urla Papa Francesco – fidatevi di Gesù, lui è leale. Avevo 17 anni quando ho sentito la voce di Gesù nel mio cuore, è passato molto tempo ne ho vissuto momenti di gioia ma tanti di peccato, fallimento e fragilità. Ma sono sempre rimasto sulla strada del Signore, dietro lui, accanto a lui. E sapete? Non mi sono pentito, perchè anche nei momenti più bui lui non mi ha lasciato solo, lui non delude mai, lui è un compagno fedele». Non meno commosso l’appello ai poveri e detenuti (130 persone indigenti e 27 carcerati), presso la Cattedrale del quartiere Castello, cuore pulsante della tradizione storica cagliaritana, dove Francesco esorta i presenti: «La carità non diventi assistenzialismo. Tutti, anche chi ha responsabilità politiche e civili, dobbiamo fare opere di misericordia, con umiltà e tenerezza. Nessuno qua dentro è migliore dell’altro!».

Ma è presso i confratelli Gesuiti, rettori della Pontificia Facoltà teologica della Sardegna che Papa Francesco dispensa la sua ricetta anti-crisi: «Prestiamo attenzione ai giovani impegnati in politica: hanno un altro modo di pensare. La loro musica è diversa da quella che siamo abituati a sentire, e non si abbia paura di ascoltarla. Il coraggio sia il tempo musicale per andare avanti» continua il Santo Padre «Sapete come i cinesi scrivono la parola crisi? Ve lo dico io: con i caratteri del pericolo e dell’opportunità. Teniamolo a mente: un momento difficile deve essere l’opportunità di migliorare. Bisogna guardare in faccia la realtà, le letture ideologiche o parziali non servono. La crisi può diventare momento di purificazione e di ripensamento dei modelli economico sociali. L’università è luogo in cui si elabora la cultura della prossimità e della vicinanza, dove si insegna e si vive la cultura del dialogo, che non livella differenze e pluralismi, uno dei rischi della globalizzazione, e neppure gli estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo. Non abbiate timore di aprirvi anche agli orizzonti della trascendenza, all’incontro con Cristo. La fede non riduce l’uomo a materiale umano». Francesco elegge tre parole a simbolo del personale percorso di costruzione esistenziale: disillusione, rassegnazione, speranza. Disillusione, a causa della crisi economico finanziaria, ma anche ecologica, educativa e morale, che scuote le nostre certezze con conseguenze a volte terribili. Il Papa fa riferimento «agli squilibri sociali, al deterioramento dell’ambiente e alla guerra dell’acqua, alla potenza delle armi». Poi il pensiero è per quell’atteggiamento di rassegnazione «come pessimismo verso un possibile rimedio», quella disposizione d’animo che provoca «la paralisi dell’intelligenza e della volontà» da cui scaturisce «un atteggiamento simile a quello di Ponzio Pilato».

L’ultima parola, infine, è quella che tutti aspettavano: la speranza. La speranza nel mondo universitario come dimensione in cui si elaborano i saperi per la costruzione di un futuro certo sotto l’occhio di Dio.

All’uscita dalla Facoltà Teologica, dove il Pontefice è scortato velocemente da una nube di guardie del corpo, che Francesco fa un ulteriore “Bagno di giovani” e decide di indugiare divertito in papa mobile, dinanzi al palazzo dirimpetto la Facoltà dal quale un gruppo di ragazzi urla a pieni polmoni la scritta del loro simpatico striscione: «Papa Checco, sali su per un caffè?». Il Papa si ferma e mima a gran risa il gesto della tazzina. Probabilmente, non fosse stato per i meticolosissimi sistemi di sicurezza, Francesco sarebbe salito veramente a prendere un caffè con i suoi giovani, così come fece prima di lui Paolo VI nel 1970, proprio a Cagliari, andando a visitare la famiglia numerosissima di un umile ciabattino, in cui sorseggiò rilassato una buona tazzina di caffè.

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