Il cittadino dell’Artsakh Khachatryan condannato a 15 anni al termine di un processo assurdo a Baku

Condividi su...

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.11.2023 – Vik van Brantegem] – Il “tribunale” militare di Baku ha condannato il cittadino dell’Artsakh, Vagif Khachatryan, a 15 anni di reclusione dopo aver affrontato un processo illegale con accuse inventate da parte del regime autocratico dell’Azerbajgian. Dovrà scontare i primi 5 anni di carcere e i successivi 10 in un penitenziario di massima sicurezza. Si tratta di un processo farsa, perché è impossibile garantire in Azerbajgian l’integrità e l’imparzialità della giustizia in relazione a presunti crimini di guerra senza meccanismi legali internazionali indipendenti. E questo soprattutto in un Paese come l’Azerbajgian che non ha un sistema giudiziario indipendente, come riportato dalle organizzazioni internazionali competenti. Il diritto in Azerbajgian è un optional a disposizione di un autocrate e il suo regime dell’Assurdistan.

Come abbiamo riferito più volte in precedenza [QUI], Khachatryan è stato rapito con la forza dalle forze azere al posto di blocco illegale dell’Azerbajgian presso il ponte Hakari nel Corridoio di Berdzor (Lachin) il 29 luglio 2023, mentre veniva trasferito per un intervento chirurgico al cuore d’urgenza dall’Artsakh all’Armenia durante il blocco di 10 mesi dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian. La condanna a 15 anni equivale a una condanna a morte. Sebbene sotto protezione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, l’organizzazione non è stata in grado di impedire alle forze armate azere di prendere in ostaggio Khachatryan.

Come abbiamo riferito [QUI], il cittadino Armeno dell’Artsakh, Khachatryan, è stato accusato di inventate di crimini di guerra, in particolare di sua presunta partecipazione al massacro di civili a Khojaly.

Khachatryan ha sempre sostenuto la sua innocenza e rispinto le accuse contro di lui: «Sono una persona innocente; non ero presente sulla scena. Posso testimoniare che quelle persone non mi hanno visto lì e non avrebbero potuto vedermi. Non sono la persona che avrebbe potuto essere presente. Avevo un buon rapporto con questi abitanti del villaggio, e loro con me. Quelli che testimoniano qui affermano di avermi visto nel villaggio. Le persone armate mi hanno visto, ma non mi hanno sparato. Chiedo: se mi hanno visto, perché non hanno sparato? Tacciono, evitando l’argomento, insieme ad altre 7-8 persone. Degli sconosciuti arrivano qui, non conoscendomi, ma nel giro di due minuti affermano di avermi visto lì perché sono l’unico qui. Sono una persona innocente. Non ho partecipato a queste battaglie. Esiste una tecnica che scopre se una persona sta dicendo la verità o mentendo. Se esiste una tale possibilità, chiedo che le mie parole siano testate utilizzando questa tecnica».

Non ci sono prove verificabili che le accuse inventate contro Khachatryan abbiano qualche validità. L’Assurdistan in tutto il suo splendore: accuse false, testimoni falsi, processo falso, Stato falso. La falsificazione è nel DNA dell’Azerbajgian, frustrato dall’assenza di storia e di cultura nazionale. Solo un disonesto potrebbe qualificare questa farsa come un processo. Khachatryan è un eroe, non si è piegato alle pressioni, alle minacce e alle torture, come si sa che vengono praticate a Baku. E non si è “dichiarato colpevole”. L’autocrate Aliyev ha perso questo processo farsa. Il numero dei prigionieri politici condannati in Azerbaigian ne ha uno in più. Questo è solo l’ultimo crimine di guerra dell’Azerbajgian, in un’ondata di criminalità pluridecennale.

La conferenza prevista per il prossimo 9 novembre, come avevamo comunicato, è stata rimandata al 23 novembre. Padre Derenik [QUI], che avrebbe potuto partecipare solo in videoconferenza il 9 novembre, perché non era possibile di ottenere il visto in tempo, potrà essere presente di persona il 23 novembre. Siccome la sua presenza è considerata preziosa e la sua testimonianza è la cosa più importante tra quelle che si voleva comunicare, si è deciso di rinviare la conferenza al 23 novembre 2023, ma alle ore 20.15.

Cos’è la pace vera, in mezzo a tutte queste guerre? Cosa vogliono dire i 2500 anni di storia armena dell’Artsakh per tutti noi? L’Artsakh fu crocifisso come Cristo. Nulla succede per caso. Artsakh risorgerà come Cristo”.

L’associazione “Germoglio” invita alla conferenza dedicata all’Artsakh/Nagorno-Karabakh con video-testimonianze di persone sfollate che si svolgerà giovedì 23 novembre 2023 alle ore 20.15 presso il Liceo diocesano in via Lucino 79 a Breganzona, Lugano, Svizzera.
Interverranno Renato Farina, giornalista e parlamentare dal 2008 al 2013; Alex Farinelli, Consigliere nazionale e co-Presidente del gruppo parlamentare Svizzera-Armenia; Teresa Mkhitaryan, Presidente dell’Associazione “Il germoglio”; e Padre Derenik.
Modera la Dott.ssa Ilda Soldini.

I posti sono limitati. Per la partecipazione inviare un messaggio a Teresa Mkhitaryan via email [QUI] o via SMS o WhatsApp al numero +41792007110.

I media statali dell’Azerbajgian riferiscono dalla capitale della Repubblica di Artsakh, Stepanakert, dei preparativi per la parata militare del “Giorno della Vittoria”. Bandiere e stemmi azeri ora sono appesi nella piazza principale della capitale.

Esaltazione della pulizia etnica, del militarismo, dell’uso della forza e di altre violazioni della Carta delle Nazioni Unite e dei diritti umani universali.

Dopo 30 anni, il glorioso soldato dell’Azerbajgian è a Khankendi. Il nostro Karabakh, che è stato occupato dai vandali Armeni per 30 anni, è ora libero, e la gloriosa bandiera dell’Azerbajgian sventola su ogni centimetro della terra del Karabakh. Lunga vita all’Azerbajgian, lunga vita al Comandante in Capo, il Presidente dell’Azerbajgian. Karabakh è Azerbajgian» (RUF∀T J∀F∀ROV).

KARABAKH È AZERBAJGIAN! Il Giorno della Vittoria di Khankendi è pronto.

Ilham Aliyev fa sembrare Stepanakert ogni giorno sempre più un incubo pseudo-sovietico. Senza fascino e kitsch. Visto che devono continuare a scrivere che “Karabakh è Azerbajgian” in modo ossessivo e compulsivo, pare che non ne sono molto convinti.

La notizia che la Russia ha concluso il ritiro del materiale militare (senza specificare quanto ne rimane) dall’Artsakh, sembra essere coordinata con i preparativi dell’Azerbakgian per la parata militare per celebrare il “Giorno della Vittoria” nella capitale della Repubblica di Artsakh ormai svuotata dai suoi abitanti.

«Lieti di incontrare e informare il gruppo internazionale di viaggiatori e blogger di viaggio del Gruppo Nomadmania nell’ambito della “Spedizione Garabagh-2023” sull’agenda di pace regionale dell’Azerbaigian, sulla ricostruzione e il recupero di Garabagh e Zangezur orientale e sui progetti di sminamento umanitario dopo la loro visita a Shusha, Agdam liberata , Kalbajar, Lachin, Gubadli, Zangilan e Fuzuli. Sono grato al viaggiatore azerbajgiano Mehraj Mahmudov per aver organizzato visite regolari di viaggiatori internazionali e blogger di viaggio in Karabakh e Zangezur orientale» (Hikmet Hajiyev, Assistente del Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Capo del Dipartimento per gli Affari di Politica Estera dell’Amministrazione Presidenziale).

«L’aiutante dell’autocrate Aliyev ha incontrato il recente gruppo di utili idioti stranieri durante il loro viaggio finanziato dal governo azerbajgiano nel Nagorno-Karabakh etnicamente pulito. Sarebbe come andare a Berlino nel 1943 e pranzare con Goebbels» (Lindsey Snell).

La necessità di avere blogger di viaggio pagati dal governo dell’Azerbajgian per sostenere Hikmet Hajiev nella sua posizione sul Nagorno-Karabakh dimostra che non aveva alcuna morale internazionale con cui cominciare.

«Giorno dell’ultimo tour di propaganda pagato dal governo dell’Azerbajgian nel Nagorno-Karabakh. La popolazione del Nagorno-Karabakh prima del 2020 era di 145.000. Da allora l’Azerbajgian ha insediato circa 3800 Azeri e nel resto del Nagorno-Karabakh rimangono meno di 50 abitanti originari. Quindi, sono praticamente tutte città fantasma etnicamente pulite. Viaggio pulito» (Lindsey Snell).

«Nessun tour di propaganda per stranieri sponsorizzato dal governo azerbajgiano nel Nagorno-Karabakh etnicamente pulito sarebbe completo senza un viaggio in un campo militare per sparare e salire sui carri armati» (Lindsey Snell).

Rafayel Hakobyan è stato trovato vivo dopo un mese trascorso nascosto nelle foreste, senza rendersi conto che la sua terra natale, l’Artsakh, è stata completamente pulita etnicamente dall’Azerbajgian. Camminò per centinaia di chilometri e in uno dei suoi nascondigli fu notato da un colonnello della polizia azera che lo consegnò al Comitato Internazionale della Croce Rossa. Quando ha chiamato per informare che era vivo, suo padre non ha risposto alla chiamata pensando che lo chiamassero per confermare la sua morte attraverso i risultati del test del DNA. Poi chiamò sua sorella.

Il Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian ha lanciato un ultimatum all’Armenia, chiedendo la restituzione di 8 villaggi azeri “occupati”. I villaggi enclave che l’Azerbajgian reclama si trovano nelle province armene di Tavush e Ararat.

In una dichiarazione il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian afferma che l’Armenia non ha rispettato gli obblighi stabiliti dall’accordo di cessate il fuoco del 2020 di ritirare le proprie forze armate e ha continuato a trasferire illegalmente armi, equipaggiamento militare e mine nel “territorio dell’Azerbajgian”.

Gli 8 villaggi che l’Azerbajgian richiede sono Baghanis, Nerkin Voskepar, Verin Voskepar e Gizilhajili, Barkhudarly, Sofulu e Xeyrimli nella provincia di Tavush e Tigranashen nella provincia di Ararat in Armenia.

Il 5 ottobre a Granada, il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, insieme al presenza del Presidente del Consiglio Europeo Michel, al Presidente francese Macron e al Cancelliere tedesco Scholz, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta secondo cui l’Armenia riconosce unilateralmente l’integrità territoriale dell’Azerbajgian. Questa dichiarazione non è la prima del suo genere. Nel maggio 2023, durante una trasmissione in diretta su Facebook, Pashinyan ha espresso la stessa posizione.

La dichiarazione del Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian ripete le stesse accuse già più volte smentite e smontate in passate, che «l’Armenia ha scelto la strada di ostacolare i negoziati per un accordo di pace, continuando provocazioni politico-militari, continua a rappresentare una minaccia per il processo di pace, la vita dei nostri cittadini, ostacola la ricostruzione e lavoro di ricostruzione nella regione. Allo stesso tempo, la parte armena, contrariamente ai suoi obblighi, non solo non ha ritirato le forze armate armene dal territorio dell’Azerbajgian, che rappresentano la principale minaccia alla pace e alla sicurezza nella regione, ma ha anche hanno continuato a fornire sostegno materiale e finanziario e non hanno fermato il trasferimento illegale di armi, equipaggiamento militare e mine sul territorio dell’Azerbajgian».

In particolare sulla questione delle “enclavi” rivendicati dall’Azerbajgian, abbiamo scritto [QUI] (L’Azerbajgian continua a minacciare l’Armenia con la forza e la guerra).

La fine della società civile in Azerbajgian

Nella terza parte di una serie di articoli sul crollo della società civile azera, l’attivista democratico azerbajgiano Ahmad Mammadli scrive della persecuzione degli attivisti Azeri in esilio.

  • Parte 1 – La persecuzione della comunità religiosa [QUI]
  • Parte 2 – La prigionia del movimento democratico [QUI]
Ahmad Mammadli è un attivista politico in Azerbajgian. È l’ex Presidente dell’iniziativa socialdemocratica Movimento Democrazia 1918, che a settembre, poco prima dell’aggressione in Nagorno-Karabakh, ha deciso di sospendere le sue operazioni a causa della persecuzione da parte del governo.

Parte 3 – La persecuzione degli esiliati
di Ahmad Mammadli
Blankspot, 5 novembre 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Nella terza e ultima parte dell’articolo parleremo della deportazione e dell’incarcerazione di coloro che sono emigrati all’estero a causa delle pressioni politiche in Azerbaigian. Includerò anche persone che sono state rapite in Paesi stranieri e riportate in Azerbajgian.
Innanzitutto, durante la stesura di questo articolo, è stata stabilita una comunicazione sia con le famiglie degli esuli politici che con i difensori dei diritti umani. Pertanto, questo articolo può anche essere definito una raccolta di interviste con le famiglie degli esuli politici.
Va notato che anche i parenti di coloro che sono andati in esilio politico subiscono persecuzioni politiche in Azerbajgian.
Se cominciamo in ordine cronologico, possiamo iniziare discutendo del rapimento del giornalista investigativo Afqan Muxtarli. Le sue attività giornalistiche hanno disturbato lo Stato azerbajgiano, portando al suo rapimento nel maggio 2017 da Tbilisi e al suo trasferimento a Baku. È stato condannato a 6 anni di prigione. Amnesty International ha riconosciuto Muxtarli come “prigioniero di coscienza”.
Un altro caso interessante è quello di Rəşad Ramazanov, che ha lasciato il Paese in asilo politico dopo aver subito persecuzioni politiche. Quando arrivò a Baku, fu arrestato e detenuto per 30 giorni. Durante la detenzione è stato sottoposto ad abusi da parte della polizia. Successivamente è stato accusato di reati legati alla droga e la sua pena è stata aumentata a tempo indeterminato.
Nell’estate del 2023 abbiamo assistito alla deportazione di attivisti dalla Germania all’Azerbajgian, tra cui Samir Aşurov, Jafar Mirzayev, Pünhan Karimli, Malik Rzayev, Mütallim Orucov, Ziya Ibrahimli ed Emin Malikov.
Questi deportati furono successivamente arrestati per motivi politici. Inoltre, Anar Aliyev, tornato dalla Germania per visitare la sua famiglia durante le vacanze estive, è stato arrestato in Azerbajgian. Anar Aliyev aveva partecipato attivamente ad azioni contro il governo azerbajgiano mentre era in Germania. È stato arrestato con l’accusa di traffico di droga e condannato a 3 anni di prigione.
Tra gli attivisti deportati, sul caso di Samir Aşurov non è stato ancora raggiunto alcun verdetto e il suo processo è in corso da oltre un anno. Sua moglie, Nurana Aşurova, viveva con i loro due figli piccoli in un appartamento in affitto a Baku. Fu sfrattata a causa della pressione sul proprietario da parte della polizia. Sentendo che la sua vita e quella dei suoi figli erano in pericolo, Nurana Aşurova è fuggita in Georgia, dove le è stato concesso asilo dopo aver fatto appello al Servizio di Sicurezza dello Stato georgiano.
Un altro attivista detenuto è Pünhan Karimli, membro del Partito del Fronte Popolare dell’Azerbajgian, che è stato arrestato al suo ritorno a Baku e sottoposto ad abusi da parte della polizia. Successivamente è stato accusato di reati legati alla droga, ricevendo inizialmente una condanna a 6 anni, poi ridotti a 5 anni in appello.
La situazione di Emin Malikov è particolarmente grave. Dopo aver subito persecuzioni in Azerbajgian a causa del suo coinvolgimento in azioni contro il governo mentre si trovava in Germania, è stato sottoposto a violenze. Dopo la deportazione dalla Germania in Azerbajgian, è stato sottoposto a gravi abusi da parte della polizia. I suoi amici hanno organizzato un’azione di protesta nel giugno 2023 davanti al Ministero degli Esteri tedesco e davanti all’Ambasciata tedesca in Azerbajgian per attirare l’attenzione su Emin Malikov e altri deportati.
Un altro membro del Fronte Popolare Azerbajgiano, Mütallim Orucov, è stato condannato a 7 anni di carcere dopo essere stato accusato di traffico di droga.
Anche Malik Rzayev, un altro deportato, è stato condannato a 7 anni di carcere.
Jafar Mirzayev è tornato in Azerbaigian il 27 gennaio 2022, ed è stato arrestato, per il suo coinvolgimento nell’attivismo contro il governo azero in Germania.
Dopo la deportazione dalla Germania, l’unico attivista che è stato arrestato e successivamente rilasciato è Ziya Ibrahimli. Zafar Ahmədov, che monitora costantemente gli arresti degli esuli politici, afferma che nel 2023 altri 3 attivisti deportati in Azerbaigian sono stati arrestati e sono attualmente in detenzione. Tuttavia, le identità di queste persone vengono tenute segrete. Inoltre, Ahmadov esprime preoccupazione per ulteriori sviluppi negativi da parte dello Stato azerbagiano riguardo alla questione degli esiliati politici.
Oltre agli attivisti deportati in Azerbajgian, vale la pena menzionare anche il blogger Mahamməd Mirzali, che ha chiesto asilo politico in Francia nel 2016. Parallelamente al suo esilio, è stato vittima di un attentato nel 2020 e nel 2021. Nel 2017, suo padre e il coniuge della sorella furono arrestati e ci furono minacce di diffondere le immagini intime di sua sorella.
Un’altra recente questione importante è l’esilio di Irada Bayramova, moglie di Gubad Ibadoghlu, Presidente del Partito Democratico e Prospero dell’Azerbaigian, che è attualmente detenuta a Baku insieme al marito e sottoposta a violenze da parte della polizia.

L’intervista a Ahmad Mammadli

L’attivista democratico azerbajgiano Ahmad Nammadli, che in una serie di tre articoli ha descritto la persecuzione della società civile azera, in un’intervista per Blankspot osserva: «Se qualcuno vuole lottare per il cambiamento, deve essere pronto a essere arrestato e sottoposto a tortura». Nammadli nel raccontare la lotta contro la dittatura degli attivisti per la democrazia in Azerbajgian, osserva: «È un peccato vedere la cooperazione tra alcuni Paesi occidentali e il regime di Aliyev. Attraverso queste collaborazioni, trasmettono il messaggio che le risorse naturali sono più importanti della democrazia».

Fino ad agosto Nammadli è stato presidente del movimento socialdemocratico Democrazia 1918, avviato dopo la guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020. Il movimento è stato formato in risposta alla crescente repressione da parte del governo azerbaigiano contro la società civile. Dopo tre anni di lotta per i diritti democratici, Democrazia 1918 venne finalmente sciolta quando il governo intensificò gli arresti dei suoi membri.

“Il prezzo dell’attivismo è la tortura”
Blankspot, 5 novembre 2023
(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Innanzitutto, qual è il messaggio più importante che vuoi trasmettere con i tuoi testi?
Gli argomenti riguardano questioni relative ai diritti umani e alle libertà, elezioni libere e democratiche, diritti delle donne, LGBTQ+, prigionieri politici e attivisti per la pace. I comuni cittadini azeri di solito non sono particolarmente preoccupati per questi problemi, ma per le persone colpite la situazione è critica. Inoltre, sempre più persone sono colpite dall’oppressione. Credo che sia mio dovere evidenziare tutte queste questioni e trasmettere al mondo la realtà qui.

Hai scelto di sciogliere Democrazia 1918, perché?
Dopo la fine della guerra nel 2020, le organizzazioni politiche e la società civile hanno subito restrizioni più severe da parte dello Stato. Soprattutto dopo l’introduzione di nuove leggi che limitano i media e i partiti politici. Vediamo che la libertà di espressione e le libertà politiche si riducono costantemente. Per protestare contro queste restrizioni, il movimento Democrazia 1918 dichiarò di non poter più operare in queste condizioni. Questa, di per sé, era una forma di disobbedienza civile, una protesta contro l’attuale regime.

Quanto è libera la società civile oggi?
Dobbiamo tornare al 2013 per rispondere alla domanda. Poi la società civile è stata sottoposta a quella che chiamiamo la “grande repressione”. Dopo l’introduzione di una nuova legge sulle organizzazioni non governative e il controllo dei loro finanziamenti nel 2013, i finanziamenti provenienti dall’Occidente alla società civile nel Paese si sono interrotti. Durante quel periodo (2013-2016), sono state incarcerate personalità di spicco della società civile. Tra loro ci sono Anar Mammadli, Khadija Ismayilova, Intigam Aliyev, Rasul Jafarov, Rauf Mirqadirov, Bashir Suleymanli, Parviz Hashimli, Hasan Huseynli, Arif Yunus e sua moglie Leyla Yunus, così come politici come il leader del partito REAL, Ilgar Mammadov, membri del partito Musavat, Tofiq Yaqublu e Faraj Kerimli, e un membro del Partito del Fronte Popolare dell’Azerbaigian, Seymur Hazi.
Oltre a questi nomi, ci sono tanti altri attivisti della società civile e politica. Tutto questo sembra grave ancora oggi. Pertanto, le attuali strutture della società civile non sono libere e si trovano in una situazione molto indebolita. Oggi possiamo parlare di un’ulteriore repressione, forse di un tentativo definitivo.

Come pensi che si svilupperà l’Azerbajgian nei prossimi anni, in termini di democrazia?
È molto difficile, forse addirittura impossibile, affermare che nei prossimi anni ci sarà uno sviluppo democratico in Azerbajgian. Questo perché la dittatura, che è forte e ha rafforzato il suo controllo sulla società, può facilmente imprigionare ed esercitare pressioni sul gruppo di attivisti democratici. Si tratta anche di aumentare il sostegno al regime. In tali condizioni, l’attività politica è praticamente impossibile. Oggi gli attivisti possono esprimere il loro attivismo solo in una certa misura. Se qualcuno vuole lottare per il cambiamento, deve essere pronto a essere arrestato e sottoposto a tortura.

Come può la comunità internazionale sostenere gli attivisti in Azerbajgian?
È un peccato vedere la cooperazione tra alcuni Paesi occidentali e il regime di Aliyev. Attraverso queste collaborazioni, trasmettono il messaggio che le risorse naturali sono più importanti della democrazia. In ogni caso, gli Azeri devono costruire la propria democrazia. Aspettarsi che una potenza straniera cambi la leadership politica non è un’aspettativa normale.
Ho espresso queste opinioni io stesso durante gli incontri con le missioni degli Stati membri dell’Unione Europea a Baku, sottolineando che nessuno Stato, nemmeno gli Stati Uniti, ha l’obbligo di istituire un sistema democratico per il popolo azerbajgiano. L’organizzazione democratica nel nostro Paese dovrebbe essere costruita da noi, dagli attivisti della società civile e dai rappresentanti della società civile, in collaborazione con la società azera. Se volete sostenerci dal mondo esterno, mostrate solidarietà al nostro movimento.

151.11.48.50