Papa Francesco, il segreto pontificio e il dibattito sul Sinodo

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.09.2023 – Andrea Gagliarducci] – La notizia che Papa Francesco potrebbe imporre il segreto pontificio [1] nel dibattito sinodale ha creato un po’ di scalpore [QUI]. Per ora il regolamento del Sinodo non è stato ancora pubblicato, e potrebbero esserci alcune modifiche procedurali, soprattutto per quanto riguarda le modalità di partecipazione al dibattito e di votazione. Tuttavia, il fatto che le prime comunicazioni ufficiali del Sinodo stabiliscano che ogni intervista ai padri sinodali debba essere preventivamente richiesta via email al responsabile della comunicazione della Segreteria Generale del Sinodo ha innescato il dibattito sulla trasparenza del processo sinodale. Le indiscrezioni sul segreto pontificio hanno aggiunto agitazione ad agitazione.

Bisogna sgombrare il campo da ogni illazione: il segreto pontificio sulle opinioni altrui e sui dibattiti era già previsto nei precedenti regolamenti del Sinodo. Paolo VI voleva consentire il maggior dibattito possibile, e questa decisione non era stata modificata né da Giovanni Paolo II né da Benedetto XVI. Le votazioni sul testo finale del Sinodo hanno dato un esempio di tutto questo. La votazione avveniva paragrafo per paragrafo e se uno dei paragrafi non aveva raggiunto il consenso sinodale (cioè due terzi dei voti) non fu pubblicato né condiviso.

Partendo dal fatto che la questione della segretezza era presente fin dall’inizio, va detto che la macchina comunicativa del Sinodo dei Vescovi, messa a punto definitivamente sotto la direzione della Sala Stampa della Santa Sede di Joaquín Navarro-Valls [2], ha sgombrato il campo da ogni possibile illazione. Fedeli al principio del Cardinale Jan Pieter Schotte, CICM [dal 24 aprile 1985 all’11 febbraio 2004 Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi], – “Non c’è nulla che meriti di rimanere segreto nel Sinodo” – tutti i dibattiti sono stati riportati, pubblicando le sintesi degli interventi in sei lingue diverse, con un preciso sistema di codici e colori che ha consentito di conoscere immediatamente la lingua originale, il momento in cui il testo era stato pubblicato e il traduttore.

Ogni giorno si svolgeva quindi un briefing informale suddiviso per gruppi linguistici, che ha consentito a tutti i giornalisti di avere notizie sull’andamento del processo. I padri sinodali sono stati spesso invitati come ospiti a questi briefing e hanno trattato i giornalisti con grande apertura.

Papa Francesco ha centralizzato la comunicazione del Sinodo, riducendo tutto a un unico briefing più formale e non distribuendo né testi né sintesi dei testi. Tuttavia, nei primi Sinodi di Papa Francesco, il Cardinale Lorenzo Baldisseri, allora Segretario Generale del Sinodo, giustificò la decisione di non distribuire formalmente i testi con il fatto che i padri sinodali erano liberi di parlare con chi volevano ed anche eventualmente di dare i testi dei loro discorsi.

Cosa è cambiato adesso? È drasticamente cambiato il clima. Il problema non è più la questione formale, se il segreto pontificio si applichi o meno al dibattito sinodale. Piuttosto, negli ultimi anni le parole sono state usate private del loro pieno significato, o interpretate in modo diverso [3]. Il problema è innanzitutto linguistico. Diventa però un problema pratico.

Ho già notato come Papa Francesco spesso decontestualizzi frasi e frasi, estrapolandole da un discorso e dando loro interpretazioni uniche [QUI]. Il problema riguarda anche il concetto di sinodalità. Papa Francesco ha sempre dichiarato che l’Esortazione apostolica di Papa Paolo VI Evangelii nuntiandi è il suo riferimento. E lì, in quella Esortazione, Paolo VI ci invitava a imparare dalla sinodalità delle Chiese Orientali.

In un certo senso, Paolo VI non stava cercando di cambiare il paradigma della Chiesa. Cercò di capire come potesse esistere la Chiesa nei tempi moderni. Diede grande importanza al Sinodo, tanto che una delle proposte di riforma del Conclave prevedeva che il Segretario Generale del Sinodo fosse coinvolto insieme a tutti i membri della Segreteria Generale del Sinodo nell’elezione del Papa. Ha abbandonato l’idea perché le elezioni di un Papa riguarda i cardinali che il Papa stesso crea, hanno un profondo significato spirituale, e non possono quindi essere delegati anche a vescovi e arcivescovi che sono di nomina papale ma hanno un ruolo temporaneo. L’elezione di un Papa non è un processo democratico a cui partecipano coloro che hanno una carica temporanea.

Già solo questo aneddoto – raccontato da Benny Lai prima del Conclave del 2005 [QUI] – dimostra che Paolo VI guardava alla sinodalità non come una forma alternativa di governo, come parte di una riforma della Chiesa, ma piuttosto come un modello di dibattito che mantenesse la discussione conciliare vivo.

Papa Francesco ha portato avanti questa idea. Ha aggirato il problema dell’inclusione del Segretario Generale del Sinodo nel Conclave nominando cardinali tutti i suoi Segretari Generali del Sinodo. Ha poi avviato un processo sinodale che, ai suoi occhi, serve a superare i vecchi schemi di potere. Il dibattito sinodale deve fornire nuove opinioni e punti di vista, ma anche saper mettere in discussione i modelli di gestione fino ad oggi perpetuati. Del resto, il Papa racconta sempre la sua esperienza di Relatore Generale del Sinodo del 2001 e di come i testi, a suo dire, siano stati manipolati o, comunque, preprogrammati.

Per vincere la manipolazione, il Papa usa il metodo che ha sempre usato: massima riservatezza, e trasparenza solo alla fine del processo decisionale. I discorsi non vengono pubblicati; i vescovi possono parlare ma sono scoraggiati dal parlare concretamente del dibattito, ma poi si vota e si rendono noti i voti di tutto. Il documento finale del Sinodo diventa così completo anche dei paragrafi che non hanno il consenso sinodale, superando ogni preprogrammazione.

Allo stesso tempo, però, il Papa parla del Sinodo come sinonimo di Chiesa. Si riferisce al processo sinodale come a un nuovo modello. Parla di trasparenza e di dibattito sulle decisioni. Qui sorge il problema linguistico. La sinodalità è un concetto astratto, mai utilizzato nei documenti del Concilio Vaticano II proprio perché privo di fondamento concreto. Il modello della sinodalità delle Chiese Orientali – lo ha spiegato bene Ines Murzaku su Catholic World Report [QUI] – non è esente da problemi, a partire dall’eccessiva nazionalizzazione o addirittura dall’impossibilità per un Patriarca di decidere senza farsi influenzare da fattori esterni che influenzano il proprio Sinodo.

Queste difficoltà non compaiono nelle dichiarazioni del Papa, in cui egli non indulge in sfumature ma quando parla dà invece un senso generale delle cose. Se il linguaggio non è preciso, però, tutto è possibile. E così si sviluppano le grandi aspettative per il Sinodo. Anche tra coloro che sono più vicini al Papa c’è la convinzione che le strutture della Chiesa debbano essere cambiate, ma non è chiaro che il Papa sia d’accordo, e non è sicuro che il Papa voglia una riforma in questi termini.

Dal punto di vista della comunicazione, siamo arrivati a pensare che un Sinodo dovrebbe essere un processo trasparente e, quindi, con la partecipazione dei giornalisti. In pratica, il Sinodo è visto come una sessione del Parlamento a porte aperte, dove l’opinione pubblica può esaminare ogni discorso. Questo non è ciò che il Papa vuole – e Papa Francesco lo ha chiarito – ma le dichiarazioni e i gesti sono andati così lontano che ora è ciò che ci si aspetta.

Pertanto, ogni parola è portata all’esasperazione, creando un dibattito polarizzato e speculativo. La divisione tra progressisti e conservatori non esiste più perché le preoccupazioni sono simili, cioè che il Papa possa volere qualcosa di diverso da ciò che generalmente si intende. Probabilmente sarà così anche al prossimo Sinodo.

In questa polarizzazione, un’intervista al futuro Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, evidenzia che il problema è, in realtà, sia sul lato progressista che su quello conservatore, ma mette anche in guardia contro una presa di posizione che potrebbe creare uno scisma. Perché in definitiva – questo è il suo argomento – il Papa ha un carisma dinamico, e solo lui detiene la corretta interpretazione della dottrina. Parole, anche queste, che rischiano di ridurre la dottrina all’arbitrarietà papale [QUI]. Probabilmente non è questo che Fernández intende, tanto che in un altro passaggio dell’intervista parla di una dottrina che non cambia e di un Vangelo che è già rivelazione. Tuttavia, anche in questo caso, la reazione ad un’esasperazione porta ad un’altra.

Il problema del prossimo Sinodo non sarà il segreto pontificio, che c’è sempre stato, né la comunicazione, perché i vescovi potranno sempre parlare. Si tratterà più di comprendere la terminologia. Sarà necessario ritornare ai significati originari delle parole, contrapporre il loro significato storico a quello attuale, e superare le dicotomie tra misericordia e dottrina e tra ideale cristiano e realtà, che non riflettono la realtà. E cioè che la vita cristiana è una vocazione integrale. La dottrina serve ad aiutare questa vocazione, e il peccato è un limite specificamente umano, ma un limite che può essere superato con la grazia di Dio. Probabilmente è proprio questo che aiuta il dibattito sinodale. Il resto rischia di essere solo una forzatura.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato oggi dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

[1] Il segreto pontificio è un segreto particolare che viene imposto ai destinatari su materie di particolare gravità. Secreta continere (o Instructio de secreto pontificio) – il documento riguardante il diritto canonico stilato dalla Segreteria di Stato della Santa Sede a firma del Cardinale Jean-Marie Villot, approvato da Papa Paolo VI il 4 febbraio 1974 e pubblicato in Acta Apostolicae Sedis, 1974, pagine 89-92 – contiene le norme sul segreto pontificio il quale sostituisce l’antico segreto del Sant’Uffizio. Il documento aggiornava e rafforzava un precedente documento del 24 giugno 1968. Nel preambolo si specifica che «in alcune questioni di maggior rilevanza viene richiesto un particolare segreto, detto segreto pontificio, e che deve essere custodito con grave obbligo» e che, «poiché si tratta della sfera pubblica, che riguarda il bene di tutta la comunità religiosa, non spetta a chiunque, secondo ciò che detta la propria coscienza, ma a chi legittimamente ha la cura della comunità decidere come, quando o che quale gravità tale segreto debba essere imposto». Secondo il documento «coloro che hanno l’obbligo di custodire tale segreto» dovrebbero considerarsi come «legati non da una legge esteriore, ma invece da un’esigenza che scaturisce dalla loro stessa dignità umana»: dovrebbero perciò ritenere un onore essere chiamati a custodire tali segreti per tutelare il bene pubblico. Il documento elenca le materie in cui il segreto pontificio può essere richiesto, riservando ad alcuni alti prelati la facoltà di estendere ulteriormente tali fattispecie a propria discrezione (art. 1); specifica le persone che sono tenute al segreto pontificio (art. 2), le procedure per sanzionare, nei limiti del diritto canonico, chi lo vìola (art. 3) e la formula del giuramento prestato da chi vi è tenuto (art. 4).

[2] Stimolato da questo interessante ed importante articolo dell’amico e collega Andrea Gagliarducci, intendo ritornare sull’argomento della comunicazione sinodale pre-2013 – l’anno che segna il cambio di paradigma – in un articolo successivo, per sgombrare il campo di ogni equivoco dal punto di visto storico, per quanto riguarda il campo della comunicazione sinodale, offrendo un mio contributo personale, visto che ho gestito – con delega del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede – l’apparato comunicativo di 17 Assemblee sinodali (quindi, non del Sinodo dei Vescovi in generale) dal 1985 (Seconda Assemblea Generale Straordinaria. Il ventesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II) fino al 2012 (Decimo Terza Assemblea Generale Ordinaria. La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana). [V.v.B.]

[3] Da moltissimo tempo, purtroppo è in atto – nella società in generale, non limitato all’ambiente ecclesiastico – un svuotamento del contenuto delle parole e il riempimento con significati diversi e spesso opposti. Il risultato è micidiale per la convivenza umana.

Negli anni dal 1973 al 1983 scrissi – in neerlandese – con un amico (Willy Cobbaut) per la rivista Alternatief (che fondò a 27 anni e di cui sono stato il primo Direttore) una serie di articoli con la spiegazione di 52 parole molto usati e abusati nel mondo politico e sociale (che diventano parole compulsivi), pubblicate nel 1988 (con lo pseudonimo Jan van Elzen) in un libro dal titolo Het fatale dwangdenken (Il fatale pensiero compulsivo).
Nelle prime frasi dell’introduzione scrissi: «Una parola serve per dire qualcosa in un modo comprensibile per altri. Nella realtà però vediamo che la lingua ha cessato a svolgere il suo ruolo come strumento per esprime idee in modo chiaro. Le persone si nascondono dietro le parole. E così cresce confusione nelle definizioni. Le parole perdono il loro contenuto e diventano parole compulsive. Sotto la pressione della dittatura della parola compulsiva sono rimaste poche persone che si preoccupano ancora a pensare limpido. Un linguaggio sporco avvelena e violenta le menti, diventa pensiero compulsivo». [V.v.B.]

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