Libertà d’informazione e geopolitica. Il nuovo analfabetismo da TV e smartphone. L’assenza di visione. Il vitello d’oro (Esodo 32,35)

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In occasione della riapertura scolastica dopo la pausa estiva, riteniamo utile condividere alcuni contributi, iniziando con il commento di Matteo Castagna, pubblicato oggi dall’amico e collega Marco Tosatti sul suo blog Stilum Curiae, che ringraziamo, visto che si tratta di un tema che questo Blog dell’Editore in particolare e Korazym.org in generale tengono particolarmente a cuore, in linea di principio [#RestiamoLiberi e Testimonium perhibere veritati-Rendere testimonianza della verità) e nella pratica delle quotidiane coperture geopolitiche di cui ci occupiamo. Seguono i versetti biblici a cui fa riferimento Castagna nel suo commento.

Dal parrucchiere o dal dentista arrivano 20 minuti prima, ma a Messa si può arrivare in ritardo, tanto Gesù non protesta (pensano… se pensano). Il problema è che già a casa non c’è nessuna educazione, perché non c’è l’hanno neppure i genitori. Per cui, che cosa dovrebbero insegnare ai figli? E poi, della scuola i genitori non si interessano. Se poi scrivono “l’anno neppure”, di cosa parliamo?

Inoltre, riportiamo due contributi di qualche anno fa, su un tema terribile che è sotto gli occhi da tempo: il nuovo analfabetismo da TV e smartphone:

Sconvolgente testimonianza su giovani e scuola di Giancarlo Francesco Maria D’Anna
Studiate per fuggire dal carcere dell’ignoranza di Massimo Marnetto con la risposta di Corrado Augias

Immagine di Philippe Ramette.

Libertà d’informazione e geopolitica si scontrano con i diktat delle élite
di Matteo Castagna
Stilum Curiae, 11 settembre 2023


In Occidente, la geopolitica viene trattata con superficialità. I media trattano le notizie senza un serio ed approfondito approccio, preferendo soffermarsi su tematiche di minor spessore ma anche di minore importanza. Il risultato è che chi non trova riviste specializzate o fonti personali, non ci capisce niente ed è costretto a fidarsi dei flash dei telegiornali o dei trafiletti dei giornali.

Recentemente ho saputo che alcune redazioni italiane non hanno neppure giornalisti che si occupano di geopolitica. La mia personale opinione è che nel terzo millennio se non si approfondisce questo argomento, si rischi di rimanere vittima della propaganda e di credere ad ogni boutade nei talk show.

Esempio eclatante, oltre al Prof. Michael Hudson, è il Prof. Jeffrey Sachs, ordinario ad Harvard, di cui si occupa ampiamente il blog del giornalista vicentino Marco Milioni. Sachs è di origini ebraiche, politicamente schierato coi Democratici, progressista moderato, consulente alle Nazioni Unite. Il suo profilo avrebbe tutte le caratteristiche per essere un divo politically correct, eppure non lo è, e pur essendo considerato un luminare in America, non è quasi mai presente nei salotti televisivi, perché preferisce la diplomazia alla guerra e perché sulla Russia e sulla Cina non la pensa come Hillary Clinton. Se può dar consolazione, non sembrerebbe essere l’unico dem americano…

In Italia è pressoché sconosciuto. Scrive, a tal proposito, Marco Milioni sul suo blog: «… il grosso della stampa cosiddetta mainstream del nostro Paese è talmente schierata con i diktat che arrivano da un certo mondo atlantista, da porsi limiti addirittura più stringenti di quelli che giungono da Oltreoceano…». L’ultimo articolo di Sachs è illuminante per come affronta e racconta le relazioni commerciali tra USA e Cina. Si trova in inglese, imboscato, nonostante l’importanza della persona, solo sul suo sito internet del 22 agosto. Viene tradotto in italiano e riportato quasi per intero su Il Fatto quotidiano del 9 settembre, a pag. 17, ovvero venti giorni dopo. Milioni conclude: «… nel circuito dell’informazione italiana di quella analisi autorevole, però di fatto non c’è traccia. Ovvero non c’è traccia di un dibattito sull’argomento degno di questo nome: che si concordi o meno col docente americano». Il dramma è questo, assieme alle prese di posizione manichee ed ideologiche.

Stiamo attraversando un’era di cambiamenti epocali, ove sembrerebbe che ad esser messa in gioco sia la libertà. Il nuovo Sistema si fonda sul controllo sociale, cercando in ogni modo di integrare l’umanità nel nichilismo, attraverso una versione “light” di totalitarismo, differente dai regimi del XX secolo, perché subdolo, distopico, a-morale, irragionevole, profondamente maligno e scaltro, al punto che molti non si accorgono di quanto la dipendenza dalle élite stia cambiando gli stili di vita, annullando ogni visione del mondo, carcerando le idee e riducendo la religione ad un’ inutile e antiquato modello, che non serve all’economia globale.

Cornelio Fabro, a proposito della libertà, scrisse che «la libertà è la lingua universale dello spirito umano, è quella lingua che parla dal fondo del suo silenzio nella richiesta radicale: la libertà è ciò che più ci accomuna, e l’esercizio della libertà è ciò che più ci differenzia e ci distingue…».

San Tommaso d’Aquino scrisse che «la libertà è la capacità che l’uomo ha di essere arbitro, cioè padrone delle proprie azioni, scegliendo tra varie possibilità e alternative: di agire oppure di non agire, di fare una cosa piuttosto che un’altra. Se l’uomo fosse portato al suo destino senza libertà, non potrebbe essere felice, non sarebbe una felicità sua, non sarebbe il suo destino. È attraverso la sua libertà che il destino, il fine, lo scopo, l’oggetto ultimo può diventare risposta per lui. Il destino è qualcosa di fronte al quale l’uomo è responsabile, è frutto della libertà. La libertà dunque ha a che fare non solo con l’essere protesi a Dio come coerenza di vita ma anche con la scoperta di Dio».

Ridotto all’essenziale, la nuova società wok d’importazione statunitense vorrebbe toglierci tutto questo per renderci amebe o automi, senza ideali, senza religione, senza una morale comune, distruggendo ogni comunità di destino, appiattendoci sul tecnicismo, surclassati dalle macchine e imbottiti di pensiero unico liberale, globalista, buonista, ateo o pieno di idoli, fanaticamente green e genderista, mentre il fine è sempre il Vitello d’Oro, di biblica memoria. Nel racconto del Vecchio Testamento, il lettore ricorderà che non finì bene per coloro che si misero ad adorarlo.

* * *

«Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!».
Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me. Ora va’, conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato».
Il Signore percosse il popolo, perché aveva fatto il vitello fabbricato da Aronne» (Esodo 32,31-35).

Immagine di Philippe Ramette.

Le lettere di Corrado Augias
la Repubblica, 6 dicembre 2019
Studiate per fuggire dal carcere dell’ignoranza


Caro Augias, ricordo ancora la domanda che ci fece il professore di Filosofia il primo giorno di liceo: «A che serve studiare? Chi sa rispondere?». Qualcuno osò rispostine educate («a crescere bene…», «a diventare brave persone…»). Niente, scuoteva la testa. Finché disse: «Ad evadere dal carcere». Ci guardammo stupiti. «L’ignoranza è un carcere – aggiunse –. Perché là dentro non capisci e non sai che fare. In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?». Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri 19, che faticano ad “evadere” e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza. Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte.
Massimo Marnetto

«L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo è lui il padrone», era il titolo di una commedia di Dario Fo-Franca Rame (1969); l’idea gramsciana che dovere di un partito di sinistra fosse l’elevazione delle masse era ancora forte – di fronte al deserto culturale della parte opposta. L’ultima volta in cui l’ho sentita enunciare a livello politico fu col primo governo Prodi che dichiarò di voler mettere la scuola in cima alle priorità.

Nel discorso programmatico del primo governo Conte le parole scuola e cultura non c’erano. Nel Conte due è invece comparso un breve accenno. La verità è che un accenno non serve di fronte alla magnitudine del disastro. Se i dati OCSE-PISA rivelano che solo un adolescente su venti riesce a decifrare un testo di media complessità, vuol dire che la regressione è galoppante, che leggere su uno strumentino elettronico non serve a niente perché con una comunicazione scheletrica e ripetitiva s’arriva a trasmettere un appuntamento o al massimo un’effusione sentimentale ridotta a «Tvb» (Ti voglio bene). Leggere e scrivere sono un’altra cosa.

Qualche giorno fa ho partecipato ad un corso per insegnanti organizzato da “Italiadecide” (Associazione di ricerca per la qualità delle politiche pubbliche). Una trentina di insegnanti, per la maggior parte donne, riunite a discutere di cooperazione e apprendimento alla luce dei princìpi costituzionali.

Sono rimasto sorpreso dalla qualità e dal tenore degli interventi, dall’evidente passione nell’arduo compito di insegnare a generazioni di giovani distratti (attratti) da ben altro.

A un certo punto una di loro ha detto: «Se offri una visione, il ragazzo ti segue». M’è parsa una frase chiave; «offrire una visione» significa non limitarsi a trasmettere una data, un nome, la località d’una battaglia o d’un trattato, significa completare un fatto, una pagina di testo, una strofa di poesia, una formula chimica, una scoperta della biologia accompagnandola col percorso, il significato, il contesto, il significato della cosa in esame. Poiché la politica è quello che, sulle spalle di insegnanti di questo livello grava l’intero peso di colmare il vuoto rivelato dai drammatici indici OCSE-PISA.
Corrado Augias

Immagine di Philippe Ramette.

Sconvolgente testimonianza su giovani e scuola
di Giancarlo Francesco Maria D’Anna
Ponzaracconta.it, 9 dicembre 2019


Subito dopo la laurea, nella seconda metà degli anni ’70, ho iniziato a fare supplenze ma appena vinto un concorso (come bibliotecario) ho lasciato la scuola; sono ritornato solo a metà degli anni ’80, come vincitore di concorso per le superiori. Ma ho ricevuto un’amarissima sorpresa: nella mia precedente esperienza bastava guardare un secondo negli occhi un alunno per capire quanto fosse intelligente e quanto sarebbe stato bravo o in difficoltà; non vi era alcuna possibilità di sbagliare, credetemi. Tornato non era più così: vorrei riuscire a comunicarvi quanto io sia stato colpito dal fatto che begli occhi, straordinariamente vivi ed acuti, appartenevano a ragazzi che purtroppo avevano problemi, il cui cervello era come un po’ costantemente ottuso e irrimediabilmente addormentato, ed arrancavano in tutte le materie.

Provavo (e provo ancora) rabbia perché sentivo che a quei ragazzi la natura, o il Padreterno, avevano donato alla nascita tutta l’intelligenza che si possa desiderare ma che qualcuno o qualcosa aveva compresso, schiacciato e soffocato la loro dote migliore. Chi era responsabile di questo crimine storico avverso i “miei” ragazzi?

Pochi secondi mi sono bastati per intuire qualcosa di cui mi sono convinto sempre più nei decenni seguenti: in quegli anni in cui sono mancato dalla scuola si era diffusa la tv privata, con programmi deteriori ma molto accattivanti (che la tv pubblica era costretta ad imitare), che inchiodavano davanti al piccolo schermo i bambini ed i ragazzi, soffocandoli dalla più tenera età con un profluvio di stimoli che non comprendevano e proprio per questo non permettevano loro di formarsi una struttura conoscitiva.

Era inutile tentare di liberarli dalla loro dipendenza e cercare di portarli a leggere di più, ormai era troppo tardi: i danni cerebrali erano irreversibili.

Una quindicina di anni dopo vinco un concorso all’Università e vi resto diversi anni; ma i tagli al Ministero mi rispediscono ai licei nei quali trovo un’altra, ancora più terribile sorpresa: metà dei miei ragazzi non capiva niente. Nulla. Senza esagerazione.

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha pubblicato recentemente un rapporto – PISA-Programme for International Student Assessment – in cui gli adolescenti italiani, tra gli 11 ed i 15 anni, sono gli ultimi in Europa per la capacità di capire un testo scritto o orale; precisamente, più del 50 % dei ragazzi di quella fascia d’età non riesce a comprendere una frase semplice, il che è un eufemismo per dire che non capiscono niente.

Certo, una parte di questi riesce con enorme fatica ad interagire con un contesto che sentono molto ostile ed incomprensibile giungendo a far credere di aver capito, ripetendo qualcosa; ma se si chiede di ripetere il concetto senza usare le parole che hanno memorizzato non ci riescono, perché sono solo queste, non quello, l’oggetto delle loro facoltà intellettive.

Ma c’è di peggio: questa situazione causa loro tanta sofferenza (muta o inconscia), per un senso d’inferiorità e di paura verso un contesto in cui sentono di essere del tutto inadeguati, e questi tre sentimenti vengono quasi sempre trasformati in aggressività, in cattiveria, in odio verso tutto e tutti, più o meno represso ma sempre pericoloso e doloroso.

Anche per comprendere la causa di quest’altra involuzione epocale sono stati sufficienti pochi secondi: i ragazzi che dicono di non stare troppo tempo dinanzi ai cellulari, sui vari social e programmi di messaggi, richiesti di precisare quanto sia secondo loro il tempo giusto, rispondono 2 ore o 1 ora e mezza.

In quegli anni che ero mancato dalla scuola si era infatti diffuso l’uso degli smartphone che avevano fornito loro, fin dall’infanzia, la balia e la bambinaia più perverse e subdole che si possano immaginare: le continue, quotidiane sevizie di una serie di stimoli ancora più disgregati e disgreganti la psiche della tv, perché in questa almeno un minimo di consequenzialità al loro interno le trasmissioni la devono mantenere, mentre nei social media no, il loro cervello può essere bombardato in quelle due ore da qualcosa come 500 contenuti (ma forse anche il doppio) completamente diversi, senza assolutamente nessun legame il precedente con il seguente. É facile capire l’effetto sconvolgente che ciò esercita su una psiche tenera, in formazione.

OCSE-PISA 2018 [QUI]

Foto di copertina: immagine di Philippe Ramette.

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