Un miracolo a Torino e la gioia di essere buoni. Allora l’uomo non è inesorabilmente cattivo

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Ogni tanto una bella storia a lieto fine. Ieri alla periferia di Torino, una piccolina di cinque anni miracolata camminava sul cornicione al 5° piano di una palazzina, poi è precipitata e un giovane passante l’ha presa al volo: «Era seduta, poi si è mossa, si è aggrappata con le manine al bordo ma il peso l’ha tirata giù. Ho cercato di intuire la traiettoria, e mi sono messo sotto per attutire il colpo. Che gioia quando l’ho sentito piangere». Quanta gioia innesta il sorriso sgargiante di Mattia. Essere buoni è fantastico. Esporre la propria vita per fare scudo a una creatura innocente dà senso a tutta l’esistenza.

La bambina appena caduta viene soccorsa per strada. Poi è stata portata all’ospedale per accertamenti ma, miracolosamente, è rimasta pressoché illesa.

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.08.2023 – Renato Farina] – Ieri mattina si girava un film? Magari il remake di quello di Vittorio de Sica, spostato 140 chilometri a ovest del Ponte della Ghisolfa? “Miracolo a Torino”, si fa presto a sorridere di un titolo così. Ma mettetevi nei panni di padre e madre della bambina di cinque anni che è caduta dal balcone al quinto piano e ha trovato le braccia e il petto di un principe peraltro in braghe corte ma comunque azzurre a pararla dalla morte, e trovate un titolo più realistico di questo. E lei, la piccina, immaginatela quando avrà una figlia sulle ginocchia dell’età che lei ha adesso. Le spiegherà di stare attenta, di non sporgersi dalla ringhiera o dal davanzale, perché i miracoli non accadono su prenotazione e non sempre ci sono angeli pronti ad abbracciarci nel pericolo.

Che storia semplice.

Via Nizza, periferia di Torino. Una palazzina di buon gusto, ceto medio, facciata pulita color beige e balconi grandi. Quello al piano più alto, il quinto, pare quasi un terrazzo. Possono guardare sporgendosi da lì solo gli adulti, ha la sponda frontale in cemento, alta e molto larga, sui lati le sbarre metalliche sono foderate con una tela protettiva, a misura proprio della piccina di tre anni che così non corre il rischio, se insegue la palla, di farla cadere di sotto sulla testa di un passante o peggio di infilarsi il capino tra io sostegni di ferro pitturato. Ma vedere, non vede niente.

Ed ecco che ieri la bambina così obbediente è stanca di essere piccolina, di non potersi alzare in punta di piedi e guardare la auto che corrono sotto, e pensa che può sedersi sul davanzale del balcone come nei cartoni animati. Ci riesce. Dondola le gambine. Oddio si sbilancia, si sente sospinta verso il vuoto, perché a cinque anni ci si sente immortali. Via Nizza non è tanto larga. Un ragazzo dal balcone dirimpetto si accorge del rischio, le dice di stare attenta, di tirarsi indietro, chiede aiuto.

Stanno facendo due passi e si trovano giusto sul marciapiede davanti al numero civico 389 – abitano lì vicino – Mattia Aguzzi, un giovanotto solido, 37 anni, impiegato, e Gloria, la sua fidanzata. Sentono il richiamo disperato del ragazzo. Alzano gli occhi, un gesto che non si fa mai. Scorgono la bimba seduta sul davanzale. Si dividono con prontezza i compiti. Gloria corre a schiacciare tutti i pulsanti del citofono per dare l’allarme. E Mattia sta giù, a filo di piombo di quei piedini agitati.

Mattia Aguzzi con la fidanzata Gloria.

Il suo racconto davanti alle telecamere è indistinguibile dal sorriso pieno di luce: sono la stessa cosa. Colonna sonora di un miracolo, che è tale anche per chi potrebbe inghirlandarsi da eroe ma non ci pensa neanche e resta colmo di stupore. Dice: «Era seduta, poi si è mossa, si è aggrappata con le manine al bordo ma il peso l’ha tirata giù. Ho cercato di intuire la traiettoria, e mi sono messo sotto per attutire il colpo». Dal quinto piano un corpicino diventa un proiettile pesante. In un decimo di secondo, dentro di sé Mattia ha deciso di non ritrarsi. Ha messo braccia e petto. Dice: «Chiunque avrebbe fatto come me. È stato l’istinto». Ma quale istinto? Il primo istinto dovrebbe essere quello di sopravvivenza, sì, ma la propria.  Invece qualcos’altro lo ha mosso. Che sia la bontà? L’uomo non è allora inesorabilmente cattivo. La ragazza dice orgogliosa: «Mattia è stato bravissimo». Arci-bravissimo.

Il giovane impiegato calvo è stato portato al pronto soccorso. La bambina/missile lo aveva abbattuto e sospinto a terra. Lui in ginocchio, lei sull’asfalto. Lei non respirava, era muta. Poi di colpo il pianto, come appena nata. I genitori sono corsi dabbasso sotto chock. Dall’ospedale le notizie sono positive: la piccola è fuori pericolo.

Scusate. Sono forse salito di una pianta di fagioli che sale sopra le nuvole, in cima alla quale c’è la pentola delle monete d’oro. Be’, l’ho trovata. Quanta gioia innesta in chiunque apra gli occhi il sorriso sgargiante di Mattia. Essere buoni è fantastico. Esporre la propria vita per fare scudo a una creatura innocente dà senso a tutta l’esistenza passata presente e futura.

Chissà se qualcuno tra i protagonisti commissionerà un quadro come quelli che si trovavano sulle pareti dei santuari dedicati alla Madonna con la scritta «per grazia ricevuta». Da quando si è provveduto a ridicolizzare la gratitudine verso Dio e sua madre squalificandola come manifestazione di superstizione, o di una fede poco adulta e anzi infantile, non se ne trovano più di questi dipinti. «Miracolo a Torino», andrebbe intitolato.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

Foto di copertina: Mattia Aguzzi, il ragazzo che ha afferrato la piccola al volo, salvandole la vita.

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