L’incanto della contemplazione

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È notte.

Nella penombra silenziosa dell’eremo della mia libertà, ricco di solitudine e interpuntato da vibrazioni sonore di vita notturna, volgo lo sguardo verso la città immersa in un lago di luci. Quelle luci che danno risalto al mostro spaventoso di cemento dove solo i veri uomini pacifici vivono, amano, soffrono, sperano, mentre altri uomini, non degni di questo nome, paladini di un falso dio, si deformano in servi buffoni di violenza, trasformando il sangue divino dei fratelli nell’oro del potere. Mostri di zizzania si agitano nella vorticosa danza di affari illeciti e d’inquieti traffici; ruffiani prezzolati, svendono la vita dei fratelli in umanità, decretandone la sorte e la morte. Si avvinghiano tra di loro col servilismo contorto di serpi striscianti, finché non si avvelenano a vicenda distruggendosi.

Vien voglia di dire: è meglio non vedere, non cercare, non riflettere, non meditare?

È liberante vivere soltanto senza problemi e senza quella magnifica tortura degli eterni quesiti che risposte non hanno se non nel buio luminoso del Mistero?

È bene che l’uomo si accontenti di condurre una vita da bestia soddisfatta?

Talvolta, sognando la vita, vorremmo capirla in ogni sua sfumatura, riducendo tutto a logica e a ragione. Lo spirito, però, non trova né pace né liberazione, perché si sente incatenato dalla ragione come un condannato a morte. La ragione, sì, ma quella umile a servizio dello spirito, quella che sostiene il cuore e orienta la fantasia nei voli vertiginosi e sublimi dell’estasi contemplativa.

Quest’ideale si può raggiunge quando si vive lo spirito della contemplazione nel gesto simbolico d’umiltà di Gesù, nostro unico Signore e solo Maestro: la lavanda dei piedi. Questo segno, che sconvolge e sconcerta i discepoli, perché gesto di ospitalità cui era addetto soltanto il servo, diventa simbolo di altissimo amore del “Servo Sofferente” che insegna ai discepoli di tutti tempi il nuovo comandamento dell’amore: Il più grande tra voi sia vostro servo (Mt 23,11). Nella Chiesa, perciò, non dovrebbero esserci incarichi “onorifici”, posizioni di prestigi personali o gerarchici che, frantumando la comunione dell’unità, tolgono il respiro dell’anima e rendono difficile ogni rapporto in concordia. Nell’arte sinfonica dei ministeri, soltanto il sublime amore di servizio è capace di creare unità di comunione e armonia di fraternità.

Certo, bisogna aspirare alle alte cime se desideriamo respirare l’aria pura delle vette! Possiamo trovare queste ricchezze per le strade deserte delle tante città affollate? L’uomo è “uomo” perché possiede la facoltà di pensare, di volere e di agire e, per questo, con lo sguardo del cuore e con l’ascolto della ragione, è reso capace di vivere nell’incanto della contemplazione.

Non è meravigliosa questa “solitudine” umana rispetto agli altri esseri del creato?

Le Confessioni di sant’Agostino, oltre a essere un libro di poesia e di pensiero, è, innanzitutto, il racconto della storia di un’anima che si raccoglie in se stessa e cerca, nell’intimità del cuore, le tracce del suo itinerario verso Dio. Il vescovo d’Ippona lo scrisse negli anni della maturità spirituale, nel pieno sviluppo della sua personalità umana già posseduta da Dio. Nelle Confessioni, la ricerca filosofica di Agostino è placata dalla contemplazione del mistero: l’intelligenza e la volontà compiono la loro funzione, per così dire, complementare e mettono l’anima in vista della verità che è il sommo Bene. Per Agostino, la contemplazione non è pura visione intellettuale né semplice teoria astratta. Essa procede ascendendo gradualmente di certezza in certezza, inizia con il discorsivo e si fa man mano più intensa per intuizione e per illuminazione, finché, nel suo orientamento verso Dio, lascia il suo metodo filosofico per trasfigurarsi in visione contemplativa. Questo itinerario, che inizia dall’intelligenza del cuore e va verso la visione estatica, fa pensare all’antica innologia dove certi inni ermetici neoplatonici e taluni poemi cultuali hanno sottili rassomiglianze. Le Confessioni sono una grande cantata di lode a Dio espressa con raffinata arte letteraria e armoniosa poesia. Il canto, sgorgando dalla profondità del cuore, è eseguito ora con andamento di solennità e grandezza, ora con accenti di soavità e forza.

L’attività del contemplativo nel mondo esige il silenzio dello spirito, della bocca, degli sguardi, dell’immaginazione; pretende il silenzio di quell’orgoglio che ti fa essere il primo e il migliore, il silenzio dell’egoismo che ti fa credere di essere il solo e l’indispensabile. Egoismo e superbia ottenebrano lo sguardo, spengono l’ascolto e accecano gli occhi alla verità.

Questo lavoro interiore, però, non è svuotamento di sé e dimenticanza degli altri, ma pienezza e intensità di vita che, mentre arricchisce se stessi, mette a servizio del prossimo. Contemplare è uscire da se stessi. In questo ex-tare s’incontra la verità del vivere e la pienezza d’amare. La contemplazione, infatti, è intensità d’amore e di vita. Come ogni storia d’amore, essa inizia con l’innamoramento o meglio, con la percezione che Qualcuno è innamorato di te e da sempre ti ama donandoti la vita. L’uomo contemplativo intravede la chiamata del Dio-Amore e a Lui risponde, anche se, guardandosi dentro, avverte la sua piccolezza, i suoi limiti, la sua fragilità. Dio, incarnandosi nei limiti dello spazio e del tempo, dona la vita a questo duetto d’amore teandrico. Tempo e spazio sono immersi nell’Eterno Infinito. Lo spazio diventa l’incantevole scenario in cui il tempo scandisce i ritmi della vita facendosi storia d’amore e tutta la creazione si trasforma in “alveo sacramentale”, quasi “paradiso terrestre”, in cui Dio e l’uomo con-vivono. La vita contemplativa non si riduce a una sorta di snaturante “angelismo”, disincarnato ma diviene ascolto, visione e possesso di Dio all’interno del tessuto e del vissuto umano. Cristo ci apre la porta e ci rivela che la profondità dell’uomo è soltanto Dio. Egli ci conduce in fondo a noi stessi attraverso la via dell’interiorità. Quando abbiamo raggiunto la totale unione con Cristo, egli ci lascia intuire che noi siamo in Lui come Egli è sempre in noi.

 

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