Giorgia taroccata da la Repubblica che scivola sulle bucce delle banane

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Il quotidiano la Repubblica ha attaccato il Presidente del Consiglio dei Ministri con un fake. Pur d’infangare Giorgia Meloni, pubblica una sua foto in vacanza. Peccato che sia vecchia di anni… Il giornale d’opposizione di Molinari spara l’immagine di Meloni “in relax” su una spiaggia della Puglia e s’inventa la vacanza durante un viaggio di Stato. Ma è di due anni fa. Può capitare, però…

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.07.2023 – Renato Farina] – Su la Repubblica – a corredo di un articolo sui voli di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il cui elenco gli uffici di Palazzo Chigi non hanno ancora pubblicato sul sito del governo, oibò – è apparsa ieri a pagina 8 de la Repubblica una foto di Giorgia Meloni di tipo balneare e per giunta senza alcun ghigno di sofferenza, ma addirittura soffusa di leggerezza. La sventurata addirittura sorride.

Ma come? II mondo va a rotoli, la guerra intride di sangue le spiagge del Mar Nero, e la signora Meloni se la spassa davanti a un azzurrissimo mare con relativi ombrelloni, pregustando un drink, dal colore parrebbe un Banana Daiquiri? Ecco la corposa, sapientemente innocua, didascalia. Titoletto: “In Puglia. Relax in spiaggia per la premier”. Svolgimento: «La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si rilassa sorseggiando un cocktail sulla spiaggia di Cala Masciola, vicino a Borgo Egnazia in Puglia, dove è arrivata con un volo di Stato di ritorno dal Consiglio Europeo di Brussel e ha trascorso qualche giorno di vacanza».

Nella sua oggettività equivale a una gogna in piazza. Tanto vale metterle una macina al collo, da sprofondarsi. In sé nulla di male, domenica è sempre domenica, non ci sono sentenze moralistiche. Ma è pure peggio: c’è un ipertesto a carattere cubitali: «La premier se ne frega, e se la gode».

Topica madornale

Operazione perfetta di delegittimazione, persino con pretese di eleganza. Qualsiasi cosa si risponda, figurerebbe come scusa non richiesta, colpa manifesta, ecc. Un attimo. Ma dove avevamo già visto quella immagine? Piccola ricerca. Ma certo. La foto non è taroccata. Meloni è sempre Meloni. Ma la data non è quella lì, e non lo è nemmeno il luogo. Compare nel sito Facebook: 23 agosto 2020. C’è pure il saluto dell’allora semplice leader di Fratelli d’Italia: «Buongiorno e una felice domenica a tutti voi».

Dagospia alle 10 del mattino rende pubblica la topica madornale. Che accade a questo punto? Qualche noterella sul proprio sito, che è tra i primi tre d’Italia? Figuriamoci. Si applica un cerottone per nascondere la pistolata. Si taglia via dalla versione on line del cartaceo la fetta di pagina 8 con l’immagine e relativa didascalia e la si sostituisce con una foto notturna di Meloni che si fa un selfi tra fiori color fucsia, senza alcuna annotazione.

Si può sbagliare, tutti inciampiamo prima o poi nelle nostre stesse braghe. Libero, e soprattutto chi scrive qui, è uno specialista del ramo. Ma bisognerebbe subito ridere di sé stessi e rimediare al volo, magari pubblicando, senza tragedie, la propria foto con le orecchie d’asino, e scusarsi con chi si è goffamente cercato di danneggiare nel modo più populistico che ci sia. Perché qui sta il guaio. Mettere una foto che sembra perfetta per sputtanare il nemico, e dopo la pubblicazione, accorgersi che l’eccesso di zelo politico fa uscire di strada, annebbia la vista, ottenebra il principio di precauzione che dovrebbe scattare impedendo anche solo involontariamente di ferire gli altri, anche se ci stanno antipatici. Per dirla in altro modo.

Ieri la Repubblica ha cercato di provocare l’effetto Mojito per annegare in un cocktail avvelenato Giorgia Meloni. Ma come capita al cameriere dilettante, gli si è rovesciato il bicchiere addosso e ha inzaccherato camicia e reputazione del quotidiano fondato da un Eugenio Scalfaci, il quale pur di rimediare a una simile squinternata esibizione di sciatteria si sarebbe tagliato la barba e scelto la strada ascetica dell’astemio per penitenza, inondando di petali di rosa le stanze di lei a Palazzo Chigi.

Niente da fare. Il tempo dei gentlemen è finito, lotta dura, col tabasco e l’angostura. Così, a proposito di banana Daiquiri, la Repubblica delle banane, ma soprattutto delle sue bucce, è capitombolata come un salame. Nessuna tragedia se si pesta una cacca. Ma sedervisi sopra per nasconderla non è un bel modo per purificarsi: qualche volta il ridicolo della patacca è peggio che cadere in un tombino con i serpenti a sonagli. Non c’è gloria negli errori. Forse stamattina ci saranno due righe di scuse, o magari un favoloso spettacolo rococò di scempiaggini giustificazioniste di qualche abile manierista della plume. Comunque sia, sempre troppo tardi.

Dato che mentre scriviamo non è apparsa su agenzie e siti web l’ombra di un mea-culpa, non si pretende il maxima-culpa, ma almeno un minima-culpa: un leggerissimo pugnetto sul petto sarebbe stato gradito. Avrebbe consentito al giornalismo pseudo antifascista, che è morto, almeno di riposare in pace. Cara Giorgia, Scalfaci ti ha mandato di certo un biglietto dall’aldilà, ma la posta è lenta nei tempi di Internet.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

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