Roccia del mio cuore è Dio. 56° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Colombia. La Madonna Calpestata di Qaraqosh a Cartagena
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.05.2023 – Vik van Brantegem] – A seguito del suo 56° viaggio di solidarietà e speranza dal 30 aprile all’11 maggio 2023 in Colombia, Mons. Luigi (Don Gigi) Ginami oggi racconta nel Report 56/7. La Madonna Calpestata di Qaraqosh a Cartagena gli ultimi giorni della sua permanenza in Colombia, svolgendo con Padre Giorgio un fittissimo programma a Cartagena. La Madonna Calpestata, salvata dalle macerie della chiesa dell’Immacolata Concezione di Quaraqosh il 4 maggio 2017, è la foto di tutti i calpestati del mondo. L’immaginetta donata ad un ragazzo di strada, che la stringerà forte forte al suo cuore mentre le lacrime scenderanno sulla sua faccia nella notte buia di Cartagena.

Ho iniziato il racconto del 56° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Colombia il 3 maggio 2023 con il Report 56/1. 1.003.605 chilometri [QUI] di Don Gigi. Ho continuato con il suo Report 56/2. Frangelis [QUI], in cui scrive del suo incontro nel quartiere Santa Fe con la piccola prostituta Frangelis di solo 22 anni. La parrocchia, in cui è ospitato da Don Giorgio in questi giorni, è a pochi passi di questo quartiere pericoloso e fuori controllo della metropoli.
Il 7 maggio 2023 è seguito il Report 56/3. L’inaugurazione del dormitorio per tossicodipendenti [QUI].
L’8 maggio 2023 ho presentato il Report 56/4. Al carcere “La Modelo” [QUI]. Il titolo che questo articolo ha ricevuto – tradotto, “I Spolverini e gli idraulici” – in spagnolo sembra un gioco di parole. E lo è, con un significato profondo, che sarà chiaro, dopo aver letto quanto segue. In tutto questa atrocità disumani che racconta, come Don Gigi, il gesto del prigioniero Alejandro ha commosso anche me.
L’11 maggio 2023 ho presentato il Report 56/5. Tatuaggio [QUI], una strada maestra per arrivare al cuore, che è un proseguo del Report 52/2. Frangelis [QUI], sulla storia di questa ragazza che sarà il prossimo #VoltoDellaSperanza. È preceduto dal video con Padre Giorgio che sintetizza il 56° viaggio di solidarietà e speranza di Fondazione Santina in Colombia.

Ieri ho presentato il Report 56/6. Regala un sorriso in Colombia anni 2023-24-25 [QUI], che è la descrizione del Programma di adozione a distanza: regala un sorriso in Colombia anni 2023-24-25. Prima di proporre i profili dei dieci bambini del programma, Don Gigi chiede agli interessati con quale spirito intendono affrontare questa adozione a distanza: se si ha nel cuore la prospettiva di ricevere, o se si limita a quella buonista del dare. Don Gigi ricorda brevemente lo spirito di questo tipo di adozione a distanza, che è una delle attività più coinvolgenti svolte dall’Associazione Amici di Santina Zucchinelli Onlus fin dal suo inizio. Il problema vero non sono i bambini che vengono aiutate: il problema è di chi aderisce al programma e lo spirito con il quale non pensare a loro, ma pensare a investire su se stesso, sul formare il proprio volto interiore.

Report 56/7. La Madonna Calpestata di Qaraqosh a Cartagena
Gli ultimi giorni della mia permanenza in Colombia, la sera della domenica volo con Padre Giorgio a Cartagena. Il volo dura circa un’ora e 15 minuti. Atterriamo e Javier, un amico di Padre Giorgio, con l’anziana madre Sara ci viene a prendere. Il programma a Cartagena è fittissimo. Oltre l’incontro con il Vescovo, sono previsti incontri con gli “abitanti di strada” come ho fatto a Bogotá, la visita alla periferia dove la gente vive dividendo la spazzatura, l’incontro con una grande realtà scolastica per ragazzi in estrema povertà, una casa di anziani e una struttura che anima la prevenzione per le ragazze dal fenomeno della tratta e della prostituzione. Non esiste un millesimo di secondo libero in questo programma meraviglioso. La stanchezza inizia a farsi sentire ma la forza di questi incontri anima le giornate ed è sempre vero il detto: alla fine della giornata è meglio essere stanchi che depressi.

La città colombiana è in piena espansione, ma esclusivamente nel settore turistico. Dietro all’affascinante skyline della penisola, si celano disuguaglianza, povertà e un ecosistema danneggiato. Dal XVI al XX secolo, Cartagena de Indias è stato uno dei principali porti delle due Americhe (responsabile, tra l’altro, di aver introdotto sul territorio milioni di schiavi africani) e il più grande centro industriale della costa atlantica della Colombia. Tuttavia, a dimostrazione del passare del tempo, nel 1991, la città ha ufficialmente cambiato nome in Distretto Turistico e Culturale di Cartagena, divenuta ormai la destinazione turistica più ambita del Paese.
Stanchi morti per l’intensa giornata vissuta a Bogotá, saltiamo in auto e Javier vuole mostrarci subito la bellezza della città antica in cui entriamo. Scendo con Padre Giorgio ad ammirare gli antichi edifici di epoca coloniale e così facendo incontriamo una famiglia di nativi che volentieri scatta con noi alcune foto ricordo.
Risaliamo in macchina e, mentre andiamo alla casa di Javier dove dormiremo, non voglio perdere tempo e inizio a porre a Javier alcune domande. “Javier, qui in questa città vecchia vi è un impressionante numero di turisti. Ma è così tutto l’anno?” Il giovane mentre guida sembra concentrarsi e con calma mi risponde: “Cartagena, vedi Don Gigi, accoglie ogni anno un milione di turisti, una popolazione fluttuante pari al numero di abitanti della città stessa. È spesso definita una città “a due facce” per la netta divisione economica e geografica tra ricchi e poveri, o meglio, tra il mondo turistico e il resto della città. Cartagena soffre di un grave degrado urbano causato dall’esplosione demografica e dalla mancanza di pianificazione urbana, tra cui i continui ingorghi, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Entro i confini della città, il 65% degli abitanti ha difficoltà a soddisfare i propri bisogni primari, il 12% delle abitazioni si trova in zone ad alto rischio e il 70% di esse è colpito da inondazioni”.

Vedo una grande scritta della città: CARTAGENA, siamo sulle rive dell’Oceano, in quella parte conosciuta come il Mare dei Caraibi. Ci fermiamo e scatto alcune foto, per dire che a Cartagena ci sono stato davvero. Risaliamo in macchina e domando a Javier: “Mi sembra che questa città sia molto ricca è vero?” Javier continua: “Vedi Don Gigi, Cartagena vende più unità abitative di qualsiasi altra città della Colombia. Questo boom all’interno di una città in crisi è tuttavia limitato alle zone turistiche, in particolare, quelle che si estendono lungo le quasi infinite spiagge di sabbia bianca. Dal 2011 al 2015, circa la metà dei nuovi edifici sono stati eretti nelle zone turistiche di Cartagena, di cui un quarto è stato destinato alle classi più povere. Quasi il 90% di tali costruzioni è costituito da appartamenti piuttosto che da case. Al tempo stesso, le “ville” monofamiliari che hanno contraddistinto la città per decenni sono state per la maggior parte sostituite da torri residenziali”. La città antica è davvero molto bella e rimango piacevolmente colpito dal patrimonio storico che custodisce. Arriviamo così al nostro alloggio e sprofondo in un sonno molto intenso che mi ristora.

Le giornate di Cartagena sono bellissime ed anche con alcune tinte di folclore come dei Raperos che si improvvisano Los amigos de Santina. Ma di Cartagena voglio parlarvi di uno speciale incontro, ed è quello con gli abitanti di strada.
Arrivo al centro che accoglie questi sbandati verso le ore 11.00. Loro sono lì. Il centro offre loro una doccia ed un pasto caldo. Mi salutano festanti ed inizia così con loro un piacevole discorso che si basa su Zapata, il calciatore colombiano che gioca nell’Atalanta, i loro tatuaggi di cui hanno il corpo cosparso e il tentativo di giungere al loro cuore che nasconde gradi storie di dolore. Sono tutti uomini e sono tutti giovani, vivono buttati per le strade, sfracellati dal macinio di una vita insopportabile e straziante. Ogni persona racchiude nel cuore una storia di dolore che lo investe con la forza di un ciclone e che lo “sbanda”, la povertà fa il resto. E così, con delle piccole pipe inizia a fumare marijuana, poi se cela fa a sniffare coca e così il cervello “si fuma”.

Mi accolgono con sorpresa, passo tra i tavoli dove sono seduti in attesa del pranzo. Li saluto uno per uno, guardandoli negli occhi e poi? Molti di loro hanno tatuaggi. Un giovane ragazzo vestito con una canottiera gialla nei 40 gradi del caldo tropicale mi si avvicina zoppicando, vedo che l’occhio destro è perso, lui è cieco da un occhio. “Ciao Don Gigi, mi chiamo Gregorio, tu vieni dall’Italia?” “Ciao Gregorio, vengo da Bergamo, dove vi è una squadra di calcio che si chiama Atalanta e in quella squadra gioca Zapata”. So che i Colombiani sono pazzi per il calcio e mi rendo conto di aver colpito nel segno perché Gregorio ne sa più di me sui giocatori colombiani della squadra della mia città. Il suo occhio si accende di sorriso e luce. Pur abitando nella strada, il pallone è nel cuore dei Colombiani.
“Certo, Duval Zapata gioca nella squadra della tua città”, dice il ragazzo. E la storia d’amore fra la Colombia e l’Atalanta è davvero fresca, almeno in termini di prestazioni positive ed esaltanti, come dimostrano la quasi coppia del goal formata dal rapido e scattante Luis Muriel, e la punta di peso che risponde al nome di Duval Zapata. Per me, dice il ragazzo, sono loro due i fenomeni che hanno trascinato, oltre al resto della squadra bergamasca fino ad un passo dalle semifinali di Champions, quando ad un minuto dal termine dei tempi regolamentari conducevano per 1-0 contro i futuri vicecampioni del PSG.
“Ti ricordi vero negli scorsi anni questa incredibile prestazione?”, chiede il ragazzo. Rispondo con un grande sorriso ed allora che faccio? Prendo il telefonino e mostro a Gregorio un video su YouTube dove con la maglia dell’Atalanta mi alleno vicino a Zapata. Naturalmente è un fotomontaggio, ma tutti i miei sbandati fanno ressa per vedere il mio allenamento. I ragazzi scoppiano a ridere quando poi ascoltano la canzone di Roby Facchinetti “Dea magica Dea!” riferito all’Atalanta. Fermo il video, dico le parole in italiano, loro le ripetono, imparano una strofa… e dopo 5 minuti tutti insieme cantiamo “Dea Dea, magica Dea, fai sognare questa tua città. Tu ci prendi, ci sorprendi, magica Dea Dea, magica Dea, senti il cuore nerazzurro e noi La tua gente che ti canta. Atalanta, Atalanta, cuore di tutti noi Atalanta, stella che incanta, tu non tramonti mai”.
Mi commuovo di come il pallone, una canzone, riesca a unire un gruppo di sbandati e a regalare agli occhi di questi abitanti di strada un po’ di gioia. Io non so, se i tifosi dell’Atalanta ed i giocatori stessi possano capire come quei poveri barboni erano felici nel vedere dei Colombiani giocare nella nostra squadra e portare loro successo sportivo. Ma Gregorio sembra essere un grande sportivo e mi dice: “Padre, ma non vi è solo Zapata e Muriel, negli anni scorsi Iván Valenciano, Mario Yepes e Johan Mojica, tutti Colombiani hanno giocato nell’Atalanta!”
Peccato non abbia potuto registrare il canto dei miei barboni di “Dea magica Dea!” Sciolto il ghiaccio con loro, parliamo della loro vita nella strada, propongo di dormire in strada con loro e di passare una notte tra i loro accampamenti come avvenuto a Bogotá. I giovani rispondono felici: “Siiii padre! Ti proteggiamo noi non avverrà nulla di male a te”.
Ciascuno di loro ha una vita tatuata sulla pelle e vedo che Gregorio ha diversi tatuaggi. Quello che più mi incuriosisce è un rosario tatuato attorno al collo che scende sulle spalle e davanti termina con una croce. “Gregorio, perché ti sei tatuato una corona del rosario?” La risposta è simpatica: “Gigi, io non sopporto le catenelle al collo e neppure i rosari e così me lo sono tatuato!” “Ma ti ricordi di recitare il rosario?” Sorride e non risponde, cambia discorso e mi mostra i suoi altri tatuaggi dai quali ricavo la sua vicenda di enorme sofferenza.

Ci sediamo, e Gregorio inizia a raccontare la tragedia. “Padre, io vivevo con la mia famiglia in un barrio pericoloso di Cartagena. Mio fratello Luis spacciava droga e talvolta mi regalava marijuana o coca. Iniziai anche io a drogarmi, ma non ho mai spacciato!” Qui il racconto si fa inquietante. Gregorio prosegue: “Una sera stavamo rincasando, quando due ragazzi della nostra età vengono verso di noi minacciosi e dicendo a mio fratello che non avrebbe dovuto spacciare nel loro rione e che questo non sarebbe più successo porquè ve matamos todos los dos! Estraggono una pistola tutti e due, noi scappiamo, scappiamo, ma sento un dolore formidabile alla gamba sinistra: un proiettile mi ha centrato. Stramazzo per terra. Il sicario mi è sopra e con freddezza mi spara un colpo alla testa e se ne va”.
Gregorio racconta questo con profondo dolore e commozione. Mo sento come un pugno nello stomaco, datomi da questa notizia terribile. Gregorio silenziosamente alza il pantalone ed appare sulla gamba sinistra una lunga ed orribile sutura dovuta ad un lungo intervento chirurgico, che gli ha dato parziale mobilità ed il ragazzo proprio per questo è zoppo. Poi ancora in silenzio mi mostra con evidenza un’altra cicatrice sopra l’occhio spento e mi dice: “Grazie a Dio la pallottola non ha toccato il cervello, ma vivo con una pallottola in testa e questo mi provoca spesso dolori pazzeschi che non riesco a calmare. Allora mi butto a terra e passo delle ore pregando la Madonna che mi liberi da quel dolore”.
Mentre Gregorio parla, immagino la solitudine, l’abbandono, il disorientamento amplificato dal terribile dolore. Ecco, la stupenda preghiera di un barbone, che dal santuario della strada invoca Dio. Spesso credo che siano i monasteri di clausura i luoghi dove si prega. Mai e poi mai avrei immaginato che anche un barbone prega e prega nel dolore, e quel dolore e solitudine lo rendono “santo”.
Gregorio mi ha polverizzato, annientato; ha reso la mia vita una vita idiota e lentamente dico: “Gregorio, io penso che ho fatto tanti ma tanti chilometri per giungere da te e imparare che anche un abitante di strada prega. Penso che la tua preghiera condita da dolore e solitudine è tanto preziosa per l’intera umanità. Tu sei un parafulmine per tutta l’umanità con la tua preghiera. La tua invocazione, quando sei per terra nella strade, urlando per il dolore, tenendoti le due mani sulle tempie e chiedendo aiuto a Dio e alla Madonna fa sì che Dio allontani flagelli e cataclismi per la tua intercessione. Mi hai detto che invochi Maria e che ti sei tatuato la corona del rosario sulla pelle. Ti voglio fare un regalo, ti ho portato una immaginetta di semplice cartoncino della Madonna Calpestata. Viene dall’Iraq e sono sicuro che ti farà buona compagnia”.

Dalla tasca estraggo l’immaginetta e gliela mostro. Il ragazzo si fa attento, vedi questa immagine che viene dall’Iraq dove essere Cristiani è molto pericoloso. Mentre infuriava la guerra tra l’esercito iracheno e le milizie del sedicente Stato Islamico, fanatici musulmani che odiano i Cristiani, nell’agosto del 2014 erano entrati nella chiesa dell’Immacolata Concezione a Qaraqosh e avevano calpestato l’immagine sacra della Madonna e resa irriconoscibile. La chiesa è stata vandalizzata. Dopo la liberazione della città dall’ISIS, nell’ottobre del 2016, l’edificio è tornato ad essere un luogo sacro. Sono stati allestiti un altare improvvisato e una grande croce di legno sul tetto, mentre la ricostruzione è iniziata a gennaio 2020. Avevo portata via l’immagine calpestata della Madonna da lì e in Italia l’ho pulita e così, ecco, la nuova immagine piena di tagli ma bellissima, proprio per i tagli che ha sul volto.
Gregorio guarda con grande emozione e subito da un bacio alla immaginetta, ma guardate cosa fa questo stupendo ragazzo! L’immagine si compone di due lati: da una parte vi è la Vergine quasi irriconoscibile e poi dall’altra parte, la Vergine dopo il restauro. In Italia, quando regalo questa immaginetta tutti baciano la parte in cui la sacra immagine è restaurata. Invece, Gregorio guarda le due parti dell’immagine e poi con consapevolezza bacia l’immagine deturpata e quasi irriconoscibile.
Che ceffone tira alla mia faccia con quella scelta e scoppio a piangere. Lui non capisce e mi chiede sorpreso: “Padre perché piangi. ho sbagliato?” Accarezzo la guancia di questo sporco giovane della strada e dico: “Tu per me sei un gigante, io sono un nano di fronte a te. Perché hai baciato la sacra immagine dalla parte che il mondo ritiene sbagliata?” Mi guarda e sorride: “Gigi, ho baciato quella parte perché è la fotografia della mia vita. Vengo ogni giorno calpestato, dai passanti che mi ignorano, che mi disprezzano e talvolta maledicono. Ricevo anche dei veri calci, perché non mi sposto da un luogo dove dormo. E nella mia testa vi è anche un proiettile e quindi la mia faccia è ferita e calpestata. Tutti, tutti mi calpestano fuori di qui”.
Lo guardo con intensità e poi dopo alcuni secondi rispondo. “Gregorio, ti devo raccontare una cosa che ti potrà davvero far piacere. Nel 2017, rientrato a Roma con questa sacra immagine, la porto nella Basilica di San Pietro per la festa della nostra Associazione del 4 dicembre, la data in cui mi mamma Santina è morta. Celebra la Messa il mio Direttore Spirituale, un Cardinale di nome Angelo Comastri, che è molto devoto della Madonna. Si sofferma in preghiera alcuni istanti davanti alla Madonna Calpestata. Anche a Lui regalo la stessa immagine che ho dato a te, Lui la riceve con devozione e che fa? Le dà un bacio. Ma ecco la mia sorpresa ed emozione: il Cardinal Comastri bacia la Sacra Immagine dalla stessa parte che tu hai scelto. Lo guardo allibito, Lui sorride e mi dice con grande serietà: ‘Don Gigi, è troppo facile baciare questa Madonnina dal lato dove la si vede sorridente, è molto più difficile baciare il suo volto sfigurato. Ricordalo sempre, sempre questo. La sacra immagine non può rimanere nella tua stanza, non è proprietà tua, ma della gente calpestata che a Lei si rivolge e che veramente capisce il valore del quadro che è nelle sue ferite’. Da allora ho visto solo una persona baciare il quadro dalla parte in cui è sfigurato e quella persona sei tu”.
Ci abbracciamo forte, forte. Gregorio mi porge l’immagine e mi dice baciala anche tu da questa parte, coraggio”. Faccio con molta devozione il gesto, poi lentamente bacio la ferita sulla fronte del ragazzo e lui mi dice: “Gigi, questa immaginetta sarà sempre con me quando proverò lancinanti dolori alla testa e non avendo denaro per comperare qualche calmante e pastiglia, Sarà la Madonna Calpestata il mio calmante, la stringerò forte forte al mio cuore mentre le lacrime scenderanno sulla mia faccia nella notte buia di Cartagena, e proprio in quel momento riempirò di baci l’immaginetta dal lato in cui vi è la fotografia della mia vita, una vita resa irriconoscibile dalla miseria, dal vizio e da un proiettile nella mia testa!”
Gregorio mi regala un braccialetto e mi dice: “Quando guarderai questo braccialetto ricordati di me!” Rispondo: “Sai cosa faccio? Lo porto in Italia e quando vado a Roma lo porto alla sacra immagine e lo regalo a Lei! Lo lascio lì e chiedo alla Madonna che ti possa essere vicino quando il dolore ti spacca la testa e la vita!” Lui si riempie di gioia e dice: “È una meravigliosa idea, sono orgoglioso di questo!” Toglie il braccialetto e me lo mette al polso.
Il prossimo 26-27 maggio vado a Roma e depongo il bracciale davanti alla Sacra Immagine, nella chiesa dell’Istituto delle Suore del Sacro Cuore, in via Aurelia Antica 284.

La Madonna Calpestata
salvata dalle macerie
della chiesa dell’Immacolata Concezione
di Quaraqosh
4 maggio 2017
Una reliquia che ho portato con me dall’Iraq, quell’icona della Vergine con il Bambino Gesù. Il fatto mi ha messo i brividi e mi si è imposto per la sua forza simbolica.
Entriamo a Qaraqosh, in una chiesa dedicata alla Madonna. La chiesa è buia ed è nera dal fumo. Daesh ha bruciato banchi, sedie, libri sacri. L’interno spaventa: buio, pezzi di legno bruciati, cenere, statue spezzate, mani, piedi, volti… scritte del Califfato nero. Una desolazione incredibile e il freddo, la paura e la depressione entrano nel cuore. Un nodo alla gola. Gli occhi si inumidiscono mentre i passi degli scarponcini scricchiolano sulle macerie. Salgo verso l’altare devastato. Il tabernacolo dileggiato da fori di proiettili, la porticina staccata… dietro l’altare, su un cumulo di pietre, vedo quello che resta di un’icona della Madonna.
Ė irriconoscibile. Graffiata, calpestata e impastata con calcinacci. Si vede solo un occhio del Bambino Gesù e la sua piccola guancia. Non rimane nulla della povera icona. La provo a liberare dai calcinacci. Il valore è pari a zero perché non è un dipinto, ma sembra piuttosto un poster di cartoncino attaccato a un misero supporto di faesite. Più che il valore dell’icona, scopro un grande valore in quei segni di sopruso, di dileggio.
Quell’icona è sfigurata da uomini malvagi, quell’icona non si riconosce più! Il volto della Vergine è scomparso sotto le scarpe degli uomini neri di Daesh. L’icona in alcune parti è tagliata. Probabilmente hanno tentato di spezzarla, ma non ci sono riusciti. Abbandonata lì, in uno stato di desolazione. Mi inginocchio e prego con profonda fede un’Ave Maria…
Mi sto per allontanare ma non ci riesco. Cerco un panno e trovo i resti di una tovaglia dell’altare. Avvolgo con cura l’icona, quasi per non farle male, quasi a proteggere le sue ferite. La metto in macchina. Maged si commuove e mi dice: “Padre si vede che tu vuoi bene alla Madonna! Hai baciato quel pezzo di legno lurido e sporco. Hai fatto bene a prenderti cura di quella Madonnina!”.
Sorrido in silenzio, con gli occhi rossi. Ė sera e in un tramonto pieno di sabbia del deserto la macchina sta lasciando la Piana di Ninive, il luogo dove Giona aveva predicato.
Giunto ad Erbil fotografo l’icona e poi nuovamente la proteggo con quel telo. La metto in valigia. Arrivato a Roma, i giorni seguenti, con grande cura e devozione scarto l’immagine. Con cura cerco di capire in che stato sia l’immagine sotto il fango e i detriti. Vedo che il cartoncino è bene attaccato alla faesite. Vado in giardino e con il forte getto dell’acqua da una canna lavo con cura estrema la faesite. Il miracolo avviene! Piano piano si stacca il fango secco, i sassolini scivolano via e delle terribili impronte degli scarponi dell’ISIS rimangono solo alcune tracce. Appare Lei una Madonnina bellissima! Un gusto di fine ottocento, ma con due occhi verdi dolcissimi e formidabili.
Appare Lei, la Mamma di Gesù, con tutta la sua forza e la sua dolcezza. Lei lo sostiene, Lei lo protegge, e il bambino Gesù è ora una meraviglia, un prodigio. L’immagine è di una dolcezza unica. Scoppio a piangere come un cretino. Mi dovrei vergognare nello scrivere queste righe che rivelano la mia debolezza… ma Lei mi parla: “Hai visto che ci sono? Hai visto quanto sono bella? Hai visto che nonostante gli uomini mi abbiano calpestata, riempita di fango, presa a calci… io ci sono ancora? Sono qui! Mi hanno calpestata, come un giorno mi calpestarono ai piedi della croce. Mentre i soldati crocifiggevano mio figlio Gesù mi ingiuriavano, mi riempivano di oltraggi. Ma io stavo là ai piedi della croce. E oggi ero là nella Piana di Ninive dove nel sangue dei cristiani crocifiggevano nuovamente Gesù!”
I colori della povera e umile icona brillano forte all’ormai caldo sole di maggio accesi dai riflessi dell’acqua ancora fresca sull’immagine. Mentre la bella icona si asciuga mi metto a dire il rosario e prometto a me stesso di guardarla quando mi calpestano, quando mi sento male, quando nella vita trovo contrarietà. La bella e poverissima icona è ancora più preziosa a motivo della sua povertà. Nella parte superiore rimane ancora un orrendo squarcio… ma quanto è bella da guardare, quanta forza mi dona e quanto coraggio infonde.
Da questo viaggio all’inferno sono tornato con il paradiso nel cuore
Mons. Luigi Ginami
Bergamo News, 9 marzo 2021

Preghiera alla Madonna Calpestata di Qaraqosh
Madonna ti guardo: sei piena di tagli.
Uomini malvagi ti hanno calpestato e presa a calci. Ti volevano distruggere, ridurre a brandelli.
La Tua Sacra Immagine è stata infangata e profanata. A Te mi rivolgo nel momento in cui un progetto, un sogno o desiderio vanno in frantumi. Dammi il Tuo coraggio: per il Vangelo ed i Suoi Sogni si deve essere infangati e calpestati!
Sei ora qui con me, a Te Vergine Calpestata di Qaraqosh affido il mio cuore, il mio pensiero e fallimento.
A Te, Vergine Calpestata chiedo la forza di calpestare il mio io e di riempirmi di Vangelo! Le ferite di questo povero quadro mi aiutino e mi guariscano.
Amen.
Don Luigi Ginami
Qaraqosh, Iraq
4 maggio 2017



























