Papa Francesco in Ungheria, da pastore in un Paese molto amato. Stoccate all’Unione Europea

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.05.2023 – Giuseppe Rusconi] – Dal 28 al 30 aprile 2023 il 41° Viaggio Apostolico di Papa Francesco: a Budapest, quale capitale dell’Ungheria. Una visita soprattutto pastorale a 360 gradi: tra i temi principali: pace, poveri, migranti (attesi), colonizzazioni gender, famiglia, natalità (inattesi per la dura critica ai diktat dell’Unione Europea “fluida” e “gassosa”). Grande simpatia palesata da Francesco per l’Ungheria e gli Ungheresi. Accoglienza calorosa.

Brutta botta per i discepoli del Pensiero Unico Mediatico (PUM), che si attendevano dal Viaggio Apostolico in Ungheria (già di per sé molto mal digerito) una delegittimazione generale del “bieco” governo Orbán da parte di Francesco, oltre che una dura condanna in materia di politica dei migranti. Invece, inattesa e clamorosa, la critica senza sconti è stata per l’Europa del gender, dell’elmetto e dell’uniformità culturale… e agli sconvolti turiferari del PUM venerdì 28 aprile 2023 è toccato correre in farmacia per procurarsi tutto il Maalox disponibile, non riuscendo più a reggere alle notizie da Budapest. Poi si sono parzialmente ripresi, poiché il Papa ha parlato chiaramente dell’impegno “di fondo” dei Cristiani per l’accoglienza dello straniero: pur senza puntare il dito specificamente contro il governo Orbán, ma esortando tutti – Ungheresi e non Ungheresi – a metterlo in pratica.

Francesco stavolta ha fatto il Papa, proprio in corrispondenza della Domenica del Buon Pastore. Ha pronunciato discorsi che a giusta ragione si possono ritenere di alto livello umano, religioso e culturale, in cui ha evidenziato alcuni dei maggiori problemi della nostra società, lodando tra l’altro (ad esempio in materia di politiche della famiglia e della natalità, ma anche per l’accoglienza di tanti profughi ucraini) quanto fatto dal governo ungherese, pecora nera del PUM di obbedienza UE. E  poi: definendo ancora una volta l’ideologia gender “nefasta”, il “diritto all’aborto” “insensato” e segnalando “l’infantilismo bellico” correlato all’alimentazione della guerra in Ucraina, il Papa – in nome della difesa e del promovimento della persona umana – si è posto de facto in netto contrasto con i continui diktat emanati dall’odierna maggioranza sorosiana di Brussel (vergognosa tra l’altro la mostra di una svedese cosiddetta artista con un Gesù LGBTQAI+ ospitata in questi giorni negli spazi comunitari). Naturalmente, secondo prassi collaudata, i turiferari del PUM hanno reagito sabato 29 aprile sui loro giornaloni oscurando le parole sgradite del Papa e relegandole nelle pagine interne (lì almeno va citato positivamente Jacopo Scaramuzzi, il nuovo vaticanista della famigerata Repubblica, che nell’articolo ha evidenziato la dura critica papale alla “cosiddetta cultura gender”… un rilievo ripreso poi dal titolista).

Sul Viaggio Apostolico qualche considerazione più ampia

Primo punto

È stato un viaggio fortemente voluto da Francesco, anche perché il Papa ha un affetto particolare per l’Ungheria e gli Ungheresi (ne abbiamo più volte parlato, vedi ad esempio QUI). Una grande empatia umana, in cui si inseriscono molto positivamente i rapporti cordialissimi con la Presidente Katalin Novák. Per questo – oltre che per dimostrare comunque di essere ancora pontefice al 100% e anche per incontrare il Metropolita ortodosso Hilarion – ha ignorato le perplessità dei medici derivate dal suo ricovero pre-pasquale al Gemelli per una forte polmonite.

A Budapest il suo affetto si è palesato per tutti i tre giorni di visita. Ad esempio alla fine del primo discorso, quello alle autorità, di venerdì 28 aprile 2023, quando ha – con voce commossa – ricordato “la comunità religiosa ungherese che ho assistito a Buenos Aires” e, a braccio, “tutti gli Ungheresi che mi hanno fatto tanto bene durante tutta la mia vita”. Chissà che tra “tutti gli Ungheresi” citati non ci fosse anche il gesuita Ferenc Jalics (pastoralmente attivo in una favela della capitale argentina) che il 23 maggio 1976 – era il tempo della dittatura militare del generale Videla – fu rapito da uno “squadrone della morte” e tenuto prigioniero per 5 mesi insieme con il confratello Orlando Yorio. Bergoglio era allora provinciale dei gesuiti. Scrisse Jalics il 15 marzo 2013 sul sito dei gesuiti tedeschi: «Sono riconciliato con quegli eventi e per me la vicenda è conclusa. (…)  Solo anni dopo abbiamo avuto la possibilità di parlare di quegli avvenimenti con Padre Bergoglio, che nel frattempo era stato nominato Arcivescovo di Buenos Aires. Dopo quel colloquio abbiamo celebrato insieme una Messa pubblica e ci siamo abbracciati solennemente. A Papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio».

Apprezzamento per l’Ungheria e per gli Ungheresi si ritrovano in tutti i discorsi pronunciati, oltre che in tanti gesti. Ancora un esempio, alla fine del discorso di venerdì 28 aprile 2023 ai vescovi, ai sacerdoti, agli operatori pastorali: «Io vi ringrazio per la vostra fede e per la vostra fedeltà, per tutto il bene che siete e che fate. E non posso dimenticare la testimonianza coraggiosa e paziente delle Suore ungheresi della Società di Gesù, che incontrai in Argentina dopo che avevano lasciato l’Ungheria durante la persecuzione religiosa. Erano donne di testimonianza quelle, erano brave! Con la testimonianza mi hanno fatto tanto bene. Prego per voi, perché sull’esempio dei vostri grandi testimoni di fede non siate mai colti dalla stanchezza interiore, che ci porta alla mediocrità, e andiate avanti con gioia. E vi chiedo di continuare a pregare per me».

Non sono mancati i momenti di divertimento durante la visita del Papa. Come quando, essendogli stato regalato un dizionario spagnolo-ungherese, ha osservato: «Lo posso finire in Cielo, perché ci vorrà un’eternità». Ha ricevuto dai giovani anche un pallone autografato dal celebre attaccante della Honved e del Real Madrid Ferenc Puskas e un cubo di Rubik (inventato nel 1974 da un professore magiaro di tal cognome). Con un gesto fortemente simbolico, al momento del congedo, la Presidente ungherese Katalin Novák (già Ministro della famiglia) gli ha regalato un piatto di “stanglis”, bastoncini di pasta sfoglia salati al formaggio, cucinati da lei stessa.

Alla grande simpatia espressa dal Papa in parole e gesti ha fatto riscontro una calorosa risposta popolare nei vari momenti d’incontro previsti. Pure delle autorità, rappresentanti della società civile, corpo diplomatico, che – ad esempio – alla fine del discorso loro rivolto, si sono alzate in piedi e hanno applaudito lungamente.

Secondo punto

È stato sostanzialmente un viaggio pastorale. Certo, come sempre, ha incontrato le autorità politiche, vescovi e sacerdoti, bambini in questo caso ipovedenti, poveri e rifugiati, il mondo della cultura, la comunità dei gesuiti. Lo ha fatto però (a differenza di altre occasioni) soprattutto da pastore, da Buon Pastore (cfr Gv, 10, 1-10, Vangelo di Domenica 30 aprile 2023) che cura con amore le sue pecorelle, guidandole fuori dall’ovile coerentemente con le parole del Vangelo e non con quelle della faziosità politica o della rassegnazione opportunistica. Scorrendo i suoi discorsi “ungheresi” lo si evince nitidamente. Ha spinto a riflettere sui fondamentali temi antropologici (famiglia, vita, gender), su fede, pace, carità, comunione anche ecclesiale, atteggiamenti del cristiano, accoglienza, identità, libertà, cura del Creato, visione d’Europa, realtà tecnologica. Parlando alla persona umana – non solo agli Ungheresi – colta nella sua integralità: nessun aspetto della quale è stato eluso e dunque escluso. Discorsi in larga parte validi per tutti, nell’intera cattolicità e oltre; stimoli importanti a testimoniare la fede cristiana modificando se del caso certi comportamenti non in consonanza con essa.

Terzo punto

Si può ritenere memorabile il primo discorso, quello rivolto venerdì 28 aprile 2023 alle autorità, che contiene molti dei temi della visita. Non ci sembra un’esagerazione pensare che avrebbero potuto apporvi la firma anche Papa Wojtyła e Papa Ratzinger… Il testo prende spunto da Budapest nella sua triplice dimensione di “città di storia, città di ponti, città di santi”.

Città di storia/1 (nazismo, comunismo e libertà)
Sorta in tempo di pace (NdR: 1873 con l’unione di Buda, Obuda e Pest), ha conosciuto dolorosi conflitti: non solo invasioni di tempi lontani ma, nello scorso secolo, violenze e oppressioni provocate dalle dittature nazista e comunista – come scordare il 1956? E, durante la seconda guerra mondiale, la deportazione di decine e decine di migliaia di abitanti, con la restante popolazione di origine ebraica rinchiusa nel ghetto e sottoposta a numerosi eccidi. In tale contesto ci sono stati molti giusti valorosi – penso al Nunzio Angelo Rotta, per esempio (…). Oggi Budapest è (…) centro di un Paese che conosce il valore della libertà e che, dopo aver pagato un alto prezzo alle dittature, porta in sé la missione di custodire il tesoro della democrazia e il sogno della pace.

Città di storia/2 (Europa, pace, guerra, infantilismo bellico. Poi Hilarion)
La nascita di questa grande capitale nel cuore del continente richiama il cammino unitario intrapreso dall’Europa (…) Nel dopoguerra l’Europa ha rappresentato, insieme con le Nazioni Unite, la grande speranza, nel comune obiettivo che un più stretto legame fra le Nazioni prevenisse ulteriori conflitti. Purtroppo non è stato così (…) Pare di assistere al triste tramonto del sogno corale di pace, mentre si fanno spazio i solisti della guerra (…) A livello internazionale pare persino che la politica abbia come effetto quello di infiammare gli animi anziché di risolvere i problemi, dimentica della maturità raggiunta dopo gli orrori della guerra e regredita a una sorta di infantilismo bellico.
Nel contesto degli sforzi per perseguire la pace in Ucraina, Francesco ha incontrato sabato 29 aprile il Metropolita ortodosso Hilarion, già per lunghi anni (2009-2022) numero 2 del Patriarcato ortodosso di Mosca, “esiliato” a Budapest dopo aver ammonito sugli effetti catastrofici per la Russia della guerra in Ucraina. Con Hilarion (come anche con Orbán) il Papa ha sicuramente approfondito la possibilità (flebile) di una svolta di pace nel conflitto. Certo è che tale svolta non sembra dietro l’angolo. In ogni caso Francesco e la diplomazia vaticana fin da subito si sono attivati (e lo sono anche oggi, come il Papa ha un po’ scontatamente confermato nella conferenza-stampa aerea del viaggio di ritorno) sia per fornire aiuti umanitari che per escogitare vie percorribili per la cessazione di una guerra non solo orrenda come tutte le guerre, ma anche sfida assurda, insensata, combattuta tra Stati Uniti/NATO/UE e Russia per interposto e martoriato popolo ucraino.

Città di ponti/1 (Europa, unità ma non uniformità)
I ponti, che congiungono realtà diverse, suggeriscono di riflettere sull’importanza di un’unità che non significhi uniformità. (…) Anche l’Europa dei ventisette, costruita per creare ponti tra le nazioni, necessita del contributo di tutti senza sminuire la singolarità di alcuno (…) C’è bisogno di questa armonia: di un insieme che non appiattisca le parti e di parti che si sentano ben integrate nell’insieme, ma conservando la propria identità.

Città di ponti/2 (Europa fluida e gassosa)
Penso dunque a un’Europa che non sia ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, se non gassosa, in una sorta di sovranazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli.

Città di ponti/3 (Europa, gender, aborto, natalità, elogio all’Ungheria) (a proposito di Europa fluida)
È questa la via nefasta delle “colonizzazioni ideologiche”, che eliminano le differenze, come nel caso della cosiddetta cultura gender o antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà, ad esempio vantando come conquista un insensato ‘diritto all’aborto’, che è sempre una tragica sconfitta. Che bello invece costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siamo politiche effettive per la natalità e la famiglia (…) perseguite con attenzione in questo Paese.

Città di santi/1 (Santo Stefano, accoglienza, Costituzione)
Il pensiero non può che andare a Santo Stefano, primo re d’Ungheria (…) Ricevette dal padre alcune raccomandazione che costituiscono una sorta di testamento per il popolo magiaro: “Ti raccomando di essere gentile non solo verso la tua famiglia e parentela, o con i potenti e i benestanti, o con il tuo prossimo e con i tuoi abitanti, ma anche con gli stranieri” (…) Da ciò traspare non solo la ricchezza di una solida identità. Ma la necessità di apertura agli altri, come riconosce la Costituzione quando dichiara: “Rispettiamo la libertà e la cultura degli altri popoli, ci impegniamo a collaborare con tutte le nazioni del mondo”. Essa afferma ancora: “Le minoranze nazionali che vivono con noi fanno parte della comunità politica ungherese e sono parti costitutive dello Stato’ e si propone l’impegno ‘per la cura e la protezione (…) delle lingue e delle culture delle minoranze nazionali in Ungheria”. È veramente evangelica questa prospettiva, che contrasta una certa tendenza, giustificata talvolta in nome delle proprie tradizioni e persino della fede, a ripiegarsi su di sé.

Città di santi/2 (Costituzione, carità, cristiani perseguitati, collaborazione Stato-Chiesa, laicità, laicismo)
Il Testo costitutivo, in poche e decisive parole impregnate di spirito cristiano, asserisce inoltre: ‘Dichiariamo essere un obbligo l’assistenza ai bisognosi e ai poveri’. Ciò richiama il prosieguo della storia di santità ungherese, raccontata in numerosi luoghi di culto della Capitale (…) Distinte Autorità, vorrei ringraziarvi per la promozione delle opere caritative ed educative ispirate da tali valori e nelle quali si impegna la compagine cattolica locale, così come per il sostegno concreto a tanti cristiani provati nel mondo, specialmente in Siria e in Libano. È feconda una proficua collaborazione tra Stato e Chiesa che, per essere tale, necessita però di ben salvaguardare le opportune distinzioni. (…) Fa bene, da questo punto di vista, una sana laicità, che non scada nel laicismo diffuso, il quale si mostra allergico ad ogni aspetto sacro per poi immolarsi sugli altari del profitto.

Città di santi/3 (Santo Stefano, accoglienza)
Santo Stefano lasciava al figlio straordinarie parole di fraternità, dicendo che “adorna il Paese” chi vi giunge con lingue e costumi diversi. Infatti – scriveva – “un Paese che ha una sola lingua e un solo costume è debole e cadente. Per questo ti raccomando di accogliere benevolmente i forestieri e di tenerli in onore, così che preferiscano stare piuttosto da te che non altrove” (Ammonimenti, VI). È un tema, quello dell’accoglienza, che desta tanti dibattiti ai nostri giorni ed è sicuramente complesso. Tuttavia per chi è cristiano l’atteggiamento di fondo non può essere diverso da quello che santo Stefano ha trasmesso, dopo averlo appreso da Gesù, il quale si è identificato nello straniero da accogliere (cfr Mt, 25,35) (…) È un tema da affrontare insieme, comunitariamente (…) Perciò è urgente, come Europa, lavorare a vie sicure e legali, a meccanismi condivisi di fronte a una sfida epocale.

Città di santi/4 (santi ungheresi)
Non è possibile citare tutti i grandi confessori della fede della Pannonia Sacra, ma vorrei almeno menzionare san Ladislao e santa Margherita, e fare riferimento a certe maestose figure del secolo scorso, come il card. József Mindszenty, i beati vescovi martiri Vilmos Apor e Zoltán Meszlényi, il beato László Batthyány-Strattmann. Sono, insieme con tanti giusti di vari credo, padri e madri della vostra Patria. A loro vorrei affidare l’avvenire di questo Paese, a me tanto caro.

Quarto punto (persona, tecnologia, università)

Ancora una citazione, dal discorso – indirizzato agli universitari e al mondo della cultura – pronunciato domenica 30 aprile – immediatamente prima di ripartire per Roma – presso  la Facoltà di Informatica e Scienze Bioniche dell’Università Cattolica “Péter Pázmány” (Budapest) (Il Papa si sta riferendo a una riflessione di cent’anni fa sulla tecnica dell’intellettuale Romano Guardini):
Guardini non demonizza la tecnica, la quale permette di vivere meglio, di comunicare e avere molti vantaggi, ma avverte il rischio che essa diventi regolatrice, se non dominatrice, della vita. In tal senso vedeva un grande pericolo: “L’uomo perde tutti i legami interiori che gli procurano un senso organico della misura e delle forme di espressione in armonia con la natura” e, “mentre nel suo essere interiore egli è divenuto senza contorni, senza misura, senza direzione, egli stabilisce arbitrariamente i suoi fini e costringe le forze della natura, da lui dominate, ad attuarli”. E lasciava ai posteri una domanda inquietante: “Cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? […] Cosa accadrà […] quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. […] In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?”
La vita può rimanere vivente? È una questione che, specialmente in questo luogo, dove si approfondiscono l’informatica e le ‘scienze bioniche’, è bene porsi. Infatti quanto intravisto da Guardini appare evidente ai nostri giorni: pensiamo alla crisi ecologica, con la natura che sta semplicemente reagendo all’uso strumentale che ne abbiamo fatto. Pensiamo alla mancanza di limiti, alla logica del “si può fare, dunque è lecito”. Pensiamo anche alla volontà di mettere al centro di tutto non la persona e le sue relazioni, ma l’individuo centrato sui propri bisogni, avido di guadagnare e vorace di afferrare la realtà. E pensiamo di conseguenza all’erosione dei legami comunitari, per cui la solitudine e la paura, da condizioni esistenziali, paiono tramutarsi in condizioni sociali. Quanti individui isolati, molto social e poco sociali, ricorrono, come in un circolo vizioso, alle consolazioni della tecnica come a riempitivi del vuoto che avvertono, correndo in modo ancora più frenetico mentre, succubi di un capitalismo selvaggio, sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore. Questo è il dramma. Dicendo ciò non voglio ingenerare pessimismo – sarebbe contrario alla fede che ho la gioia di professare –, ma riflettere su questa ‘tracotanza di essere e di avere’, che già agli albori della cultura europea Omero vedeva come minacciosa e che il paradigma tecnocratico esaspera, con un certo uso degli algoritmi che può rappresentare un ulteriore rischio di destabilizzazione dell’umano.
In un romanzo che ho più volte citato, “Il padrone del mondo”, di Robert Benson, si osserva “che complessità meccanica non è sinonimo di vera grandezza e che nell’esteriorità più fastosa si nasconde più sottile l’insidia” (Verona 2014, 24-25). In questo libro, in un certo senso “profetico”, scritto più di un secolo fa, viene descritto un futuro dominato dalla tecnica e nel quale tutto, in nome del progresso, viene uniformato: ovunque si predica un nuovo “umanitarismo” che annulla le differenze, azzerando le vite dei popoli e abolendo le religioni. Abolendo le differenze, tutte. Ideologie opposte convergono in una omologazione che colonizza ideologicamente. Questo è il dramma, la colonizzazione ideologica; l’uomo, a contatto con le macchine, si appiattisce sempre di più, mentre il vivere comune diventa triste e rarefatto. In quel mondo progredito ma cupo, descritto da Benson, dove tutti sembrano insensibili e anestetizzati, pare ovvio scartare i malati e applicare l’eutanasia, così come abolire le lingue e le culture nazionali per raggiungere la pace universale, che in realtà si trasforma in una persecuzione fondata sull’imposizione del consenso, tanto da far affermare a un protagonista che “il mondo sembra in balia di una vitalità perversa, che corrompe e confonde ogni cosa” (p. 145).
Mi sono protratto in questa disamina a tinte fosche perché proprio in tale contesto meglio risplendono i ruoli della cultura e dell’università. L’università è infatti, come indica il nome stesso, il luogo dove il pensiero nasce, cresce e matura aperto e sinfonico; non monocorde, non chiuso: aperto e sinfonico. È il “tempio” dove la conoscenza è chiamata a liberarsi dai confini angusti dell’avere e del possedere per diventare cultura, cioè, “coltivazione” dell’uomo e delle sue relazioni fondanti: con il trascendente, con la società, con la storia, con il creato.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore sul suo blog Rossoporpora.org [QUI].

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