«Potevamo non esserci». Invece ci siamo

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.10.2022 – Vik van Brantegem] – Il Senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, il 13 ottobre scorso – prima della formazione del Governo Meloni – ha ripresentato il Disegno di legge che mira a riconoscere la capacità giuridica del concepito, anteponendo, di fatto, i diritti del nascituro a quelli della donna che vuole abortire. Gasparri propone è modificare l’articolo 1 del Codice civile con questo testo: «Art. 1. – (Capacità giuridica) – Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento. I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita». Riconoscere la capacità giuridica del concepito significherebbe dunque fissare la concessione dei diritti nel momento del concepimento e non della nascita, secondo l’articolo 1 in vigore.

Nella relazione allegata al Ddl Gasparri si legge che “nell’articolo 1 della legge 22 maggio 1978, n. 194, sulla interruzione volontaria della gravidanza, è detto che lo Stato ‘tutela la vita umana fin dal suo inizio’. Vi è dunque una attenzione verso il concepito, ma non vi è l’attribuzione del diritto alla vita e tanto meno il riconoscimento della sua soggettività, giacché il concetto di ‘tutela’ può essere riferito anche alle cose. Nell’articolo 1 della legge n. 194 del 1978, insomma – spiegano i proponenti – non vi è una negazione dei diritti del concepito, ma nemmeno vi è un loro riconoscimento”.

«Right is right even if nobody does it. Wrong is still wrong even if everybody is wrong about it» [Giusto è giusto anche se nessuno lo fa. Sbagliato è ancora sbagliato anche se tutti hanno torto al riguardo] (Gilbert Keith Chesterton, llustrated London News, 11 maggio 1907).

«To have a right to do a thing is not at all the same as to be right in doing it» [Avere il diritto di fare una cosa non è affatto lo stesso di essere nel giusto nel farlo] (Gilbert Keith Chesterton, A Short History of England, 1917).

Con il Ddl Gasparri si afferma che ogni bambino non nato è un essere umano dal momento del concepimento ed è quindi un soggetto giuridico in ordine al diritto alla vita del nascituro ed è titolare del diritto alla vita dal momento del concepimento. La scienza dimostra che embrione e feto sono persone umane. L’aborto è una violenza legalizzata, non un diritto.

Tra altri personaggi pro-aborto, Luciana Littizzetto non è d’accordo con il Ddl Gasparri e – ospite fissa a Che tempo che fa, il programma RAI condotto da Fabio Fazio – ha scritto una letterina al Senatore, esprimendo la propria contrarietà al ddl da lui ripresentato. Il punto centrale di Littizzetto: “Lo dirò forte e chiaro: la 194 non si deve toccare. La 194 non è mia, tua, né di destra né di sinistra, la legge 194 è di tutte le donne”.

Un commento su Facebook dice: «Mi diceva il saggio confratello P. Floriano, per 20 anni cappellano del carcere di Pesaro: “A te t’ha salvato la legge Basaglia!”. Vorrei ricordare a Lucianina che forse lei, come molti di noi, è stata salvata dall’assenza della 194. Il concetto del “potevamo non esserci”, mirabilmente ricordato da Chesterton in Ortodossia, non molto difficile da concepire se si ha la capacità neuronale appena superiore a un ravanello, va sempre meditato con riconoscenza» (R.B.).

Si sente dire spesso: «Non potevamo non esserci». Quando sento questo, mi viene da pensare la stessa frase, ma in tutt’altro senso e senza il “non”: «Potevamo non esserci», mentre invece ci siamo. E mi rendo conto che il mio esserci, significa che sono una creatura, che sono stato creato. Siamo creature, siamo stati creati e «potevamo non esserci». Chi mi ha pensato? Il mio esserci è il gesto di Uno, che mi ha desiderato, al punto di crearmi, cioè, di tirarmi fuori dal nulla, di farmi essere, di pensarmi come persona unica e irrepetibile. Leggiamo in Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo» (Ger 1,5a) e «Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti ho attratto a me, avendo pietà del tuo niente» (Ger 31,3). Nella Lettera agli Efesini è scritto: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo» (Ef 1,3-12).

Ci scopriamo figli di Dio e ci chiediamo: perché a noi è dato vivere? E poi arriviamo a pensare, che essendo pensato da Colui che È, prima ancora del concepimento che segna l’inizio della nostra vita, è impossibile che la vita termina con la morte, perché l’amore di Dio per noi sue creature, per me sua creatura, è eterno. La vita è una provocazione. Provoca la gratitudine di essere nati, perché «potevamo non esserci». E tutti che ci sono, sono vivi grazie alle loro madri, che non li hanno abortiti. E con gratitudine ci ripetiamo: esserci è meglio che non esserci.

Il commento che ho citato prima, fa risalire la frase «potevamo non esserci» a Ortodossia, il libro del 1908 di Gilbert Keith Chesterton, che è un classico dell’apologetica cristiana, considerato dal lui stesso un compagno del suo altro lavoro, Eretici, avendolo scritto espressamente in risposta ad un critico al lavoro precedente, “che non si sarebbe preoccupato della sua teologia finché non avessi davvero affermato la mia”. Nella prefazione del libro, Chesterton afferma che lo scopo è “tentare una spiegazione, non del fatto che si possa credere alla fede cristiana, ma di come è arrivato a crederci personalmente”. In esso, Chesterton presenta una visione originale della religione cristiana. La vede come la risposta ai bisogni umani naturali, la “risposta a un enigma” nelle sue stesse parole, e non semplicemente come una verità arbitraria ricevuta da qualche parte al di fuori dei confini dell’esperienza umana. Chesterton ha scritto il libro quando era Anglicano, 14 anni prima di convertirsi al Cattolicesimo 14 anni dopo. Chesterton scelse il titolo, Ortodossia, per concentrarsi sulla semplicità del Credo degli Apostoli, sebbene nella sua Autobiografia ammise che il suono generale del titolo era “a thinnish sort of thing” (una cosa sottile).

Quel riferimento a Chesterton, mi ha fatto ricordare che è stato un eroico difensore del cristianesimo e del buon senso, uno dei grandi sostenitori della vita del XX secolo, in più di un modo le cui presi di posizione pro-vita erano sia perspicaci che tragicamente profetiche. Anche se potrebbe sembrare nei giorni nostri una figura antica, i valori e il messaggio pro-vita, che questo uomo straordinario ha vissuto quotidianamente, hanno molto da dirci nei tempora currunt. Ci fa capire che l’aborto è la parodia demoniaca dell’Eucaristia dell’Anticristo. Ecco perché usa le stesse sante parole: “Questo è il mio corpo”, con il significato blasfemo opposto.

Chesterton ha riconosciuto istintivamente, che nel cuore freddo dell’etica anti-vita, che ora l’industria della morte pro-aborto è arrivata a rappresentare, c’era un deprezzamento filosofico del puro mistero dell’esistenza, sia dell’esistenza della donna che del bambino, in particolare, come dono a sé stante, in cima a “un’invisibile piramide di virtù”.

La questione della sacralità della vita umana era molto sentita da Chesterton. La forza di questa sua convinzione potrebbe essere stata influenzata dalla sua fede Cattolica Romana, ma il fondamento di essa non aveva nulla a che fare con la religione. Perché è la scienza che dimostra che il concepito non è un “grume di cellule” ma un essere umano non ancora nato, il più debole e indifeso tra gli esseri umani.

C’è “un grande nemico oggi del matrimonio: la teoria del gender”. L’ha detto a braccio Papa Francesco nel suo discorso durante l’Incontro con Sacerdoti, Religiosi, Religiose, Seminaristi e Agenti di Pastorale nella chiesa dell’Assunta il 1° ottobre 2016 a Tbilisi, in occasione del Viaggio Apostolico in Georgia e Azerbajgian. «Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio – ha affermato rispondendo alla testimonianza di una madre di famiglia -. Ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee: ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono. Pertanto difendersi dalle colonizzazioni ideologiche». Papa Francesco ha detto: «Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato uomo e donna e li ha creati a sua immagine: cioè l’uomo e la donna che si fanno una sola carne sono l’immagine di Dio».

Una delle colonizzazioni ideologiche che distruggono la famiglia è l’aborto, promosso dai medesimi ideologi del gender. L’attivista pro-vita Maria Rachele Ruiu in un’intervista pubblicata da Informazione Cattolica [QUI] ha dichiarato: «È profondamente ingiusto, nel 2021, dire alle donne che l’aborto elimina un grumo di cellule! Oggi le evidenze scientifiche, le ecografie, ci permettono di riconoscere che il concepito è un bambino!». «Oggi come si parla di aborto, come si mette in discussione la “soluzione aborto”, si viene attaccati», ha detto Ruiu, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia e di Generazione Famiglia, che sente forte l’impegno a favore della difesa della vita, della famiglia naturale e della libertà educativa dei genitori per i propri figli.

Chesterton scrisse: “Le scuole e i saggi più insondabili non hanno mai raggiunto la gravità ch dimora negli occhi di un bambino” (“Babies”, dal saggio “In Defense of Baby Worship” in The Defendant, 1903). Questa citazione riassume l’essenza del movimento pro-vita, che è il futuro visto negli occhi di un bambino. I bambini sono così pieni di innocenza e capacità che ancora non si conoscono. Perché qualcuno dovrebbe volerlo distruggere attraverso l’aborto? La solennità negli occhi di un bambino, che mostra una felicità così estrema della vita, è una delle cose più belle del mondo.

«C’è, quindi, un’intensità retrospettiva nelle dichiarazioni pro-vita di Chesterton, inclusa una delle sue prime poesie intitolata “By the Babe Unborn” [3], in cui un bambino non ancora nato – “Me ne sto nel buio” – implora di nascere e di vivere, anche per un’ora, qualunque sia l’esito.
Chesterton, in questo caso, ha parlato per il nascituro che, essendo stata finora negata l’esistenza, desidera così tanto che gli sia concesso “di stare in quel mondo”, in quello che Chesterton ha definito il “regno delle fate”. Questa poesia che, come descrive Chesterton nella sua Autobiografia, “immaginava la creatura increata che gridava per l’esistenza e prometteva ogni virtù se solo avesse potuto fare l’esperienza della vita”, era una condanna delle “più oscure profondità del pessimismo contemporaneo” dei suoi giorni, che non si rendevano conto che “qualsiasi cosa era magnifico in confronto al niente”.
È quindi comprensibile, data che Chesterton e sua moglie non potevano avere figli, che mostrasse un “disprezzo” non comune, sebbene del tutto giustificato, verso coloro che negavano la vita agli altri e a se stessi.
Chesterton, da uomo, da attolico e da marito che non ha mai avuto un figlio, ha capito il vero valore della vita. Ma il suo messaggio a favore della vita va oltre il bambino stesso, fino alla natura della vita, della vita, delle donne e degli sforzi dell’uomo per vivere il più cavallerescamente possibile in quella che oggi è veramente l’età della diabolista» (Daniel Frampton – Society for the protection of unborn children, 29 maggio 2020 – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

La Littizzetto e compagne pro aborto (detto propriamente: infanticidio) sono le eredi (verosimilmente ignoranti) dei fautori dell’eugenetica, applicata agli altri, non a se stesso, ovviamente. Poi, sono in grado di difendere l’infanticidio come un “diritto” delle donne, perché loro non sono stato abortiti (detto propriamente: uccisi) da loro madri. Come disse il Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan: «Noto che tutti quelli che sono a favore dell’aborto sono già nati». Non è escluso che conosceva la frase di Chesterton.

“Non si può dire la verità. Manca la verità. Non si può dire che si nasce maschi e femmine, non si può dire che l’eutanasia è un omicidio, non si può dire che ognuno di noi a 11 settimane, in pancia alla mamma, aveva tutti gli organi presenti, un cuore ben pimpante e che se siamo qui noi è anche perché nostra madre non ci ha abortito. Che cosa c’è di scientificamente errato in tutto questo? Che cosa c’è di offensivo in queste frasi? Che cosa ne penserebbero gli oltre cinque milioni di “assenti” a causa della legge 194?” (Giorgio Gibertini – Ilcentuplo.it, 6 aprile 2018).

«Il Ministro Roberto Speranza sarà ospite d’onore al Meeting di Rimini dal titolo “Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”. Vorrà illuminarci su quanto sia sublime e civile uccidere i bambini con l’aborto chimico tramite Ru 486 a domicilio?» (In Veritate – Twitter, 10 agosto 2020).

«Si contano su una mano i vescovi ed i preti che hanno osato alzare la voce contro la banalizzazione dell’aborto chimico tramite Ru 486 a domicilio. Fiumi di parole su dialogo, ponti & scemenze, silenzi e balbettii imbarazzati per non dire che l’aborto è omicidio. Dio vi vomita» (In Veritate – Twitter, 10 agosto 2020).

«Cruda verità. L’aborto è un omicidio! #NoAllAborto» (G.R. – Twitter, 10 agosto 2020).

«C’è un medico, scienziato, filosofo, che mi spiega come avviene un aborto al nono mese di gravidanza? Al nono mese un bambino nasce. Al nono mese è omicidio di un nato vivo» (Valentina – Twitter, 10 agosto 2020).

«La Ru486 non è come l’aspirina, la gravidanza non è una malattia, il nascituro non è un parassita da estirpare. Donne è l’ora di volervi bene sul serio, abbiate il cuore di ascoltare chi ha già vissuto questo inferno» (Don Ivano Liguori – Twitter, 10 agosto 2020).

«Ministro Speranza, non ho mai visto pace nel cuore di donne che hanno abortito. Solo chi come noi sacerdoti ascolta e confessa conosce questo dramma per cui tante mamme non riescono a trovar ragione. Altro che conquista di civiltà!» (Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno – Twitter, 9 agosto 2020).

«Di fronte al crollo delle nascite, che ci ha reso Paese di vecchi, chi governa propone l’aborto, nulla facendo per incoraggiare seriamente le nascite garanzia di futuro, pensa così di fare bene alle donne mentre irresponsabilmente prepara un futuro di morte per l’Italia» (Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno – Twitter, 9 agosto 2020).

Il caso contro una società progettata scientificamente
di Dale Ahlquist
Università di Chesterton
Lezione 36: Eugenetica e altri mali

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Eugenetica è una parola dal suono gradevole, che combina le parole greche per “buono” e “nascita”. E Francis Galton, che ha inventato la parola e l’idea, ha proposto l’eugenetica “per il miglioramento dell’umanità”. Ma questo è fino a dove arrivano le cose che suonano bene. La definizione attuale è piuttosto orribile: l’allevamento controllato e selettivo della razza umana. Galton ha basato le sue idee sulle teorie di suo cugino: Charles Darwin. All’inizio del XX secolo, quando la teoria di Darwin fu accolta tranquillamente dall’establishment scientifico, l’eugenetica stava ottenendo una buona stampa. The New York Times gli ha dato una copertura costante e positiva. Luther Burbank e altri scienziati hanno promosso l’eugenetica. George Bernard Shaw [1] disse che nient’altro che una religione eugenetica potrebbe salvare la civiltà.

Solo uno scrittore ha scritto un libro contro l’eugenetica, Gilbert Keith Chesterton. Eugenetica e altri mali potrebbe essere il suo libro più profetico.

L’eugenetica ha portato direttamente al movimento per il controllo delle nascite [detto propriamente per la soppressione delle nascite]. Sono stati coinvolti tutti gli stessi attori, come Margaret Sanger [2], che era un Membro dell’American Eugenics Society e l’Editore della Birth Control Review. La filosofia principale è stata strombazzata sulla copertina del Birth Control Review: “Più bambini per gli Adatti. Meno per gli Inadatti”. Ha chiarito chi considerava inadatto: “Ebrei, slavi, cattolici e negri”. Ha aperto le sue cliniche per il controllo delle nascite solo nei loro quartieri. Ha apertamente sostenuto l’idea che queste persone dovrebbero richiedere il permesso ufficiale di avere bambini “come gli immigrati devono richiedere i visti”.

Perché non sentiamo parlare di questa connessione tra Margaret Sanger, la fondatrice di Planned Parenthood [detto propriamente: negazione della genitorialità) e l’eugenetica?

Due parole: Adolf Hitler. Istituì ufficialmente l’eugenetica, guidando un intero Paese nell’attuazione dei suoi principi, non solo per allevare quella che credeva essere una razza superiore, ma per eliminare tutti quelli che considerava inferiori. Dove trovò Hitler presto un sostegno per le sue idee eugenetiche? Da Margaret Sanger e la sua cerchia. Gli scienziati eugenetici della Germania nazista hanno scritto articoli per la Birth Control Review di Stanger e membri della American Birth Control League di Sanger hanno visitato la Germania nazista, hanno partecipato alle sessioni della Corte Suprema di Eugenetica e sono tornati con rapporti entusiastici su come la legge sulla sterilizzazione stesse “eliminando la peggiori ceppi della razza ceppo germanica in modo scientifico e veramente umanitario”.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il mondo venne a conoscenza degli orrori della Shoah e dei campi di sterminio, il termine eugenetica fu completamente screditato. Margaret Sanger si è affrettata a prendere le distanze dall’eugenetica e ha iniziato a sottolineare il controllo delle nascite come una presunta questione femminista. Non sentiamo più parlare di eugenetica.

Ma sfortunatamente, la filosofia dietro l’eugenetica è ancora con noi. In generale, tutti gli argomenti originali a favore dell’eugenetica sono diventati gli stessi argomenti a favore del controllo delle nascite, dell’aborto, dell’eutanasia e persino della clonazione.

Chesterton lo capì. Ma lo capì nel 1910 (quando iniziò a scrivere questo libro, che fu pubblicato solo nel 1922). Come per così tante altre cose, Chesterton ha visto esattamente quello che vediamo noi. Solo lui l’ha visto molto prima che accadesse.

L’eugenetica, come l’aborto, basa tutti i suoi benefici sul negare a un’intera classe di umani la propria umanità. Con l’eugenetica erano gli “inadatti”, che di solito significava i poveri, i deboli, o semplicemente gli etnici che semplicemente avevano troppi figli. Con l’aborto, viene percepito un beneficio per qualcuno, eliminando il più debole e il più indifeso degli esseri umani: i non nati. Come dice Chesterton con agghiacciante precisione: “Cercano la sua vita per portarla via”.

L’eugenetica e l’aborto riguardano la tirannia dell’élite che decide chi vivrà e chi morirà. E se si tratta di élite, si tratta di soldi. Sono stati i Rockefeller, i Carnegie e altri padroni capitalisti a finanziare la ricerca sull’eugenetica all’inizio del XX secolo. Hanno continuato a essere i principali sostenitori di Planned Parenthood. Chesterton dice che la ricchezza e le scienze sociali sostenute dalla ricchezza fanno esperimenti disumani e, quando falliscono, fanno esperimenti ancora più disumani. Sono disumani perché sono senza Dio. Ma sono senza Dio perché non vogliono affrontare quanto siano disumani. Il ricco industriale divenne agnostico, dice Chesterton, “non tanto perché non sapeva dove fosse, quanto perché volle dimenticare. Molti dei ricchi si mostrarono scettici esattamente come i poveri bevevano; perché era una via d’uscita”.

L’eugenetica riguarda anche la tirannia della scienza. Dimentica la vecchia e stanca discussione sulla religione che perseguita la scienza. Chesterton sottolinea il fatto ovvio che nel mondo moderno è esattamente il contrario.
La cosa che sta davvero cercando di tiranneggiare attraverso il governo è la scienza. La cosa che usa davvero il braccio secolare è la scienza. E il credo che davvero sta riscuotendo le decime e catturando le scuole, il credo che in realtà è imposto con le multe e la carcerazione, il credo che in realtà è proclamato non in omelia ma in statuti, e diffuso non dai pellegrini ma dai poliziotti – quel credo è il grande ma controverso sistema di pensiero che iniziò con l’evoluzione ed è finito nell’eugenetica. Il materialismo è davvero la nostra chiesa ufficiale; perché il governo lo aiuterà davvero a perseguitare i suoi eretici.

Chesterton dice che il problema con la scienza ufficiale è che diventa costantemente più ufficiale mentre diventa meno scientifica. «L’uomo della strada», dice, «deve essere totalmente alla mercé di un sacerdozio accademico». Se le persone che si preoccupano delle verità tradizionali tentano di opporsi all’eugenetica, al controllo delle nascite o alla clonazione, vengono bombardate da ciò che Chesterton chiama “la stessa scienza soffocante, la stessa burocrazia prepotente e lo stesso terrorismo da parte di professori di decimo livello”.

Il filo rosso: la letteratura di Chesterton come battaglia contro l’eugenetica
Il tentativo di salvare l’uomo dalla tentazione di distruggere se stesso

(Tratto dalla Tesi di Laurea “Chesterton: la filosofia dell’Uomo Vivo. Il percorso che forma il pensiero di Chesterton, da San Tommaso d’Aquino agli Inklings” di Francesco Perin, Corso di Laurea magistrale in Scienze Filosofiche, Università Ca’ Foscari Venezia)

Avere ragione dove queste (la natura umana e non) hanno torto, pare proprio una delle tracce che più tornano nell’intero lavoro letterario dello scrittore inglese, che aveva messo questa verità come cardine delle sue opere. La Chiesa, nella visione di Chesterton, non va contro la natura umana, ma la “corregge”, la rende propriamente umana perché la porta verso una redenzione dalla natura corruttibile di cui è fatta.

Questa idea del nostro scrittore, si lega alla sua osservazione che vede come l’intera esperienza umana sia stupefacente e incredibile; proprio perché è continuamente stimolata da una realtà che la spinge ad interrogarsi sul suo scopo e all’andare oltre le sue bassezze.

Dall’Uomo che fu Giovedì, passando per La sfera e la croce, fino ad arrivare all’Osteria volante, ciò che Chesterton mostra è la doppia sfida tra follia e ragione e tra ideologia e idealismo, cioè il suo materialismo magico. I suoi protagonisti si trovano coinvolti in una sfida impari contro tutto il sistema che li circonda, come probabilmente si trovava l’autore quando scriveva i suoi pezzi polemici oppure commentava i suoi programmi radiofonici. (…)

I testi di Chesterton sono delle allegorie di una sua visione del mondo, dove non veniva tanto colpito dalla grandiosità delle tempeste, quanto dal fatto che la metropolitana londinese riuscisse ogni volta ad arrivare alla fermata successiva fino al suo capolinea.

La mancanza dei grandi intellettuali e delle figure di spicco della sua epoca, era l’incapacità di capire il lato animale delle persone, cioè come gli uomini potessero essere grezzi e ottusi. Il voler bene alla gente comune, o il rifarsi ad una sorta di “senso comune”, da parte del nostro autore, è la capacità di riconoscere che chi ha più a che fare con le urgenze della vita, spesso ne capisce di più di chi invece questa urgenza non la soffre. Questo atteggiamento dello scrittore sarà probabilmente dovuto anche alla triste storia inglese che è fatta di vasti soprusi nei confronti della popolazione: pensiamo a Enrico VIII che distrusse gli 800 monasteri inglesi lasciando i poveri alla mercé di loro stessi e delle intemperie, o all’istituzione nel IXX secolo delle “workhouses” dove i poveri venivano smistati a seconda dei sessi, per impedire che si propagasse quella malattia mentale che per i medici inglesi era la povertà.

Questo tipo di difficoltà contro cui Chesterton combatteva nella sua epoca, si riflette tristemente nei fatti di cronaca contemporanea. Lo scrittore inglese, che era rimasto orripilato dalla questione dell’aborto, non avrebbe mai potuto pensare che saremmo arrivati all’idea di uccidere i bambini anche dopo la nascita [Confrontare, per conoscere meglio la natura del problema: Francesca Minerva e Alberto Giubilini, After-birth abortion: why should the baby live?, Journals of medical ethics, 2013; 39:261-263. Nell’articolo, I due “filosofi” sostengono fondamentalmente che, nel caso il bambino comportasse uno stress troppo grande per la vita della donna, questo andrebbe ucciso anche dopo la sua nascita. Fra le motivazioni per questo, si legge ad esempio dello stress finanziario che il bambino potrebbe causare, o si fa riferimento al fatto che il bambino non sarebbe davvero cosciente fino ai due anni circa.]. Il problema qui, è che non c’è un vero contatto con la realtà, mentre per Chesterton è fondamentale toccare le cose con mano per poi discutere di esse. Altrimenti finiamo a parlare di bambini con lo stesso linguaggio che usiamo per parlare di una palla da biliardo o di teorie astratte. Si può ravvisare questo tipo di obiezione Chestertoniana all’astrattismo nella conversazione che ebbe con Bertrand Russell, il quale venne ospitato da Chesterton in una puntata del suo programma radiofonico alla BBC. Il filosofo, in quell’occasione, sostenne che i genitori non fossero le persone più adatte a prendersi cura dei propri bambini, adducendo alla sua affermazione dei dati scientifici: «attualmente nel mondo occidentale la maggior parte dei bambini raggiunge l’età adulta e questo non lo si deve alle madri, e neppure ai padri. Lo si deve agli studiosi di medicina, alle persone che si sono dedicate ai progressi sanitari, ai politici che si sono spesi per la filantropia e agli inventori» [G. K. Chesterton, Radio Chesterton dai microfoni della BBC].

Il discorso di Russell è del tutto svincolato dalla realtà, non perché non sia vero che le condizioni sanitarie abbiano prodotto un miglioramento nelle condizioni di salute della popolazione, ma perché durante la conversazione con il nostro scrittore egli giunge a sostenere che i bambini sarebbero meglio se venissero tolti ai loro genitori: «perciò affermo che la cosa importante è che i bambini, per quanto concerne l’istruzione, la salute fisica e cure affini, debbano essere affidati a quelli che possiedono una conoscenza specifica, di cui c’è bisogno affinché tutto sia svolto al meglio. Affermo anche che per le loro attività giornaliere, il giusto apporto di cibo, luce, aria e libertà debbano essere forniti in un luogo esterno alla famiglia, affinché sia lasciato ai genitori di dare loro un affetto libero, l’unico in grado di sostenere le migliori relazioni umane» [G. K. Chesterton, Radio Chesterton dai microfoni della BBC].

Quello di legare la salute fisica, psicologica e morale dei propri figli a un modello di educazione medicoscientifico è un concetto che viene ripreso anche ai nostri tempi, pur in forme differenti. Chesterton risponde a questa affermazione, non escogitando qualche fulminante paradosso, ma semplicemente guardando a quella che è la natura della famiglia normale, e cioè quella di due persone che si prendono cura di uno o più bambini. L’astrattismo che vorrebbe consegnare tutti i bambini agli asili e alle scuole, citando studi psicologici a sostegno dell’ipotesi che i bambini possano ricevere traumi dai genitori, si ritrova disarmato davanti al dato più naturale che la natura gli abbia messo davanti: cioè l’esistenza stessa della famiglia. La risposta di Chesterton a Russell è: «Perdonatemi, ma parlare di dottori, scienza, medicina sociologia, asili e così via non è parlare di cose reali. Se tutti i bambini dovessero essere lasciati nelle loro mani, Dio li aiuti! […] Si tratta semplicemente del fatto che noi andremo a pagare un certo numero di impiegati che fingeranno di avere quel genere di interesse verso i bambini che, di fatto e per qualche misteriosa misericordia di Dio cum Natura, voi e io abbiamo sperimentato nel rapporto con i nostri genitori per legge naturale» [G. K. Chesterton, Radio Chesterton dai microfoni della BBC]. Il significato di questa naturalità, per qualche motivo sfugge agli avvocati, dell’astrattismo, i quali credono che in qualche modo un sistema scientifico potrebbe essere la soluzione ai problemi dell’uomo. Pare infatti che essi si rendano ben conto del male che può risultare da un trauma, però ignorano tutte le altre cose positive che costituiscono la vita di una persona normale.

Chesterton combatteva l’idea che l’uomo dovesse funzionare come una macchina, che ci dovesse essere una sorta di metro per definire quale vita fosse degna o meno di essere vissuta. Come combatteva con la stessa ferocia chi invece disprezzava la natura umana in virtù di una sua presunta superiorità.

Gli antagonisti che i personaggi dei libri che abbiamo scorso si sono trovati davanti, non erano strane creature malvagie o uomini dotati di uno straordinario ingegno superiore, perché Chesterton sapeva bene che il male nella sua banalità veniva di fatto promosso dagli impiegati, e non da mostri innominabili. Ne La sfera e la Croce, c’è sì una sfida fra il diavolo e Dio su chi avrebbe preso le anime degli uomini, ma la vera sfida che l’ateo e il credente devono affrontare è quella contro i tecnici, che vorrebbero eliminare quei fattori della natura umana che rischiano di impedire il funzionamento della società come meccanismo. Si pensi tra questi, al senso religioso o anche alle pulsioni aggressive. Più in generale la tendenza che Chesterton denuncia è quella, da parte di una élite, a tutelare la vita del popolo, vietandogli le abitudini ritenute dannose.

* * *

[1] Lo scrittore e drammaturgo irlandese George Bernard Shaw ha vinto sia il Premio Oscar che il Premio Nobel. Ha avuto un ruolo notevole nello sviluppo di un genere di commedia capace di esplorare le conseguenze del capitalismo tanto quanto altri importanti temi del tempo, come la guerra e la parità dei sessi. Shaw ha gettato le basi per una nuova forma di teatro che doveva farsi veicolo di idee, “una fucina di pensieri, una guida per la coscienza, un commentario della condotta sociale, una corazza contro la disperazione e la stupidità e un tempio per l’Elevazione dell’Uomo”.

[2] Come Margaret Sanger, anche Marie Stopes, paleontologa, saggista e paleobotanica britannica, fu promotrice dell’eugenetica e della contraccezione artificiale femminile in Gran Bretagna. Assieme al suo secondo marito, il filantropo Humphrey Verdon Roe, fondò nel 1921 la prima “clinica per il controllo delle nascite” della Gran Bretagna nel nord di Londra. Poco tempo dopo, trasferì la sua operazione in un indirizzo nel centro di Londra, dove divenne nota come la Clinica delle Madri Marie Stopes. Fu redattrice della newsletter intitolato Birth Control News, che fornì espliciti consigli pratici sul controllo delle nascite. Il suo controverso e influente manuale sessuale Married Love del 1918 promosse il tema della contraccezione artificiale femminile, scatenando un ampio dibattito pubblico. Si oppose però all’aborto, sostenendo che solo la prevenzione eugenetica fosse necessaria.

«Dicono controllo delle nascite; ciò che intendono è meno nascite e non controllo», scrisse Chesterton.

«La “parola ipocrita controllo delle nascite” – A prima vista, Chesterton sembra aver anticipato, già nel 1900, la capacità del movimento pro-vita di vedere oltre i termini falsi usati da coloro che giustamente vediamo, nel nostro stesso secolo, come anti-vita e praticamente anti-bambino.
In effetti, Chesterton ha riconosciuto che la “parola ipocrita controllo delle nascite” è una “parola debole, traballante e codarda”, un abuso disonesto della lingua inglese “usata per ingraziarsi anche coloro che in un primo momento si sarebbero rifuggiti dal suo vero significato”. Il “controllo delle nascite”, o meglio la “prevenzione delle nascite”, comportava in realtà “meno nascite e nessun controllo”.
La dice lunga anche sul fatto che Chesterton, cordiale e uomo gentile, si riferì ai fautori del controllo delle nascite con “ciò che posso solo chiamare disprezzo”, arrivando ad ammettere che “il mio disprezzo si trasforma in un cattivo comportamento quando sento la motivazione comune che si evita un parto perché le persone vogliono essere ‘libere’ per andare al cinema o comprare un grammofono”.
Ci si può solo immaginare l’orrore e l’indignazione che Chesterton proverebbe anche nei confronti dell’uso pervasivo e della promozione dell’aborto di oggi – ciò che ha definito “quella forma di controllo delle nascite più del solito barbara”. Ma certamente, le righe seguenti esprimono la sua risposta all’idea dell’aborto, una risposta accorata che sperava risuonasse tra i suoi contemporanei: “Ci aspettiamo che l’infanticidio sia chiamato con il suo nome, che è omicidio nella sua forma peggiore; non solo il marchio di Caino, ma il marchio di Erode. Ci aspettiamo che la protesta sia piena dell’onore degli uomini, della memoria delle madri, dell’amore naturale dei bambini […] una protesta dell’istinto indignato e della coscienza comune degli uomini» (Daniel Frampton – Society for the protection of unborn children, 29 maggio 2020 – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

[3] By the Babe Unborn

If trees were tall and grasses short,
As in some crazy tale,
If here and there a sea were blue
Beyond the breaking pale,

If a fixed fire hung in the air
To warm me one day through,
If deep green hair grew on great hills,
I know what I should do.

In dark I lie: dreaming that there
Are great eyes cold or kind,
And twisted streets and silent doors,
And living men behind.

Let storm-clouds come: better an hour,
And leave to weep and fight,
Than all the ages I have ruled
The empires of the night.

I think that if they gave me leave
Within that world to stand,
I would be good through all the day
I spent in fairyland.

They should not hear a word from me
Of selfishness or scorn,
If only I could find the door,
If only I were born.

Dal bambino non nato
Se ci fossero alti tronchi d’albero e ciuffi d’erba bassa, come nella fantasia di certe fiabe, e se più oltre si scorgesse a tratti un mare blu a rompere la pallida linea dell’orizzonte, se ci fosse una palla di fuoco appesa in aria a riscaldarmi durante il giorno, e se una folta chioma verde ondeggiasse sulle valli, là saprei cosa fare.
Me ne sto nel buio: sognando che esistano grandi occhi severi o gentili, e strade storte e porte silenziose, e uomini vivi dietro ad esse.
Che venga la bufera: meglio un’ora, e poter piangere e combattere, piuttosto che questo infinito vuoto a misurare l’impero della notte.
Penso che se mi permettessero di stare in quel mondo sarei buono per un tempo pari a questo lungo giorno nel regno delle fate.
Non udrebbero da me una sola parola di egoismo o disprezzo, se solo riuscissi a trovare la porta, se solo nascessi.
(Traduzione italiana dall’inglese a cura di Annalisa Teggi)

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