The Economist razzista contro l’Italia per colpire Truss, che però lascia dopo 44 giorni con una pensione d’oro

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.10.2022 – Vik van Brantegem] – The Economist ci sfotte: «Londra come L’Italia». Vi piacerebbe, eh? II settimanale, per prendersela con Liz Truss, la dimissionaria Primo Ministro britannico (che aveva evocato un possibile uso delle armi nucleari contro la Russia), paragona l’Inghilterra al Belpaese. Con una serie di luoghi comuni offensivi. Ne parla oggi l’amico e collega Renato Farina, con un articolo in prima pagina su Libero Quotidiano, che riportiamo di seguito.

Questo avviene, mentre il 16 dicembre 2021, neanche un anno fa, The Economist ancora incoronava l’Italia come “Paese dell’anno 2021”: «Il vincitore che abbiamo scelto ha acquisito un Primo Ministro competente e rispettato nel 2021. Ha un alto tasso di vaccinazione contro il covid e la sua economia si sta riprendendo più rapidamente di quella dei suoi vicini». Pare che il fatto della fuga di Draghi e che gli Italiani abbiano preferito Melloni all’uomo della Britannia, sono rimasti indigesti a una delle “bibbie” dell’economia… e confida nella memoria corta dei lettori.

L’Economist ci sfotte: «Londra ridotta come l’Italia»
Gli piacerebbe…
di Renato Farina

Libero Quotidiano, 21 ottobre 2022

Ieri l’Economist, che pare diffonda in tutta Europa un milione e trecentomila copie tra elettronica e carta, ha deciso di occuparsi del Regno Unito e dei suoi guai, che sono grandi come montagne, con un’economia a pezzi, una situazione sociale schifosa, mentre i fondi pensione pendono verso il fallimento col rischio prossimo di spingere i propri anziani assistiti verso le mense della Caritas, che peraltro lì non esistono.

Fin qui, bravi, bene bis. Va bene anche che, per criticare la deriva fallimentare dei governi Tory, il settimanale abbia preso di mira la Premier Liz Truss, con qualche ragione, avendo costei fatto piangere la sterlina per 45 giorni prima di essere costretta a dimettersi a causa del suo fiasco terrificante. Per trattarla da sciagurata cretina, povera scema, non l’ha raffigurata con le orecchie d’asino, o come la matrigna di Cenerentola, o bendata come una mummia egizia. Troppo poco. Ha scelto di vestirla da Italia, come se il nostro Paese fosse una maschera vergognosa, un parallelo degradante.

C’è qualcosa di più perfido, albionescamente parlando, del parlar male direttamente dell’Italia. Ed è usarla come termine di paragone del male assoluto. Senza neppure un briciolo di timore per le conseguenze di questo vilipendio che ritengono doveroso e a man salva. L’Italia per loro è un cane morto, che si può tranquillamente prendere a calci, senza conseguenze di nessun tipo. La copertina potete vedervela da voi. Ma è una specie di raffazzonato Frankenstein di emblemi italiani ammuffiti dall’uso. La povera Liz si trova a calzare un elmo da legionario romano, lo scudo è una pizza, che prende la forma della bandiera del Regno Unito, invece della lancia la Truss impugna una forchettona gigantesca con gli spaghetti arrotolati come da prammatica.

Se avessero ritratto la Truss con i panni di una geisha giapponese o di una odalisca turca o di una fattucchiera congolese la sede dell’Economist sarebbe già stata messa a ferro e fuoco. Con l’Italia tutto è permesso. Il titolo dice: “Welcome to Britaly”, benvenuti in Britalia. L’Economist, con quel suo birignao da primo della classe professionista, non si è curato neppure che il suo maggior azionista sia italiano: la famiglia Agnelli tramite Exor [*] ne possiede il 43 per cento. figuriamoci se gli Elkann eccepiscono. e chi se ne importa se siamo un popolo che non fa che inchinarsi a Sua Maestà anche se adesso ha il curriculum di Carlo III. Verso l’Economist poi nutriamo addirittura consolidata venerazione. La casta giornalistica poi è in perenne adorazione di questa testata, da quando si caratterizzò per gli attacchi a Berlusconi giudicato in copertina «unfit», non idoneo a governare, e dedicandogli un «Mamma mia». Dopo queste pugnalate meritorie il premio “È giornalismo”, che Vittorio Feltri definì “Premio Stalin”, incoronò l’allora direttore dell’Economist, Bill Emmott (2004), il quale adesso scrive per La Stampa, di proprietà della medesima famiglia proprietaria anche di Repubblica.

(II vecchio caro Bill, che tanto per non smentirsi ieri ha scritto sul quotidiano torinese questo articolo: «Silvio è nemico di democrazia e diritti. Meloni non ha scelta: deve ripudiarlo». Ma come? II suo Economist non aveva forse titolato in copertina “Dobbiamo preoccuparci” dopo la vittoria di Giorgia il 25 settembre. Questi Inglesi dovunque vadano non perdono l’arroganza di voler spiegare agli altri come stare al mondo, con gli Italiani gli viene facile, visto il tappeto rosso che stendono al loro passaggio. Si credono tutti Winston Churchill, senza averne le qualità, e ci bombardano come i loro aerei fecero a Dresda a guerra finita).

Una tesi banale

Il servizio della presunta bibbia londinese in realtà è quanto di meno scientifico dal punto di vista economico possa esistere, nonostante il nome della testata faccia presumere una certa infallibilità in materia. La tesi è semplice. I conservatori al potere da dodici anni stanno trasformando il Regno Unito in una simil-Italia. Instabilità politica, titoli di Stato come perfetto obiettivo della speculazione finanziaria, crescita zero. Poi però l’articolista ammette: ho esagerato. Neppure Boris Johnson (citato con il nomignolo di Borisconi, ah ah) è riuscito a ridurre la Britannia a Italietta, Liz Truss ci ha provato, ma è impossibile. Noi Inglesi abbiamo la sterlina, accipicchia. L’Italia può fallire, il Regno Unito no. («La Gran Bretagna ha un debito più basso, una propria moneta e una propria banca centrale; il mercato pensa che abbia molte meno possibilità di andare in default rispetto all’Italia»). Per cui alla fine la fogna resta un’esclusiva italiana. Balle.

C’è debito e debito

Tutti i numeri in questo momento segnalano la miglior salute del Belpaese rispetto alla simpaticissima Albione (Alba, la chiamava Plinio, ma sarebbe il caso di chiamarla Tramonto). Ne diamo uno solo, che basta e avanza. Si parla in termini disperanti di debito italiano. La Gran Bretagna è un debitore netto nei confronti dell’estero per quasi mille miliardi di dollari, noi invece siamo in lieve attivo.

La reazione ufficiale del nostro governo è affidata all’Ambasciatore italiano a Londra, Ingo Lambertini. Nessun invito a saccheggiare la sede dell’Economist e neppure a boicottarlo. Dà una lezione di fair play a chi l’ha inventato, tanto tanto tempo fa, ma così tanto tempo fa, da averlo dimenticato. Scrive in una nota: «Leggere l’Economist è un piacere per ogni diplomatico, ma la vostra ultima copertina è ispirata ai più vecchi tra gli stereotipi. Sebbene spaghetti e pizza siano il cibo più ricercato al mondo, per la prossima copertina vi consigliamo di scegliere tra i nostri settori aerospaziale, biotecnologico, automobilistico o farmaceutico. Qualunque sarà la scelta, punterà un riflettore più accurato sull’Italia, anche tenendo conto della vostra non tanto segreta ammirazione per il nostro modello economico».

Severa ma giusta la reazione tra il furibondo e il sarcastico sui social. Per una volta non ci sono distanze tra destra e sinistra. Qualche volta le offese alla propria mamma hanno un riflesso positivo: mettono d’accordo i figli, fanno riscoprire l’attaccamento al grembo che li ha generati e li fa essere fratelli.

C’è insomma una buona notizia che vale più delle offese da cacciatori di volpi dell’Economist. Gli Italiani esistono, e nel loro piccolo s’incazzano. Una dimostrazione di patriottismo che forse per la prima volta esonda dalle questioni calcistiche, e riguarda – scusate la parola grossa – l’onore della Nazione. Guai a chi sfregia l’Italia, ci pensiamo da soli a parlar male di noi stessi. Anche troppo.

Renato Farina

[*] La Exor NV è la “cassaforte” della famiglia Agnelli guidata da John Elkann, con sede ad Amsterdam nei Paesi Bassi, che controlla il 14% del gruppo Stellantis, Cnh Industrial, Iveco, Ferrari, Juventus, GEDI.
Il 12 agosto 2015, il Direttore del settimanale britannico The Economist ha annunciato che Exor acquisterà tre quinti delle azioni dell’Economist Group detenute da Pearson PLC. Exor deteneva quote dell’Economist Group prima di questo acquisto, con il quale raggiunge una partecipazione del 43,40%, per 405 milioni di euro. Pearson Plc, che possiede anche il Financial Times, deteneva una partecipazione non di controllo del 50% nell’Economist Group dal 1928. L’Economist Group riacquisterà i due quinti rimanenti delle azioni di Pearson.
Il 2 dicembre 2019 viene ufficializzato l’avvio delle procedure per il passaggio delle quote di controllo ad Exor di GEDI — tra i maggiori gruppi editoriali italiani, proprietario dei quotidiani la Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX, di una catena di giornali locali e di varie emittenti radiofoniche — dalla CIR della famiglia De Benedetti. L’acquisizione è stata perfezionata nell’aprile 2020. Di conseguenza, Exor ha acquisito il controllo di GEDI e ha lanciato, tramite Giano Holding S.p.A., un’offerta pubblica di acquisto obbligatoria per l’acquisto della totalità delle azioni ordinarie del gruppo, conclusasi con successo il 10 agosto 2020. In pari data la Borsa Italiana ha disposto il delisting delle azioni ordinarie di GEDI dal MTA-Mercato Telematico Azionario).
Ha chiuso l’ultimo esercizio in rosso per 50 milioni, nonostante il recupero della raccolta pubblicitaria: i ricavi diffusionali sono calati di 35 milioni di euro.
Exor dopo nel 2016 aver trasferito la propria sede legale e fiscale nei Paesi Bassi ha anche tagliato l’ultimo legame con l’Italia lasciando Piazza Affari per la borsa di Amsterdam. Il Consiglio di amministrazione ha approvato il trasferimento della quotazione. La mossa era arrivata a sei mesi dall’accordo con il fisco italiano in base al quale la cassaforte degli Agnelli-Elkann ha pagato 949 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate per chiudere il contenzioso fiscale relativo proprio al trasloco nei Paesi Bassi, andato in scena sei anni fa. Nel 2014 e 2015 erano state spostate ad Amsterdam le sedi di Fca e di Ferrari. La famiglia Agnelli aveva fatto lo stesso con la sede fiscale sempre migrata nei Paesi Bassi dopo che la Fiat aveva spostato la produzione di numerose automobili all’estero. Questa famiglia ha preso centinaia di miliardi di euro dallo Stato italiano versati anni fa nelle sue casse, per poter mantenere la produzione in Italia. Costoro hanno preso i soldi degli Italiani per portarli in Paesi stranieri.

Nessun male viene solo per nuocere, sempre sperando che il successore di Liz Truss non sia peggio.
Ricordiamo che quando era in procinto di divenire Primo Ministro della Gran Bretagna, «il Ministro degli Esteri britannico Liz Truss, che quanto a conoscenze di geografia dà la mano a Luigi Di Maio, ha affermato che, se eletta alla carica di primo ministro, assicurerà la sconfitta della Russia. Rishi Sunak, in corsa per il ruolo di primo ministro nel Regno Unito, sta facendo a gara con Liz Truss, l’altra candidata, per chi è più aggressivo con la Russia. Oggi, dopo aver saputo dell’invito che il Presidente dell’Indonesia ha rivolto a Putin perché partecipi al G20 che si terrà a Bali in novembre, ha detto che il Presidente russo dovrebbe essere bandito da quel summit. La risposta del mitico Chen Weihua non si è fatta attendere. L’opinionista e corrispondente da Brussel per il quotidiano China Daily ha ricordato all’arrogante Rishi Sunak che lui non è neppure stato invitato al G20» (Laura Ruggeri).
Si può notare che, quando Liz Truss si è dimesso dalla carica di Primo Ministro britannico dopo soli 45 giorni, non ci è riuscita, mentre la sconfitta è stata lei. Ha annunciato la sua dimissione avantieri, in un breve discorso davanti alla sua residenza ufficiale a Downing Street: «Sono diventato Primo Ministro in un momento di grande instabilità economica e internazionale. Le famiglie e le imprese erano preoccupate per come avrebbero pagato le bollette. Sono stato eletto con il mandato di cambiarlo. (…) Data la situazione, non posso fare ciò per cui sono stato eletto». La dichiarazione ha fatto seguito a un breve incontro di crisi al 10 di Downing Street con il Presidente del Partito conservatore, il Vice Primo Ministro Therese Coffey e Sir Graham Brady, il Presidente dell’influente Comitato 1922 del Partito conservatore. È stato concordato con quest’ultimo che entro la settimana verrà eletto un nuovo Primo Ministro all’interno del Partito. Fino ad allora, Truss rimarrà in carica. Non è ancora chiaro come saranno organizzate quelle elezioni interne e chi saranno i candidati per succedere a Truss. Dopo la partenza del predecessore di Truss, Boris Johnson, i conservatori hanno impiegato diversi mesi per tirare in sella un nuovo leader. Il leader laburista Keir Starmer chiede elezioni parlamentari: «Il popolo britannico merita molto di meglio di questa porta girevole del caos (..) ogni crisi è fatta a Downing Street e pagata dal popolo britannico». Anche il leader dei liberaldemocratici Ed Davey vuole elezioni parlamentari: «Boris Johnson ha fallito e Liz Truss ha distrutto la nostra economia. I conservatori hanno dimostrato più e più volte di non essere idonei a governare il Paese».

Postilla

La vittoria della lattuga e la sconfitta di Truss, che però se ne va con una pensione da oltre 130.000 Euro

«Questa lattuga può durare più a lungo di Liz Truss?». Così titolava una diretta su YouTube avviata il 14 ottobre dal quotidiano britannico Daily Star in cui era inquadrata una lattuga da 60 penny e una foto di Truss. E la risposta è sì, perché la prima ministra si è dimessa, la live è ancora in corso e l’insalata sembra essere ancora in buone condizioni. La trovata della testata inglese nasce a seguito di un articolo dell’Economist, datato 11 ottobre, in cui il giornalista aveva evidenziato come finiti i 10 giorni di lutto nazionale per la morte della Regina Elisabetta II, Liz Truss ha avuto il controllo politico per soli 7 giorni. Un lasso di tempo «pari più o meno a quello in cui una lattuga si conserva al supermercato», aveva scritto il giornalista dell’Economist.

In pochi giorni la diretta è diventata virale, soprattutto tra gli utenti inglesi. Così, la redazione del Daily Star ha deciso di decorare la scenografia della live. Da una lattuga con gli occhi e una foto di Liz Truss, sono state aggiunte una parrucca bionda all’insalata, due bandiere del Regno unito, altri frutti e alcuni alcolici. Una caricatura che ha voluto mettere in evidenza la breve durata del mandato di Liz Truss. Nessun altro Primo Ministro, infatti, era durato così poco nella storia del Regno Unito. E il Daily Star, ieri 20 ottobre, ha titolato l’articolo delle dimissioni di Truss con: «La lattuga dal 60 penny celebra la vittoria mentre il Primo Ministro si dimette».

La lattuga è durata di più di Liz Truss: la scommessa (vinta) del Daily Star.

Sebbene il suo governo sia durato meno di una lattuga, Liz Truss ha di che consolarsi. Anche se la sua permanenza di 44 giorni a Downing Street è stata la più breve nella storia del Paese, risulta comunque sufficiente per ottenere la «pensione» da Primo Ministro: fino a 115 mila sterline all’anno di indennità (pari a circa 132 mila euro). Tutto sulla base della Public Duty Costs Allowance, come ricostruisce il New York Times, un piano di rimborso governativo per il personale e i costi salariali sostenuti dagli ex Primi Ministri «derivanti dalla loro posizione speciale nella vita pubblica» dopo che hanno lasciato l’incarico. Un piano che ovviamente è finanziato dai contribuenti. La notizia non poteva dunque fare a meno di scatenare malumori nel Paese (Fonte: Open [QUI e QUI]).

Liz Truss felice e contenta in una foto di ANSA.

Foto di copertina: The Economist insulta l’Italia accostandola alla Truss.

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