“Se non è concreta, non è fede”. Testimonianze – 6. “Pronto, prof? Sono Carolina…”. L’amore è protezione

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 19.10.2022 – Veronica Cireneo] – La definizione dell’amore che mi ha colpito di più, tra le varianti apprese nel corso della vita, è stata quella dichiarata da Gesù nella declinazione delle sue sfaccettature, verbali e concrete, avvallate dal Suo esempio ineccepibile con cui si è spinto al punto estremo dell’offerta di Sé per suffragarne la veridicità.

Viceversa: tutte le parole che non corrispondono ai fatti, non sono parole, ma chiacchiere. La parola infatti crea. Cosa crea? Crea i frutti. E dai frutti, rispettivamente, si distingue e riconosce: un serpe da una mela e la menzogna dalla Verità. È molto semplice il vedere agli occhi puri!

Dice Gesù sull’amore, riepilogando: «Ama il prossimo tuo, come te stesso. Fai agli altri quello che vuoi ricevere. Per primo ama Me e metti ogni altro amore al secondo posto rispetto a quello per Dio. Fai la Sua Volontà. Sii tutt’uno con la Sua Volontà. Permetti che si realizzi la Sua volontà per il tramite di te».

Istruzione chiarissima! Praticata nella vita spicciola e nei doveri del proprio stato, dà la misura della propria fede, mettendo in risalto lo scarto che c’è tra quello che siamo e quello che crediamo di essere. Pur tuttavia, essendo in cammino, ogni esperienza è utile per riaggiustare il tiro.

Si narrerà, nella fattispecie, di un’esercitazione pratica di questa definizione dell’amore allo scopo di mostrarne metodo, contenuti e risultati, anche rivelatisi nel tempo, superiori alla migliore delle aspettative.

Nell’anno in cui assunsi il ruolo per la cattedra di lettere – in una scuola media della provincia di Bergamo, dopo dieci lunghi anni di incarichi annuali svolti nel Lazio e nella Lombardia – mi trovai assegnate tre classi, che la mia fede aveva già un certo spessore.

Ogni mattina al risveglio, prima di recarmi a scuola, alla recita del mio primo rosario presentavo al Cielo queste volontà: «Gesù fammi opera delle Tue mani, fammi voce delle Tue intenzioni. Parla Tu, opera Tu in ogni parola che dirò, in ogni azione che svolgerò alla presenza di questi Tuoi figli, che mi hai assegnato come alunni. Dammi occhi per vedere le loro necessità. Dammi modo di offrire loro soluzioni, prima che le domandino. Non domanderanno Gesù, lo sai! Sono timidi i bambini».

Con queste premesse, che il Capo ovviamente accordava, entravo in classe così felice, che pur avessi avuto problemi personali, depositati fuori dalla classe, come fossero una valigia di fronte alla quale chiudevo la porta dell’aula. Lieta mi immergevo nel perimetro dell’innocente universo giovanile. Un bel sorriso a tutti, un bel buongiorno, qualche battuta e… dall’inizio della lezione alla fine non volava una mosca. Erano molto attenti ai miei modi, ai gesti, ai toni, alle mie parole quei ragazzi.

E anch’io come loro, dai quali ho imparato sempre tanto, osservavo, nel frattempo che spiegavo, che scrivevo alla lavagna, che assegnavo compiti: i loro sguardi, le posture, il manifestarsi e l’evolversi degli stati d’animo di tutti e di ciascuno dei miei piccoli: seduti, sereni e composti in ascolto.

Sembrava che ci azzeccassi. Nelle occasioni delle confidenze private, mi veniva chiesto se fossi una psicologa. “No! Non lo sono”, rispondevo loro. però, non so come, anche solo dagli sguardi panoramici che gettavo sulla platea nei primi giorni di scuola, con cui prendevo atto della sostanza del materiale umano che mi era stato assegnato, tra gli alunni presenti capitava che riuscissi ad individuare, per esempio, chi fosse figlio di genitori separati e chi no. Come soffrono quei bambini. Si sentono colpevoli e smembrati. È scritto nei loro occhi questo dolore.

Carolina, una bella e gentile bambina polacca di 12 anni, già da qualche giorno entrava in classe con un polsino da tennis permanentemente fissato sul polso sinistro. Nulla di strano, si direbbe. I ragazzi fanno sport. Tennis raramente, ma è pur vero che in ogni attività sportiva la possibilità che qualche slogatura si verifichi è sempre dietro l’angolo.

Va bene! Però in quei giorni Carolina, a differenza del passato, arrivava a scuola con qualche minuto di ritardo e mi sembrava che non avesse più quel sorriso gentile che normalmente le caratterizzava gli occhi e le labbra. Insomma, si trascinava un po’, come se fosse alla fine di una corsa. Strano. Decisi di intervenire sul caso. Perché? Come potrebbe un adulto soprassedere senza colpa, permanendo nell’accidia, alla presa d’atto di un campanello d’allarme, soprattutto se lanciato da un minore?

La mattina successiva, dopo aver messo a fuoco questi dettagli, che solo la sensibilità (virtù dell’intelligenza e strumento di sapienza, fiuto del cuore e valore aggiunto poco di moda, che di moda ritornerà e beato chi la allena) mi aveva indicato, mentre la ciurma si riversava in classe, all’arrivo di Carolina lascai la prossimità della cattedra, per andarle incontro. Sul ciglio della porta, appena fuori dall’aula, per garantire la riservatezza della conversazione, salutandola con un sorriso le chiesi: «Dimmi Carolina, tu giochi a tennis?» «No, prof, perché?» «Vedo che da molti giorni porti il polsino sull’avambraccio sinistro. Hai una slogatura in quel polso? Mi fai vedere il tuo polso Carolina?»

A queste domande abbastanza tempestose, la bambina abbassa gli occhi, poi abbassa la testa. Lentamente si appoggia con la schiena alla parete del corridoio, le mani incrociate dietro le spalle e… comincia a lacrimare. Incalzo: «Cosa c’è, piccola? Perché piangi? Dimmi! Mostrami il tuo polso, Carolina». Dolente e imbarazzata, discosta la schiena dalla parete, riporta avanti le braccia e mentre la mano destra, rovescia il polsino sinistro, scopre il segno del suo inconfessato dolore, dichiarato sul polso con piccoli tagli lievemente sanguinanti, più o meno profondi, alcuni in via di cicatrizzazione, altri più freschi. Disperatamente mi racconta, gettandomi le braccia al collo in mezzo a tante lacrime e singhiozzi che non riusciva a frenare, di avere in famiglia da anni una situazione complessa, dolorosa e pericolosa; che capii essere al di sopra del suo livello della sopportabilità. L’ultima in cui un adolescente vorrebbe e dovrebbe trovarsi a vivere e che non sto qui di certo a riportare.

E così circa venti anni fa, involontariamente, appresi, tra le prime docenti in Italia credo, dell’esistenza del cutting: quel fenomeno autolesionistico giovanile, del “tagliarsi”, ormai molto diffuso, anche rinforzato dal lockdown e spesso appunto legato a traumi personali o famigliari. Il cutting è una pratica che i giovani tra gli 11/12 anni ai 16/18 usano per fare gruppo, per fare squadra. Anche ritenuto “rito di passaggio” dall’età adolescenziale all’adulta, i giovanissimi si tagliano appunto per tagliare col passato, allo scopo di sentirsi diventare adulti, attraverso la sopportazione del dolore auto-inferto.

Terminata l’ultima ora di lezione mi reco immediatamente in Presidenza per presentare il caso ad Dirigente, uomo intelligente, attento, sensibile e cattolico (caso più unico che raro nella sua categoria, come nella mia) il quale stabilito il da farsi, mi incarica ufficialmente di prendermi cura della pratica di “salvataggio” della  ragazza, dopo essersi complimentato con me con parole, che ricordo come fosse ora: «Nessun altro docente, nemmeno tra quelli che insegnano in questa scuola da molto più tempo di lei, mi ha mai ha riferito nulla su Carolina. Lei professoressa in classe fa molto di più di quello che le viene richiesto e per cui è pagata».

Contattammo un consultorio. Carolina non aveva modo di recarsi dal medico, non possedendo un’automobile, dal momento che ne fu scelto uno che aveva lo studio in una città distante dalla sua almeno una decina di chilometri. Mi offersi spontaneamente mettendo volentieri a disposizione tempo e vettura personale, di accompagnarla bisettimanalmente dal medico, insieme alla madre che saliva in auto con noi.

Alla fine dell’anno scolastico, quando per me si concludeva l’anno di prova che superai attraverso il conferimento della brillante relazione finale del Dirigente, che mi valse il ruolo, Carolina cominciava a stare meglio. All’assunzione del ruolo chiesi il trasferimento per una cattedra di lettere nella mia provincia di appartenenza, che ottenni perdendo le tracce di quella situazione. Tante volte nel tempo mi sono domandata che fine avesse fatto quella storia e quella bambina.

Giorni fa squilla il telefono. Numero sconosciuto. Estero. Rispondo. Dall’altra parte del cavo: “Pronto prof? Sono Carolina. Ho 30 anni e se sono viva è grazie a lei”.

La vita è una missione sottile. E si intravede quando si comincia a fare agli altri quello che si vorrebbe ricevere.

«Ciò che volete gli uomini facciano a voi,
anche voi fatelo a loro»
(Lc 6,31).

Foto di copertina: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te» era il nome del progetto nell’ambito del campus estivo Siracusa Summer 2014, promosso dall’associazione Giovani per un Mondo Unito e dall’Istituto Comprensivo “N. Martoglio” in rete con la pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Siracusa per un centinaio di bambini dei quartieri Acradina, Tiche e Grottasanta. È stato un importante progetto di solidarietà e fraternità, che ha consentito ai piccoli aretusei coinvolti di esprimere come percepiscono la propria città, il quartiere, la scuola. L’obiettivo era quello di realizzare un punto d’incontro permanente per i cittadini e i ragazzini, utile a superare marginalità, frammentazione sociale, isolamento ed esclusione. La speranza era che un giorno questi quartieri possano diventare un centro di riscatto sociale e di cambiamento culturale e mentale.

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