Semel in anno licet insanire. Onore al merito

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Non prendiamoci troppo sul serio, perché abbiamo la palandrana bianca o cremisi o violetta. A Monsignor Delpini va lo scudetto dell’umiltà contro tutti gli equivoci. Si è giustificato e ha chiesto scusa: nessun attacco al Papa. Il suo discorso del 31 agosto scorso nella cattedrale di Como [QUI] erano scherzi da “prete”, fraintesi da ambienti ecclesiali incapace di cogliere l’ironia. L’Arcivescovo metropolita di Milano è stato attaccato da alcuni prelati fashion per la battuta su Dio che non sa cosa pensano i gesuiti, ma Bergoglio aveva pronunciato la stessa frase [*], che invece quel mondo di sepolcri imbiancati, quale ormai è diventato l’ambiente che circonda il Pontefice regnante, ha fatto passare per “offesa al Re”, come recita il codice penale ancora in vigore nel piccolo Stato d’Oltre Tevere.

Una volta all’anno è lecito far pazzie. La nota sentenza, divenuta proverbiale nel medioevo, che si cita (spesso in forma abbreviata, semel in anno) per scusare follie passeggere e generalmente innocue, proprie o altrui, forse riporta ad un passo del dialogo De superstitione di Seneca, conservato nel De civitate Dei di Sant’Agostino: tolerabile est semel anno insanire.

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 09.09.2022 – Renato Farina] – Monsignor Mario Delpini ieri ha vinto lo scudetto dell’umiltà. Come aveva detto nel famoso e scherzoso discorso di Como, sul perché il Papa avesse assegnato la porpora a Oscar Cantoni, Vescovo della città lariana, e non a quello di Milano, forse la ragione sta nel fatto che «il Papa è tifoso del River (in realtà del San Lorenzo, ndr), che non ha mai vinto niente, quindi ha pensato che quelli di Como potrebbero essere in sintonia, perché si sa che lo scudetto è a Milano».

Dunque si è scusato di aver ingenerato equivoci, in quello che voleva essere «un saluto un po’ scherzoso a un amico: non sono stato compreso». In realtà la colpa non è stata sua, ma dell’incredibile incapacità di accettare l’ironia in un mondo ecclesiastico che ha santi famosi per le loro facezie pedagogiche: da Tommaso Moro a Filippo Neri a Pio IX a Giovanni XXIII. Lo stesso Bergoglio lo è e in realtà, la battuta che più ha scandalizzato, quella sul fatto che neppure Dio sa cosa pensano i gesuiti, l’aveva proposta il Papa il 6 febbraio dello scorso anno [*].

Ma tra le righe Delpini ha rivendicato il diritto all’ironia, anche se ha detto che si guarderà bene dall’usarla ancora. Ma poi alla fine è ricaduto non nel vizio ma nella virtù dell’umorismo che proprio Francesco coltiva. E ha corretto l’errore finalmente sorridendo e facendo sorridere: «Devo chiedere scusa al Papa non perché dissento da quello che fa. Ma perché non sono esperto del campionato di calcio dell’Argentina. Ho attribuito al Papa di fare il tifo per una squadra. Si sa: gli Argentini su questo sono un po’ suscettibili. Il Papa tifa per il San Lorenzo e devo chiedere scusa per questa confusione».

Questo è accaduto ieri mattina in Duomo, gremito di sacerdoti, seminaristi, fedeli per la messa pontificale.

“Sono anzitutto contento per la nomina di Oscar; ho molta stima di lui, lo conosco da tempo e penso possa dare buoni consigli al papa. In secondo luogo, vorrei dire che io non desidero diventare cardinale, non mi sentirei proprio a mio agio. La Chiesa di Milano, però, non deve sentirsi diminuita nel suo prestigio e nella sua bellezza se il vescovo, o almeno questo vescovo, non è cardinale. E l’ultima cosa che voglio dire è che io sono del tutto d’accordo con il Papa che non procede per inerzia nella scelta dei cardinali, ma prende decisioni con criteri che lui ritiene opportuni» (Mons. Mario Delpini – Messa pontificale per la solennità della Natività della Beata Vergine Maria nel duomo di Milano, 8 settembre 2022).

Come sempre l’anno sociale (in ecclesiastichese si dice “pastorale”) coincide con la solennità della Natività di Maria cui è dedicata, anche se pochi lo ricordano, la cattedrale sormontata dalla Madonnina. L’Arcivescovo, con il suo stile fatto di modestia e di eleganza verbale, una gentilezza a lui connaturata che avrebbe dovuto bloccare sul nascere l’interpretazione maliziosa e scandalizzata, che gli ha attirato una valanga di insulti sui social e una freddezza vaticana (non del Papa!) ingiustificata.

Classica figlia del complesso antimilanese, diciamo parafrasando il titolo del famoso volume Il complesso antiromano di Hans Urs von Balthasar, il teologo svizzero che fu nominato cardinale e mori mentre stava partendo da Basilea, e non poté essere “imberrettato” da San Giovanni Paolo II. Egli non voleva essere fatto cardinale, lo aveva promesso alla grande mistica e amica Adrienne von Speyr, ma alla fine obbedì, e morendo disse di sì a entrambi.

Ora Delpini confessa, e di certo dice la verità: «Non voglio essere cardinale». Ma prima ha chiarito: «Cercavo di essere spiritoso, ma, non so perché, a un certo punto, ho ricevuto dei rimproveri. Mi hanno detto: “Non sei capace di far ridere, non si deve usare l’ironia, viviamo in un tempo in cui tutti sono arrabbiati, basta un pretesto perché uno possa sfogare la sua ira”».

Come si è permesso l’Arcivescovo di Milano di sbeffeggiare il Papa dicendo che neanche-Dio-sa-cosa-pensa-un-gesuita? Tra tutte le battute della leggendaria performance di Monsignore Mario Delpini nella basilica di Sant’Abbondio il 31 agosto a Como, quella che è stata segnalata come inaccettabile, in fondo sacrilega, è stata proprio quella di cui sopra. Imperdonabile. E così ieri, in duomo, nella solennità della dedicazione a Maria Nascente di questa rosea cattedrale, Monsignor Delpini ha accettato con animo semplice di usare il pulpito, in una occasione tanto festosa, per umiliarsi. Ha voluto – o forse dovuto – chiarire il senso del citato discorso. «Volendo essere un po’ spiritoso nel salutare un caro amico (il neocardinale Oscar Cantoni, imberrettato il 27 agosto scorso) non sono stato capito nelle mie reali intenzioni», ha detto cercando invano dentro di sé un timido sorso. Peccato. Intendiamoci: il peccato non l’ha commesso lui con lo scherzoso e cordiale saluto del 31 agosto al suo inferiore in grado, che lo aveva sorpassato ricevendo la porpora e staccando perciò il pass per il prossimo Conclave, lasciandolo a secco. (Cantoni infatti è Vescovo lariano, perciò “suffraganeo”, dipendente, del Metropolita di Milano). Peccato piuttosto è non capire l’humour alla Thomas Moore, o forse alla Bergoglio, di un uomo che viene dalla direzione dei seminari ambrosiani, dove questa retorica è prevista. Dice: volevo essere spiritoso. Ma si capiva! Ma ha ragione Mark Twain: se usi l’ironia, scrivilo tra parentesi, o dillo.

Ironia non compresa

Delpini ha avuto troppa stima del cervello romano. In questo caso si è fatto un torto all’intelligenza e alla buona fede di un uomo santo e gentile, mettendolo in condizione di pronunciare una specie di autocritica. Che tristezza, e che onestà e modestia, questo monsignore che regge la diocesi più densa di battezzati d’Europa.

Qualcun altro non è stato prodigo di consigli, ma lo ha drasticamente condannato. Sui social a intervenire con le saette di Zeus era stato Don Marco Pozza. Ecco la scomunica morale, proporre al Papa di togliergli la porpora non si può, non ce l’ha comminata a Monsignor Delpini: «Un arcivescovo, quello di Milano, che sbeffeggia in pubblico il Papa e un confratello perché la sua sede è ancora senza porpora era un qualcosa che ancora ci mancava alla collezione. Nel frattempo, ufficialmente, si sta facendo il Sinodo per interrogarci sul futuro della Chiesa».

Insomma: questa sì che è una condanna da Inquisizione senza diritto alla difesa. Da dove arriva questa pretesa di entrare nell’animo di un fratello, per di più vescovo? Il popolarissimo sacerdote intervistatore di Francesco, Don Marco Pozza, eccellente cappellano del carcere di Padova, intimo dell’Inquilino numero 1 di Santa Marta, autore di trasmissioni televisive con belle interviste al Pontefice, fatte calzando scarpe da runner, e dandogli del tu. Vanity Fair – ehi, Vanity Fair, mica l’Eco del Chisone o la Tromba della Valtrompia – lo ha definito perciò «il prete più anticonformista d’Italia».

Data l’amicizia che esiste tra Francesco e Don Marco, e l’intesa costante tra i due, c’è chi ha rappresentato come palpabile un disagio del Pontefice nei confronti del non-cardinale di Milano. Un fatto che non si verificava da secoli, e che, al di là del totale ossequio dell’Arcivescovo di Milano alle scelte del Vescovo di Roma, non fa piacere ai Milanesi. I quali non dimenticano che il Barbarossa mentre invadeva la Lombardia fu accolto trionfalmente proprio da Como. Accontentiamoci di aver dato negli ultimi 100 anni due Papi ai Romani, e ai Comaschi.

A Don Marco diremmo, se avessimo come il Papa il numero del suo Iphone: ma prima di spiaggiarlo sul piazzale di Santa Marta, sotto la finestra del Papa, magari era il caso telefonassi a Mario, va bene anche il tu. Perché delegittimarlo pubblicamente dall’alto, anzi dal basso, esprime meglio la tua modestia, della tua arcinota amicizia con Francesco? Non ti ha detto per caso: chi sei tu per giudicare? Dove sarebbe la presa per i fondelli coram populo? Ha esercitato la virtù dell’umorismo. Pare che in questo mondo di sepolcri imbiancati, quale ormai è diventato l’ambiente che circonda il Pontefice regnante, solo a Francesco sia consentito di essere uomo a tutto tondo, con le sue ire, le sue boutade, i suoi motti di spirito sulle suore “zitelle”, e sulle famiglie cristiane esagerate che “fanno figli come conigli”. Si badi, non è magistero alla lettera, ma indica uno stile: non prendiamoci troppo sul serio, perché abbiamo la palandrana bianca o cremisi o violetta. Francesco ha ripreso la tradizione dei motteggi che già esercitarono i suoi predecessori, dal Beato Pio IX a Pio XI a San Giovanni XXIII: non è lì che si gioca l’infallibilità, non sulla qualità dei frizzi e lazzi. Non per forza devono essere graditi agli astanti. E non è obbligatorio ridere, come per le spiritosaggini di Stalin, o, al contrario, denunciare alle Polizie Segrete Sovietiche le battute sul successore di Lenin: la Chiesa non è l’Unione Sovietica. O no?

[*] Se fossimo stati al posto di Delpini in duomo, avremmo svelato l’arcano: l’infame arguzia antipapale ha il copyright del medesimo Papa. Lui è arcivescovo e avrebbe fatto ancora ridere tutti, come a Como, e non si fa, semel in anno. Be’ lo facciamo noi.

Le tre cose
«Una sapienza antica diceva: ci sono tre cose che neanche il Padreterno sa. Una è quante siano le congregazioni delle suore; l’altra è quanti soldi abbia non so quale comunità di religiosi; l’ultima è cosa pensino i gesuiti» (Mons. Mario Delpini – Cattedrale di Como, 31 agosto 2022 [**]).

Le quattro cose
«Vi ringrazio tanto per la vostra gioiosa testimonianza al Vangelo che continuate ad offrire alla Chiesa e al mondo. Gioiosa testimonianza. Si dice che i focolarini sorridono sempre, sempre sono con il sorriso. E mi ricordo una volta che ho sentito parlare sull’ignoranza di Dio. Mi hanno detto: “Ma tu sai che Dio è ignorante? Ci sono quattro cose che Dio non può conoscere” – “Ma quali sono?” – “Cosa pensano i gesuiti, quanti soldi hanno i salesiani, quante congregazioni di suore ci sono e di che cosa sorridono i focolarini”» (Papa Francesco ai partecipanti all’Assemblea Generale del Movimento dei Focolari – Aula Paolo VI, 6 febbraio 2021 [QUI] https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/february/documents/papa-francesco_20210206_focolari.html).

Chi nota la differenza?
Che il Papa volesse offendere i focolarini, i salesiani, le suore o sé stesso? Di sicuro, non è andato all’altare della Confessione in San Pietro a dire: “Non sono stato capito nelle mie intenzioni”. Fossimo il Vescovo di Roma telefoneremmo a quello di Milano, facendoci due risate.

[**] Ecco la trascrizione letterale dei passi salienti del video usato come prova di “offesa al Re”, come recita il codice penale ancora in vigore nel piccolo Stato d’Oltre Tevere: «Sono veramente impressionato da questa celebrazione… Sono veramente ammirato. Forse c’è ancora un margine di miglioramento sul tenere accese le candele dell’altare… (Risate dei vescovi sulle panche. Traduzione, guardate che sto scherzando, la Messa è finita, e le candele, cari chierichetti, vanno spente, ndr). Ci sono state anche delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto invece il Vescovo di Como… Forse vi ricordate quella espressione altissima di una sapienza antica (ironia palesissima, Mark Twain) che diceva: ci sono tre cose che neanche il Padreterno sa. Una, è quante siano le congregazioni delle suore; l’altra, è quanti soldi abbia non so quale comunità di religiosi (per discrezione e non suscitare chiacchiericci non dice quale, ma lo sa, tra poco lo dirà il Papa, ndr), l’altra, è cosa pensino i gesuiti (le risate fanno ballare gli zucchetti paonazzi dei colleghi vescovi, forse anche quello color rosso di Cantoni, ma la telecamera non lo inquadra, seduto com’è, in quanto padrone di casa, accanto all’altare)».

Questo articolo è il risultato dell’unificazione di due contributi che sono stati pubblicati oggi, rispettivamente sull’edizione nazionale di Libero Quotidiano e su LiberoMilano.

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