Il camerèr di Pizzeria. Tutto il mondo è un “palcoscenico” e la vita è uno “scherzo”. Chiunque ha perduto, ciò che non ritrova

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 06.09.2022 – Vik van Brantegem] – Vedendo il Segretario del Partito democratico nel ruolo che gli sta a pennello – a fare il camerèr di Pizzeria – ci ha fatto pensare al racconto dell’incontro di Jean-Paul Sartre con il cameriere di Caffè a Parigi. Partiamo da questa foto emblematica e da questo racconto, per introdurre la condivisione dell’articolo La sinistra sa di perdere e passa agli insulti a firma dell’amico e collega Renato Farina, pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

Enrico Letta fa il camerér di Pizzeria per un giorno a Milano.

La sinistra sa di perdere e così passa agli insulti: l’aggressione democratica con tutta la sua ferocità. Alessandro Zan, che fa il Deputato Pd, accusa la Meloni di trattare i gay come il fascismo gli Ebrei: «Giorgia Meloni e la destra italiana sono in difficoltà sui diritti perché i giovani sono tutti dalla nostra parte e siccome è in difficoltà, l’unico modo che trova per difendersi è diffondere fake e fare una gerarchia dei diritti utilizzando la comunità Lgbt – anzi la lobby, come ha detto al comizio di Vox – come bersaglio, come il fascismo usava la comunità ebraica».

E Enrico Letta, che fa il camerèr di Pizzeria (per un giorno) meglio di Segretario Pd (peccato non solo per un giorno), alza i toni contro gli avversari: «Ho deciso di essere meno buono…». Non c’è differenza con Liz Truss – che fa il Primo Ministro inglese, pensando di esserlo nella sua follia di onnipotenza da “Dio mancato” – che nel corso di una intervista con il Telegraph ha dichiarato: «Se la situazione mi richiede di premere il “pulsante nucleare”, lo farò immediatamente. E non importa che moriranno milioni di cittadini, per me la cosa principale è la democrazia e i nostri ideali». Concordo con il commento dell’amico Attilio Giordano: «Un epiteto mi risuona in testa, ma è troppo volgare per scriverlo. Quanta malvagità pervade gli animi delle persone e quanta stoltezza traspare da chi dovrebbe essere di esempio. Premilo pure quel pulsante, ma sappi che mai e poi mai il mio ideale di libertà coincide col tuo».

Il 15 gennaio 1622 nasce a Parigi Jean-Baptiste Poquelin, il grande commediografo e attore teatrale francese che scriveva con il nome d’arte di Molière: “Tutti i vizzi, quando vanno di moda, passano per virtù”.

Un giorno Jean-Paul Sartre – anche lui, qualche secolo dopo, narratore e drammaturgo francese, un pensatore fra i più influenti del Novecento – seduto in un Caffé di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: “Chi è lei e che vuole da me?”. “lo sono il cameriere” rispose il signore. “No – proseguì Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito”.

È il famoso esempio dell’Essere e il Nulla del cameriere, che non “è” un cameriere, ma una persona nel ruolo di cameriere. Quell’esempio è portato da Sartre per illustrare uno dei pilastri del suo discorso, la evanescenza degli esseri umani e la insopportabile angoscia che da essa proviene.
Nessuno “è” nulla, dice Sartre, nessuno “è” cameriere, nessuno “è” professore, o industriale, o divo, o segretario di partito … tutti “giocano” un ruolo, e la ricerca di un fondamento sostanziale che dia alla propria vita una sicurezza di granito.

“Il mondo è un palcoscenico. Ogni gioca il suo ruolo e ottiene la sua parte”, scrisse il drammaturgo neerlandese Joost van den Vondel nel 1668. “Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne soltanto attori”, scrisse un secolo prima il drammaturgo inglese William Shakespeare, nel 1598. Con queste frasi, gli autori hanno voluto dire che la vita è una sorta di comedia, uno “scherzo”, in cui ognuno ha un ruolo da svolgere dal momento della nascita, per cui non è stato chiesto suo permesso, fino a quando il sipario cade, che non vuole accettare. Nel frattempo, il detto è da prendere alla lettera. Il mondo intero è ora utilizzato come un palcoscenico. Ma questo Shakespeare e Vondel non potevano ancora immaginare. Ci si aggrappa al proprio ruolo come se esso fosse un carattere distintivo e fondamentale della propria persona, come se esso costituisse il proprio “essere”, la propria natura più profonda.

Letta sta giocando, naturalmente, ad essere un camerèr, come lo fa come Segretario Pd. Non c’ è bluff, fare il cameriere realizza la sua condizione di cameriere in perfetta sincerità, come nel fare il Segretario Pd, confondendo i ruoli. Una condizione che presuppone – come tutte le altre – una serie di atti, riflessioni e concetti, come, ad esempio, l’obbligo di alzarsi ad una certa ora, provvedere alle pulizie del locale, apparecchiare e sparecchiare i tavoli, i diritti alla retribuzione, alle mance, ecc., anche se tutto questo, in un certo senso, rinvia al trascendente.

Chiunque di noi, per esercitare il proprio particolare impiego o incarico, deve per forza, sempre in quel certo senso, recitare la particolare parte che questo richiede. È assolutamente ovvio. Ma è altrettanto ovvio che il cameriere in sé non è un cameriere (non come, ad esempio, un qualsiasi oggetto è quel dato oggetto: una penna, un bicchiere sono oggettivamente penna e bicchiere): egli sta rappresentando l’essere cameriere e pur tuttavia non sta mentendo quando sente d’esserlo. Letta, facendo il camerèr di Pizzeria, si trova nella condizione di essere ciò che non è. Nessuno non è alcuno dei propri atti o comportamenti.

Quindi – per inquadrare e capire Letta che fa il camerèr di Pizzeria – occorre rivolgersi a L’Essere e il Nulla, il saggio di ontologia fenomenologica pubblicato da Jean-Paul Sartre nel 1943 dal titolo originale L’Être et le Néant: Essai d’ontologie phénoménologique. Tuttora è considerato un capolavoro della filosofia contemporanea, nel quale l’autore afferma che l’esistenza dell’individuo precede l’essenza e che il libero arbitrio esiste. Secondo la formula, espressa con un pensiero contraddittorio, scelta da Sartre per individuare la tragica natura dell’esistenza umana: «L’uomo è condannato a essere libero». La necessità di dare un senso a questa tragedia, implica un obbligo: la nostra responsabilità a inventare un significato.

In contrasto con la lunga tradizione speculativa della filosofia occidentale, Jean-Paul Sartre rifiuta ogni conclusione positiva e edificante per interrogare la frattura dolorosa, l’incrinatura impalpabile che separa la coscienza dalla realtà oggettiva. Ne risulta un conflitto inesausto tra il destino dell’uomo di auto-trascendersi e la sua impossibilità di raggiungere una dimensione di pienezza nella sua esistenza terrena.

Letta, come l’uomo di Sartre, è “un Dio mancato”, che è sempre tentato dalla prospettiva elusiva della totalità e di una vita in pieno accordo con il mondo che lo circonda, cui è chiamato a dare senso e significato.

L’essere e il nulla di Sartre è un’opera imprescindibile – come sottolinea Mondadorieducation.it – per chiunque voglia avvicinarsi al pensiero di un grande maestro, e scoprire la forza, e l’angoscia, del nostro dono più grande: la libertà, la coscienza e il mondo.

L’angoscia

L’uomo di Sartre è “un Dio mancato” e in lui abita l’angoscia e l’infelicità. La libertà è l’esperienza dell’esistenza di quel nulla che è il futuro dell’uomo come serie di azioni possibili e che quindi ancora non è. L’uomo ha orrore di questa indeterminatezza: «Nell’angoscia la libertà si angoscia di fronte a se stessa in quanto non è mai sollecitata né impedita da niente». L’uomo vuole ancorarsi alla presenza dell’essere e si sforza di entrare nella propria funzione, come il cameriere, dice Sartre, che mostra un interesse quasi esagerato per i suoi clienti. Egli vive il suo lavoro con una teatralità che mostra quanto sia poco racchiuso dal suo essere cameriere. Ogni uomo è assenza, perché non si adatta mai completamente a quello che è e aspira a superarsi.

L’assurdo

L’uomo vive nell’assurdo per il fatto che ogni atto umano compiuto da un soggetto libero, non è fondato su nessuna oggettività esterna. Il soggetto, in quanto libero, si scopre nulla, è trascendente rispetto alle cose e i suoi atti appaiono incomprensibili e assurdi. Le azioni perdono il loro senso di fronte a un mondo silenzioso.

Rimane solo il desiderio come mancanza. Su queste note di disperazione si chiude il saggio di Sartre: «Tutte le attività umane sono equivalenti […], tutte sono votate per principio allo scacco. È la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli. Se una di queste attività è superiore all’altra, non è a causa del suo scopo reale ma a causa della coscienza che possiede del suo scopo ideale; e in questo caso il quietismo dell’ubriaco solitario è superiore alla vana agitazione del conduttore di popoli».

La coscienza non raggiungerà mai il suo desiderato completamento. Essa è desiderio e tale rimane. Allora tutto il suo instancabile agire è assurdo e tutte le azioni, in quanto destinate a non raggiungere niente, sono uguali e vane. «L’uomo» concluderà Sartre «è una passione inutile». Ecco, descritto l’ex democristiano (“ma ha spremuto dall’ideologia comunista il concetto meno democristiano che esista: centralismo democratico”) che fa il Segretario Pd, come fa il camerèr di Pizzeria.

Sartre ed il cameriere del Caffé: la Mauvaise Foi
di Francesco Latteri Scholten
(tratto da Il Cannocchiale/Sartre-Blog fenomenologico esistenzialista di Francesco Latteri Scholten, 2 aprile 2015 [QUI])

L’analisi è di quelle che avrebbero benissimo potuto essere di Freud o Jung, di Adler o di Lacan: «Osserviamo questo cameriere di Caffé. Ha il gesto vivo e pronto, un po’ troppo preciso, un po’ troppo rapido, si avvicina ai clienti con passo un po’ troppo veloce, s’inchina verso di essi affettatamente, la sua voce, i suoi occhi mostrano un interesse un po’ troppo sollecito per i loro ordini, infine eccolo che ritorna tentando di dare alla sua andatura il rigore inflessibile di non si sa quale automa portando il suo vassoio con una specie di temerarietà funambola mettendolo in un equilibrio perpetuamente instabile e continuamente dissolto ed immediatamente ristabilito con un gesto lieve del braccio e della mano. Il suo comportamento sembra un gioco: inquadrare i propri movimenti come fossero dei meccanismi che si comandano reciprocamente, la sua mimica e financo la sua voce sembrano dei meccanismi con l’agilità e la rapidità inesorabile di una cosa. Gioca, si diverte. Ma a cosa? Non è necessario osservarlo troppo a lungo per capirlo: gioca ad essere cameriere di Caffé. Nulla che possa sorprendere: il gioco è orientamento, investigazione. Il bambino gioca con il suo corpo per esplorarlo, per addestrarlo ed inventariarlo; il cameriere di Caffé gioca con la sua condizione per realizzarla…” (L’Être et le Néant, Gallimard, p.94 traduzione mia).

L’uomo è trascendenza, Spirito, dunque, come già per Aristotele, dynamis. Sartre si distanzia da certa filosofia non solo tedesca per la quale l’essenza, il “wesen” è il passato. Molto più egli si accosta ad Hegel, altro grande della dynamis: “Quando la Filosofia tinge il suo grigio sul grigio, allora una figura della vita è invecchiata e con grigio su grigio non è possibile ringiovanirla, ma soltanto riconoscerla: è solo sul far del crepuscolo che la Civetta di Minerva spicca il suo volo…” (Hegel, Filosofia del Diritto, Introduzione).

Ma è qui anche la situazione “di scacco” dell’uomo: egli non può conoscersi che come passato, come ciò che ha già fatto, che come “en soi”. Ma in quanto trascendenza o “pour soi” si è già distanziato, superato e l’identificazione dei due (che sarebbe possibile solo in Dio) è votata al fallimento: “L’uomo è l’essere che non è ciò che è e che è ciò che non è.” La trascendenza dell’uomo, il “pour soi”, per il suo semplice porsi ne lacera radicalmente l’essere nel suo stesso interno. C’è qui l’altra figura sartriana dominante, quella del Nulla, condizione d’essere del “pour soi”. Esso è generato dal soggetto stesso perché “l’essere per cui il nulla si produce nel mondo è un essere nel quale, nel suo essere, si fa questione del nulla del suo essere.” Il trascendimento è verso altro da ciò che è stato e dunque annientamento di tutto ciò che era. Esso è Libertà. Distacco e distanziamento dall’ “en soi”, da ciò che era. Proprio perciò angoscia, perché ad ogni istante tutto è messo in questione ed ogni possibilità è aperta, anche quella del proprio annichilimento che resta comunque il limite dell’orizzonte dell’agire umano.

Ma per realizzare il trascendimento e per realizzarsi in esso, l’uomo ha anche necessariamente bisogno di un riferimento e questo non può essere la menzogna. La menzogna vera, del soggetto nei confronti di sé stesso, non è infatti in ultima istanza possibile in quanto il me che è ingannato fa parte dell’io che inganna, aspetto che la psicanalisi ha sinora ignorato, osserva il nostro.

La Mauvaise Foi è qualcosa di più sottile, come appunto il fatto del cameriere di Caffè ci mostra: si recita una parte per realizzarla. In essa è celata la finalità della realizzazione del trascendimento. Essa però porta sempre in sé l’eccedenza che si ha rispetto alla sua realizzazione, l’eccedenza dell’uomo rispetto all’essere cameriere di Caffé.

Dunque la sua scissione e la sua infelicità: egli anela alla consistenza, alla totalità che è coincidenza dell'”en soi” e del “pour soi”, ma che è impossibile per le loro caratteristiche incompatibili: la coscienza è contingenza assoluta e la “presenza a sé” è possibile solo come distacco, come disidentificazione.

Il quadro dell’uomo resta quello abbozzato dal grande Dürer, il Maestro che affascinava Sartre, “La Melancholie” titolo che avrebbe dovuto essere anche quello del suo celebre romanzo ma per il quale Gallimard impose “La nausée”.

Francesco Latteri Scholten

Melencolia I o Melancholia I è un’incisione a bulino (23,9×28,9 cm) di Albrecht Dürer, siglata e datata al 1514 e conservata, tra le migliori copie esistenti, nella Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe. L’opera, densa di riferimenti esoterici, tra cui il quadrato magico, è una delle incisioni più famose in assoluto.

«Alan Friedman a L‘aria che tira definisce la Meloni PESCIVENDOLA a Vox, Salvini PORTAVOCE di Putin e Crosetto MERCANTE di armi. Una sequela di offese ignobili da chi si definisce democratico. Questa è la campagna elettorale della sinistra! La peggiore di sempre» (Cit.).

La sinistra sa di perdere e passa agli insulti
di Renato Farina
Libero Quotidiano, 6 agosto 2022


Che sta succedendo a sinistra? La parola d’ordine è usare le parole come spranghe. Fino a indurre una ferocia ululata in chi meno te l’aspetti. Impossibile non saltare sulla sedia a leggere: «Giorgia Meloni vuole apparire moderata, ma è stata rivoltante a Cagliari e in Spagna: utilizza la comunità Lgbt+ da bersaglio, come il fascismo usava la comunità ebraica». Accidenti quanta violenza contro una donna, non vale più il principio “chi sono io per giudicare?”, caro onorevole Alessandro Zan. Il candidato seduto sul burro di un seggio sicuro, capolista Pd a Padova e Rovigo, dice proprio così. Niente più borotalco, ma lingua chiodata come scarponi da montagna. Cambio di paradigma, guerra civile embrionale, con il chiaro invito a considerare la coalizione di centrodestra quasi sia la riedizione dell’asse nazi-fascista. Ma la battaglia Lgbtqqia+ non doveva essere dolce e gentile come i delicati colori della bandiera sventolante al gay pride?

L’acronimo

(A capo e aprendo la parentesi. Qui tocca, e lo si fa volentieri, colmare le lacune dell’acronimo usato dal Pd, rimediando alla discriminazione verbale piuttosto razzista di Zan. Si dice e si scrive in modo politicamente corretto Lgbtqqia+. Lo sanno anche i bambini dell’asilo che all’antiquata sequenza Lgbt+ vanno aggiunte «due Q per le soggettività queer e/o gender questioning, la I per le persone intersessuali, la A di asessuali», vedi la Treccani. Chiusa parentesi).

Come mai questa trasmutazione del dialogante Zan? Lui sostiene di reagire al «disprezzo rivoltante» manifestato da Meloni a Cagliari nei confronti dell’attivista gay.

Balle. Giorgia ha risposto con squisita tolleranza, sconosciuta altrove, anche se non si interrompono mai i comizi degli altri, esponendo con mite ironia la propria concezione della famiglia: quella fondata sul matrimonio coinvolge un uomo e una donna, e la legge già consente le unioni omo, accontentarsi please. Posizioni espresse serenamente in Parlamento. E allora che è successo? Semplice: Zan si è fatto crescere le zanne da lupo obbedendo a quello che Giovannino Guareschi chiamava il “contrordine compagni”.

Enrico Letta infatti in una intervista a Repubblica ha diramato la consegna ai comprimari, fingendo di parlare di sé stesso: «Ho deciso di essere meno buono». Meno buoni? Allora, più cattivi. Anzi cattivissimi. Sulla base di quali ragioni? «Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono estrema destra». Questo l’ha detto in una esternazione domenicale a El País, che sceglie questo titolo: «El Segretario General del Partido Democrático italiano: “Si la extrema derecha gana en Italia, Europa se contagerá”».

El General Enrique fa rimbalzare via Twitter la sua traduzione in italiano: «Se l’estrema destra vince in Italia, ci sarà un contagio in Europa, dico a @el_pais». Chiaro il concetto? Messaggio ricevuto anche lassù in Veneto? Con la vittoria di Meloni e Camerati si va verso una riedizione postmodema del Quarto Reich. Infatti, e qui traduciamo noi: «In materia di diritti hanno un’idea di famiglia secondo il modello ungherese di Orbán. Si, questo è essere estrema destra». L’analisi di Letta, ripetuta a pappagallo da Zan, è che i giovani si identificano tutti con l’ideologia e i costumi sessualmente fluidi dei Maneskin, cioè vogliono l’uguaglianza anche nel diritto al matrimonio e alla procreazione delle coppie senza distinzioni di sesso. Infatti il sesso non esiste, c’è solo “il genere”: etero, gay, lesbiche, bissessuali, trans, queer, asessuali, eccetera pari sono e devono essere anche in queste materie.

Sopruso

Sono posizioni legittime in democrazia. Ma diventa sopruso vergognoso, imporre questa visione dichiarandola universale, altrimenti sei un estremista, un nazi-fascio-omofobo. È il dogma del gender. Ciascuno ha il diritto di scegliere fluidamente la propria identità come gli pare e piace, e deve educare i figli secondo questa visione, altrimenti peste lo colga in quanto negazionista. Il gender – prevedeva il ddl Zan, oggi riproposto come punto fondante del programma Pd – dev’essere promosso in tutte le scuole statali e no. Attento amico Letta, ricordati di Dante. Il Sommo Poeta manda all’Infemo (V Canto) Semiramide, la regina assira che licito fé licito in sua legge. La sua colpa non fu tanto la lussuria, ma fu sprofondata perché «dichiarò lecito, permesso dalla legge, ciò che a ciascuno piacesse» (parafrasi di Natalino Sapegno, ipse dixit). Un conto è non entrare nel letto degli altri, altra cosa è costringere a pensarla così.

Quanto espresso da Meloni, Salvini e da gran parte di Forza Italia oltre che dai Moderati di Lupi, del resto coincide – a proposito di famiglia, matrimonio, utero in affitto, gender – con quanto da sempre sostiene la Chiesa, confermata ancora da Papa Francesco.

Che paradosso. La leadership del Pd è tutta di origini democristiane (Letta al Nazareno e Franceschini e Guerin al governo), ma ha spremuto dall’ideologia comunista il concetto meno democristiano che esista: centralismo democratico, obbedienza da Ottobre rosso, anche se il gonfalone è l’Arcobaleno, dove com’è noto il bianco non c’è. E il povero onorevole Zan, omonimo della legge Zan, si è sentito investito più di ogni altro, nomen-omen, da un compito immane: essere cattivo e trattare da fascio-nazisti, sbattendoli fuori dalla civiltà, chi osa pensare diversamente. Dare dell’estremista pericoloso all’avversario significa trasformare l’esercizio democratico in un duello rusticano. Non dev’esserci da ammazzare nessun compare Turiddu.

Renato Farina

Postscriptum
L’arte dei pazzi che dicono la verità

Chiunque ha perduto, ciò che non ritrova.

«Penso a chiunque ha perduto quel che non si ritrova | mai più, a coloro che si saziano di lacrime | succhiando il Dolore come una buona lupa, |ai magri orfanelli che appassiscono come fiori!». Così scriveva in “II cigno, a Victor Hugo”, i versi di “Les Fleurs du mal”, la raccolta lirica pubblicata nel 1857 da Charles Baudelaire, «il grande poeta della modernità, flâneur in una Parigi che muta, che scorge solo con gli occhi della mente il dolore di ogni anima imprigionata. Quello degli esuli, di un animale fuggito da un serraglio, di Andromaca, di un’Africana nostalgica degli alberi di cocco…» (Roberto Mussapi).

Foto di copertina: Enrico Letta fa il camerér di Pizzeria per un giorno a Milano.

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