Si apre l’ultima finestra di Overton, sul cannibalismo

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The New York Times, con la scusa culturale di arte, libri e film, sdogana il più atroce dei tabu e suggerisce che il cannibalismo non è poi così male.

Cannibalismo rituale presso gli Aztechi.

“Non Siamo Mai Stati Così Deliziosi”
di Antonio Albanese
Visione TV, 25 luglio 2022


Il New York Times ancora una volta si fa avanguardia di meditazioni che potremmo definire quantomeno inquietanti, passando in rassegna una serie di libri, programmi TV e film che hanno in comune il tema del cannibalismo.

Il quotidiano americano fa un’accurata disamina di autori che in un certo qualmodo sdoganano l’aberrante idea che la mente umana possa essere affascinata, attirata, dal nutrirsi della carne dei propri simili.

Non è la prima volta che un tema così particolare, che di norma resterebbe confinato tra una nicchia di persone, magari dottori, o psichiatri, riempia le pagine di periodici vicini al pensiero neocon e liberal: accanto ai cari classici e ridondanti temi come il settore green ecologia e ambiente, Lgbt, al veganesimo ecco che si affianca, ammiccando, il cannibalismo.

Un parossismo che sembrerebbe irricevibile da qualunque animo che abbia conservato un minimo di buonsenso. Ma tant’è. La combinazione esiste come abbiamo visto con il burger vegano al sapore “di carne umana” [QUI], piatto vegano, quindi senza carne, ma che incoerentemente, vorrebbe soddisfare la curiosità di chi ambisce ad assaporare la carne umana: proposto dalla compagnia svedese Oumph ha anche vinto un premio gastronomico.

E adesso il prestigioso New York Times ci propone un’attenta rassegna di opere letterarie, ma non solo, sullo stesso argomento:  Chelsea G. Summers,  Ottessa Moshfegh con il suo romanzo “Lapvona“, e “Tender is the Flesh” di Agustina Bazterrica, un distopico mondo dove il cannibalismo è legale.
Proposte cinematografiche come “Raw” di Julia Ducournau, dove il cannibalismo si fa largo nella trama tra veganesimo, amputazioni e rapporti sessuali, oppure “Bones and all” un adattamento del romanzo “Fino all’osso”, di Camille DeAngelis, di  Luca Guadagnino, che solletica il nostro orgoglio di essere italiani: “Sarà molto romantico” ha dichiarato il regista.

Ironia a parte, nessuno vuole entrare nel merito artistico di un’opera, letteraria o cinematografica che sia.

Fotografia, regia, genio letterario sono argomenti che lasciamo ai professionisti del settore: quello che sorprende è la periodicità sistematica con cui viene riproposto questo tema dal mainstream, quasi che fosse un argomento di interesse generale.

Per questo appare evidente una volontà di sdoganare, di proporre al grande pubblico un soggetto che come detto, dovrebbe essere, eticamente,  davvero improponibile.

“Una serie di recenti libri, programmi TV e film che fanno ribollire lo stomaco suggerisce che non siamo mai stati così deliziosi – l’uno per l’altro”, apre ironicamente il New York Times nel suo articolo “A Taste for Cannibalism?” [QUI].

Un punto di domanda alla fine che però deve far riflettere visto che oggi, grazie al refrain dei media, il romanzo “A Certain Hunger”, della già citata Chelsea G. Summers, è un successo di vendite dopo che era stato respinto più di venti volte dal 2018 come lo stesso articolo ammette.

Poi ci ha pensato la serie tv “Yellow Jackets” a spianare la strada ed Amazon con il suo servizio di audio libri “Audible” ha finalmente approvato ed ospitato l’opera di Summers.

Il refrain neocon e liberal funziona dunque: sul catalogo Netflix troveremo il nuovo filone cannibalismo, tra horror, drammi e commedie, mentre già sul social reddit piu di 51000 membri si sono iscritti al forum che tratta la serie tv: chissà se sanno che molti nel cast sono vegani?

Spazzata via l’etica resta solo il nichilismo e la volontà di stupire il pubblico, al di là della dignità e dello stile, di sfruttare economicamente qualsiasi cosa, a qualsiasi costo, “Fino all’osso”.

* * *

Del “ultimo tabu”, il cannibalismo, come esempio di funzionamento della finestra di Overton, abbiamo già scritto più volte su questo Blog dell’Editore. L’ultima volta nel corso del tempo, alcuni giorni fa, il 22 luglio 2022, nell’articolo La rana bollita, il topo nel barattolo e la finestra di Overton: come rendere accettabile una idea inaccettabile. La manipolazione delle masse e la dittatura dei mediocri.

L’uso della finestra Overton è il fondamento della tecnologia di manipolazione della coscienza pubblica finalizzata all’accettazione da parte della società di idee che le erano precedentemente estranee e consente l’eliminazione dei tabù. L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo. Ciò comporta uno spostamento della stessa finestra, ed un dibattito polemico ben governato permette di raggiungere la fase ulteriore all’interno della finestra.

Il regista russo Nikita Michalkov – noto per il film “Oci Ciornie”, che valse a Mastroianni il premio al Festival di Cannes del 1987 – in una puntata del suo video blog Besogon.tv ha provocatoriamente proposto lo schema di questo processo applicandolo a un qualcosa che è attualmente impensabile, il cannibalismo:

Fase 1: Il cannibalismo è inaccettabile. Non se ne parla e non si ammette in nessun caso.

Fase 2: Si comincia a far circolare l’idea che la proibizione del cannibalismo sia un “tabù”. Se ne discute in circoli ristretti dove “scienziati (antropologi, psicologi, nutrizionisti)” ne discettano. Si organizza qualche convegno. Si costituiscono associazioni più o meno segrete di “cannibali” (ad es. Associazione di Liberi Cannibali).

Fase 3: Si comincia a parlare del fenomeno nei media, giornali e televisione, ma operando dei “distinguo”. (A questo punto il tabù è già infranto). Si coniano nuovi vocaboli meno urtanti che rendano meno indigesto il concetto: non si parlerà più di cannibalismo o antropofagia ma di “antropofilia”. Si metteranno in evidenza precedenti storici.

Fase 4: Qualche studioso lancerà l’ipotesi che il desiderio di mangiare carne umana dipenda da predisposizioni genetiche; altri sosterranno che in caso di eventi eccezionali, come carestie, il nutrirsi di carne umana non sia solo legittimo ma corretto. Si inizierà a dialogare su quali siano le circostanze eccezionali nelle quale sia accettabile nutrirsi di carne umana.

Fase 5: L’argomento diventa oggetto di talk show, compare nel cinema, negli spot pubblicitari. A fronte degli “antropofili” si creerà la categoria degli antropofobi. Qualche personaggio famoso farà “coming out”. Il tema conquisterà le prime pagine, se ne discuterà pubblicamente. L’origine dell’“antropofilia” essendo ignota non potrà essere considerata una colpa. Il dibattito acquisterà una dimensione politica.

Fase 6: sorgono gruppi di pressione che promuovono il cannibalismo con lo slogan: “non si deve vietare l’antropofilia”. Il cibarsi di carne umana viene “depenalizzato”. Coloro che si oppongono vengono socialmente stigmatizzati accusandoli di “fobia”, di “intolleranza”, di “arretratezza culturale” Nelle scuole si comincia ad insegnare che accanto ai vegetariani, ai vegani, agli onnivori, ci sono, a pieno titolo, anche gli antropofili. Il processo è concluso, l’idea da inaccettabile è entrata nel pensare comune.

Il “cannibalismo” è un caso ipotetico, ma guardiamoci intorno. Quante delle “idee” che oggi sono bagaglio del pensare comune cinquanta o sessant’anni fa erano impensabili? Se ne ripercorriamone lo sviluppo riscontreremo che hanno seguito e completato l’intero percorso. Quante altre idee sono invece ancora in una fase intermedia?

Dei gruppi di riflessione producono e diffondono opinioni all’esterno della finestra di Overton, per rendere la società più ricettiva verso l’idea in corso. Quando un gruppo di riflessione vuole imporre una idea considerata inaccettabile dall’opinione pubblica, utilizza la finestra di Overton per tappe.

Postscriptum

Prima della catastrofe

«Per quel che conta, a titolo strettamente personale, avverto un’estrema difficoltà in questo momento a frequentare i media o social media senza sofferenza.
La mia percezione – ovviamente fallibile, mi auguro erronea – è che siamo in una di quelle fasi storiche che precedono una catastrofe.
Queste fasi storiche – la più studiata è la fase immediatamente precedente alla Prima Guerra Mondiale – sono caratterizzate (lo vediamo bene a posteriori) da una sorta di accecamento collettivo, un’incapacità di uscire dai vecchi schemi, da stantii riflessi condizionati, mentre la storia ci sta portando su scogli che abbiamo visti affiorare da tempo.
La percezione è quella di uno scollamento totale, irredimibile, tra le coscienze di chi verrà chiamato a giocare le prossime partite (elettorato e classi dirigenti) e la durezza di una realtà che ci ha già detto in faccia a muso duro che stiamo per venire travolti.
Abbiamo costruito una società che, nel migliore dei casi, ci addestra alla furbizia, mai all’intelligenza, e finiamo per credere che basti sempre una mossetta capace di sbilanciare chi ci sta di fronte per passargli davanti in fila, e questo basta a pensare di aver avuto successo.
Questo paese e la sua classe dirigente vanno semplicemente ricostruiti da capo.
E per le ricostruzioni ci sono due percorsi: o si usano le strutture esistenti per rimpiazzarle pezzo a pezzo (riformismo illuminato, palingenesi politica), oppure si attende la catastrofe sperando che essa lasci in piedi almeno i materiali da costruzione per un mondo nuovo.
Tentare la prima strada è un dovere, senza alternative, perché le catastrofi solo talvolta consentono di ricostruire, più spesso spengono intere civiltà e travolgono interi popoli.
Ma più mi guardo in giro, più ho l’impressione che la gravità della situazione, la pericolosità della strada su cui ci muoviamo non sia affatto percepita. E solo quella percezione consentirebbe di mobilitare una serietà d’intenti all’altezza della situazione» (Andrea Zhok).

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