La caduta in un iperpapalismo estremo e la sindrome dell’Anatra Zoppa

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Ad un anno dalla sua pubblicazione il 19 luglio 2021, riprendiamo una riflessione su Papa Francesco, la Traditionis custodes e la sindrome dell’Anatra Zoppa, dal sito argentino Caminante Wanderer. “Anatra zoppa” è un’espressione dell’ambito politico, molto temuta da chi governa. Per analogia con il fenomeno di un’anatra zoppa, che non è in grado di stare al passo con lo stormo e quindi diventa facile bersaglio per i predatori, il soprannome viene assegnato al governante che, a causa di varie circostanze, soprattutto perché si avvicina alla fine del suo mandato o del sovrano al termine del suo regno, perde potere.

Il modo più sicuro per identificare un’anatra zoppa – scrive il Caminante Wanderer – è osservare la reazione dei suoi amici e cortigiani: è segno indiscutibile che il povero palmipede stia percorrendo i suoi ultimi passi quando lo lasciano solo, quando lo stormo lo abbandona. Poi conclude: «Sembra che questo sia ciò che sta accadendo con Papa Francesco: la sua zoppia non è solo un effetto della sciatica, è anche il risultato della perdita di potere dovuta alla gestione catastrofica del suo pontificato e dei segni abbastanza evidenti che la sua fine è vicina. (…) Si ha l’impressione che la peronizzazione provocata da un Papa peronista, abbia anche i suoi lati oscuri. Si dice infatti: i peronisti vanno insieme ai compagni fino alla porta del cimitero, ma loro non entrano. Ed è proprio quello che sta accadendo. Uno degli errori più gravi che un sovrano affetto da sindrome dell’Anatra Zoppa possa commettere è impartire ordini universali troppo severi: corre il rischio di essere disobbedito e quindi di manifestare la sua debolezza. Ed è proprio quello che sembra succedere a Papa Francesco».

L’articolo che segue, apparso ieri, 20 luglio 2022 sul sito OnePeterFive – dal titolo L’iperpapalismo e la politica del corpo – offre una visione ampia sulla questione, con una rapida panoramica della storia della Chiesa e del ruolo del papato in essa. È firmato dallo scrittore e studioso americano Charles A. Coulombe, collaboratore di OnePeterFive, autore di molti libri, il più recente Blessed Charles of Austria: a Holy Emperor and His Legacy (Il beato Carlo d’Austria: un santo imperatore e la sua eredità), nonché di Puritan’s Empire: A Catholic Perspective on American History (L’impero dei puritani: una prospettiva cattolica sulla storia americana), Vicars of Christ: a History of the Popes (I Vicari di Cristo: una storia dei Papi) e A Catholic Quest for the Holy Grail (Una ricerca cattolica per il Santo Graal). I suoi scritti sono apparsi su Catholic Herald, Crisis e The European Conservative. Cura anche un suo podcast con Vincent Frankini.

Come di consueto, offriamo queste riflessioni sulla strada della metacognizione, quindi, non perché pretendono di essere definitivo e che non si potrebbe trovare una o l’altra frase che alcuni potrebbero criticare. Ritengo che è molto utile di avere una visione ampia dell’attuale pontificato, nel contesto più ampio della storia del papato nella storia della Chiesa.

Queste riflessioni forniscono una certa prospettiva, permettendoci di affrontare i problemi del Chiesa nel nostro tempo con un certo senso di equilibrio, che supporta sia gli sforzi che facciamo per valutare la situazione nei tempora currunt, sia la nostra speranza che la Fede riesca a superare qualunque cosa potrebbe accadere nella storia ancora nel divenire. La Chiesa di Cristo ha visto succedere tanto, spesso ha visto minacciare la sua missione e colpire la sua unità, ha sofferto e continua a soffrire molto. Eppure, rimane valido il mandato e la promessa del suo fondatore e capo: «E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Ciò non significa che dobbiamo essere meno vigili nel preservare il deposito della Fede che ci è stato tramandato. Ma significa che possiamo giustamente sentire e credere che siamo soci, collaboratori e fratelli di molti che ci hanno preceduto. Questa è una certezza, che dobbiamo avere, che dobbiamo sentire e che dobbiamo trasmettere, in quanto ci dà in prospettiva la forza per continuare senza cedere all’ansia e allo sconforto, mentre gli eventi si svolgono nei tempora currunt… nonostante il timore totalmente umano del sed peiora parantur.

La sindrome dell’anatra zoppa
Caminante Wanderer, 19 luglio 2021

(Tradizione italiana dall’inglese a cura di Aldo Maria Valli per il blog Duc in altum [QUI]]

In ambito politico esiste un’espressione che si sente spesso e che i governanti temono molto: Anatra Zoppa. Si riferisce a un’anatra che non è in grado di stare al passo con lo stormo, e quindi diventa facile bersaglio per i predatori. Il soprannome viene assegnato al sovrano che, a causa di varie circostanze, soprattutto perché si avvicina alla fine del mandato, ha perso il potere. E il modo più sicuro per identificare un’anatra zoppa è osservare la reazione dei suoi amici: è segno indiscutibile che il povero palmipede stia percorrendo i suoi ultimi passi quando lo lasciano solo, quando lo stormo lo abbandona.

Sembra che questo sia ciò che sta accadendo con Papa Francesco: la sua zoppia non è solo un effetto della sciatica, è anche il risultato della perdita di potere dovuta alla gestione catastrofica del suo pontificato e dei segni abbastanza evidenti che la sua fine è vicina. Il fatto che nientemeno Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, abbia pubblicato un libro intitolato La Chiesa brucia, è molto sintomatico. Si ha l’impressione che la peronizzazione provocata da un Papa peronista abbia anche i suoi lati oscuri. Si dice infatti: i peronisti vanno insieme ai compagni fino alla porta del cimitero, ma loro non entrano. Ed è proprio quello che sta accadendo.

Uno degli errori più gravi che un sovrano affetto da sindrome dell’Anatra Zoppa possa commettere, è impartire ordini universali troppo severi: corre il rischio di essere disobbedito e quindi di manifestare la sua debolezza. Ed è proprio quello che sembra succedere a papa Francesco dopo la pubblicazione del Motu proprio Traditionis custodes. Per ora l’unica adesione chiara e universalmente conosciuta che ha ricevuto [sono seguiti altri, tra cui spicca per cattiveria il pasdaran bergogliano più papalista del Papa e amico dell’abusatore seriale McCarrick, l’Arcivescovo metropolita di Washington Cardinale Blaise Cupich [QUI]. V.v.B.] è stata quella di Monsignor Ángel Luis Ríos Matos, Vescovo di Mayagüez, Porto Rico, il quale ha pubblicato un esilarante decreto [QUI] in cui avverte che, sebbene nella sua diocesi non si celebri affatto la Messa tradizionale, la proibisce e, già che c’è, coglie l’occasione per vietare l’uso della pianeta romana, delle tovaglie di lino e del velo omerale. Una disposizione analoga [QUI] è stata presa dai vescovi del Costa Rica. I tiranni generano piccoli tiranni patetici, e Bergoglio ha prodotto innumerevoli vescovi mediocri che popoleranno tristemente i Prati di asfodelo [*] (è curioso che nelle foto, facilmente rintracciabili nel web, il Vescovo Ríos Matos appaia sempre vestito con tutti i fronzoli episcopali possibili. Non so perché, ma tutto questo mi ricorda Black Mischief, il romanzo di Evelyn Waugh [**]).

Il sito di Rorate Coeli [QUI] sta compilando un elenco delle Messe vietate dai vescovi. Vedremo quale sarà il risultato. Finora le reazioni sono state proprio come le avevamo preannunciate in questo blog qualche giorno fa, anche se, devo ammetterlo, sono rimasto sorpreso dalla rapidità e chiarezza con cui hanno reagito i vescovi francesi, inglesi e americani. La Conferenza Episcopale Francese [QUI], con quelle circonlocuzioni così tipiche dei Galli, ha buttato la palla fuori dal campo di gioco. Per loro si tratta di discutere quale sia la lex orandi o la lex credendi della Chiesa di Papa Francesco. Il Motu proprio li invita però a riflettere sull’importanza dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, ed è ciò che faranno a settembre, finite le vacanze estive, quando si incontreranno per parlarne. Concordemente, il Vescovo di Versailles, diocesi dove hanno sede importanti comunità tradizionaliste, ha già fatto sapere per iscritto [QUI] che nella sua diocesi le cose continueranno come prima, e lo stesso ha detto [QUI] l’Arcivescovo di San Francisco subito dopo la diffusione del documento papale, seguito da tanti altri vescovi americani – per esempio quello di Cincinnatti [QUI] – i quali, sia pure in modo più discreto, hanno fatto sapere a sacerdoti e fedeli vicini al rito tradizionale che non apporteranno alcun cambiamento nonostante gli ordini pontifici. In Inghilterra, la maggior parte dei vescovi ha fatto lo stesso: non appena è stato pubblicato il Motu proprio, hanno informato, in modo ufficiale e con sigillo in ceralacca, che nelle loro diocesi non ci saranno cambiamenti circa la celebrazione della Messa tradizionale. E la cosa curiosa è che, per la maggior parte, siano essi francesi, americani o inglesi, queste reazioni non arrivano da vescovi con particolari simpatie tradizionaliste; sono anzi vescovi con tendenze chiaramente liberali.
Perché, allora, questa reazione così rapida quanto chiara e contraria agli evidenti auspici pontifici?

La risposta rimane sul piano delle congetture, ma possiamo imbastirne alcune. Una cosa chiara a prima vista è che questi vescovi non temono più le “misericordiazioni” pontificie, cosa che sarebbe stata probabile in altri tempi. E questo è un chiaro segno della sindrome dell’Anatra Zoppa. Oserebbe mai Francesco espropriare della sua sede Monsignor Salvatore Cordileone, Arcivescovo di San Francisco? Ormai non ha più la forza per farlo. L’episcopato americano è molto infastidito nei confronti del Papa e la minaccia di una “misericordiazione” dovuta alla mancata applicazione del Motu proprio sarebbe contrastata dalla Conferenza Episcopale. Altrettanto accadrebbe in Francia: la dichiarazione dei vescovi francesi (sebbene ad alcuni possa sembrare che essi se ne stiano lavando le mani) è una sorta di blindaggio: in questo caso si rifletterà sull’Eucaristia, dicono, e ogni vescovo vedrà come comportarsi in merito ai divieti. E abbiamo già visto cosa fanno: non vietano nulla.

Questo è esattamente il nocciolo della questione: i vescovi, da entrambe le parti dell’Atlantico, non vogliono iniziare una guerra non necessaria. Nelle loro diocesi, grazie al Summorum pontificum, era stata raggiunta la pax liturgica. Le cose hanno funzionato e hanno funzionato bene; le ideologizzazioni, salvo rari casi, erano scomparse. E la crescita costante delle comunità tradizionaliste, dei sacerdoti e delle vocazioni era ormai vista come una benedizione e non come un pericolo, proprio la visione opposta a quella presentata da Bergoglio nel suo documento. Sul campo, nelle loro diocesi, gli unici che funzionano più o meno bene sono in effetti i gruppi della liturgia tradizionale. In Europa, sterminare i preti tradizionalisti, così come pretende il sommo pontefice, significa dedicarsi direttamente all’importazione dall’Africa di sacerdoti di Messa e pentole [detto che si riferisce a un sacerdote o frate di studi scarsi e poca autorità, ndt].

Se ogni atto giuridico deve essere interpretato secondo il pensiero del legislatore, ciò che emerge dal Motu proprio è che Papa Francesco vuole evitare la rottura dell’unità per questioni liturgiche. Allora, con tutta legittimità e serenità, quei vescovi che giudicano che la diversità liturgica del rito romano nelle loro diocesi non causa problemi né divida, possono ignorare la norma. Detto più semplicemente, la maggior parte dei vescovi non vuole far propria una guerra che esiste solo nella mente di Bergoglio e dei suoi ideologi di turno, questa volta di Andrea Grillo. Come ha scritto Tim Stanley in The Spectator [QUI], Bergoglio dà l’impressione di vivere gli anni di Leonid Breznev nell’Unione Sovietica: un governo di gerontocrati, attaccati a una vecchia e logora fotografia che ritrae un Paese che non esiste più.

È inconcepibile che negli ultimi due secoli la Chiesa latina sia caduta in un iperpapalismo così estremo da permettere manifestazioni come la Traditionis custodes, in cui il Papa di Roma si intromette a tal punto in ogni diocesi da comunicare al vescovo quali parrocchie può erigere e quali no. Sarebbe stata un’assurdità impensabile nella Chiesa medievale (chiedere al Vescovo Hincmar di Rheims) e altrettanto impensabile nella Chiesa orientale. Come afferma il Cardinal Müller nella sua imperdibile lettera [QUI], i vescovi sono posti come pastori e “non sono semplici rappresentanti di un ufficio centrale, con la possibilità di essere promossi”.

Questo rimanda a un fatto storico: nel 1646 Papa Innocenzo X, su impulso dei gesuiti, soppresse (riduzione fu il termine usato) la fiorente congregazione di maestri che era stata fondata da San José de Calasanz – gli Scolopi [sacerdoti regolari appartenenti all’ordine religioso dei chierici regolari poveri della Madre di Dio delle Scuole pie] – attraverso il breve Ea quae profelici. Appena il testo fu reso noto, comparvero le critiche. Il Vescovo Ingoli, Segretario di Propaganda Fide, dopo averlo letto, disse: “In un altro pontificato potranno usarlo come tappo per barattoli”, e l’Abate Orsini, internunzio di Polonia, scrisse: “È un breve fatto con l’accetta… Non dubitate: in un altro pontificato sarà annullato”. E infatti andò proprio così (S. Giner Guerri, San José de Calasanz. Maestro y fundador. Nueva biografía crítica, Bac, Madrid, 1992, pp. 1053-1070).

Bergoglio, insomma, soffre della sindrome dell’Anatra Zoppa. Con la pubblicazione della Traditionis custodes si è enormemente screditato e ha accelerato il declino e la fine del suo catastrofico pontificato.

Postilla. Alla durezza e alle ironie della lettera del Cardinal Müller si aggiungono da più parti espressioni di ripudio verso Bergoglio. Michel Onfray [QUI], popolare ateo e filosofo francese progressista, scrive su Le Figaro che la Messa antica è un patrimonio universale che non può essere toccato e squalifica Bergoglio definendolo un “gesuita e peronista”, la cui formazione è quella di un “chimico”. José Manuel de Prada, su ABC [QUI], dice che lui per entrare in chiesa si toglie il cappello, ma mai si staccherà la testa, come richiede il Motu proprio bergogliano.

L’iperpapalismo e la politica del corpo
di Charles A. Coulombe
OnePeterFive, 20 luglio 2022

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Ci troviamo in un momento molto curioso della storia ecclesiastica. Da un lato, la traballante ecclesiologia delle Chiese Ortodosse, già ulteriormente scossa quando Costantinopoli e Mosca si scomunicarono a vicenda sullo status dell’Ortodossia Ucraina, ha ricevuto un altro colpo quando la sezione di quest’ultimo organismo che aveva dato la sua fedeltà a Mosca, l’ha infranta quando Putin ha lanciato la sua invasione. Gli Ortodossi sembravano ridotti alla reductio ad absurdam dei loro principi organizzativi. Ma dall’altro, l’attuale Successore di San Pietro sembra aver ottenuto una riduzione simile vivendo fino alle loro più dure accuse del Papato come una tirannia che crede di poter alterare la Tradizione apostolica a suo piacimento. Certamente è giunto il momento per i Cattolici credenti di guardare con attenzione a quell’ufficio che li ha così a lungo definiti.

Integrazione di Papa e Principe

Quando Cristo ha instaurato la Messa e il sacerdozio nell’Ultima Cena, unì anche la Sua Regalità davidica con la Communio della Chiesa. Da quel momento fino alla conversione dell’Armenia nel 303, la Chiesa Cattolica e i suoi capi, i successori degli Apostoli – con a capo gli eredi spirituali di San Pietro – si fecero strada attraverso le persecuzioni per mano di vari regimi laici e pagani. Ma poiché successivamente l’Armenia, la Georgia, l’Etiopia e infine lo stesso Impero Romano (grazie all’Editto di Tessalonica di Teodosio il Grande nel 380) adottarono la fede come religione ufficiale, i sovrani cristiani – e in particolare gli imperatori romani – arrivarono a considerarsi cooperatori con i Papi e l’Episcopato nell’amministrazione del corpo cattolico. Questa realtà è stata espressa in modo più completo nel ruolo svolto dai successivi Imperatori nel convocare vari Concili ecumenici, da Costantino e Nicea a Carlo V e Trento. Fu espresso da Papa Gelasio I in una lettera, Famuli vestrae pietatis scritta nel 494 all’imperatore bizantino Anastasio I Dicoro e sancita nelle parole iniziali del famoso codice legale dell’imperatore Giustiniano: “Vogliamo che tutti i popoli soggetti al Nostro benigno Impero vivano sotto la stessa religione che il Divin Pietro, l’Apostolo, diede ai Romani, e che la detta religione dichiara sia stata introdotta da lui stesso…”. Ciò che il Visconte Bryce scrisse del Sacro Romano Impero era vero anche per l’Impero Bizantino, essendo entrambi manifestazioni continue di l’idea imperiale cristiana: “Così la Santa Romana Chiesa e il Sacro Romano Impero sono una stessa cosa vista da diverse parti; e il Cattolicesimo, principio della società cristiana universale, è anche romanismo…”. I vari regni cristiani, nonostante la loro indipendenza funzionale, mantenevano lo stesso rapporto tra loro e la Chiesa. Nonostante le scomuniche del 1054 tra Roma e Costantinopoli, lo stesso rapporto teorico tra Chiesa e Stato continuò da entrambe le parti. Chiesa e Stato in Oriente e in Occidente erano le due metà della Res publica Christiana. Le guerre tra principi cristiani erano considerate guerre civili, che la Chiesa cercava di mitigare attraverso la Tregua di Dio (che vietava la guerra in determinati momenti) e la Pace di Dio (e intorno a determinati luoghi). Tali lotte come le varie Crociate erano viste come guerre per conto dell’intero corpo cristiano.

Questa realtà si è espressa in innumerevoli modi. Liturgicamente, i riti delle incoronazioni e le preghiere per i vari re e per l’imperatore esprimevano i loro ruoli, così come il posto specifico che il Sacro Romano Imperatore e i Re di Francia e Spagna occupavano nel rito pontificio. Loro e il re d’Inghilterra erano canonici di alcune basiliche di Roma. Il Papa era un sovrano a pieno titolo sullo Stato Pontificio, poteva e fece prendere i regni come feudi e richiamò l’Impero Romano d’Occidente, riservandosi il diritto di incoronare gli imperatori. Ma allo stesso modo, i maggiori monarchi cattolici avevano il diritto di porre il veto a un candidato ciascuno al conclave. Imperatori e re mantennero particolari istituzioni nazionali a Roma e in Terra Santa (e molti dei loro governi successori lo fanno ancora). La scoperta delle Indie Orientali e Occidentali portò i Papi del XVI secolo ad estendere il diritto di Patrocinio (in base al quale principi o nobili che avevano dotato abbazie o parrocchie mantenevano determinati diritti su di esse) ai re di Spagna e Portogallo nei loro domini americani, asiatici e africani. Questo stesso profondo rapporto tra Chiesa e Stato è proseguito fino al livello più basso di governo; se i nobili e la nobiltà locali esercitavano il patronato sulle fondazioni ecclesiastiche, vescovi e abati spesso avevano titoli nobiliari ex officio annessi alle loro specifiche posizioni ed erano membri degli stati provinciali o nazionali. Oltre alla cattedrale, ogni città e paese disponeva di una chiesa civica dove assistevano alla messa il sindaco e l’amministrazione; così anche le corporazioni. In tutta Europa, la parrocchia era il livello più basso di governo sia ecclesiastico che temporale, con lo stesso consiglio che sovrintendeva sia alle riparazioni della chiesa che alle spese della liturgia da un lato, e occuparsi dei poveri, della milizia e delle questioni di polizia dall’altro.

Questo sistema ha funzionato molto bene in molti luoghi e tempi – inoltre, si è gradualmente sviluppato man mano che le istituzioni pagane ereditate sono diventate sempre più cristiane. Ma come ogni accordo umano, di tanto in tanto dava luogo a tensioni tra i vari attori, non su principi di base, ma su casi particolari. Un principe-vescovo potrebbe essere fedele al Papa nel suo ruolo episcopale e all’Imperatore in quello nobile. Di solito, questo non rappresenterebbe un grosso problema; ma se i suoi due padroni fossero in conflitto, lui e il suo gregge ne soffrirebbero. Con il passare del XIII e XIV secolo, i Papi successivi entrarono in conflitto con vari Imperatori e Re. In Germania e in Italia, ciò portò all’ascesa dei ghibellini filo-imperiali e dei guelfi filo-papali, i cui combattimenti tra di loro ridussero l’Italia al caos e influirono pesantemente su Dante. Poi scoppiò il Grande Scisma, che diede alla Cristianità tre Papi. L’Imperatore Sigismondo era visto come l’unica autorità in grado di porre fine al conflitto, anche se il suo predecessore Ottone I aveva posto fine alla pornocrazia del X secolo. Convocò il Concilio di Costanza, che risolse la questione con un Papa nel 1415. Poco più di un secolo dopo accaddero due grandi eventi: l’elezione di Carlo V a Imperatore, che sarebbe stato l’ultimo finora a cercare di realizzare concretamente l’idea della Res publica cristiana, e la rivolta protestante, che ne porrebbe fine al futuro prevedibile. Ma se l’idea guelfa aveva trionfato in Occidente (solo per perdere la vittoria grazie a Lutero, Calvino e compagni), fu l’impulso opposto a trionfare in Oriente. Lì – sia a Costantinopoli, sia nel successivo centro dell’Ortodossia a Mosca – fu l’autonomia della Chiesa a essere affondata dalla supremazia imperiale, nonostante gli sforzi per esempio del beato cattolico Imperatore Costantino XI e Alessio di Mosca.

Radicato negli orrori delle guerre di religione occidentali del XVII secolo, l’Illuminismo indifferentista sorse nel XVIII secolo; le sue idee ricevettero una vita orribile dalle rivoluzioni francesi e successive. Il XIX e l’inizio del XX secolo videro la successiva distruzione delle restanti monarchie cattoliche; pacificamente o meno, il liberalismo ha trionfato Paese dopo Paese. Cercare di separare il Cattolicesimo o qualunque organo dominante da qualsiasi ruolo effettivo nella vita pubblica era ciò che univa il liberalismo, il comunismo, il nazionalsocialismo e il fascismo.

Dall’età della rivoluzione in poi, i Papi successivi e il loro clero agirono come leader della resistenza a queste manifestazioni, poiché reali e nobili furono sconfitti o cooptati Paese dopo Paese. Questo ruolo è stato accresciuto dal fatto che Papa dopo Papa in quest’epoca era molto più santo e saggio del laico medio, per non parlare dei loro oppositori. Un perfetto esemplare della razza era il Beato Papa Pio IX, che chiamò valorosi giovani da tutto il mondo cattolico a difendere lo Stato Pontificio. Allo stesso tempo, è nata una generazione di politici cattolici laici, che hanno continuato a combattere ovunque la Chiesa fosse minacciata, sia sul campo di battaglia che nei parlamenti. Molto più deferenti al clero dei loro predecessori reali e nobili, facevano affidamento su di loro per la direzione strategica: questi erano chiamati Ultramontani; formarono i grandi partiti politici cattolici dell’epoca. Fu in questo contesto che il Vaticano I definì dogmaticamente l’infallibilità papale.

Dopo il Vaticano Uno

Semmai, la perdita dello Stato Pontificio accrebbe il prestigio spirituale dei Papi. La Prima Guerra Mondiale vide la rovina della maggior parte dell’ultimo pezzo dell’ordine temporale cattolico in Europa, sebbene il Beato Carlo I d’Austria-Ungheria attraversò brevemente il cielo come una cometa dei tempi della cavalleria. Sfortunatamente, il suo tradimento – non solo da parte dei politici, ma del Cardinal Piffl di Vienna – era un presagio di cose peggiori a venire, e non solo nell’Europa Centrale. Negli anni tra le due guerre Pio XI e XII furono i capi indiscussi del popolo cattolico; come con Leone XIII, hanno rilasciato molte belle dichiarazioni sociali e politiche progettate per la nuova era repubblicana liberale, e i politici cattolici – spesso chierici stessi – hanno cercato di metterle in atto. Nel frattempo, il modernismo teologico che San Pio X aveva tentato di soffocare (senza successo, come si è scoperto) crebbe lentamente in angoli e fessure. La Seconda Guerra Mondiale ha visto dare i politici cattolici la possibilità di collaborare con i Tedeschi nella speranza di salvare qualcosa e forse alla fine raggiungere i loro obiettivi – e quindi essere distrutti con loro nel 1945, oppure unirsi a liberali, socialisti e comunisti nella Resistenza. Coloro che hanno scelto quest’ultima opzione furono i padri della Democrazia Cristiana del dopoguerra.

Il papalismo del dopoguerra

Gli anni Cinquanta furono forse l’apogeo del prestigio papale. Abbastanza dell’antico cerimoniale rimaneva per conferire alla corte papale una patina di fascino antico che non ha eguali, tranne forse la Corte di San Giacomo. Sembrano la santità personale e l’aria di etereità di Pio XII a dargli una specie di infallibilità personale. Ha visto che c’erano problemi in arrivo. Scrisse contro di loro, pur favorendo inconsciamente i loro fomentatori: per affrontare questioni dogmatiche, scrisse Humani Generis – ma permise a Karl Rahner di modificare Denzinger; ci ha regalato Mediator Dei, una bella denuncia di illeciti liturgici – e ha permesso ad Annibale Bugnini di iniziare la sua riprogettazione rituale. Come era stato un fedele alleato degli Stati Uniti contro i nazisti, così anche ha lavorato con loro contro i comunisti. Qualunque cosa fosse, se proveniva da Roma, la maggior parte dei cattolici lo riteneva infallibile e Pio XII definì infatti il dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

La morte di Pio XII portò San Giovanni XXIII sul trono di San Pietro; pur mantenendo la formalità del suo predecessore sotto molti aspetti, lo fece con un luccichio negli occhi e conquistò il cuore di milioni di persone. La profonda pietà di Giovanni gli fece incoraggiare la devozione al Preziosissimo Sangue e ordinò senza mezzi termini l’uso del latino nei seminari. Ma questi furono oscurati e poi dimenticati a causa della sua convocazione del Vaticano II, all’inizio del quale morì. Senza voler addentrarsi troppo nel Concilio, nella sua scia, ogni aspetto della vita cattolica fu scosso. L’immenso prestigio del papato fu messo in atto per imporre tali cambiamenti. I suoi tentativi di “modernizzare” la corte papale consistevano principalmente nel rimuovere la maggior parte delle posizioni laicali rimanenti e attenuare quelle rimaste. Ma quando Paolo VI tentò di difendere effettivamente l’insegnamento cattolico – come con Humanae Vitae – intere conferenze nazionali di vescovi cattolici lo ignorarono felicemente e incoraggiarono il dissenso. Questo, e il rifiuto degli stessi organismi di sostenere i politici cattolici desiderosi di combattere sia il controllo delle nascite che l’aborto, hanno avuto l’effetto di ridurre i partiti democristiani dell’Europa occidentale e dell’America Latina a semplici gruppi di cacciatori di lavori di governo che sono stati da allora (quelli dell’Europa centrale tendono a essere piuttosto diversi, grazie ironicamente alle loro esperienze sotto il comunismo).

Dopo il triste ultimo decennio di Paolo VI e il breve regno del suo immediato successore, San Giovanni Paolo II tuonò in città. Giovane e vivace all’inizio del suo pontificato, divenne un Papa itinerante come nessun altro. Attirando folle in tutto il pianeta e esperti di media, il suo linguaggio fenomenologico potrebbe essere stato difficile da capire, ma non c’era dubbio sulla sua devozione e religiosità personale. I giovani lo amavano e gettò con successo il suo prestigio nella lotta vittoriosa contro il comunismo. Restaurò anche l’adorazione eucaristica e iniziò lentamente e contro molte opposizioni il ritorno della tradizione liturgica e teologica alla corrente principale della Chiesa. Con il passare degli anni, e diventato malato, vecchio e debole, questo Papa stava ovviamente percorrendo la Via Crucis; il suo più grande rammarico – la mancanza di attenzione alla nomina dei vescovi – non solo ha dato attenzione, ma ha cercato di rettificare negli ultimi anni della sua vita.

Il suo successore, Benedetto XVI, semmai accrebbe il prestigio del papato ancor più di quanto non avesse fatto San Giovanni Paolo II, almeno se lo misuriamo in termini di pellegrini diretti a Roma. Appreso sia dai Padri della Chiesa che dagli Scolastici, oltre che partecipante al Vaticano II, si sforzò virilmente di realizzare una riconciliazione della macchina della Chiesa con la propria anima. Pezzo dopo pezzo ha restaurato i simboli pontifici abbandonati dai suoi immediati predecessori – rendendosi conto, nella sua umiltà – che il mondo e la Chiesa non avevano bisogno della sua personalità, ma di un rinnovato simbolismo papale. Così è andata, finché non ci ha lasciati.

Gli è succeduto Francesco, il quale sembra credere che come Papa abbia il diritto di fare tutto ciò che vuole e di alterare la fede a suo piacimento. Quando Paolo VI tentò qualcosa di simile, la stragrande maggioranza obbedì, per l’enorme prestigio che l’ufficio era arrivato ad avere – e per una sorta di “infallibilismo strisciante” (nella concisa frase del defunto Chuck Wilson) che (a causa delle vicende storiche abbiamo visto) aveva gradualmente messo in ombra tutti i Papi a partire dal Vaticano I. Ma quel prestigio era stato in gran parte dissipato al tempo di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Erano entrambi uomini saggi nei loro modi molto diversi, molto consapevoli che la Chiesa non era una loro proprietà personale. Nel pontificato attuale tale consapevolezza appare del tutto assente.

Lezioni storiche

Quindi, quali lezioni possiamo trarre da questo giro in slittino attraverso la storia della Chiesa? Molto spesso, la soluzione a una crisi nella vita della Chiesa porta alla successiva: la sconfitta dell’arianesimo ha portato al nestorianesimo, che a sua volta ha generato il monofisismo in risposta, mentre l’Islam ha innescato l’iconoclastia. Il decentramento operato dal Grande Scisma alimentò la Rivolta protestante, repressa dall’accentramento di Trento, rafforzato dal crollo delle autorità laiche cattoliche; questo a sua volta ha portato all’ultramontanismo, cosa necessaria, anzi, per combattere il liberalismo e il modernismo, ma mortale se quest’ultimo dovessero mai raggiungere un controllo sulla Santa Sede.

Certo, molto dipende dai prossimi pontificati. Ma prima o poi, quando il Cattolicesimo tornerà a essere dominante alla Santa Sede – qualcosa che dipende più che altro dai dati demografici generazionali, che dai desideri degli attuali inquilini – l’opera del Vaticano I, interrotta dalla presa italiana di Roma nel 1870, dovrà essere restituito. La verità del grande dono dell’infallibilità, che ha impedito alla Chiesa di abbracciare sempre pienamente e risolutivamente l’eresia ai suoi livelli più alti, non è la questione. Ma quello che occorre è una definizione più chiara dei limiti del papato. È stato implicato da molte cose in epoche passate; ma come ogni altra volta una dottrina è stata definita, deve essere esplicitata. Così anche i limiti e perfino la definizione del Magistero Ordinario, nel cui nome in tempi e luoghi diversi nel secolo scorso sono stati occultati gli insegnamenti più solenni. Può darsi che un futuro Concilio tragga beneficio dalla presenza dei Patriarchi Ortodossi, invitati come partecipanti a pieno titolo al Vaticano I dal Beato Pio IX – in parte per porre fine allo Scisma, ma forse per ottenere il loro consiglio sull’ufficio pontificio nel suo primo millennio. Nel loro orgoglio, hanno rifiutato; può darsi che i loro travagli attuali siano una punizione per questo. Ma certamente l’attuale posizione della Santa Sede incarna tutti i loro peggiori timori della dominazione romana. Ciò che rende così difficile la situazione attuale è che in questo pontificato quei timori sono stati condivisi da tanti fedeli cattolici. I cattolici orientali, d’altra parte, hanno molto da insegnarci in questo momento.

Fiore di assfodelo.

[*] I Prati di asfodelo sono un luogo dell’oltremondo greco. Secondo Omero, le ombre dei trapassati si aggirano nell’Ade su Prati di asfodelo. Nell’antica Grecia, l’asfodelo era inoltre coltivato sulle tombe, forse anche per la credenza che i morti se ne cibassero. La classicista Edith Hamilton scrive di questi asfodeli, che sono “presumibilmente strani, pallidi, spettrali”.

[**] Black Mischief era il terzo romanzo di Evelyn Waugh, pubblicato nel 1932. Il romanzo racconta gli sforzi dell’Imperatore Seth, istruito in Gran Bretagna, assistito da un collega laureato a Oxford, Basil Seal, per modernizzare il suo impero, l’immaginaria isola africana di Azania, situata nell’Oceano Indiano al largo della costa orientale dell’Africa. Quando Black Mischief fu pubblicato, il Direttore della rivista cattolica The Tablet, Ernest Oldmeadow, lanciò un violento attacco al libro e al suo autore, affermando che il romanzo era “una disgrazia per chiunque professasse il nome cattolico”. Waugh, scrisse Oldmeadow, “era intenzionato a elaborare un’opera scandalosa non solo per i cattolici ma per gli ordinari standard di modestia”. Fu preparata una lettera aperta al Cardinale Arcivescovo di Westminster, ma su consiglio degli amici di Waugh non fu inviata.

Foto di copertina: Asphodelus, un genere di piante della famiglia Asphodelaceae che comprende diverse specie erbacee, note genericamente con il nome volgare di asfodelo. Gli asfodeli amano i prati soleggiati e sono invadenti nei terreni montuosi con rocce affioranti e nei terreni soggetti a pascolo eccessivo, perché, al contrario di altre piante erbacee, le loro foglie si rigenerano in continuazione anche se vengono mangiate dagli erbivori. I caprini si cibano di foglie sia fresche che secche, a fine ciclo vegetativo; inoltre sono ghiotti dei frutti secchi. Il seme viene espulso ancora attivo con le deiezioni, e questo costituisce il mezzo principale di propagazione nelle aree dove è praticato il pascolo.

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