Siamo stati colonizzati. Vittoria degli immigrati: l’Italia ormai è Africa

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Bande di magrebini controllano col terrore intere fette del territorio. Ma persino i migranti più tranquilli ci disprezzano. L’Italiana e lo straniero: “Sono contenta che tu sei un cittadino italiano, ma devi mettere la mascherina”. “Io sono marocchino e non metto la mascherina in treno, perché in Marocco non si mette”. “Ma qui sei in Italia e si rispettano le leggi italiane”. “Non sono in Italia. Ormai in Italia non c’è più niente. Infatti io sto andando nella mia città, hai capito?”.

Normale in Italia. Perché l’Italia non c’è più, esiste come mera indicazione geografica, questo sì. Ma come anima non c’è più, è un corpaccio morto. La tensione morale per difendere qualcosa di ereditato dai nostri padri dove se n’è andata?

1. Una notizia rimbalza dalla Valcuvia, provincia di Varese, a un passo dalla Svizzera, e si può sintetizzare così: è stato fondato tra i magnifici boschi di quelle terre un reame europeo del Marocco, la cui economia si basa sulla droga, mentre l’ordine e l’autorità sono esercitati con la frusta, i proiettili e la tortura. Le cronache di siti e giornali locali traboccano di particolari. Titolo di Luino-notizie: «Boschi della Valcuvia: arrestati tre magrebini per spaccio di droga, rapina e torture». Sommario: «Due uomini vittime, legati ad alberi e torturati: in un caso, dopo aver rapinato un giovane, lo hanno frustato fino a spezzargli le ossa e ad amputargli un pezzo di orecchio». 

Come l’avrebbe raccontata il luinese Piero Chiara, il grande narratore nato in quel borgo sul Lago Maggiore? Che colori avrebbe usato? Quelli dell’ira o quelli del disincanto? Magari entrambi. Ma ai suoi tempi sarebbe stata pura fantascienza, come si dice oggi, distopica.

Nessuno stupore

Colpisce il tono delle cronache contemporanee. Non manca niente, quanto a fatti. Si indulge anche sul macabro. Non c’è stupore però. Non ci si domanda come sia stato possibile che tra «tra Comune di Duno e la località Arcumeggia di Casalzuigno» (nomi splendidamente celtici) un manipolo di briganti stranieri abbia tracciato i confini della propria sovranità. Una prosa piana, come fosse una faccenda ovvia, naturale, persino pittoresca.

È andata così. Una intera comunità di sudditi del Re Mohammed VI traslocò anni fa nel Pavese. Un vero e proprio clan. Finché – accanto di sicuro a onesti lavoratori – alcuni giovanotti ambiziosi esplorarono le terre di Lombardia in cerca, come pionieri del Far West, di angoli ameni dove impiantare un proprio sultanato. Detto fatto. I boschi della Valcuvia si prestavano benissimo alle loro mire imprenditoriale, con uso di schiavi come da tradizione. La falange marocchina smistava nei placidi anfratti boschivi – pregevoli dal lato paesaggistico, schifosi per la contaminazione criminale -, droga e ancora droga. Chi si addentrasse da quelle parti in cerca non di polvere bianca, ma di funghi ciclamini o castagne, era oggetto di respingimento, perché quello lì ormai era un altro Paese, uno Staterello con i suoi governanti e la morale da narcos messicani. Non si applica il trattato di Dublino, non ci sono Ong soccorritrici dei naufraghi del bosco, ma basta la minaccia per evitare sconfinamenti sgraditi da parte di gente i cui avi Galli tendevano in quei boschi agguati ai Romani. Trattasi di terra perduta per i valligiani, ma anche per l’Italia.

Tutto scorreva quieto, come vuole la pax mafiosa in salsa magrebina. Finché un tizio ha cominciato a bazzicare con esagerata curiosità tra quei sentieri per pusher e relativi clienti tossici. Era il 4 giugno. Il venticinquenne, anch’egli marocchino ma di un’altra tribù, ha subito perciò l’atroce trattamento che i trafficanti di merce umana praticano nei loro lager libici di transito per l’Italia. Legato, frustato, tagliuzzato, amputato del padiglione auricolare, braccio spezzato, poi abbandonato a morire in una buca. Qualche anima pia ne ha sentito all’alba i mugolii strazianti e l’ha condotto in ospedale. La sua testimonianza ai carabinieri di Luino ha riferito di armi da fuoco puntate contro di lui “in presenza di molti altri connazionali”. Molti!  Non mancavano fucili e machete di cui erano dotate le guardie di confine di questo reame molesto.

Stesso trattamento aveva avuto verso la fine di giugno un quarantenne, stavolta italiano: faceva l’autista in cambio di qualche dose, come altri nativi della zona ridotti a giannizzeri-zombi del Visir. Gli aguzzini trasferivano i disgraziati italiani di bivacco in bivacco, neppure loro capivano dove si trovassero, pur essendosi nutriti di latte materno in qualche borgo a un tiro di schioppo. Un’organizzazione militare, con tanto di servizi di informazione. Il tossicomane pestato forse era uno che parlava troppo: solito rituale, legato a un albero, e poi ridotto a uno straccio, fino a doversi recare al pronto soccorso.

Cosa possono fare i militari che raccolgono a spizzichi e bocconi le denunce dopo essere stati avvertiti dai sanitari? Impossibile stanare i criminali nella selva. Si procede allora con i pedinamenti. I nuclei radiomobili dell’arma ne hanno così stanati e ammanettati tre, lontano dalla Valcuvia, mentre dormivano tranquilli nel loro villaggio base, vicino alla Certosa di Pavia. Territorio riconquistato dall’Italia? Speriamo duri.

2. Davanti a queste notizie, che fanno squadra con altre simili, con spiagge e treni off limits per Italiani e ragazze «bianche» (vedi il 2 giugno all’uscita da Gardaland [QUI]), ho ripescato su Tik Tok un filmato postato il 5 luglio.

Sul vagone ferroviario un bel ragazzo, tutta salute, con pantaloncini verdi Lacoste e maglietta in tinta Nike ostenta il passaporto marocchino e lo sbatte sul sedile accanto come a marcare il territorio. Una signora con accento emiliano gli rivolge la parola con serenità olimpica. Ecco il dialogo.

Donna: «Sono contenta che tu sei un cittadino italiano, ma devi mettere la mascherina».
Ragazzo: «Io sono marocchino e non metto la mascherina in treno, perché in Marocco non si mette».
D: «Ma qui sei in Italia e si rispettano le leggi italiane».
R: «Non sono in Italia, perché secondo me sono in Marocco. Ormai in Italia non c’è più niente. Infatti io sto andando nella mia città, hai capito?».
D: «Se vuoi che ti dia ragione, te la do, ma…».
R: «Ho ragione. Ormai metà degli italiani sono morti».

Dura 38 secondi.

Che dire? Niente.

Un ricordo. Nei primi anni 60, passavamo dalla Valcuvia sulla millecento, noi bambini con tutta la famiglia, per comprare zucchero e caffe oltre confine, nella Svizzera italiana, perché costavano di meno. Cos’è che abbiamo perduto nel frattempo? Di che cosa siamo morti?

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

Foto di copertina: Belgio, Europa. «”A Brussel la prima religione è l’Islam”. Lo racconta il quotidiano economico L’Echo. “Le chiese sono vuote. Ad Antwerpen musulmani maggioranza in 33 dei 58 asili in città”. Un saggista: “La Brussel di oggi è l’Occidente di domani”» (Giulio Meotti).

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