Le democrazie liberali si piegano alla ragion di Stato… finché si spezzano. Absit iniuria verbis

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Condividiamo di seguito – dopo alcune post Facebook di oggi, a modo introduttivo – il corsivo La Turchia, l’Italia e il realismo a firma di Giuseppe Gagliano, che su Start Magazine del 10 luglio 2022 osserva, che la «discrasia tra la realtà effettuale e i nostri ideali è pienamente giustificabile e comprensibile all’interno di una determinata cornice teorica quale quella del realismo ma diventa priva di legittimità e di giustificazione se si abbraccia un approccio di tipo liberale alla politica internazionale» e poi interroga su «cosa ha indotto il nostro paese a consolidare i propri legami con la Turchia dopo le dichiarazioni di Mario Draghi fatte lo scorso anno a proposito del premier Erdogan definito un dittatore?». Segue il commento di Giuseppe Germinario su Italia e il mondo del 12 luglio 2022 al corsivo di Gagliano e concludiamo con A che servono NATO e UE se uccidono l’economia e portano la guerra in casa? di Gen. D.g.(ris.) Piero Laporta pubblicato su Stilum Curiae il 12 luglio 2022.

«Mi pare di ravvisare un certo panico alla notizia della chiusura dei rubinetti del gas. Scribacchini ed esperti del regime cercano di pararsi le natiche rassicurandoci che fra due o tre inverni avremo il gas del Mozambico. Ma le facce e i toni tradiscono disperazione» (Alfio Krancic).

«Siamo pieni di rifiuti e dipendiamo dall’estero per l’energia. Dovremmo utilizzare i primi per procurarci la seconda, come succede altrove. Ma negli ultimi lustri anziché investire in questo abbiamo gettato miliardi di euro nell’accoglienza non di profughi ma di clandestini.
Siamo un Paese senza futuro, e lo dico con profondo rammarico essendo una “patriota”, cosa che oggi risulta essere un insulto, un difetto, una vergogna. Amo l’Italia. Che dolore vederla umiliata, svenduta, distrutta da masse di incompetenti interessati solo al proprio avvenire.
Tale sistema oltretutto ha determinato una serie di problematiche sociali e di ordine pubblico che cominciano a manifestarsi con maggiore evidenza ma che sono destinate ad esplodere un po’ più avanti. I danni del buonismo, ossia della finta bontà, sono gravissimi e irreparabili» (Azzurra Barbuto).

«Lo scenario a Palazzo Madama si preannuncia ancora più infuocato di quello visto ieri a Montecitorio. Al Senato, sembra che ci sia l’ala più radicale del M5S, quella che vuole strappare con il governo e far saltare il banco. Se quindi giovedì dovessimo assistere allo stesso film di ieri, con i 5 Stelle che escono dall’aula, Draghi salirebbe di nuovo al Colle per rassegnare le sue dimissioni. La situazione però è molto più grave di quello che vuole far credere l’organo di propaganda delle élite liberali in Italia, il Corriere. Una volta che la crisi si apre in via definitiva, il meccanismo di decomposizione dei partiti subirà una accelerazione impressionante. Dopo l’estate del 2022, la crisi dell’establishment italiano entrerà nella sua fase più acuta e profonda» (Cesare Sacchetti).

«Finnish Prime Minister, Sanna Marin, today at Ruisrock Festival. Name a cooler Prime Minister… I’ll wait [Il Primo Ministro finlandese, Sanna Marin, oggi al Ruisrock Festival. Nomina un Primo Ministro più figo… Aspetterò]» (Very Finnish Problems @VFinnishProbs – Twitter, 9 luglio 2022). «On her way to send 300 Kurds to Turkey’s prisons [Sta per mandare 300 Curdi nelle carceri della Turchia]» (Ignazio Ziano).

Il viaggio notturno in treno a Kiev il 16 giugno 2022 del Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Mario Drahi, il Presidente francese Emanuel Macron e il Cancelliere tedesco Olaf Scholz.

«Macron in questi giorni è travolto da uno scandalo. All’epoca del suo mandato da Ministro dell’Economia nel 2014, avrebbe chiuso degli accordi per favorire la multinazionale americana Uber, la stessa che vuole fagocitarsi il settore dei taxi italiani. Sono in molti ora a chiedere le dimissioni di Macron. È il terzo leader europeo che finisce nell’occhio del ciclone, dopo Johnson, già dimessosi, e Scholz, accusato di aver preso parte ad un festino nel quale si sarebbero distribuite le cosiddette “droghe dello stupro”. A questo punto, non ha nemmeno molta più importanza se tali manovre siano il risultato di macchinazioni delle élite europee oppure di ambienti sovranisti ad esse ostili. Il risultato finale è quello della disgregazione delle cosiddette democrazie liberali. La morte della democrazia liberale sarà la morte del potere che la finanza internazionale esercita sulle nazioni europee» (Cesare Sacchetti).

«Il Ministro degli Esteri britannico Liz Truss, che quanto a conoscenze di geografia dà la mano a Luigi Di Maio, ha affermato che, se eletta alla carica di primo ministro, assicurerà la sconfitta della Russia. 😂» (Laura Ru).

«Ormai in Italia è severamente vietato votare perché il popolo non conta nulla» (Vittorio Feltri).

La Turchia, l’Italia e il realismo
di Giuseppe Gagliano
Start Magazine, 10 luglio 2022

Numerosi sono i cantori dei supremi valori della democrazia liberale. Valori, questi, che tuttavia – almeno nel contesto della politica estera – vengono profondamente ridimensionati di fronte alla ragion di Stato. Per non dire vanificati. Ieri con l’Egitto [QUI]. Oggi con la Turchia [QUI].

Questa discrasia tra la realtà effettuale e i nostri ideali è pienamente giustificabile e comprensibile all’interno di una determinata cornice teorica quale quella del realismo ma diventa priva di legittimità e di giustificazione se si abbraccia un approccio di tipo liberale alla politica internazionale. Cosa ha indotto il nostro Paese a consolidare i propri legami con la Turchia dopo le dichiarazioni di Mario Draghi fatte lo scorso anno a proposito del Presidente Erdogan definito un dittatore? Vediamole in breve.

In primo luogo la necessità di contenere i flussi migratori proventi della Libia, sulla quale ormai la Turchia esercita una politica di influenza sempre più rilevante che ha in breve tempo marginalizzato quella italiana; in secondo luogo, grazie al gasdotto Tap l’Italia avrà sempre più bisogno della Turchia. E avrà sempre più bisogno della Turchia come delle nazioni africane e di quelle mediorientali perché l’Italia ha da molto tempo rinunciato ad avere una politica energetica autonoma.

Quanto alle sinergie strette tra Italia e Turchia nel settore degli armamenti queste non fanno altro che consolidare quelle che già esistono da molto tempo, come abbiamo avuto modo di indicare in un articolo precedente [QUI]. Se poi guardiamo alle scelte poste in essere dal Presidente turco sia in relazione al vertice di Madrid della NATO – dove è riuscito a ottenere, senza troppo clamore, che in cambio di un suo “sì”, in relazione all’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella NATO, la Finlandia e la Svezia promettessero di non prestare più sostegno ai leader curdi che Ankara considera “terroristi” -, sia a indurre gli USA a rivedere la loro decisione di non vendere i 40 caccia F16 il vero vincitore del vertice di Madrid è certamente il Presidente turco.

Forse sulla carta e sui preziosi volumi di diritto internazionale e di filosofia della politica i valori della democrazia sono sacri e puri – come l’amore narrato nei film hollywoodiani – ma nel contesto della realtà conflittuale, quale è quella della politica internazionale, questi valori vengono profondamente ridimensionati e relativizzati. Ecco che allora la realtà concreta nella quale viviamo assomiglia a una via di mezzo fra un dramma e una tragica farsa.

Commento all’articolo La Turchia, l’Italia e il realismo di Giuseppe Gagliano
di Giuseppe Germinario
Italia e il mondo, 12 luglio 2022


Articolo come sempre ben centrato nella sua consueta essenzialità. Il focus è incentrato su uno Stato, la Turchia e un capo di governo, Erdogan, destinati ad assumere, nella veste di una potenza di media grandezza, un ruolo di primo piano in un ampio, se non addirittura sovradimensionato, in assenza di supporto e placet da parte dei grandi, spazio che va dall’area turcomanna, ai Balcani, all’Europa Orientale, al vicino oriente, al Mediterraneo Centro-Orientale, all’Africa Sahariana e Sub-sahariana. Offre altresì uno spunto interessante sulle miserie domestiche per caratterizzare ulteriormente, a seconda dei casi, la postura rispettivamente di plenipotenziario, di luogotenente e di cerbero di Mario Draghi, sotto le mentite spoglie di Capo di Governo. Non so se avete notato l’apparente discrasia tra l’annuncio trionfalistico e denso di aspettative per il prestigio del Paese che ha accompagnato l’investitura a Presidente del Consiglio di Mario Draghi e il tono dimesso che ha accompagnato le particolari e specifiche prestazioni del nostro nell’agone internazionale. Un po’ c’entra la goffaggine con la quale il nostro si è avventurato nelle sue scorribande, specie esterne e prospicienti al suo territorio di elezione e di cultura, l’Europa; una sorta di ripetitore automatico, spesso gracchiante ed approssimativo. Tantissimo c’entra il merito della sua missione e la natura dell’esercizio delle sue funzioni.

Mario Draghi, ammantato dell’aura di supertecnocrate, è stato invocato per sistemare la farraginosa macchina amministrativa quel tanto che bastasse per avviare e mettere in atto il PNRR. Al di là delle aspettative illusorie affidate al piano e al netto dei suoi aspetti compromettenti e vincolanti, il nostro sta deludendo nell’ambito riformatore, sta ampiamente conseguendo altresì l’obbiettivo di vincolare ulteriormente le future politiche economiche e, conseguentemente, le dinamiche geopolitiche del nostro paese al carro NATO-UE ormai sempre più simbiotico. La missione ormai nemmeno tanto più occulta ed imprescindibile è un’altra: condurre con mano i Paesi europei dell’area mediterranea all’interno delle spericolate strategie dell’attuale leadership americana. Con poco sforzo Spagna, Portogallo e Grecia hanno seguito il buon pastore in ordine ed allineati. Vigilare sui comportamenti di Macron in Francia e Scholz in Germania. I due conoscono sin troppo bene la propensione gregaria e la fonte primaria della sua affiliazione. È evidente lo scarso gradimento riguardo alla sua ossessiva presenza; hanno il serio problema, a prescindere dalla loro indole e propensione politica, di dover fronteggiare i forti impulsi di autonomia presenti all’interno dei rispettivi Paesi. Che sia questa la funzione essenziale da svolgere lo si deduce dalla irrilevanza dei risultati ottenuti in ambito UE da Mario Draghi in materia di calmieramento e compensazione dei danni seguiti alla pedissequa attuazione delle sanzioni nominalmente ai danni della Russia. L’aspetto più pernicioso, che rivela per altro definitivamente lo spessore umano della persona e dell’uomo di governo, si è manifestato nella postura assunta di recente nei confronti della Turchia. A fronte di qualche risultato raggiunto nel campo degli scambi commerciali e delle commesse industriali, in settori nei quali per altro l’Italia ha mantenuto parzialmente la capacità produttiva ma perso significativamente il controllo strategico, risalta l’accettazione acritica della superiore postura strategica assunta dalla Turchia in aree di interesse vitale dell’Italia, a cominciare dal controllo degli hub energetici del Mediterraneo Orientale per finire con la gestione della crisi libica. Il tutto ovviamente in linea con l’accettazione pedissequa dei nuovi orientamenti statunitensi nei confronti della Turchia, ma particolarmente onerosi per il nostro Paese. Dal punto di vista simbolico la irridente anticamera imposta a Draghi e a mezzo governo italiano in attesa del vertice è stata una significativa illustrazione della reale condizione geopolitica del nostro Paese della quale il nostro luogotenente non fa che prendere atto e perseguire, perfezionandola.

Questo commento non è una gratuita e sterile manifestazione di livore nei confronti di un personaggio tanto estraneo quanto influente nell’agone politico italiano. Vuole stigmatizzare la tragica e grave condizione nella quale sta trascinando il Paese grazie alla sua pedissequa e solerte esecuzione dei dictat statunitensi. Non è demerito suo esclusivo. Ad esso contribuiscono la grettezza della quasi totalità della nostra classe dirigente e, con la parziale eccezione di parte degli ambienti vaticani, la condizione inebetita dell’intero ceto politico. Quest’ultima è ancora una volta patrimonio comune delle compagini che sostengono il governo e della forza di opposizione: la prima a partire dalla veste assunta dal Partito Democratico, il quale per esplicita ed ostentata ammissione, ha scelto una postura “discreta” e riservata proprio per non ostacolare il cammino di Draghi; la seconda, Fratelli d’Italia, assumendo una posizione ostentatamente più realista del re tale da farla apparire pienamente corresponsabile dei prossimi disastri annunciati.

Sulla base degli antefatti, molto probabilmente Mario Draghi riuscirà a sgattaiolare senza particolari danni in tempo utile per sfuggire al prossimo redde rationem; addirittura con qualche benemerenza e lascito aggiuntivo. Il cerino acceso rimarrà in mano ai suoi improbabili epigoni. In quel momento, ormai prossimo, il Paese dovrà seguire necessariamente una delle due vie obbligate: una opzione autonoma ed indipendente, dai costi comunque pesanti, tale da tirarsi fuori dalla trappola costruita dall’avventurismo disperato dell’attuale leadership statunitense; la continuità nelle attuali per così dire “scelte” che avranno per epilogo l’individuazione definitiva nella Russia del capro espiatorio responsabile del disastro autolesionistico economico-sociale prossimo a venire e relativo corollario di una politica apertamente bellicista, del tutto autolesionistica per l’intero continente europeo. Il compimento tragico di un percorso avviato con la Prima Guerra Mondiale e proseguito con la Seconda. Un Paese come l’Italia, il quale quattro anni fa, ha ostentatamente rifiutato di giocare nel Mediterraneo le carte che le sono state offerte, non merita alcuna considerazione, almeno sino a quando non vorrà liberarsi delle proprie nullità al comando.

Mario Draghi al Prado durante il vertice di Madrid della NATO.

A che servono NATO e UE se uccidono l’economia e portano la guerra in casa?
di Gen. D.g.(ris.) Piero Laporta
Stilum Curiae, 12 luglio 2022


All’inizio della primavera, quando le tramontane si fanno più robuste, un attacco nucleare sull’Ucraina, sul Donbass e sulla Russia occidentale sarà vantaggioso per troppi farabutti. Le polveri radioattive andrebbero verso il Mediterraneo e anche verso l’Italia. Il popolo con le mascherine, già domato dalle esercitazioni Covid, risponderà con disciplina e forza d’animo all’imperativo categorico: mascherati, resilienti e obbedienti. Sarà davvero così? Il futuro, si sa, è nelle mani di Dio, sebbene troppi vorrebbero sostituirlo.

BoJo, per esempio, convinto d’essere indispensabile, ha capito troppo tardi che Betty darebbe fuoco pure ai nipoti per tenersi il trono. Si divorano fra di loro, questo è l’aspetto positivo.

Che la prima bomba N sia russa o statunitense poco importerà. L’attacco nucleare inasprisce la guerra: cioè quanto desidera – è evidente fin dal giorno dell’invasione russa – una quantità di criminali, a cominciare da Ebrei, Cristiani e Mussulmani apostati delle rispettive fedi, sparpagliati negli opposti fronti. Finché c’è guerra c’è speranza a casa dell’ineffabile Charles Schwab, della sciura Ursula von der Leyen, di Vladimir Putin e del geniale Joseph Robinette Biden, inteso Manomorta e del suo amico Erdogan.

Una bomba nucleare, ovunque e da chiunque sganciata, all’Italia regalerebbe un rinvio sine die delle elezioni politiche. Possiamo immaginare la disperazione di Quirinale, Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama. Come dubitarne? Dopo tutto sono persone affidabili, sincere e oneste.

Il Parlamento? Tale Graziano Claudio, già Capo di stato maggiore della Difesa, certifica quanto il Parlamento davvero conti. Egli racconta come Berlusconi e Napolitano assassinarono gli interessi italiani in Libia. A teatro, sembra incredibile, ma andò proprio così, a teatro, il 17 marzo 2011, prima del Nabucco, direttore Riccardo Muti, nel teatro dell’Opera, Va’ Pensiero sull’Ali Dorate e hanno ucciso l’Italia: «Nel primo intervallo, appena appresa la notizia della Risoluzione dell’Onu, viene organizzata una sorta di riunione di governo in una sala riservata del teatro» Nel camerino del capocomico? Il Graziano non lo dice: «In quella sede viene espresso un parere favorevole per un pieno impegno italiano al fianco degli alleati per porre fine alle violenze contro i civili perpetrate da Gheddafi. Terminato il Nabucco, ci riuniamo di nuovo in una saletta del teatro, questa volta alla presenza del Presidente Napolitano. Il Ministro degli Esteri Frattini si collega telefonicamente».

Ed ecco i due gabellatisi poi quali vittime d’un “colpo di Stato”: «I ministri presenti (ndr tra cui il Premier Berlusconi e quello della Difesa La Russa) contribuiscono per la loro parte di responsabilità. Quando usciamo dal Teatro dell’Opera, è stato dunque concordato che l’Italia interverrà militarmente in Libia».

Il Parlamento? Ai Presidenti delle Camere, chessò una telefonatina, solo per dire: «Ciao! Come stai?… Noi andiamo in guerra, hai presente “Faccetta nera dell’Abissina”?!? Ecco, la chiamiamo come al solito missione di pace, che te ne pare?».

Gianfranco Fini avrebbe ricevuto la telefonata a Montecarlo, sorseggiando un doppio whiskey senza ghiaccio. Saputo quanto avvenuto nel camerino del capocomico del Teatro dell’Opera, che cosa fa il Fini Gianfranco? S’addormenta oppure chiama lo Schifani Renato, Presidente del Senato: «Che facciamo? Convochiamo d’urgenza il Parlamento (sovrano), magari in seduta congiunta, per decidere lo stato di guerra, come prevede la Costituzione e lasciar decidere al Parlamento (sovrano) se dobbiamo farci derubare dei nostri interessi in Libia?».

Lo Schifani, sonnecchiante di suo, non ha capito nulla. Costituzione? Interessi nazionali? Parlamento sovrano? Quel Fini è il solito esagitato, e riprese a guardare “C’è Posta Per Te”, sorseggiando la tisana al finocchio, absit

Andammo in guerra contro i nostri interessi nazionali, andammo in guerra mettendo in ginocchio il Parlamento (sovrano) grazie a inetti e traditori tuttora processabili, per reati gravissimi e imprescrittibili, commessi in associazione a favore di potenze ostili. Andammo in guerra a fianco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna per pagare a usura l’energia di cui necessita la nostra industria. Migliaia di imprenditori suicidatisi, famiglie sul lastrico, lavoratori disoccupati e la Libia in un caos ingovernabile, coi pozzi derubati da Francia, Gran Bretagna e Turchia. Il ministro dell’Inferno dei profughi, è italiano. Ieri il Maroni e il Salvini, oggi Lamorgese. Fu deciso in un teatro.

Anche la guerra in corso è una guerra petrolifera, come tutte le precedenti, anzi un po’ di più, con reciproci vantaggi fra le fila degli opposti governi combattenti. Anche questa è una guerra finta coi morti veri, come quella del 6 ottobre 1973, quando ebrei e cristiani apostati, venduti ai petrolieri, s’accordarono con mussulmani della stessa risma e finsero di non aver visto, al di là della linea di contatto sul Sinai, ben due divisioni corazzate, 2.220 carri armati e 1200 artiglierie semoventi. A tanti mezzi occorre un’area come i litorali da Rimini a Riccione per schierarsi. I satelliti non li videro.

Un carro armato del 1973 faceva più fracasso di trenta automobili a tutta manetta. Lì c’erano 2.220 + 1.200 = 3.400 rumorosissimi mezzi. Non li sentirono.

Ognuno di quei mezzi esigeva – a essere tirchi – non meno di 500 litri, cioè 1milione e 600mila litri di carburante, pari a 8mila fusti da 200 litri, ammucchiati a ridosso della prima linea. Non li hanno visti.

Puoi spalmare come vuoi nel deserto tutti quei mezzi e quei fusti di gasolio, li si vede eccome, anche coi satelliti del 1973. Non videro i mezzi, non videro i magazzini, non sentirono il fracasso di 3.400 mezzi di combattimento più altrettanti logistici.

Tre giorni prima della guerra finta coi morti veri, Enrico Berlinguer a Sofia subì un attentato. Non disse nulla e sulla guerra fu categorico: «Vogliamo la Pace». Aldo Moro non volle la NATO, in quanto tale, nella guerra di Ebrei, Cristiani e Mussulmani apostati.

La guerra cominciò. Il 6 ottobre 1973 la benzina costava 100 lire a litro, dopo una settimana costò 500. La guerra finì nel bel mezzo d’una cosiddetta controffensiva, una pagliacciata mediatica ante litteram. Secondo giornali, tivvù e strateghi da bar dello sport, il generale Ariel Sharon, il 16 ottobre 1973, dieci giorni dopo che l’esercito egiziano “aveva colto di sorpresa gli israeliani”, attraversò il Canale di Suez e portò i suoi carri armati sulla sponda opposta, attraverso uno stretto varco nel fronte egiziano. Ma guarda che genio della guerra.

Secondo giornali, tivvù e strateghi da bar dello sport, nel giro di sei giorni, quest’azione costrinse il Presidente egiziano Anwar Sadat a chiedere un immediato e incondizionato cessate il fuoco perché non aveva più forze sufficienti neppure per difendere la strada per il Cairo.

Una macabra buffonata. Lo “stratega”, genio della guerra Sharon dette misura di sé a Sabra e Chatila, altro capolavoro di apostati Ebrei, Mussulmani e Cristiani.

Quel 16 ottobre 1973 lo scopo fu conseguito: il carburante alle stelle, consacrando dollaro e sterlina monete di scambio per il greggio. Bretton Woods definitivamente agli atti. E arrivò l’Austerity: la prima parola inglese per una supposta fiscale italiana.

Oggi è una schifezza analoga, su scala più grande, ma non si sono ancora messi d’accordo su quale sarà la moneta di riferimento finale. Una bomba nucleare o due o trenta aiuterebbero a decidere. Troveranno un teatro dove stabilire chi fa che cosa.

I nostri capataz sono/sembrano pacifisti. Ne hanno ben donde. La NATO non combatte, ormai è chiaro anche nei lupanari di Timbuctu, dove si sganasciano per le montagne di denaro nostro agli ucranazi e per le fantasie crociato-onanistiche sulla difesa europea dello stesso Graziano del teatro dell’Opera. Stoltenberg tutt’al più può vende/regala armi, pagate dai soci atlantici, per la felicità delle industrie statunitensi, inglesi, canadesi e australiane. Suvvia qualche briciola anche per noi rimane.

Se però il conflitto s’inasprisse, arrivando fino in casa nostra, scopriremmo due cose. La prima. Se combattessimo contro la Russia, come Mussolini a luglio 1941, mutatis mutandis il nostro esercito è oggi in condizioni di gran lunga peggiori e non ha generali con gli attributi necessari, se non per figurare in un camerino di teatro. La seconda. Se scendiamo direttamente in guerra, più d’uno si domanderà a che cosa servono la Repubblica, la NATO e la UE se uccidono l’economia, massacrano industria e lavoro, diffondono malattie e infine ci portano la guerra in casa. In quel momento rinfocolerebbe il ricordo di piazzale Loreto. Eppure alimentano la guerra, come i loro padroni esigono. Però vogliono la pace, presumendo basti sculettare da fighette poliglotte per ottenerla.

George Bernard Shaw in questi giorni direbbe: «Per fare politica non è necessario essere stupidi, però aiuta». Egli lo disse del golf, ma i farabutti al potere sono idioti e ci portano a morire. Ci sarà pure un motivo se, fra tragedia e farsa, più d’uno rivaluta Lenin, Stalin e Mao Tse Tung. Cristo Vince, Egli, non altri.

Foto di copertina: Ragione di stato, allegoria dall’edizione del 1603 del libro Iconologia del Cavaliere Cesare Ripa Perugino. Il libro è pubblicato per la prima volta a Roma nel 1593. Dall’edizione del 1603 il testo diventa illustrato e le illustrazioni progressivamente aumentano anche nelle cinque edizioni curate da Ripa, che morì il 22 gennaio 1622, l’ultima delle quali è quella edita da Pietro Paolo Tozzi nel 1625. Alla fine costituiscono un corpus di 447 allegorie.

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