Il programma di Aurelio Porfiri su «Ritorno a Itaca» del 12 maggio 2022. Non cose nuove, ma in forma nuova

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Di seguito anticipiamo il prossimo programma di «Ritorno a Itaca» curato dal Maestro Aurelio Porfiri [*], previsto per giovedì 12 maggio 2022 (in italiano), con la presentazione, preceduta dal relativo volantino.

Il programma viene trasmesso in live streaming su numerosi canali, tra cui il canale YouTube RITORNO A ITACA [QUI], sull’account Twitter [QUI] e sulla Facebook fanpage [QUI] di Aurelio Porfiri.

The program is being live streamed on numerous social media channels, including the YouTube channel RITORNO A ITACA [QUI] and on Aurelio Porfiri’s Twitter account [QUI] and Facebook fanpage [QUI].

Non nova, sed noviter. I quattro pilastri della tradizione
Giovedì 12 maggio 2022, ore 18.00


Il nuovo libro di Aurelio Porfiri Non nova, sed noviter: I quattro pilastri della tradizione (2022, 53 pagine), con la prefazione di Lorenzo Maria Pacini, ripropone il tema del fondamento della Tradizione, di quali sono gli elementi che garantiscono una Tradizione e come essa debba essere considerata.

Certamente viviamo in un tempo in cui uno stile di vita e di pensiero anti tradizionale predomina, ed è per questo che i guerrieri della tradizione dovrebbero sguainare le spade e non rinchiudersi nei propri rifugi, a volte troppo comodi. Lo stile tradizionale ci riporta a quello che veramente siamo, ci ricentra sulla nostra identità per farci gustare il vero sapore della vita, che vogliamo pensare non essere soltanto nel permettere a quell’ammasso di cellule che anche siamo di sfangarla giorno dopo giorno. Ma allora dobbiamo riflettere su quelli che sono i fondamenti della tradizione, quelli che questo libro definisce i “quattro pilastri della tradizione“.

Naturalmente esistono molti approcci alla Tradizione e nell’incontro di giovedì 12 maggio 2022 alle ore 18.00 se ne parlerà, prendendo spunto dal libro di Aurelio Porfiri e poi approfondendola sotto diverse sfumature. Interverranno: Aurelio Porfiri (Introduzione), Lorenzo Maria Pacini (Essere Tradizione, vivere la Tradizione), Marco Toti (Autorità e tradizione), Andrea Scarabelli (Fenomenologia della temporalità tradizionale: cerchio e sfera), Valentina Ferranti (Tradizione e contemporaneità) e Giovanni Sessa (Tradizione come origine).

Non nova, sed noviter
Non cose nuove, ma in forma nuova

«Del resto, dai nostri che si sono dedicati al comune vantaggio della causa cattolica, ben altro richiede oggidì la Chiesa che il persistere troppo a lungo in questioni da cui non si trae nessun utile: richiede invece che si sforzino a tutto potere di conservare integra la Fede ed incolume da ogni alito d’errore, seguendo specialmente le orme di colui che Cristo costituì custode ed interprete della verità. Vi sono oggi pure, e non sono scarsi, coloro i quali, come dice l’Apostolo: “Stimolati nell’orecchio, e non. sostenuti da una sana dottrina, ammucchiano le parole dei maestri secondo i propri desideri e dalle verità si sviano e si lasciano convertire dalle parole” (II Tim. IV, 3, 4). Infatti tronfi ed imbaldanziti per il grande concetto che hanno dell’umano pensiero, il quale in verità ha raggiunto, la Dio mercè, incredibili progressi nello studio della natura, alcuni, confidando nel proprio giudizio in spregio dell’autorità della Chiesa, giunsero a tal punto di temerità che non esitarono a voler misurare colla loro intelligenza perfino le profondità dei divini misteri e tutte le verità rivelate, e a volerle adattare al gusto dei nostri tempi. Sorsero di conseguenza i mostruosi errori del Modernismo, che il Nostro Predecessore giustamente dichiarò “sintesi di tutte le eresie” condannandolo solennemente. Tale condanna, o Venerabili Fratelli, noi qui rinnoviamo in tutta la sua estensione; e poiché un così pestifero contagio non e stato ancora del tutto sradicato, ma, sebbene latente, serpeggia tuttora qua e là, Noi esortiamo che guardisi ognuno con cura dal pericolo di contagio; che ben potrebbe ripetersi di tale peste ciò che di altra cosa disse Giobbe: “È fuoco che divora. fino alla perdizione e che sradica tutti i germi” (Job. XXXI, 12). Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei Modernisti, ma anche dalle tendenze dei medesimi, e dal cosiddetto spirito modernistico; dal quale chi rimane infetto, subito respinge con nausea tutto ciò che sappia di antico, e si fa avido e cercatore di novità in ogni singola cosa, nel modo di parlare delle cose divine, nella celebrazione del sacro culto, nelle istituzioni cattoliche e perfino nell’esercizio privato della pietà. Vogliamo dunque che rimanga intatta la nota antica legge: “Nulla si rinnova, se non ciò che è stato, tramandato”; la quale legge, mentre da una parte deve inviolabilmente osservarsi nelle cose di Fede, deve dall’altra servire di norma anche in tutto ciò che va soggetto a mutamento; benché anche in questo valga generalmente la regola: “Non nova, sed noviter”» (Ad beatissimi Apostolorum, la prima enciclica di Papa Benedetto XV del 1º novembre 1914, nella quale il nuovo Pontefice delinea il suo programma di governo della Chiesa, basato sui principi della carità e della giustizia cristiana, ed invita tutti a fare ogni sforzo perché la carità di Cristo torni a dominare fra gli uomini. Il richiamo al Buon Pastore e al mandato di pascere il gregge del Signore viene assunto a fondamento di tutta l’azione del successore di Pietro con una rilevante novità: quel gregge non è identificato soltanto nella Chiesa, ma in tutta l’umanità, per cui il Papa è ripetutamente definito padre di tutti gli uomini e la sua missione vista in prospettiva universalistica. Benedetto XV riconosce in tale enciclica il processo di secolarizzazione come causa della Primo Guerra Mondiale scoppiato pochi mesi prima. La guerra è, in tal senso, voluta o perlomeno permessa da Dio per punire gli uomini. Vi è inoltre un’ulteriore condanna dell’eresia modernista e di altre dottrine giudicate erronee da precedenti papi).

«Non nova sed noviter (non cose nuove, ma in forma nuova) era il motto di Pio XII e il noviter, la modernità della forma, era assai evidente e marcata: essa non consisteva solamente nello svecchiamento del linguaggio, ma piuttosto nell’adeguamento del messaggio cristiano ai problemi nuovi del matrimonio, della famiglia, della società, della guerra, della pace, dell’educazione, della moda, del cinema, dello sport, della contraccezione e di tanti altri aspetti della vita moderna. Dai suoi contemporanei Pio XII non fu ritenuto un conservatore, ma un uomo dotato di una mentalità aperta, aggiornata, moderna. Tale lo giudicarono scienziati e artisti, letterati e filosofi, uomini politici e religiosi, Essi non si sentirono respinti da Papa Pacelli: anzi trovarono in lui una parola di tale comprensione, quale non avevano mai udito dalla voce di un Pontefice. Di fronte agli uomini di cultura Pio XII “si proponeva due scopi: uno apologetico l’altro pastorale. Egli voleva dimostrare che la Chiesa non disdegna il progresso delle scienze umane, se il Papa stesso amava tenersi al corrente delle ultime conclusioni scientifiche, Queste infatti, quando siano esatte e sicure, non solo non contrastano con la fede cattolica, ma anzi da essa ricevono luce e conferma. Il secondo scopo, il più importante, era pastorale. Il Papa faceva brillare dinanzi alle menti degli ascoltatori ammirati l’armonia tra la scienza e la dottrina cattolica per poi dedurne, con abile arte oratoria, gli obblighi religiosi e morali, che a ogni categoria di studiosi derivano dalla loro stessa professione, cristianamente intesa. Sicché quelle rievocazioni ed esposizioni di indole culturale e scientifica – spesso ridotte a pochi accenni – erano come la pista di lancio per il volo verso le altezze soprannaturali del ministero apostolico” (Tardini).
Qui sta l’essenza del Magistero teologico di Pio XII: per un verso non sacrificare nulla di quei valori e di quelle realtà terrestri di cui il mondo va oggi giustamente orgoglioso e, per altro, assicurare loro un fondamento cristiano. Questa dottrina, che egli aveva presentato centinaia di volte in discorsi, radiomessaggi ed encicliche, volle anche lasciare in eredità ai posteri. Pochi giorni prima di morire, rivolgendosi ai partecipanti al Congresso Internazionale di Filosofia di Venezia, il Papa diceva: “I tentativi più geniali per fondare una comunità umana fraterna riusciranno vani fintanto che l’uomo non l’affiderà con docilità filiale alla Provvidenza del Padre che lo crea e l’adotta nel Figlio”» (Battista Mondin, Storia della Teologia, Volume 4 – Epoca contemporanea, Edizioni Studio Domenicano 1997).

«(…) la verità della fede, nella sua autentica e autorevole espressione, non muta col tempo, non si logora lungo la storia; potrà ammettere, anzi esigere, una sua vitalità pedagogica e pastorale di linguaggio, e descriverne così una linea di sviluppo, purché, secondo la notissima sentenza tradizionale di San Vincenzo de Lérins (isoletta di fronte a Cannes, nella Gallia meridionale), monaco del V secolo, il quale nella sua breve, ma celebre opera, il «Commonitorium», difese la tradizione dottrinale della Chiesa secondo la formula: quod ubique, quod semper, quod ab omnibus («ciò che dappertutto, ciò che sempre, ciò che da tutti») è stato creduto deve ritenersi come facente parte del deposito della fede. Niente di libera invenzione, niente di modernista, niente che dia alla fede un’interpretazione estranea a quella del magistero della Chiesa. Questa fissità dogmatica difende il patrimonio autentico della rivelazione, cioè della religione cattolica. Il «credo» non muta, non invecchia, non si dissolve (Cfr. DENZ-SCHÖN., 3020).
(…) se la fede è verità, essa può essere pensata (Cfr. Luc. 2, 19 et 51) ed avere uno sviluppo intrinseco e coerente, che, come lo scriba dotto del Vangelo, con autorità paterna, «trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matth. 13, 52). Cioè la dottrina rivelata, fissa nel suo inequivocabile contenuto, può avere qualche esplicazione, che solo chi ha da Cristo autorità di magistero, può autenticare. È la tesi del Newman: da una stessa verità può essere dedotta una qualche conclusione, che renda esplicita una dottrina già implicita nel tesoro della fede (Cfr. NEWMAN, An essay on the development of christian dottrine, scritto prima della sua conversione e poi da lui ritoccato senza alterarne la tesi centrale). È questa la missione della Chiesa docente, quella di difendere la dottrina rivelata, di rispondere alle difficoltà e agli errori, che la storia solleva nei riguardi della fede, e di scoprire nel suo tesoro verità nascoste, che, nel processo della sua spirituale esperienza e nella casistica dei tempi reclamano una testimonianza nuova. Qui la discussione della Chiesa con espressioni dubbie ed errate del pensiero moderno ha avuto espressioni molto chiare e vigorose, che se hanno messo un argine alla dottrina cattolica (Cfr. DENZ.- SCHÖN., 3475-3500) non l’hanno resa inabile a parlare della verità cristiana; anzi l’hanno stimolata: non nova sed noviter. (…)» (San Paolo VI, catechesi sul tema La missione della Chiesa docente: difendere la dottrina rivelata, Udienza Generale di mercoledì 29 settembre 1976).

[*] Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, organista, formatore, autore ed editore.
Fellow del Trinity College di Londra in composizione musicale. Già Organista Sostituto nella Basilica di San Pietro, oltre a molte chiese notevoli a Roma. Ha insegnato e diretto musica sacra a Macao e Shanghai in Cina. Riconosciuto da The Cambridge Companion to Choral Music come uno dei tre compositori religiosi italiani del XX e XXI secolo “la cui musica corale mostra chiaramente l’influenza delle tradizioni nazionali”.
Ha pubblicato oltre 30 libri e 600 articoli, registrato oltre 10 CD e ha oltre 100 composizioni musicali stampate da editori in Cina, Francia, Germania, Italia e USA. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico e membro di giuria per concorsi corali in Cina, Italia, Thailandia e USA. Ha diretto cori in Italia e in Cina (a Macao e a Shanghai).
Fondatore e Direttore artistico di Choralife (editore di spartiti e CD) e di Chorabooks (editore di libri ed ebook). Creatore e Capo redattore di Altare Dei, rivista dedicata alla Liturgia, alla Musica Sacra e alla Cultura Cattolica.
Il giorno di Natale, 25 dicembre 2021 ha iniziato Traditio, il luogo dove trovare articoli e podcast sulla tradizione; non soltanto la tradizione e il tradizionalismo convenzionale, ma tutto quello che si muove «dentro e fuori l’orizzonte visibile della Chiesa» (Jean Madiran).
Prosegue le sue ricerche nella composizione musicale, soprattutto nel mondo delle scale modali e nella tradizione romana della musica sacra, di cui è erede e seguace.
Newsletter sulla tradizione (Traditio) in italiano
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