Il 50° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Kenya. ὅλον τὸν βίον αὐτῆς. Benedict la pazza e tre magnifici gemellini

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Il 1° marzo scorso abbiamo dato notizia [QUI] dell’inizio del 50° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Kenya, con il Report 50/1 di Mons. Luigi (Don Gigi) Ginami. Oggi proseguiamo con il reportage di Mercoledì delle Ceneri, 3 marzo 2022, con il Report 50/2 Benedict la pazza e tre magnifici gemellini. La parola a Don Gigi (come ha chiesto abbiamo fatto solo un editing leggero).

Sono passato dai -2°C di Bergamo ai +35°C dell’Africa. Questa notte un caldo incredibile mi ha travolto al posto della ghiacciata stanza di Bergamo dove dormivo con tre coperte e due piumini! Almeno il fastidio dei piedi ghiacciati per tutto l’inverno si è sostituito dall’abbondante sudore e il braccio sinistro scottato dal sole perché appoggiato per 4 ore sulla jeep. Nel cuore le parole del Cardinale Pietro Parolin, che mi ha inviato un SMS di risposta al mio saluto in partenza: «Grazie, caro Don Gigi, e buon viaggio. Ti accompagno con la mia preghiera. Insieme supplichiamo il Signore per la pace».

Qui la povera gente del villaggio di Msabaha (vicino a Malindi, a 420 km da Nairobi) neppure sa cosa sia la Russia e l’Ucraina. Durante la Messa per l’imposizione delle ceneri faccio una preghiera dei fedeli per la pace tra questi due Paesi e prego perché Dio tocchi il cuore malvagio di Putin e lo trasformi in bene: Dio può tutto! Decido di offrire le privazioni del viaggio per l’Ucraina.

Dalla strada statale vedo da lontano il nuovo muro che si sta ultimando. Complessivamente sono 150 metri che devono proteggere la missione e i bambini da bande di delinquenti; mettono in sicurezza durante la notte i missionari e le suore del dispensario. È un’opera semplice ma di fondamentale importanza, negli anni scorsi alcuni piccolini sono scomparsi, altri sono stati aggrediti.

La scuola della missione ha oggi più di 250 bambini. La gente è contenta e vuole farci un bellissimo regalo: stanno costruendo un logo di Fondazione Santina lungo 8 metri ed alto 3 metri. Lo stanno dipingendo ora. In effetti, dalla statale si vede molto bene quel logo e devo dire che tra tutte le opere che abbiamo costruito questo logo sarà il più grande. Nel pomeriggio intraprendo il lungo viaggio per Bura Tana e per Garissa. Tornerò a Msabaha sabato sera, 5 marzo e mi dicono che il logo sarà pronto allora.

Arrivo alla missione in una data singolare: l’inizio della quaresima e l’imposizione delle ceneri del mercoledì di digiuno e penitenza per l’Ucraina. Sono le cinque di sera, ma il caldo è fortissimo. Ci prepariamo alla Celebrazione Eucaristica e la chiesa si riempie lentamente, vi sono più di cento persone. I canti sono meravigliosi e i tempi sono… tutti africani: ben due ore e quindici minuti di Messa.

Nella chiesa piena noto con curiosità tre neonati in braccio alle loro mamme, in punti diversi della chiesa. Si notano bene perché a turno piangono e fanno vedere la loro presenza. Sono piccolissimi e bellissimi, forse hanno 15 giorni, ma non più di 20 giorni. Guardo bene e vedo che uno dei piccoli è di Dorothy, la donna sieropositiva alla quale abbiamo costruito la nuova capanna. Nel cuore dico: questa sciagurata, senza un soldo e con l’Aids come si permette una nuova gravidanza? Ma in Africa succede proprio così.

Mi concentro sulla Celebrazione. Nel 2016 a Garissa avevo celebrato l’inizio della Quaresima con il Vescovo Joe. Quest’anno in un altro villaggio povero del Kenya. Che bello e che forza celebrare qui in penitenza la quaresima, vivendo il digiuno di questo santo giorno penitenziale in condivisione con coloro che non hanno da mangiare, ma riempiono la chiesa per ricevere la sacra cenere!

Padre Lukas dopo l’omelia fa un impasto con acqua santa e cenere dei rami di oliva del giorno delle Palme dello scorso anno, debitamente conservate per il Mercoledì delle Ceneri. Quando l’impasto di cenere e polvere è pronto, formula la benedizione e poi lentamente mi spalma l’impasto sulla fronte tracciando un grande segno della croce e dicendo le sante parole: “Convertiti e credo al Vangelo!”. Il segno della croce rimane così ben visibile sulla fronte e si esce dalla chiesa con questo tatuaggio sulla testa. In Italia siamo abituati a un pizzico di polvere in testa, non ad un evidente segno di croce che tutti possono vedere. Vi devo confessare che a me piace questo enorme segno di croce sulla fronte, che per un intero giorno dice che sono Cristiano. E qui essere Cristiani non è facile. A Garissa, per questo motivo, il 2 aprile 2015 hanno ucciso 148 ragazzi.

Mi interrogo sulla mia identità Cristiana, a volte detta in modo pauroso ed invece la semplicità e l’orgoglio con il quale dei semplici e nascosti cristiani esibiscono coerentemente la loro fede. Camminando per il villaggio la sera vi dico che qualche viso cupo e qualche diffidenza lo ha provocato il mio enorme segno di croce in fronte. Ma mi sono detto, in chiesa eravamo un centinaio di persone e nessuno di loro prova il mio imbarazzo, l’imbarazzo di essere Cristiani. Chiedo perdono a Dio e chiedo a Gesù scusa di non gettare in lui le mie preoccupazioni stupide, come quella di girare con un bel segno di croce in fronte.

Incontro un amico italiano, Maurizio, che non è molto credente e lui mi dice: «Certo che sei proprio strano, girare con questo segno della croce in fronte. Già la tua pelle dice che sei Cristiano, se poi in fronte ti metti la croce, sembra dire: sparatemi in fronte!». Scoppia a ridere e la sua risata mi intimorisce, sto per cancellare dalla fronte il segno della croce per la paura ma interviene Lei, Benedict, o meglio il ricordo di questa vecchia nella celebrazione delle ceneri e la mia mano destra si blocca con in mano il fazzolettino di carta pulito. Gli occhi mi si riempiono di lacrime e rimetto lentamente il fazzoletto in tasca. Maurizio se ne accorge, soffoca la risata in bocca e mi dice: non volevo offenderti Gigi. Lo sai che vivo in Africa solo per lavoro, non per motivi umanitari e non sono credente, scusami! Lo guardo negli occhi e dalla tasca estraggo invece una bustina marrone, la apro e mostro a lui un biglietto di 200 scellini. Sai perché mi sono fermato? Non è a motivo tuo, ma a motivo di Benedict, me li ha dati lei!

Maurizio mi chiede chi è Benedict? Benedict è una vecchia di Msabaha che versa in una povertà nera, la sua capanna non ha né luce né sicurezza, dovrebbe essere rifatta in alcuni punti. È vecchia e svolge lavori saltuari, molte volte non giunge a fine mese e che ogni giorno digiuna non è perché è il Mercoledì delle Ceneri, ma perché ha fame. Prega molto, molto, molto e da molti è ritenuta pazza! Io invece non so se sia pazza o santa. Molte volte la pazzia è santità. San Francesco di Assisi che lascia tutto e si mette nudo davanti al vescovo ed alla folla? Maurizio mi chiede: «Questi soldi te li ha dati la vecchia?». Con il capo faccio cenno di sì. Lui mentalmente fa un conto e mi dice freddo e con l’autorità di chi maneggia denaro: «200 scellini in euro sono circa 1,60 centesimi. Ma questa donna devi pensare che vive più o meno con 8 euro al mese! Ti ha dato tantissimo davvero o è folle od è una santa! È la quarta parte del costo della sua vita mensile: prova chiedere ad un Italiano di darti la quarta parte del suo stipendio mensile, ti manda a quel paese! Ma non solo questi soldi sono tanti, tantissimi per lei, ma la cosa pazzesca è un’altra – Maurizio si accalora -. Mai ho visto in tanti anni di Africa un nero dare del denaro ad un bianco! Succede sempre il contrario un nero chiede, forse ruba denaro ai bianchi! Il suo gesto è forte non solo perché muore di fame, ma soprattutto perché ha dato a te quello che aveva per vivere!».

Guardo Maurizio e dico a lui: ma guarda se devo venire in Africa il Mercoledì delle Ceneri e sentirmi fare la predica da un paraculo come te! Questa volta rido io, ma è un sorriso profondo e pesante del cuore! Che mi fa bene e fa bene anche a Maurizio. Lentamente bacio quella lorda e povera banconota che è rattoppata con un pezzo di vecchio nastro adesivo, ho con me la mia inseparabile Bibbia. Tutto quanto aveva per vivere: conosco poche cose a memoria ma quel passo di Vangelo in greco lo conosco tutto a memoria, si tratta del Vangelo di Marco, il Capitolo 12 Versetti 41-44. In greco è ὅλον τὸν βίον αὐτῆς: il tutto della sua Vita (tutto quanto aveva per vivere) (44). E Gesù parla di un’altra pazza, di un’altra Benedict vissuta tanti anni fa e che fa con Gesù quello che Benedict ha fatto per me ieri più di 2.000 anni dopo. La vedova nel tempio dona a Dio 200 scellini! Tutto quello che aveva per vivere. Dio non vuole da noi tanto, vuole semplicemente tutto! Benedict mi ha dato semplicemente tutto.

Sì, dico a Maurizio, hai ragione a ritenerla pazza, io la chiamo santa! Dopo la Messa Benedict mi ha aspettato, povera vestita con i suoi stracci e mi ha chiesto una benedizione l’ho benedetta e lei mi ha consegnato nelle mani la bustina marrone dicendomi quattro semplici parole: è un’offerta per te! Maurizio ora è commosso e mi dice: «Ma guarda questa donna capace di commuovermi, mai avrei pensato che una povera donna nera fosse capace di dare del denaro a un ricco bianco! Perché quando hai la pelle bianca, in Africa tutti pensano che sei ricco!». Abbraccio Maurizio e dico a lui, questo mi spaventa! In effetti Benedict non ha dato quei soldi a un bianco ma ad un prete che costruisce il muro che protegge la chiesa dove Benedict ogni giorno va a pregare per tante ore. Io leggo così questo suo incantevole gesto.
Il mio viaggio è già ricco così e potrei ritornare in Italia oggi stesso. Ma il gesto è ancora più potente perché è avvenuto il Mercoledì delle Ceneri e in testa ho questa grande croce disegnata con impasto di cenere e acqua santa! Maurizio lasciandomi dice: «Grazie Don Gigi, è il più bel Mercoledì Santo della mia vita, non lo dimenticherò facilmente!». Dico a Maurizio… e no non è il tuo più bel Mercoledì Santo della tua vita, ma della mia vita e della mia nuova Vita! Lentamente pongo la mia banconota preziosa nella pagina della mia consunta bibbia. Sai che ti dico amico mio, domani vado a Garissa, ma al mio ritorno io vado alla capanna di Benedict e le ricostruisco la capanna, perché se doni a Dio, Dio ti restituisce 100 volte tanto. Ora non ho molti soldi come prima magari avevo, ma di tasca mia voglio riparare la capanna anche se costasse 1.600 euro, non cento ma mille volte 1,60.

Saluto Maurizio e lui mi dice: «Fammi sapere di ‘sta storia, penso che questa volta aiuterò anche io un pazzo prete bianco che ha sedotto una povera vecchia appunto da dare 200 scellini. Questa notizia dovrebbe finire sui giornali, non purtroppo le nefandezze di Putin». Torno alla missione e nel silenzio della notte, in un cielo pieno di stelle, ringrazio Dio per i segni che mi invia.

A proposito! Mi sono dimenticato di raccontarvi di loro? Dei tre gemellini? Assolutamente no. Ho voluto tenerli alla fine per tenervi un po’ con il fiato sospeso. Ritorniamo alla Messa delle Ceneri. Fuori dalla chiesa Dorothy mi saluta con in braccio il suo neonato. È molto contenta di vedermi. Imbarazzato domando: ma nella situazione in cui sei, era necessario avere un altro figlio? Scoppia a ridere divertita: «Ma no Giggi, non è mio, figurati!».

Mentre parla giunge una bella ragazza 32enne con in braccio gli altri due neonati che avevo visto in chiesa! «Ciao padre, i bambini sono miei, in chiesa li “distribuisco” agli amici perché da sola divento matta! Ti piacciono? Sono così felice di essere mamma! Me li benedici?». Mi ruba il cuore. Letteralmente impazzisco dalla felicita in questa improvvisa forte e dolcissima esplosione di vita: una autentica bomba atomica di amore.

Don Gigi con Jessica, Jerom e Julia in braccio. A destra la mamma.

Con alcune peripezie li prendo in braccio tutti e tre, Jessica, Jerom e Julia. Mai provata una sensazione così potente di vita che entra nei polmoni e giunge al cuore: un balsamo, un ricostituente contro angosce e paure. Un gigantesco, formidabile pazzesco inno alla vita! Anche questa donna felice di avere tre gemelli è felice perché getta in Dio ogni sua preoccupazione e nella fede canta la vita generando tre prodigi.

Giuro, uno dei momenti più folgoranti della mia vita, quella donna in trenta secondi mi ha ricostruito e sanato piaghe interiori fatte da alcuni coglioni. La madre con la forza vitale cura un prete e lo rende felice, Davvero, come dice il mio amico David Grossman, il problema tante volte è una opportunità nascosta e questi tre neonati me lo fanno capire.

Vieni anche tu qui in Africa, ho tre bambini da metterti in braccio. Ci stai trenta secondi, riprendi l’aereo e torni in Italia, ma ne vale la pena. Se ti fermi una ora in più, ti farò conoscere una pazza di nome Benedict. E se ti fermi trenta minuti in più, ti farò aprire il mio Vangelo alla pagina dove ora sono incollati 200 scellini, circa 1,58 euro e leggeremo insieme Marco 12, 41-44 nella antica lingua del greco, dove si parla di un’altra Benedict, che dona a Dio olon ton bion autes, il tutto della sua Vita.

Don Gigi mi scrive: «Padre Ernesto mi attende. Scappo e vado a Garissa. Nel frattempo leggi e se vuoi, fai leggere questo report che ti giunge dall’Africa. Jambo». E con questo, l’ho fatto.

«E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,41-44).

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