Lutto per il decesso della figlia di Tortora, morta dopo trent’anni di disgusto per l’ingiustizia
Vite distrutte. L’ingiustizia colpisce non solo chi è afferrato innocente dalle manette, ma anche i familiari. La giornalista 59enne Silvia Tortora era molto giovane quando suo padre Enzo fu arrestato e poi condannato ingiustamente. Ma non era qualcosa di casuale, un errore che – per la legge dei grandi numeri – può capitare anche in un sistema se non perfetto, almeno onesto. Di recente aveva detto: «Da allora non è cambiata nulla: la giustizia è peggiorata».

Silvia Tortora è morta ieri a 59 anni. Era la figlia di Enzo. Non è morta in pace. Aveva tanto desiderato e lottato perché le sofferenze e la morte del padre (anche lui scomparso Silvia Tortora nel 1988 all’età di 59 anni) fossero un “sacrificio” utile. Sperava che la potenza della testimonianza di Enzo in vita e in morte svegliasse i buoni e convertisse i malvagi, e la loro ragionevole furia annichilisse la macchina della mala giustizia. Per tre decenni “Silviotta” (il papà la chiama così nelle sue lettere dal carcere) ha corso impugnando la fiaccola paterna: lei lo immaginava come un Prometeo che porta il fuoco della verità agli italiani. Che cosa aveva fatto papà Enzo se non un’azione eroica di disvelamento? Cattive divinità avevano preso possesso dei Tribunali, delle Procure, delle carceri, con la complicità di giornalisti servi e di politici vili. In realtà il Prometeo è una tragedia. Non vince il bene. Niente da fare. Alla fine Silvia si era resa conto che il sacrificio di Enzo non aveva scatenato una tempesta purificatrice, ma dopo qualche tuono, come il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, tutto era stato avvolto dalla caligine che Palamarara-Sallusti hanno rivelato come pane, anzi merda quotidiana della giustizia. Infine dopo la caligine la furia giustizialista. «Dal mio punto di vista non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto. Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica».
Ha scritto parlando del padre: «Enzo è stato prelevato dalla sua vita senza che venisse aperta una Commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore. Anche se penso che Enzo se ne sia andato troppo presto, è meglio che non veda questo schifo. A cosa è servito il suo sacrificio? La potenza del dolore e dell’ingiustizia ha provocato un solo effetto: la sua morte». Ma forse, chissà, se la morte di *** Silvia, il suo sacrificio di figlia ridarà luce a quello del padre.
Noi dimentichiamo gli effetti collaterali e tremendi dell’ingiustizia. Essa non colpisce solo chi è afferrato innocente dalle manette, ma anche i familiari, la cui vita è frantumata Trentadue anni di lotta, più del papà, e un anno di malattia. Infine il decesso in una clinica di Roma, avendo accanto un marito più famoso di lei, ma come lei discreto e profondo: Philippe Leroy, classe 1930, 190 film all’attivo, e poi dal 1990, questo grande amore senza confini per una donna che gli ha dato due figli, e quella cosa impossibile agli umani che si chiama pace. Al punto da dettare una frase che potrebbe essere il versetto di un salmo di Davide: «Con Silvia sono tranquillo e sereno come una capra felice che gira intorno al suo palo». Lei no. Lei niente pace.
Ma non è vero che abbia fallito. Silvia era riuscita in qualcosa di più difficile. Ha fatto due lavori:
1) Strappò Tortora al “caso Tortora”. Quell”‘uomo perbene” (così lo definì in un film di cui scrisse il soggetto) era molto più dell’ingiustizia subita, ne raccontò la pulizia interiore del papà. Andò oltre mostrando in un libro su “Portobello” la genialità di Enzo quale inventore di televisione: egli voleva davvero bene alla gente.
2) Impedì che il “caso Tortora” fosse considerato appunto qualcosa di casuale, un errore che – per la legge dei grandi numeri – può capitare anche in un sistema se non perfetto, almeno onesto. È riuscita, con l’altra sorella Gaia («le mie bambine» le definiva il padre nelle lettere dal carcere), a trasformarlo nel «caso Italia».
Non era un cancro privato quello che aveva afferrato il papà, ma era solo la metafora, anzi la materializzazione in un corpo generoso e buono, di un sistema abitato da quello che Oriana Fallaci chiamava l’«Alieno». Il cancro è ancora tutto lì. Bisogna estirparlo. È un dovere altrimenti Enzo e Silvia non avranno pace. Se la meritano. Per capirlo basta lo stralcio di una lettera dal carcere di Bergamo, pubblicata con le altre di Tortora in “Cara Silvia” (Marsilio, 2002).
«Mia carissima Silvia: la gioia di vederti è stata per me immensa. E che dolcezza salutarti da quell’infame finestra… Penso proprio che questa esperienza, così violenta, ingiusta, dolorosa, ci abbia aperto gli occhi: non dimenticheremo più… quello che mi dà un brivido è il pensare che un povero uomo, senza nome e senza amici, può essere schiantato da una vicenda simile. Dedicherò il resto della vita a battermi contro queste cose. E so che sarai al mio fianco. Ce la faremo Pallerina. Ora calma, e bacia tutti».
Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano [QUI].



























