Ai funerali di Stato per la strage di Ravanusa prende la parola Eliana, la vedova di Giuseppe Carmina: “Il mio Peppe non è in quella bara, lui vivrà per sempre”

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Ieri, le bandiere a mezz’asta in tutta la Sicilia, perché a Ravanusa c’è stato il giorno dell’arrivederci. In piazza Primo Maggio è stato celebrato, trasmesso in diretta su Rai Uno, il funerale di Stato delle dieci vittime dell’esplosione di quattro palazzine in via Trilussa per una fuga di metano sabato scorso, l’11 dicembre 2021, di cui abbiamo scritto il 15 dicembre scorso: L’illusione che lutti del genere non ci riguardino. Il dolore non è così distante: Ravanusa siamo noi [QUI].

Dieci sono state le vittime, perché c’era anche il piccolo Samuele, morto nel grembo della mamma Selene. “Il piccolo Samuele che non ha fatto in tempo a nascere, ma che era a pieno titolo uno di noi – dice l’Arcivescovo di Agrigento -. Quella creatura che ha visto la luce della resurrezione senza vedere la luce di questo mondo”. Perché, è la domanda che riecheggia a Ravanusa, perché il piccolo Samuele doveva nascere mercoledì. Invece c’era questo cuscino di rose rosse con il suo nome e un pupazzo: dice che era un bambino. E c’era un fiocco azzurro sulla bara della mamma. La madre di Selene si china, lascia un bacio e piange.

Intere famiglie di Ravanusa sterminate. Quella di Calogero Carmina, 59 anni, della moglie Gioachina Calogera Minacori e del figlio Giuseppe Carmina, 33 anni, papà di due figlioletti, marito di Liliana. Era andato dal babbo per restituirgli l’auto, era sceso in garage a parcheggiare. Anche per questo lui e Calogero sono stati gli ultimi dispersi trovati dai vigili del fuoco. Selene Pagliarello, l’infermiera che proprio il 17 dicembre avrebbe compiuto 30 anni e il 15 dicembre fa avrebbe dovuto mettere al mondo con un parto cesareo Samuele. Erano tutti vicini, così li hanno trovati i vigili del fuoco, quando il mondo è venuto giù e una pioggia di macerie li ha seppelliti, seduti sul divano, a godersi quel momento speciale: Angelo Carmina, 72 anni e la moglie Maria Crescenza Zagarrio detta Enza, 69, felici per quella visita di figlio e nuora. Tutto cancellato e resta lo sgomento per la giovane donna che è diventata un po’ la figlia di tutti. Nel cuore degli italiani è entrato anche Pietro Carmina, 68 anni, una vita nella scuola. Trovato morto in un’altra palazzina sventrata, con la moglie Carmela Scibetta. “A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più…”, le scriveva sotto la foto di un compleanno prendendo a prestito le parole di Jovanotti. Lui, il professore di storia e filosofia più amato. “Mordete la vita, usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha”, il testamento per i suoi studenti, diventato virale in rete.
Poco dopo le ore 16.30 le nove bare, con dieci corpi, portate a braccia da corso della Repubblica sono arrivate in piazza Primo Maggio nel cuore di Ravanusa. Straziante il pianto dei parenti delle vittime. Tra le bare quella con Selene Pagliarello e il piccolo Samuele. In loro memoria gli addetti si sono vestiti di bianco. Sulla bara, dei fiori chiari e un fiocco blu. Ogni bara reca la foto della vittima di questa vicenda terribile.

Un momento dei funerali in una piazza gremita con i familiari delle 9 vittime (10 con Samuele che è rimasto nel grembo di mamma Selene) di Ravanusa, 17 dicembre 2021. Tra i presenti il Presidente della Regione, Nello Musumeci; il Ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini; e il Capo nazionale della Protezione civile, Fabrizio Curcio (Foto di Francesco Ruta/ANSA).

Nel silenzio surreale in piazza Primo Maggio sono schierati tutte le forze dell’ordine in alta uniforme, ai davanti alla chiesa Madre. Si trova a poche decine di metri da via Trilussa, l’epicentro del disastro, dove fino ad alcuni minuti prima, i periti erano al lavoro tra le macerie, ancora alla ricerca di tracce per capire l’origine del disastro. Nelle prime file, indossando la fascia tricolore, ci sono tutti i sindaci dell’Agrigentino. Su uno dei balconi che si affaccia sulla piazza, uno striscione con la scritta: “Dio vi accolga fra le sue braccia – io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

Ad assistere alla cerimonia funebre, in divisa e indossando gli stessi caschi utilizzati nei giorni di soccorso e ricerche, decine e decine di vigili del fuoco. Al bordo della piazza anche un loro camion. Presente anche il Capo dipartimento dei Vigili del fuoco, il Prefetto Laura Leo, giunta a Ravanusa in elicottero dalla sede centrale di Roma Capannelle. Presenti inoltre il Presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci; il Ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini; il Capo nazionale del Dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio; il Prefetto di Agrigento, Maria Rita Cocciufa.

«Tutto è dono,
sempre immeritato e sempre gratuito,
sempre provvisorio e sempre sfuggente»

A celebrare le esequie l’Arcivescovo metropolita di Agrigento, Mons. Alessandro Damiano, insieme al Vicario generale, ai parroci ed ai frati francescani di Ravanusa. Dopo la proclamazione del Vangelo secondo Luca, che racconta la morte e la resurrezione di Gesù – Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo (Lc 23, 44-45) – Mons. Damiano tiene l’omelia toccante in cui riprendendo il cammino di Giobbe cerca di trovare una spiegazione a quanto avvenuto a Ravanusa.

«”Si fece buio su tutta la terra”: dalle otto e mezza di sabato scorso, come dal mezzogiorno del venerdì santo. Si è fatto buio nella vita di Pietro e Carmela, Calogero, Liliana e il loro figlio Giuseppe, Angelo e Maria Crescenza, Giuseppe e Selene, a cui l’esplosione non ha dato scampo. Si è fatto buio nella vita di Samuele, che Selene avrebbe dato alla luce proprio in questi giorni e che, pur non avendo fatto in tempo a nascere, era già a pieno titolo uno di noi. Si è fatto buio nelle loro famiglie, che fino alla fine hanno sperato in un miracolo, o anche solo in una provvidenziale coincidenza, come quella che ha messo in salvo Rosa e Giuseppina. Si è fatto buio nella comunità di Ravanusa, che nell’esplosione, insieme ai suoi figli, ha perso un pezzo del suo spazio urbano e una traccia della sua memoria; ma ha perso anche la possibilità di sentirsi al sicuro, su un sottosuolo che si è dimostrato compromesso e dentro strutture che si sono rivelate precarie. Si è fatto buio nella comunità di Campobello, la comunità di Selene, dove lei abitava insieme al marito e al bambino che stavano aspettando e che avrebbe completato la loro famiglia appena costruita. E si è fatto buio nella nostra terra e nella nostra Chiesa di Agrigento, che nella solidarietà civile e nella carità cristiana si sono ritrovate come una grande famiglia, unita dalla stessa angoscia, dalla stessa speranza e dallo stesso dolore. Si è fatto buio anche nell’intero Paese, che ha seguito con apprensione le fasi di un’ennesima tragedia che un maggiore senso di responsabilità e un controllo più attento forse avrebbero potuto evitare. In questo buio che tutti ci ha avvolti, anche noi — come le donne del Vangelo davanti alla pietra rimossa dal sepolcro e a quel corpo che non riuscivano a trovare — ci chiediamo che senso abbia tutto questo, se mai un senso ce l’abbia. Con voi e come voi, non ho una risposta a questa domanda. Ma, con voi e per voi, devo e voglio cercarla nella fede che oggi ci ha raccolti attorno all’altare del sacrificio di Cristo e attorno alla mensa della sua Parola di vita».

Riprendendo il cammino di Giobbe, Mons. Damiano prosegue: «Ecosì, dopo aver perso ogni certezza, insieme alla stessa voglia di continuare a vivere, non gli resta che un’ultima insopprimibile consapevolezza: tutto quello che è e tutto quello che ha, tutto quello che ha perso e tutto quello che ancora può avere, tutto quello che è capace di apprezzare e tutto quello che lo lascia indifferente, tutto è dono, sempre immeritato e sempre gratuito, sempre provvisorio e sempre sfuggente. Dalla perdita di tutti e di tutto — e, in fondo, dalla perdita di se stesso — Giobbe impara che il limite non è una disgrazia, ma è la legge stessa della vita, che ci piaccia o no. E impara anche che il limite non toglie senso all’esistenza, ma le conferisce un significato più grande, perché solo se riconosciamo di essere limitati possiamo tendere verso un altro che ci completa: un altro che ha i nomi e i volti di persone concrete, alle quali a volte ci leghiamo e dalle quali altre volte preferiamo prendere le distanze; e un Altro il cui nome e il cui volto ci sfuggono, perché è infinitamente più grande di noi, dal quale riceviamo tutto e al quale tutto dobbiamo restituire, o quando è lui stesso a disporre della nostra vita e della nostra morte o quando — come in questo caso — con noi soffre per un incidente che neppure lui avrebbe voluto. Solo quando raggiunge questa saggezza, Giobbe può dire ciò che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!”».

Poi, Mons. Damiano conclude: «Nonostante sia ancora troppo presto per arrivare alla sua stessa saggezza, anche noi vogliamo provare a balbettarlo: sappiamo che ultimo — dalle macerie di via Trilussa, come dalle tante macerie del mondo — non uscirà l’ultimo dei dispersi, ma Colui che dagli abissi della terra è risalito per mostrarci la via dei “cieli nuovi” e della “nuova terra”; il primo di una umanità riconciliata con il suo limite, che ci precede nella Gerusalemme nuova, dove — come san Paolo ci ha ricordato nella seconda lettura — niente “potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù”. Allora anche per noi sarà «il primo giorno della settimana”, l’inizio cioè di un tempo nuovo e di una storia diversa. Ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. Anzi, ne abbiamo il dovere. Lo dobbiamo a loro — a Pietro e Carmela, a Calogero, Liliana e Giuseppe, ad Angelo e Maria Crescenza, a Giuseppe, Selene e al loro Samuele — che abbiamo cercato tra i morti, ma che sono vivi in Colui che è «la risurrezione e la vita». Lo dobbiamo ai loro familiari e ai loro amici, che li hanno persi nella carne, ma che li possono ritrovare nella comunione dei santi. Lo dobbiamo a noi stessi, che da questa, come dalle tante tragedie della storia, dobbiamo rialzarci e riedificare — prima ancora delle case fatte di pietra — una città terrena sempre più vivibile e sempre più sicura, in attesa della città eterna dove Dio sarà «tutto in tutti». In particolare lo dobbiamo a quella creatura che, dal grembo materno divenuto tomba, ha visto la luce della risurrezione senza neppure vedere quella di questo mondo, ricordandoci — con la forza dei profeti che parlano con la vita, a volte senza pronunciare una sola parola — che non siamo fatti per la Gerusalemme di quaggiù, ma per quella che si compirà nell’eternità. Quando avremo la grazia di capirlo o almeno di accettarlo — non da rassegnati, ma da uomini e donne capaci di speranza — dall’angoscia che ci opprime perché “si è fatto buio su tutta la terra” passeremo alla certezza che “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. E allora anche la notte più buia conoscerà l’aurora di un giorno che non avrà mai più fine».

«Siamo nati e non moriremo mai»

Al termine della cerimonia funebre, alle ore 17.50 prende la parola Eliana la vedova di Giuseppe Carmina, che proprio ieri avrebbe compiuto 33 anni. Commuove tutti con parole di fede che tolgono il fiato, anche per la forza tranquilla con cui le pronuncia: «Non voglio parlarvi del mio dolore, che è immenso. Ma voglio parlarvi della mia speranza. Invito tutti a volgere lo sguardo alle cose che durano per sempre. Non fermiamoci al materiale perché tutto, con uno scoppio, viene distrutto. In questo dolore Gesù ci ha inondato della sua grazia anche noi che abbiamo perso tutto. Giuseppe era il mio tutto. Ma è arrivata una forza sovrumana, una serenità interiore che solo Dio può dare. È arrivata una forza sovra umana che solo Dio può dare. I miei suoceri per me erano altri genitori. La casa è vuota, le nostre bambine chiedono ogni giorno del papà, piangono. Il letto è diventato grande, la croce è pesante. Non maledico Dio perché ho la piena certezza che Giuseppe e i miei suoceri sono in un posto migliore. Siamo nati e non moriremo mai. Per tutti noi questa sia una certezza. Il mio Peppe non è in quella bara, lui vivrà per sempre. Oggi faceva il compleanno, oggi è nato in Cristo».

Suor Agata, la sorella di Giuseppe, stringe un rosario. Dal convento di Torino era subito tornata a Ravanusa dove ha atteso, piangendo e pregando, che i corpi del padre e del fratello Giuseppe venissero estratti dal garage dove si trovavano e sul quale sono crollati 4 solai.

«Si apra oggi il libro della concretezza»

Prima di Eliana ha tenuto il suo commosso intervento il Sindaco di Ravanusa, Carmelo D’Angelo: “Un boato, alle 20.35 di sabato 11 dicembre ha sconvolto la nostra comunità e ha spezzato le vite di 10 persone che stavano nel posto che riteniamo più sicuro: la casa. Un crollo di cui ci auguriamo verranno appurate le responsabilità ma che a prescindere ha segnato per sempre la storia di questo paese. Non dimenticheremo”, ha detto il Sindaco D’Angelo, ricordando i nomi e tratti di vita delle vittime. “Non dimenticheremo Calogero ed Enza, genitori premurosi che attendevano il figlio Giuseppe. Non dimenticheremo Peppuccio e Liliana, contenti di avere con loro il figlio e la nuora, giovani amati da amici e colleghi che si apprestavano a cogliere il frutto del loro amore, Samuele. Non dimenticheremo Piero, con il suo umorismo filosofico e il suo amore per i giovani. Non dimenticheremo la moglie Carmela, per il suo amore per il figlio Mario, per la sua generosità d’animo e per il suo sostegno dato a questa comunità ai più deboli. Non dimenticheremo il lutto e non dimenticheremo che siamo figli di questa Patria e di questa Italia. Sono arrivato subito dopo il boato e mi sono sentito solo, smarrito e impaurito. Ma è un sentimento che è durato pochi minuti: i soccorsi sono arrivati prontamente per salvare le persone con temerarietà e coraggio. Vigili del fuoco e carabinieri non si sono risparmiato per 72 ore. Del vostro lavoro saremo eternamente grati. Grazie signor Prefetto, grazie alla Protezione civile, ai vigili del fuoco, ai carabinieri, grazie ai volontari, agli infermieri e agli psicologi – ha detto commosso -. Noi non dimenticheremo signor Ministro, signor Presidente della Regione. Sappiamo che non verremo abbandonati, ma si apra oggi il libro della concretezza per le decine e decine di sfollati. Bisogna garantire loro in tempi rapidi un tetto e una casa”.

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