Biagio Marin, un canto alla Madonna nella lingua delle lagune venete

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L’atmosfera natalizia è in questi giorni stemperata in giornate piovose, umide e ventose. Questi cieli bassi, questi orizzonti intrisi d’acqua riportano alla mente altri paesaggi, ben poco cittadini, riecheggianti di suoni diversi, come quello del vento che arriva dal mare, della risacca, dello stridio dei gabbiani, qualcosa che rievoca, pur nel frastuono del traffic e nel caos prenatalizio, terre solitarie spazzate dal vento. Una sensazione strana, ma certo non spiacevole. E per una serie di coincidenze e casualità ci tornano in mano alcuni libri di Biagio Marin, poeta appartato e di grandissima sensibilità. Marin, nato a Grado nel 1891 e morto nella stessa bella cittadina nel 1985, ha seguito una propria personalissima linea di ricerca poetica e di linguaggio, privilegiando l’uso del dialetto, per rinnovare il rapporto strettissimo con la propria terra, con la cultura popolare, con il tempo e lo spazio trasfigurati nel canto. La sua religiosità è profonda ed ha un sapore antico. Lo si percepisce con chiarezza in una raccolta intitolata “Le litanie de la Madona” (Ancora, 2007).

Sono 48 poesie, o meglio commenti poetici alle litanie lauretane – la preghiera mariana che si recita alla fine del Rosario e la loro caratteristica sta nel fatto che ognuna è la ripetizione di un’apostrofe mariana, da Sancta Maria a Regina Pacis.– riproponendo dunque un’antica tradizione di preghiera trasfigurata dalla poesia e nella luce – a volte tenera, a volte abbacinante, altre volte ancora corrusca – della laguna di Grado. Luogo affascinante, in cui terra e acqua si abbracciano e si confondono, dove case, chiese, capanni si mescolano a creare paesaggi onirici, sospesi, ma anche drammaticamente segnati dal dolore, dalla fatica di vivere, dal distacco, dalla morte.

La Madona cantata da Marin è soprattutto Madre, che abita queste terre amate e difficili, ha le sembianze delle madri cullano i propri figli bambini e poi li guardano andar via, nel mare lontano o lungo sponde inospitali. Ha il volto della madre di Marin, perduta quando lui era ancora bambino. La vede chinarsi su di lui come faceva quella mamma così presto perduta, la contempla e la prega proprio come se implorasse quel sorriso perso nel ricordo, ma per sempre fissato nel cuore. Maria si china su questo dolore, su questa solitudine, risplende nelle realtà più semplici e pure del creato: nei fiori teneri che annunciano la primavera, la prima aria tiepida che arriva dal mare, la luce tenerissima che si effonde nel primo mattino.

Per tutta la vita il poeta ha e ora chiede a Maria Regina Pacis che chiude le litanie di farlo morire gli è fiorita nonostante tutto e di non fargli mancare la sua carezza di sposa e di dolce creatura . Una mistica sbocciata nel duro terrno della quotidianità, declinata in un tempo senza tempo. Sono temi propri di tutta la poesia di Marin e anche un liet motive della sua vita travagliata, attraversata da lutti personali e dalle grandi tragedie della Storia, avendo vissuto le due guerre mondiali, l’irridentismo di Trieste, la complessa questione dell’Istria nel dopoguerra.

E poi, sempre, l’irresistibile richiamo della sua terra, di quella Grado tanto amata, nei suoi lenti e arcaici ritmi di vita. Le immaigini dei vicoli in cui si infila il vento che viene dal mare, lil silenzio interrotto da le strida dei gabbiani e dalle voci dei pescatori che tornano dal mare e dalla laguna e luci che si accendono nella bellissima basilica di San’Eufemia e sembrano accendersi in millenni remoti ma sempre presenti, come un baluardo della fede che non viene mai meno.

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