Oltre l’orizzonte corto del ominucolo, che dall’alto nel balconazo ci tratta come sudditi deficienti. Cosa insegna il crollo dell’Impero Romano d’Occidente?
Lezioncina in Dad di logica e coerenza per sudditi deficienti e bamboccioni un po’ scemi e cosa ci insegna sui tempi drammatici che stiamo vivendo. Dall’alto del consueto balconazo serale (con cui “consente”, benevolmente come un monarca assoluto verso la plebe), verso il basso, dove ci meritiamo di stare, visto che abbiamo votato il #brancodibalordi, che hanno messo quel ominucolo lì e se lo tengono bullonato, con la benedizione dell’inquilino imbalsamato nel palazzo che fu reggia papale.

Premessa
«Le zone colorate hanno funzionato, hanno impedito un altro lock down generale».
Svolgimento
“So che il Natale è la festa forse più cara a tutti e sicuramente vorremmo arrivarci con predisposizione d’animo serena”.
“Consentiamo quel minimo di socialità che si addice a questo periodo”.
“E per fare questo, ovviamente, queste misure sono necessarie”.
Conclusione
«Dal 21 dicembre lock down generale».
Ecco, spiegata lo chock di una “politica sanitaria” (che dopo 302 giorni ci ha portato a quasi 70mila morti), che è soltanto il risultato della sciatteria galoppante, dell’ignoranza diffuso, dell’analfabetismo funzionale, della mancanza di metacognizione. Non c’è più speranza per questo mondo folle.
Tre giorni fa, sul suo profilo Facebook l’amico e avvocato rotale Mauro Visigalli ha fatto una sacrosanta osservazione: “Non è giusto puntare il dito contro le persone, che possono anche essere ignoranti senza colpa. Il problema è il livello delle istituzioni e della formazione da loro offerta. E mi riferisco a persone che bene o male hanno un titolo di studio riconosciuto dalla legge. Di certo non a colui che non ha potuto studiare. Oggi tutti studiano. Quasi tutti hanno un diploma. Poi li senti parlare o leggi quello che scrivono e ti rendi conto del livello”.
Ecco, quelli che ci “governano” (Francesco a capo della Chiesa Cattolica Romana, Conte a capo del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, per nominare – con le dovuto “differenze” di peso e importanza – solo loro due, che spesso critichiamo) non sono la causa. Loro sono per di più il prodotto di un fenomeno, che è iniziato molti decenni prima. Un andazzo non solo nella società civile, ma anche nella Chiesa (purtroppo, dico da credente, perché la lotta per la libertà vede i cattolici in prima linea e i laici non possono non supportare questa lotta in modo determinante).
“Il fatto è – osserva Visigalli – che, unitamente al serpeggiante ‘sessantottismo’ che ha gradualmente ma inesorabilmente abbassato il livello degli studi in tutte le scuole, seminari compresi, si è insinuato nel clero un pernicioso corporativismo che è esattamente il contrario del principio ispiratore del Concilio Vaticano II, anch’esso ingiustamente additato come fonte di rovina”.

E questo fenomeno è accompagnata da un’altra caratteristica dei brutti tempi che corrono… “La vigliaccheria è la maggior sfortuna che un uomo può avere” (Ernest Hemingway)… e se ne preparano di peggiori. “Mala tempora currunt sed peiora parantur”, come ricorda l’espressione popolare, attribuita al filosofo e politico romano Marco Tullio Cicerone, nell’avvicinarsi della fine della repubblica di Roma. Non si sta mai tanto bene che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star peggio. Si ingannano coloro che credono che piuttosto del peggio è sempre meglio il meno peggio: il meglio del peggio è il pessimo. Negli Stati Uniti c’è un’espressione che dice: “So bad it’s good” (così brutti da essere belli). Quello che valeva interno all’anno 100 avanti Cristo, vale ancora oggi… Ad peiora paratus. Preparato al peggio e anche al meglio del pessimo.

Dei brutti tempi che corrono, parla oggi sul Foglio anche Giulio Meotti, in un’intervista con il Direttore del Figaro Histoire, Michel De Jaeghere, autore di “Gli ultimi giorni” [“Denatalità e pandemia. Che cosa ci insegna la caduta di Roma”].
“Oggi non siamo sottoposti a saccheggi o conquiste militari, ma il paradosso è che investiamo nella promozione di una politica che ci porta alla nostra stessa espropriazione. La generazione del ’68, come l’élite romana, ha pensato a ‘godere senza ostacoli’ e smesso di sostituire le generazioni”, dice Michel De Jaeghere.
Quindi, cosa ci insegna il crollo dell’Impero Romano d’Occidente è spiegato dal Direttore del Figaro Histoire: “I barbari volevano godere della prosperità Romana, ma senza abbracciarne i valori che l’avevano resa possibile. Un fenomeno che vediamo anche oggi con l’immigrazione. La storia degli ultimi tre secoli dell’Impero Romano d’Occidente ci insegna che è inutile pensare di mantenere un’area di prosperità al centro dell’anarchia, a meno che non ci sia uno squilibrio demografico tra i due, a vantaggio dell’area dove la civiltà fiorisce. Il cristianesimo ha dato nuova vita all’Impero, l’unità morale che mancava e, ancor più, ha ispirato imperatori che si sono dedicati alla difesa contro l’invasione. Questa difesa ha avuto successo per un secolo. L’affermazione massiccia dell’islam in Europa rappresenta una minaccia per le nostre società che, se non stiamo attenti, potrebbe rivelarsi fatale”.
“C’era una diminuzione della popolazione, dovuta alla pestilenza e alla scarsa natalità”, scriveva Gaetano Mosca negli anni Trenta, riflettendo su quello che lo storico tedesco Eduard Meyer aveva definito “l’avvenimento più interessante e più importante della storia universale”. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il più robusto filone interpretativo ha da un po’ di tempo posto l’accento su un doppio shock demografico che fece collassare Roma. La popolazione imperiale di ottanta milioni nel primo secolo d.C. al tempo di Augusto scese a 25 milioni nel 476. L’epidemia di vaiolo sotto Marco Aurelio, raccontata dallo storico Kyle Harper nel libro “Il destino di Roma” (Einaudi), diede il colpo di grazia a quella che Pierre Chaunu, lo storico francese degli Annales, definirà il “primo caso di civiltà del rifiuto della vita”.
A questo doppio choc – prosegue Giulio Meotti sul Foglio di oggi – Michel De Jaeghere, Direttore del Figaro Histoire, ha dedicato le seicento pagine di “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, tradotto in italiano dalla casa editrice Leg. “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente. La perdita della pietas si tradusse in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del mondo romano. Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di un’Italia in cui ‘pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città’”.
Postscriptum
Se non fosse chiaro ancora: “Delle feste 2020 in pandemia, ci delude e sdegna più della pur evidente mancanza di strategia e comunicazione. La verità delle lacrime Merkel manca, sostituita da un pavido difendere il proprio posto, incapaci di parlare ai cittadini con coraggio morale e leadership schietta” (Gianni Riotta).



























