“L’esistenza può davvero essere messa in un barattolo, riducendosi a un semplice principio di conservazione biologica?”

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L’attuale crisi sanitaria ha costretto le società a ridefinire ciò che considerano essenziale. Quali esigenze dell’anima umana sono considerate fondamentali. Cosa fare con le aspirazioni spirituali che lo attraversano? I cattolici non erano gli unici a chiederselo. Ne parla Mathieu Bock-Côté su Le Figaro in articolo che segue, preceduto da una nostra traduzione italiana dal francese. Parte ovviamente dalla situazione in France, ma parla di valori universali, trasponibile anche per la situazione italiana.

Mathieu Bock-Côté (Foto Le Figaro).

“Messe, il significato della resistenza cattolica”
di Mathieu Bock-Côté
Le Figaro, 4 dicembre 2020

La lite sulla Messa ha animato la vita politica francese nelle ultime settimane. Non sorprende che la maggior parte dei media lo presentasse come l’emergenza di un cattolicesimo “reazionario” nel cuore dello spazio pubblico, sfidando sia le leggi della Repubblica che la sicurezza sanitaria. La Messa sarebbe stata un capriccio di bigotti e vecchi signori in loden. Ancora di più: questi uomini compulsivi in ginocchio annunciano il ritorno del “fondamentalismo” e non sarebbero migliori degli islamisti che occupano lo spazio pubblico per recitare preghiere per le strade. Per una volta, lo slogan niente amalgama avrebbe potuto servire bene.

Potrebbe essere necessario affrontare questa mobilitazione in modo diverso per comprenderla. L’attuale crisi sanitaria ha costretto le società a ridefinire ciò che considerano essenziale. Quali esigenze dell’anima umana sono considerate fondamentali. Cosa fare con le aspirazioni spirituali che lo attraversano? L’esistenza può davvero essere messa in un barattolo, riducendosi a un semplice principio di conservazione biologica? I cattolici non furono i soli a chiederselo e ad opporsi alle esagerazioni della ragione sanitaria, ma riuscirono a preservare il dominio delle libertà pubbliche in nome di una causa che trascendeva il semplice appello alle libertà, come se queste Infine, ed è così, non poteva poggiare su un vuoto metafisico.

Questa questione deve essere affrontata in un contesto più ampio rispetto alla crisi attuale. “Chi cerca nella libertà qualcosa di diverso da sé stesso è fatto per servire”. Questa frase di Tocqueville illustra sia la grandezza che i limiti del liberalismo. Tocqueville ha ricordato che la difesa della libertà trova in sé stessa la sua giustificazione, e naturalmente aveva ragione. La ricerca dell’autonomia nel cuore della modernità non è spregevole, anzi. Ma le innovazioni della società contemporanea ci mostrano che porta dentro di sé una patologia che ancora la perseguita e che si rivela nella fantasia dell’autogenerazione. Lo vediamo quando questa ricerca di autonomia si inclina nel rifiuto della storia e della permanenza antropologica: è così che parliamo oggi della divisione di genere dell’umanità, maledetta da coloro che vedono la libertà umana culminare nell’ideale di assoluta fluidità dell’identità.

La storia relativamente recente della civiltà occidentale ci conferma che la libertà non si preserva da sola e che è ancorandosi alla concretezza dell’esistenza che può plasmare la vita delle società. Sulla scala della storia francese, la ribellione della Vandea del 1793, che non era estranea al cattolicesimo, può essere vista come una prima difesa delle libertà concrete dei popoli in nome del radicamento e il diritto di resistere alla sua disincarnazione, alla mutilazione delle sue appartenenzae. Allo stesso modo, non è stato solo in nome dei diritti umani che il Generale de Gaulle ha incarnato la patria in esilio nel 1940, ma in nome di una concezione mistica dell’onore della Francia.

Aleksandr Isaevič Solženicyn è il grande dissidente del ventesimo secolo ed è in nome dell’ortodossia e del patriottismo russi più esigenti che ha resistito al comunismo. È inoltre ponendosi sotto il suo patrocinio spirituale e intellettuale che l’intellettuale americano Rob Dreher ha appena pubblicato un’opera notevole, Live Not by Lies (Non vivere nella menzogna), per individuare le basi spirituali su cui fondare il dissenso contemporaneo, soprattutto di fronte al movimento “Woke” con cui riaffiora la tentazione totalitaria. Quest’ultimo rappresenta quello che si potrebbe chiamare un fondamentalismo della modernità, animato dalla fantasia di un mondo assolutamente trasparente, che sarebbe solo un artificio sociale, che l’uomo potrebbe decostruire e ricostruire a suo piacimento, secondo i metodi di ingegneria sociale. È portato da una tentazione demiurgica che rivela un uomo che sogna di essere a sé stesso il proprio creatore.

L’uomo è un essere di mediazioni, ed è ponendosi la domanda dei fini ultimi attraverso domande che andranno sempre al di là di lui che rivela la sua vera grandezza. Lo ha detto a modo suo Benedetto XVI nel suo discorso ai Bernardini, ricordando che i monaci che hanno salvato le discipline umanistiche classiche dopo la caduta di Roma non hanno cercato di salvare solo quella che oggi chiamiamo cultura. Attraverso questi testi hanno cercato Dio o almeno le sue tracce nel nostro mondo. Se la fede è e deve rimanere una questione intima che impegna la coscienza di tutti, quella della tradizione occidentale non lo è. L’uomo concreto, di fronte al calvario, difende le libertà molto meglio di colui che pretende di dedicarsi ad esse senza sapere cosa è sacro in questo mondo. Torniamo ai cattolici francesi che hanno combattuto per la messa e che vincendo questa battaglia hanno ripristinato certe libertà che avrebbero dovuto essere.

«Messes, le sens d’une résistance catholique»
par Mathieu Bock-Côté
Le Figaro, 4 décembre 2020

La présente crise sanitaire a obligé les sociétés à redéfinir ce qu’elles jugent essentiel. Quels besoins de l’âme humaine sont jugés fondamentaux. Que faire des aspirations spirituelles qui la traversent? Les catholiques n’étaient pas les seuls à se le demander.

La querelle autour de la messe a animé la vie politique française ces dernières semaines. Sans surprise, la majorité des médias l’a présentée à la manière d’un surgissement au cœur de l’espace public d’un catholicisme «réactionnaire», défiant à la fois les lois de la République et la sécurité sanitaire. La messe serait un caprice de bigotes et de vieux messieurs en loden. Plus encore: ces agenouilleurs compulsifs annonceraient le retour de «l’intégrisme» et ne vaudraient pas mieux que les islamistes occupant l’espace public pour faire des prières de rue. Pour une fois, le slogan pas d’amalgame aurait pu bien servir.

Il est peut-être nécessaire d’aborder cette mobilisation autrement pour la comprendre. La présente crise sanitaire a obligé les sociétés à redéfinir ce qu’elles jugent essentiel. Quels besoins de l’âme humaine sont jugés fondamentaux. Que faire des aspirations spirituelles qui la traversent? L’existence peut-elle véritablement être mise dans un bocal, en se réduisant à un simple principe de conservation biologique? Les catholiques n’étaient pas les seuls à se le demander et à s’opposer aux exagérations de la raison sanitaire, mais ils parvinrent à préserver le domaine des libertés publiques au nom d’une cause transcendant le simple appel aux libertés, comme si ces dernières, et c’est bien le cas, ne pouvaient pas reposer sur un vide métaphysique.

Il faut reprendre cette question dans un cadre plus large que la crise actuelle. «Qui cherche dans la liberté autre chose qu’elle-même est fait pour servir». Cette phrase de Tocqueville illustre à la fois la grandeur et les limites du libéralisme. Tocqueville rappelait que la défense de la liberté trouve sa justification en elle-même, et il avait naturellement raison. La quête d’autonomie au cœur de la modernité n’est pas méprisable, au contraire. Mais les innovations sociétales contemporaines nous démontrent qu’elle porte en elle une pathologie qui toujours la hante, et qui se révèle dans le fantasme de l’autoengendrement. On le constate lorsque cette quête d’autonomie bascule dans un refus de l’histoire et des permanences anthropologiques – c’est ainsi qu’on parle aujourd’hui de la division sexuée de l’humanité, maudite par ceux qui voient la liberté humaine culminer dans l’idéal d’une fluidité identitaire absolue.

L’histoire relativement récente de la civilisation occidentale nous confirme que la liberté ne se préserve pas d’elle-même, et que c’est en s’ancrant dans la concrétude de l’existence qu’elle peut modeler la vie des sociétés. À l’échelle de l’histoire française, la rébellion vendéenne de 1793, qui n’était pas étrangère au catholicisme, peut être vue comme une première défense des libertés concrètes des peuples au nom de l’enracinement et du droit de l’homme à résister à sa désincarnation, à la mutilation de ses appartenances. De même, ce n’est pas au nom des seuls droits de l’homme que le général de Gaulle a incarné la patrie en exil, en 1940, mais au nom d’une conception mystique de l’honneur de la France.

Soljenitsyne est le grand dissident du XXe siècle et c’est au nom de l’orthodoxie et du patriotisme russe le plus exigeant qu’il a su tenir tête au communisme. C’est d’ailleurs en se plaçant sous son patronage spirituel et intellectuel que l’intellectuel américain Rob Dreher vient de publier un remarquable ouvrage, Live Not by Lies, pour identifier les bases spirituelles sur lesquelles asseoir la dissidence contemporaine, surtout devant le mouvement «woke» par lequel resurgit la tentation totalitaire. Cette dernière représente ce qu’on pourrait appeler un fondamentalisme de la modernité, animé par le fantasme d’un monde absolument transparent, qui ne serait qu’un artifice social, que l’homme pourrait déconstruire et reconstruire à sa guise, selon les méthodes de l’ingénierie sociale. Elle est portée par une tentation démiurgique qui révèle un homme rêvant d’être à lui-même son propre créateur.

L’homme est un être de médiations, et c’est en se posant la question des fins dernières à travers les questions qui le dépasseront toujours qu’il révèle sa vraie grandeur. Benoît XVI l’avait dit à sa manière lors de son discours des Bernardins en rappelant que les moines qui sauvèrent les humanités classiques après la chute de Rome ne cherchaient pas à sauver seulement ce que nous appelons aujourd’hui la culture. À travers ces textes, ils cherchaient Dieu ou du moins ses traces en notre monde. Si la foi est et doit demeurer une question intime qui engage la conscience de chacun, celle de la tradition occidentale ne l’est pas. L’homme concret, devant l’épreuve, défend bien mieux les libertés que celui qui prétend s’y vouer sans savoir ce qu’il y a de sacré en ce monde. On en revient aux catholiques français qui se sont battus pour la messe et qui en remportant cette bataille, ont restauré certaines libertés qui devaient l’être.

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