La CEI informa che serve l’autocertificazione per andare a Messa in zona rossa… Messa consentita (dal governo della Repubblica) ma sconsigliata (dalla gerarchia cattolica)

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Quando ho ricevuto ieri, da un amico giornalista di lungo corso, questo modulo per l’autocertificazione per andare a Messa – foto in copertina –, ho pensato ad uno scherzo (come si fa ogni tanto tra colleghi, specialmente il 1° aprile e talvolta un pollo ci cascava… ma un pesce d’aprile non poteva essere, visto che siamo in ottobre). Invece, non si trattava di uno scherzo (è vero, scherza con i fanti ma lascia stare i santi…). È la diocesi che l’ha mandato “per facilitare il compito”… Ma come sono premuroso a salvare il corpo, ho pensato Che pensassero all’anima. In questo modo, la Chiesa Cattolica Romana rimarrà con l’ovile vuoto. Puoi, viene a pensare male… Non è che questo modulo serve per schedare i cristiani… un’autoschedatura per futuri rastrellamenti cinesi. Già dev’esserci un accordo segreto con il Vaticano (ridiamo per non piangere). E mi è venuto proprio a piangere quando ho preso conoscenza delle dichiarazioni ufficiali della Conferenza Episcopale Italiana…

Ma col nuovo Dpcm anti-Covid del 3 novembre, si potrà andare a Messa nelle zone rosse?

Dev’essere stata una domanda pressante, tra i fedeli, se a rispondere è direttamente la Conferenza Episcopale Italiana: nessun cambiamento per i fedeli che vogliono partecipare alle celebrazioni liturgiche o andare in chiesa. Nelle zone rosse, per partecipare a una Messa o per recarsi in un luogo di culto, si deve semplicemente compilare un’autocertificazione.

Vincenzo Corrado, Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, ha risposto così alle richieste di chiarimento legate al Dpcm del 3 novembre: “Il provvedimento, come noto, divide l’Italia in tre aree – gialla, arancione e rossa – a seconda del livello di rischio. L’inserimento di una Regione in una delle tre fasce di criticità, ha spiegato il Presidente del Consiglio, avverrà con ordinanza del Ministro della Salute che recepisce l’esito del monitoraggio periodico effettuato congiuntamente con i rappresentanti delle Regioni”. Dunque, afferma Corrado “circa le celebrazioni, il testo precisa nuovamente che ‘l’accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro’ (art. 1 comma 9 lettera p)”. Come già nei precedenti Dpcm “viene chiarito che le celebrazioni con la partecipazione del popolo si svolgono nel rispetto del protocollo sottoscritto dal Governo e dalla Conferenza Episcopale Italiana, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico (articolo 1 comma 9 lettera q)”.

Riguardo alle catechesi e allo svolgimento delle attività pastorali, alla luce delle indicazioni del Dpcm, la Segreteria Generale della Cei “consiglia una consapevole prudenza; raccomanda l’applicazione dei protocolli indicati dalle autorità e una particolare attenzione a non disperdere la cura verso la persona e le relazioni, con il coinvolgimento delle famiglie, anche attraverso l’uso del digitale. Già l’Ufficio catechistico nazionale con il documento ‘Ripartiamo insieme’ aveva suggerito alcune piste operative. In particolare, per le zone rosse, la Segreteria Generale invita a evitare momenti in presenza favorendo, con creatività, modalità d’incontro già sperimentate nei mesi precedenti e ponendo la dovuta attenzione alle varie fasce di età”, conclude Corrado.

«In chiesa e alla Messa? Sono arrivati dalla Conferenza Episcopale Italiana opportuni chiarimenti. Sì, è possibile partecipare alla liturgia. Anche nelle zone pitturate di rosso. Qui i fedeli devono però compilare l’autocertificazione. Dove intendono andare a Messa, a che ora c’è la funzione, quando finirà. Ma – ed ecco la novità assoluta – i vescovi sconsigliano di andare a Messa in Lombardia, Calabria, Piemonte, Val d’Aosta e Sud Tirolo. Una spinta a editare il precetto festivo dove la Chiesa si dimostra più realista del re, più cesarista di Cesare. È la prima volta a memoria d’uomo che non sia lo Stato a vietare o scoraggiare le Messe, ma sia la stessa autorità ecclesiastica a consigliare di astenersi dalla pericolosa tentazione di recarsi a prendere materialmente l’ostia consacrata dalle mani del sacerdote con il rischio di restare fulminati dal Covid. Nelle zone rosse, scrive la Cei, è meglio «evitare momenti in presenza favorendo, con creatività, modalità d’incontro già sperimentate nei mesi precedenti e ponendo la dovuta attenzione alle varie fasce di età».
Ma come? Sembra quasi la confessione che le precauzioni minuziose messe in atto dallo scorso giugno hanno delle lacune. Rischia di apparire un’autodenuncia. Ma davvero i vescovi temono ci siano assembramenti nelle navate? Viene da chiedersi da quanto tempo non dicono Messa nelle parrocchie. Le chiese oggi, senza eccezione alcuna da Nord a Sud, lo giuro, sono i territori più immacolati della terra, sembrano monasteri tibetani. Appena entri uno steward con la canotta arancione ti fa ungere le mani col gel, ti fa accomodare in posti distanziati, è vietato inginocchiarsi, sfiorarsi, si infila la mano con la particola sotto la mascherina, guai spostarsi di un metro prima del segnale per uscire. E ora i vescovi dicono che è meglio astenersi e seguire la Messa on line? Conta così tanto il corpo più dell’anima? O magari – ce ne informerà presto Eugenio Scalfari – non esiste. Urge chiarimento, please.
Alcune diocesi hanno, per sveltire le pratiche e non arrivare in ritardo alla funzione, inviato per mail i moduli precompilati con opportune citazioni del Dpcm, prima che zelanti vigili urbani entrino a strappare il turibolo al chierichetto sull’altare. «Autodichiarazione per raggiungere i luoghi di culto». Si aggiunge «Partecipazione alla celebrazione delle ore…», «visita al luogo di culto (situazione di necessità)».
Domanda. Non erano quelle sulla fede personale notizie sensibili e inviolabili? Bo’. Senza spesa si otterrà una schedatura dei cristiani. Sarebbe opportuno che si informasse quale destino avranno queste dichiarazioni confessionali una volta ritirate dalla polizia locale e dai carabinieri. Non è che finiscono nei big data cinesi, in base a qualche accordo segreto con il Vaticano?» (Re.Fa.).

E ovviamente, non si è fatto attendere la protesta per la mancata chiusura delle chiese e la proibizione delle Messe, auspicato dai burloni dell’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (loro esternazioni, più arciserie dei più rigidi calvinisti di secoli fa, sono sempre esilarante:
“La corsia preferenziale per chiese e funzioni religiose nei #Dpcm rischia di essere, per i bambini, la beffa che si aggiunge al danno.
Quando ti chiudono cinema, campetto da calcio, sala giochi, piscina, ma domenica mattina ti tocca ancora andare a messa…”.

Ci provano sempre a far proibire il culto e a far chiudere le chiese. Cari razionalisti fatevene una ragione e rassegnatevi, nonostante le chiese vuote senza vostro concorso, non ci riuscirete a distruggere la Chiesa. Sarà come disse il Cardinale Consalvi, Segretario di Stato di Papa Pio VII a Napoleone mentre portava il Pontefice prigioniero in Francia. L’ha ricordato ancora Gianni Gennari in un suo “Lupus in pagina” (Napoleone, il cardinale, jena inesorabilmente sgradevole) su Avvenire del 4 aprile 2006:

Napoleone e peggio: in pagina. È storia: il Bonaparte nel 1806 mentre portava via prigioniero verso la Francia papa Pio VII, si rivolse sprezzante al cardinale Consalvi, segretario di Stato, dicendogli: «In pochi anni, io avrò distrutto la Chiesa!». Ma il cardinale, uomo di Chiesa e anche di prudenza terrena, gli rispose con tranquilla franchezza: «No, Maestà! non ci siamo riusciti noi preti, a distruggerla, e in 17 secoli” Non ci riuscirà neppure lei». I fatti dicono che Napoleone pochi anni dopo era a Sant’Elena, dove finì i suoi giorni, che Pio VII rientrò a Roma il 24 maggio del 1814, e che Chiesa e Papi sono arrivati fino ad oggi, anno 2006. Ebbene, in pagina gira ancora qualche “napoleone”, ma peggiorato. Uno per esempio, che si è trasferito di recente dal “Manifesto” alla “Stampa”, in privato è rosso, in pubblico dipende, si firma “Jena” e domenica sul suo nuovo giornale offriva a p. 3 questo soave pensiero: “Un anno fa è morto il Papa. Purtroppo se n’è fatto un altro”. Già. Anche lui come Napoleone vorrebbe farla finita, con questi papi e con questa Chiesa! Che volete farci, jene di tutto il mondo? Rassegnatevi”.

Ieri ho anche ricevuto via Messenger – in tema di autocertificazione – il documento (non ufficiale) che segue, di Alessandro Cristeros. Composto da 10 pagine, con una casistica più complessa di quella prospettata della CEI, a cui corrispondono 4 modelli di autocertificazione inclusi nel testo. Ecco, la trascrizione del file Pdf (Formulario-di-resistenza-Cattolica-DPCM-Coronavirus-ultimo). che riporto per la cronaca come una valutazione personale dell’autore:

FORMULARIO CATTOLICO/AUTOCERTIFICAZIONI CATTOLICHE
DPCM 3 NOVEMBRE 2020 – EMERGENZA CORONAVIRUS

Indice
1. Nota introduttiva
2. Autocertificazione Messa in nello stesso Comune di abitazione (ma non sotto casa)
3. Autocertificazione Messa in rito ordinario in Comune diverso dal proprio
4. Autocertificazione Messa in Rito Antico in Comune diverso dal proprio
5. Autocertificazione Confessione/Direzione spirituale in Comune diverso dal proprio
6. Formula da scrivere in caso in cui vi si dice che siete obbligati a rendere autocertificazioni sotto responsabilità penale ai sensi del DPR 445/2000

Nota introduttiva
Questo formulario è redatto da un dottore in giurisprudenza ed un aspirante notaio.
L’interpretazione del diritto non è quasi mai unanime e pacifica. Nemmeno tra gli stessi giuristi e giudici.
L’utilizzo di questo formulario è espressione di quelle che sono le mie ferme opinioni in merito all’interpretazione del DPCM 3 novembre 2020 ma, come detto sopra, non vi assicura, né vi garantisce che non incorriate in sanzioni.
Tuttavia, può rappresentare senza dubbio un valido aiuto per giustificare e motivare i propri spostamenti alla luce del presente decreto che, non limita, ma consente la libertà di culto e di religione. Motivazione che è importante sia nel caso in cui veniate fermati dalle forze dell’ordine, sia nel caso in cui decidiate di ricorrere davanti all’autorità giudiziaria contro una eventuale sanzione che vi potrà essere comminata.

Ragionamento giuridico sottostante
A tal fine, per comprendere appieno il ragionamento giuridico sottostante, invito a leggere l’articolo collegato a questo file (ragionamento che, per la natura stessa di questo file, non è opportuno riportare qua, se non superficialmente e in maniera molto schematica).

Comunque ecco i passaggi principali:
1. Alla luce del presente decreto, sono consentiti tutti gli spostamenti dalle 5:00 alle 22:00.
2. Le celebrazioni e le Chiese rimangono consentite e aperte in tutti i tipi di scenario (scenario 3 e 4).
3. In caso di scenario di tipo 3 il decreto espressamente afferma che «è vietato ogni spostamento con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un Comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione, salvo che […] (omissis) per usufruire di servizi non sospesi e non disponibili in tale comune». (art. 2, comma 4, lett. b).
4. In virtù di un’interpretazione sistematica del diritto alla luce dei suoi principi generali del nostro ordinamento l’espressione “servizi non disponibili nel proprio comune” non può che intendersi nel seguente modo: vi sono dei servizi, nei quali la persona di una delle parti è essenziale, che non possono certamente dirsi disponibili nel proprio comune, se la persona nella quale si ripone la propria fiducia si trova altrove. Affidarsi al professionista, al notaio, al commercialista, al dentista, all’architetto, allo psicologo sotto casa non è certamente la stessa che affidarsi a quel professionista, a quel notaio, a quel commercialista, a quel dentista, a quell’architetto, a quello psicologo, a quel sacerdote che si conoscono da anni e nei quali si ripone stima ed estrema fiducia.
Per tali ragioni, tutti questi spostamenti debbono necessariamente ritenersi giustificati alla luce del presente decreto, anche se attengono a servizi disponibili in prossimità della propria abitazione.
Evitiamo però, per non incorrere in inutili sanzioni, di esasperare, per cose di minima importanza, questo principio. È indiscutibile che anche il rapporto cliente-parrucchiere, cliente-fruttivendolo sia retto, il più delle volte, dal c.d. INTUITU PERSONE (nel quale la persona di una delle parti è elemento essenziale del rapporto giuridico o – in termine atecnico – del servizio). Ma a ciò si potrebbe facilmente e forse giustamente obbiettare che gli interessi sottesi a tali rapporti (essere un po’ più belli o avere una qualità della frutta leggermente superiori) non sono tali da giustificare gli spostamenti fuori dal proprio Comune in presenza di una simile emergenza sanitaria.
5. Alla luce di quanto detto nel punto 3, nel punto 4 e alla luce del fatto che viviamo in uno Stato laico che tutela al massimo la sensibilità religiosa del singolo e le sue più intime e radicate convinzioni, non è certamente possibile impedire al fedele di recarsi in altro Comune per partecipare alla Santa Messa, che non sente rappresentata la sua fede la sua più intima e la sua insindacabile sensibilità religiosa nella Santa Messa disponibile nel proprio comune.
Non viviamo in uno Stato Cattolico, che potrebbe giustamente obbiettare che i sacramenti, per il cattolico, rimangono tali ed ugualmente fruttuosi per la sua anima, sia nel caso in cui essi siano celebrati dal più santo dei sacerdoti, sia nel caso in cui siano celebrati dal più meschino di essi. Viviamo in uno Stato che, alla luce degli artt. 19 e 2 Cost. e 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, lascia alla determinazione delle più intima sfera della coscienza del fedele, le proprie convinzioni religiose.
Per tale ragione, non limitando il presente decreto la libertà di culto, nemmeno nelle ipotesi di scenari più gravi, non si può dire che siano disponibili nel proprio Comune Sante Messe (“servizi” secondo la norma) a cui il fedele recarvisi, se tali Messe non sono conformi alla più intima e insindacabile convinzione religiosa del fedele stesso;
6. In caso di scenario di tipo 4 (il più grave; c.d. zona rossa), si dice solamente che «è vietato ogni spostamento in entrata, in uscita e all’interno di detti territori» (art. 3, comma 4, lett. a). Tuttavia, è in re ipsa, a mio avviso, che se “un servizio” è disponibile e non è vietato nei territori di tipo 4, è evidente che sia possibile recarvisi. Ed è altrettanto evidente che, se tale servizio non è disponibile nel proprio territorio, sia consentito al cittadino recarsi in altro Comune.

Ulteriori avvertenze
Come detto, a livello personale, sono convinto e sicuro del mio ragionamento, che altrimenti non avrei proposto. Tuttavia non si può certamente sperare che sia compreso da tutte le forze dell’ordine, non essendo loro operatori del diritto in senso stretto (ma dalla maggioranza mi auguro di sì). Sono fiducioso che tale ragionamento possa essere compreso e condiviso dall’autorità giudiziaria che sarà chiamata a decidere se togliervi o meno l’eventuale sanzione che vi sarà inflitta.
Tuttavia, come detto, solo pochi i casi, in diritto, in cui c’è univocità di vedute da parte degli interpreti. Quindi: il conformarsi a questo scritto non è assolutamente garanzia di non incorrere in sanzioni.

Sanzioni
Non mi sono informato personalmente, per cui potrei sbagliarmi, ma, da quanto ho letto, le sanzioni cui si rischia di incorrere sono:
– sanzione amministrativa da 400 a 3.000 euro;
– sanzione di cui all’art 650 c.p.;
– sanzioni ai sensi del DPR 445/2000, in caso di dichiarazioni false o mendaci, se siete talmente pescioloni da renderle ai sensi del DPR 445/2000;
– ovviamente, se si va in giro da malati, penso che si possa sconfinare dal reato di epidemia a quello di omicidio (nella sua gradazione più conforme al caso concreto)

Autocertificazione/Autodichiarazione ai sensi del DPR 445/2000
Le “autodichiarazioni” o autocertificazioni effettuate ai sensi del DPR 445/2000 sono delle dichiarazioni fatte sotto la vostra responsabilità penale.
Ma come ogni buon aspirante notaio ben sa è un errore giuridico imperdonabile, per ogni operatore del diritto o forza pubblica, far assumere alle parti, ai comparenti, ai cittadini, una responsabilità penale aggiuntiva e non richiesta da alcuna norma di legge. Nondimeno, il candidato al concorso notarile che fa rendere alle parti dichiarazioni ai sensi del DPR 445/2000 al di fuori delle poche ipotesi che attengono all’attività notarile (prezzo, mediatore, edifici costruiti ante ’67), si rende meritevole di bocciatura immediata con tanto di lancio dell’elaborato.
Allo stato attuale non esistono norme di legge, o atti aventi forza di legge che impongono di giustificare i propri spostamenti nella forma dell’ “Autodichiarazione”. Questa è solo una possibilità, certamente lecita, ma una possibilità: rimessa come tale alla libera volontà del dichiarante.
Quindi ecco come comportarsi: scaricate pure le autocertificazioni che trovate in giro.
Utilizzate pure quelle, se volete. L’importante che, con un bel tratto di penna, cancellate ogni riferimento al DPR 445/2000, e che sostituite il termine “Autocertificazione” o “Autodichiarazione” (o se presente il termine “quale dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà” – ma non penso ci sia perché quest’ultima locuzione non c’entrerebbe nulla) con il termine “DICHIARAZIONE”.
Se poi, nella malaugurata ipotesi che incontriate, un ufficiale di polizia che – in maniera erronea – sostiene che siete obbligati a rendere, non dichiarazioni semplici, ma dichiarazioni/autocertificazioni ai sensi del dpr 445/2000, non superate mai i limiti dell’educazione e del parlare civile. Semplicemente, limitatevi a scrivere sulla vostra bella autocertificazione che «la vostra volontà era quella di rendere dichiarazioni semplici, ma che l’ufficiale di polizia …. (nome e cognome) vi ha obbligato a rendere dichiarazioni ai sensi del dpr 445/2000».
Vi confesso che non sono per nulla pratico di diritto penale, ma, ad intuito, penso proprio che una simile imposizione da parte dell’ufficiale di polizia, possa a tutti gli effetti configurare un qualche tipo di reato perseguibile penalmente quale, ad esempio, l’abuso di ufficio o l’abuso di potere.

(Messa nel proprio Comune ma non nella Chiesa più vicina)
DICHIARAZIONE AI SENSI DEL DPCM 3 NOVEMBRE 2020

(Messa in Comune diverso dal proprio)
DICHIARAZIONE AI SENSI DEL DPCM 3 NOVEMBRE 2020

(Messa in Comune diverso dal proprio per partecipare al Rito Antico)
DICHIARAZIONE AI SENSI DEL DPCM 3 NOVEMBRE 2020

(Confessione e/o Direzione Spirituale in Comune diverso dal proprio)
DICHIARAZIONE AI SENSI DEL DPCM 3 NOVEMBRE 2020

DICHIAZIONE DA SCRIVERE NEL CASO IN CUI LE FORZE DI POLIZIA PRETENDANO CHE RENDIATE DICHIARAZIONI SOTTO FORMA DI “AUTODICHIARAZIONE” O “AUTOCERTIFICAZIONE” AI SENSI DEL DPR 445/2000

In tal caso evitate di protestare se l’agente di polizia ritiene di non accogliere le vostre obiezioni, ma obbedite prontamente e aggiungete semplicemente la seguente dichiarazione (o qualcosa di simile):

«Tali dichiarazioni sono rese ai sensi del DPR 445/2000. A tal fine si precisa che la mia volontà era di rendere “dichiarazioni semplici”. Tuttavia l’agente di polizia (nome e cognome) mi ha intimato di renderle sotto forma di autodichiarazione ai sensi del DPR 445/2000, prospettandomi un obbligo giuridico in tal senso».

N.B.

Come detto, le dichiarazioni rese ai sensi del DPR 445/2000 (c.d. autocertificazioni o autodichiarazioni) sono dichiarazioni che vi fanno assumere, in caso di dichiarazioni false o mendaci, una responsabilità penale aggiuntiva, e non richiesta da alcuna norma in tema di emergenza Coronavirus.
È un grave e imperdonabile errore giuridico, per un operatore del diritto o per una forza pubblica, far assumere alle parti, ai contraenti, ai cittadini una responsabilità penale aggiuntiva se non espressamente richiesto dalla legge.
Attualmente, a quanto mi risulta, non esiste una sola legge o un solo atto avente forza di legge, che relativamente all’emergenza coronavirus, imponga ai cittadini di giustificare, sotto pena di sanzioni penali, il proprio spostamento, rendendo dichiarazioni ai sensi del dpr 445/2000. Questa è solo una facoltà, una possibilità, rimessa alla libera scelta del dichiarante, non un obbligo.
Se poi, incontrate, un ufficiale di polizia che – in maniera erronea – sostiene che siete obbligati a rendere, non dichiarazioni semplici, ma dichiarazioni/autocertificazioni ai sensi del dpr 445/2000, non superate mai i limiti dell’educazione e del parlare civile. Semplicemente, limitatevi a scrivere sulla vostra bella autocertificazione che «la vostra volontà era quella di rendere dichiarazioni semplici, ma che l’ufficiale di polizia (nome e cognome) vi ha obbligato a rendere dichiarazioni ai sensi del dpr 445/2000.
Vi confesso che non sono per nulla pratico di diritto penale, ma, ad intuito, penso proprio che una simile imposizione da parte dell’ufficiale di polizia, possa a tutti gli effetti configurare qualche tipo di reato perseguibile penalmente quale, ad esempio, l’abuso di ufficio o l’abuso di potere.

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