Ormai, siamo alle liste di proscrizione. Dei gazzettieri in toga lombardi infliggono la censura a Mario Giordano. Per obbligare al pensiero unico

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Mario Giordano invitò Vittorio Feltri su Rete 4 e viene punito dall’Ordine dei giornalisti: CENSURA al brillante conduttore della trasmissione “Fuori dal coro” su Rete 4. Indipendentemente dell’opinione che si possa avere su Feltri o sulle sue esternazioni, si tratta di una decisione incredibile dell’organo dei giornalisti, una casta che non ha uguali nel mondo democratico, per obbligare al pensiero unico, quindi un pericolo per la libertà di espressione.
Riporto la denuncia e la solidarietà espresso oggi in un articolo dall’amico e collega Renato Farina “Fuori del coro” su Libero (il giornale fondato da Feltri), preceduto dalla storia pregressa e seguito dall’editoriale di Ruben Razzante “Il caso Feltri. L’Ordine dei Giornalisti ha un problema di credibilità” sulla Nuova Bussola Quotidiana del 27 giugno 2020.

Vittorio Feltri e Mario Giordano.

Si tratta di una storia che ha le sue origini sei mesi fa, quando sui social era diventato il caso del giorno. Lo scrittore Maurizio De Giovanni e il senatore Sandro Ruotolo avevano deciso di agire in sede civile e penale, ipotizzando una violazione della legge Mancino, che sanziona le manifestazioni di odio. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, pur non citandolo, ha dedicato a Feltri ‘Je so’ pazzo di Pino Daniele, “in particolare la fine di quella canzone, che per me è poesia” e intanto pensava ad azioni legali.

Mario Giordano, conduttore di “Fuori del coro” su Rete 4.

Il fondatore di Libero Vittorio Feltri, durante la puntata del 21 aprile 2020 della trasmissione “Fuori dal coro”, condotta su Rete 4 da Mario Giordano, ha detto: “Perché mai dovremmo andare in Campania? A fare i parcheggiatori abusivi? I meridionali in molti casi sono inferiori”. Giordano gli aveva chiesto un parere sull’annuncio del Governatore della Campania Vincenzo De Luca, che aveva detto che intendeva chiudere i confini regionali se le regioni del Nord dovessero ripartire anzitempo.

Feltri: “Ho simpatia per De Luca, ma vorrei chiedergli se li chiude in entrata o anche in uscita? Perché a me risulta che ogni anno 14 mila campani si recano a Milano per farsi curare, perché le strutture sanitarie lombarde sono più rassicuranti di quelle campane. Io credo che nessuno di noi abbia voglia di trasferirsi in Campania”.

Giordano: “Adesso mi fai arrabbiare quelli della Campania, direttore!”.

Feltri: “Io non ce l’ho con la Campania! Sto solo dicendo che io, te e altri perché dovremmo trasferirci in Campania, a fare che cosa? I parcheggiatori abusivi?”.

Quindi, Giordano gli ha domandato se c”è stato un po’ di accanimento nei confronti della Lombardia: “Se la sono presa con i primi della classe che stanno un po’ male? C’è chi ha goduto?”.

Feltri: “È evidente. È così. Il fatto che la Lombardia sia andata in disgrazia per via del coronavirus ha eccitato gli animi di molta gente che è nutrita di invidia e di rabbia nei nostri confronti perché subisce una sorta di complesso d’inferiorità. Io non credo ai complessi d’inferiorità, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori”.

Giordano: “Direttore, adesso me li fai arrabbiare davvero! Non puoi dirlo questo!”.

Feltri: “Chissenefrega se si arrabbiano!”.

Giordano: “Se mi cambiano canale è un guaio, però!”.

Feltri: “Non cambiano canale, mi guardano invece e mi odiano di più”.

Nel corso della giornata la provocazione di Feltri era diventata rapidamente un caso politico. Feltri, che ha quasi mezzo milione di follower, ha poi pubblicato un tweet: “Mi pare del tutto evidente che il Sud e la sua gente siano economicamente inferiori rispetto al Nord. Chi non lo riconosce è in malafede. L’antropologia non c’entra con il portafogli. Noto che ancora una volta le mie affermazioni vengono strumentalizzate in modo indegno”.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha commentato (nel senso come oggi viene spiegato da Renato Farina): “Da romana, con origini sarde e siciliane non potrei ovviamente mai condividere le parole di Vittorio Feltri, ma lo conosco abbastanza bene da sapere che una persona della sua cultura e intelligenza non possa aver sostenuto la tesi di una presunta inferiorità antropologica dei meridionali. Sono certa che si riferisse alle condizioni di disparità economica tra nord e sud, come lui stesso ha avuto modo di chiarire, e che però la scelta dei termini sia stata sbagliata”.

“Il Sud per voi è solo un votificio, da cui attingere dopo un trentennio di insulti”, ha detto Erasmo Palazzotto (Leu), Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.

Michela Rostan, Italia Viva, Vicepresidente della Commissione affari sociali della Camera, ha affermato che Feltri deve essere sanzionato duramente dall’Ordine dei Giornalisti. “I suoi continui attacchi volgari ai meridionali non hanno nulla a che vedere con la libertà di esprimere le proprie opinioni. Sono una vera e propria istigazione all’odio razziale”.

Scrivono lo scrittore Maurizio De Giovanni e il senatore Sandro Ruotolo: “A Feltri occorre ricordare i due fondamentali articoli della Costituzione, l’articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) e l’articolo 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”), quale che sia la Regione o zona geografica che vivono. Feltri farebbe bene a studiare la storia del nostro Paese, anche prima dell’Unità d’Italia, e così potrà scoprire quanto poco inferiori siano i campani e i meridionali in genere”.

Il Coordinatore napoletano di Forza Italia Stanislao Lanzotti ha chiesto a Mediaset di sospenderlo.

Intervenuta a Non è L’Arena, la giornalista del Foglio Annalisa Chirico ha espresso un giudizio netto sulle recenti dichiarazioni del Direttore di Libero, appoggiandolo con un richiamo alla libertà di espressione: “Vittorio Feltri ha il diritto di esprimere ciò che vuole. Ha posto un tema vero sui meridionali, perché un popolo che economicamente più debole e più lento alla lunga rischia di essere anche moralmente inferiore”.
Le parole di Chirico sono state a dir poco manipolate sul web (stessa sorte subita da Feltri) e ha reagito: “Esiste la morale, di cui non mi occupo, e poi c’è il morale. Anni di classi dirigenti inadeguate e depressione economica hanno generato un Sud più fiacco nel morale, più rassegnato, meno intraprendente. Io sono pugliese e amo il Sud che merita lavoro, non redditi di cittadinanza”.
Finita nel mirino degli haters per le sue dichiarazioni manipolate, Chirico ha pubblicato un video sui social per rispondere per le rime, nonché per attaccare qualche esponente del Movimento 5 Stelle: “Io non parlavo di una presunta inferiorità morale del Sud rispetto al Nord, anzitutto perché sono una cittadina del Sud, pugliese. Io amo il Sud ed ho visto che qualche parlamentare/ex ministro grillino ha cercato di strumentalizzare le mie parole e di manipolarle. Cosa intendevo dire? Che un’area del Paese economicamente depressa rischia di essere depressa anche nel morale, non nella morale: cioè rischia di perdere fiducia e di essere rassegnata. Credo che le politiche per il Sud debbano essere l’esatto opposto di quelle proposte dai grillini: elemosina di Stato, reddito di cittadinanza… Noi abbiamo bisogno di lavorare e siamo anche capaci di guadagnarci il nostro posto nel mondo”.

Poi sono arrivate le scuse di Mario Giordano in diretta televisiva: “Chiedo scusa per quella frase di Vittorio Feltri, con cui spesso ho condiviso battaglie e inchieste, sui meridionali. Una frase sbagliata detta da un’altra persona non può oscurare quel che è Fuori dal Coro e le nostre denunce. Noi continueremo ad urlare più forte ancora. Non può essere cancellato da una frase pronunciata da un’altra persona”.
E si è dissociato su Twitter: “Visto che qualcuno me lo chiede ribadisco ciò che avevo già detto in trasmissione (per essere più chiaro): sarò sempre contento di ospitare Feltri e di lasciarlo libero di dire ciò che crede, ma non condivido il suo pensiero sui meridionali. È lontano anni luce da ciò che penso“.
Poi ha argomentato su Youtube rafforzando le sue scuse: “Voglio benissimo a tutti i meridionali e sono convinto che anche Vittorio Feltri voglia bene a tutti i meridionali. L’Italia è una sola, non esistono divisioni. Credo che Vittorio Feltri volesse dire altro, mi sono dissociato dalle cose che ha detto. Forse non sono stato abbastanza chiaro e mi dispiace. Amo tutta l’Italia, è una roba che non sta né in cielo né in terra. Chiedo scusa per la frase di Feltri e chiedo scusa per non avere avuto una reazione più forte. Abbiamo comunque trattato tanti altri argomenti in merito al Coronavirus, non vorrei che questa cosa detta da Feltri facesse passare in secondo piano tutto il nostro lavoro e battaglia che conduciamo da tempo con la nostra trasmissione. Abbiamo sollevato e portato alla luce di tanti problemi. Feltri è un grandissimo giornalista, ma ha detto una cosa fuori dal mondo”.

Il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, si leggeva nella nota pubblicata sul sito dell’Agcom, «ha accertato la violazione del regolamento di contrasto all’hatespeech di cui alla delibera 157/19/Cons nei confronti dell’emittente R.T.I. in relazione a quanto accaduto nella puntata del 21 aprile 2020 della trasmissione “Fuori dal Coro” che per l’occasione ospitava il giornalista Vittorio Feltri». In particolare, l’Autorità ha rilevato che «il conduttore della trasmissione, Mario Giordano, non si è adeguatamente dissociato dalle dichiarazioni di Feltri. Ad aggravare la posizione è stata ripetitività e la gravità dell’insieme degli episodi già contestati all’emittente per la medesima trasmissione. L’Agcom ha applicato l’articolo 7 comma 3 del Regolamento diffidando l’emittente a non reiterare le condotte contestate». Una vittoria per tutti i cittadini, non solo meridionali, indignati per le parole dell’ex direttore e per il silenzio di Giordano. Inoltre, «anche in ragione di una nuova contestazione per violazione del Regolamento di contrasto all’hatespeech inviata alla stessa emittente per il comportamento tenuto dal conduttore in relazione alle dichiarazioni di Iva Zanicchi nella puntata della trasmissione Fuori dal Coro del 16 giugno 2020», l’Autorità «si è riservata un’analisi complessiva dell’intero ciclo della trasmissione al fine di individuare l’eventuale natura sistematica di violazione dei principi di cui agli art. 3, 4 e 32 del Tusmar» (relativi ai principi generali e alla rettifica).

Mario Giordano, conduttore di “Fuori del coro” su Rete 4.

FUORI DAL CORO
di Renato Farina
Libero, 4 novembre 2020

L’apparato disciplinare dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha inflitto a Mario Giordano la sanzione della “censura”:
1- per avere ospitato a Fuori dal coro su Rete 4 Vittorio Feltri, definito nella sentenza “un soggetto a rischio”;
2- per aver accettato i giudizi dell’intervistato senza prendere con vigore le distanze dalle sue espressioni, che secondo i giudici devono destare orrore per il «contenuto inequivocabilmente discriminatorio» verso i meridionali.
La frase era quella il cui significato Feltri ha illustrato mille volte: «Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori». Nel senso del reddito, del contesto sociale, che li costringe ad arrabattarsi. Niente da fare. Costoro leggono nella coscienza di Feltri, e respingono l’interpretazione dell’autore come “risibile e quasi offensiva”. Ma perché? Boh. Pregiudizio.
Il grande Mario ha tutta la nostra solidarietà, sentita e affettuosa, per l’ingiustizia patita. Ma è così malriuscito questo agguato contro di lui da essere persino occasione per dargli gloria da chi abbia la testa libera.
MACCHINA INQUISITORIA
Del resto, che macchina inquisitoriale abbia partorito un topolino morto utile a far salire spaventati sulla sedia damerine e damerini, lo si sarà già capito dai capi di incolpazione sopra riferiti. Leggere poi le 22 pagine della sentenza sarà un esercizio utile ad uso dei posteri onde comprendere a che livelli di basso conformismo sia scivolata la cultura media del giornalismo italiano in questo tempo di illibertà.
Questa è gente che se fosse stato italiano, in perfetta buona fede, avrebbe impiccato Michel Houellebecq da piccolo per difendere gli islamici. Diciamolo. Giordano è un bersaglio laterale, un esercizio pedagogico per mettere su carta bollata che non bisogna frequentare il lupo cattivo delle Orobie, peggio assai di quello marsicano. Ma sì, è chiaro come il sole che il goffo schiaffetto inflitto a Giordano è un diversivo per appendere un cartello fuori dai saloon televisivi a cura dello sceriffo: «Vietato l’ingresso a Feltri. Dangerous». Testuale, come già scritto: è “un soggetto a rischio”, e Giordano “sapeva perfettamente” i denti aguzzi di cui era dotato. Feltri è perciò descritto capovolgendo i complimenti in ragione ulteriore di necessario esilio: «Professionista assoluto della parola, un raffinato scrittore». Guai a far parlare uno così. Rischia persino di convincere.
Ah il fascino perverso di Lucifero. Vade retro Satana, pardon Feltri. E chi sarebbe quello che discrimina? II fondatore di Libero o l’Ordine? Ma va’ là. Siccome Feltri non poteva e non può finire alla sbarra dei gazzettieri in toga, perché si è cancellato per il disgusto dagli elenchi sottoposti alla vigilanza di regime, hanno disegnato l’effigie di Vittorio e poi lo hanno trafitto con i loro spilloni come le streghe nigeriane del voodoo.
Si è trattato di una trovata scenica, una mossa di meschina fattura per dichiarare ufficialmente Feltri in quanto Feltri, anche quando sta ancora zitto, prima che parli, per il fatto solo di esistere, un pericolo per la razza umana che risulterebbe scombiccherata qualora lo udisse ancora. Un orso Papillon da tenere in un recinto, e se esce abbatterlo.
Chi poi gli si avvicina, gli dà confidenza, addirittura lo fa parlare davanti a un vasto pubblico, va punito perché colpevole di disobbedienza a una legge ad personam che abbiamo appreso da questa sentenza essere parte dei postulati morali invisibili del giornalismo istituzionalizzato. Essa dice: bisogna tenere Feltri alla larga del popolo, il quale va protetto dai suoi pensieri, i quali hanno pure il torto di essere efficacemente detti e scritti.
INVIDIA
Del resto un po’ di invidia la capiamo. Trascriviamo qui quella che, secondo il Consiglio di disciplina, sono le parole che inchiodano Giordano. Le riproduciamo tali e quali, non le ritocchiamo per non sciuparle. Dice il consigliere Paolo della Sala: «Lei lo invita e lo sollecita su un tema che le è noto comunque questa persona esprime, più o meno legittimamente, a seconda delle situazioni, con una certa direzione. Non le è venuto in mente che ci sarebbe potuto essere un rischio molto forte a, come dire, sfiugugliare – scusi il termine – questa persona su questo argomento andando avanti? Perché è un po’ un crescendo nelle risposte. Uno però è anche responsabile delle persone che invita, per certi aspetti, no? Proprio per questo però Lei gli alza la palla ulteriormente. Non so se riesco a spiegarmi». No sia modesto, lo fa benissimo, un bijou, pura letteratura da premio È giornalismo.
Censura! Questa paroletta odiosa esprime molto bene l’essenza di quanto accaduto.
Non ha nulla di concreto, per fortuna. È semplicemente un marchio applicato sulla fronte di una persona come nel Far West si faceva con le mandrie. Ha una funzione punitiva, in questo caso poca cosa, ma soprattutto ha lo scopo di affermare il diritto di proprietà e di controllo sul territorio del pensiero e delle parole. Chi è pericoloso?
Noi un’idea ce l’abbiamo.

Vittorio Feltri
Vittorio Feltri.

Il caso Feltri
L’Ordine dei Giornalisti ha un problema di credibilità
di Ruben Razzante
La Nuova Bussola Quotidiana, 27 giugno 2020

Le dimissioni di Vittorio Feltri dall’Ordine dei Giornalisti riaprono il vecchio dibattito: l’Ordine serve? Il problema vero è di credibilità. Se Feltri era passibile di azioni disciplinari per violazione della deontologia, che dire dei giornalisti coinvolti nel caso Palamara? E in quelli che usano i social come sfogatoio del loro odio politico?

Vittorio Feltri ha perso la pazienza. Dicendosi stufo dei processi disciplinari ai quali il Consiglio di disciplina dei giornalisti vorrebbe sottoporlo, getta la spugna e si dimette dall’Ordine. Non sarà più iscritto nell’elenco dei giornalisti professionisti. Potrà continuare a scrivere sui giornali come libero cittadino, ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione.

La notizia è stata ovviamente accompagnata da molte reazioni. Il Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Verna chiarisce: «La richiesta di dimissioni di Vittorio Feltri dall’Ordine dei Giornalisti è stata presentata al Consiglio dell’Ordine della Lombardia.  Avremmo preferito accompagnarlo su una strada di maggior attenzione alle norme della professione. Oltre alle numerose azioni disciplinari in corso nei suoi confronti, recentemente il Consiglio nazionale dell’Ordine ha dato mandato legale per valutare un eventuale danno di immagine all’intera categoria causato da alcune sue ripetute e circostanziate esternazioni. Una volta al di fuori della categoria Feltri potrà tranquillamente continuare ad esprimere liberamente le sue opinioni come prevede l’Articolo 21 della Costituzione. È ovvio che la responsabilità di quello che scriverà si sposta sui direttori responsabili delle testate che lo ospiteranno; come avviene per i tantissimi non giornalisti che ogni giorno, sulla carta stampata o in Tv, esprimono liberamente le proprie idee».

Ieri è stato Alessandro Sallusti, dalle colonne de Il Giornale, ad annunciare la decisione del suo collega, direttore editoriale del quotidiano Libero. Sallusti parla di accanimento nei riguardi di Feltri e giustifica pienamente la sua decisione di uscire da un Ordine che definisce un retaggio fascista, una sorta di soviet di sinistra per controllare la libertà d’informazione.

La vicenda Feltri, in realtà, non può essere riletta con le lenti deformanti di una ideologia ma va inquadrata nel contesto che le è proprio: quello delle presunte violazioni deontologiche che il direttore editoriale di Libero avrebbe commesso. Si può condividere o meno ciò che scrive Feltri, ma non si può negare che lui sia stato per decenni un grande giornalista, col fiuto della notizia e con una straordinaria capacità di parlare alla pancia degli italiani. I risultati gli hanno per lungo tempo dato ragione, fin dalla fine degli anni Ottanta, quando alla direzione del settimanale L’Europeo e in altre testate riuscì a realizzare veri e propri miracoli editoriali in termini di vendite. E quando prese il posto di Indro Montanelli alla guida de Il Giornale, chiamato direttamente dalla famiglia Berlusconi, seppe potenziare in modo rilevante la diffusione di quel quotidiano. Ma sul Feltri degli ultimi anni le riserve appaiono quanto meno lecite. Il linguaggio scurrile e volgare, alcuni giudizi discutibili e a volte discriminatori hanno ben presto fatto cambiare idea a molti sulla figura di quel direttore, che è presto diventato bersaglio di feroci attacchi da parte della categoria dei giornalisti. Ora l’Ordine dei giornalisti della Lombardia valuterà la sua richiesta di dimissioni.

C’è da scommettere che la vicenda rinfocolerà le polemiche sull’utilità dell’Ordine e sul suo equilibrio nel valutare le situazioni. Sicuramente le dimissioni di Feltri non sono «una vittoria del Presidente nazionale Carlo Verna, dell’Ordine della Campania, che ha presentato il primo esposto, una vittoria per l’informazione pulita, per Napoli e la Campania», come inopportunamente ha sostenuto Ottavio Lucarelli, Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania sul proprio profilo Facebook. Non ci sono vincitori quando un collega si dimette. È sempre una sconfitta per i giornalisti perdere un direttore che ha a lungo dominato la scena editoriale e al quale per decenni migliaia di giornalisti e aspiranti giornalisti hanno inviato il loro curriculum, nella speranza di poter avere una chance di lavorare con lui (e per lui).

È vero che l’Ordine dei giornalisti non è nato in epoca fascista, come erroneamente ha scritto Sallusti nel suo editoriale di ieri, bensì negli anni Sessanta, come elemento di certificazione dell’informazione professionale e presidio del diritto dei cittadini ad essere correttamente informati. È altrettanto innegabile, però, che quell’ente di diritto pubblico non economico (si qualifica tale nell’ordinamento giuridico) abbia nel tempo dimostrato i suoi limiti organizzativi e, nonostante i lodevoli sforzi di tanti suoi rappresentanti, non sia riuscito ad autoriformarsi compiutamente, perdendo anche molta credibilità agli occhi dei suoi stessi iscritti, che non a caso disertano le elezioni per il rinnovo dei consigli regionali e del consiglio nazionale, ritenendole irrilevanti per le sorti della categoria, e boicottano i corsi di aggiornamento (peraltro obbligatori), considerandoli spesso inadeguati e faziosi.

Con una legge del 2012 l’Ordine dei giornalisti e altri Ordini professionali hanno perso la competenza disciplinare, da quel momento affidata ai consigli di disciplina, ma non il potere di sollecitare e stimolare questi organismi ad occuparsi di iscritti che pongano in essere condotte di dubbia correttezza sul piano deontologico. Per riacquistare la credibilità perduta l’Ordine dovrebbe anzitutto essere più vigile e imparziale nella segnalazione di situazioni in grado di compromettere la dignità e il decoro della professione giornalistica. Rispetto ai contenuti di molti scritti di Vittorio Feltri sussistono fortissimi dubbi circa la loro conformità ai principi deontologici. È lecito che l’Ordine sollevi il problema ed è altrettanto lecito che il Consiglio di disciplina territoriale competente, in questo caso quello lombardo, approfondisca, anche in vista dell’eventuale applicazione delle sanzioni previste dalla legge istitutiva dell’Ordine, del 1963, che possono arrivare fino alla radiazione dell’iscritto. Ma esistono tantissime altre situazioni che meriterebbero di essere attenzionate dai vertici dell’Ordine nazionale. Ad esempio, si sta dando seguito sul piano disciplinare alle atroci scoperte di rapporti quanto meno equivoci tra importanti magistrati come Luca Palamara e firme di primo piano dei principali quotidiani nazionali? Non si tratta di condotte che, se verificate, integrerebbero gli estremi di gravi illeciti disciplinari?

E che dire dei giornalisti che apertamente assumono posizioni politiche che fanno dubitare fin da subito della loro neutralità rispetto agli eventi che raccontano? Una riflessione andrebbe anche fatta sui giornalisti che si rendono complici, quando non promotori, di veri e propri processi mediatici, trasformando in colpevoli semplici imputati ancora prima della sentenza. Esiste da undici anni un Codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione delle vicende giudiziarie in Tv e all’art.8 del Testo unico dei doveri del giornalista si fa esplicito divieto ai giornalisti di trasformare gli studi televisivi in aule di tribunale. Eppure succede spessissimo, e l’Ordine dei giornalisti non se ne occupa.

Infine il tema dei social. Feltri sarà stato offensivo in varie sue esternazioni, ma quanti giornalisti ogni giorno usano i propri profili social come sfogatoi delle loro pulsioni individuali, senza freni inibitori, ledendo la dignità di tanti colleghi o diffamando testate nelle quali lavorano giornalisti corretti e disciplinati? Eppure l’art.2 del Testo unico dei doveri del giornalista lo vieta esplicitamente. 

La coerenza deontologica deve fare la differenza tra l’informazione di qualità e l’informazione spazzatura. Ciascun giornalista, prima di giudicare gli altri, faccia un serio esame di coscienza ed eviti di cercare a tutti i costi un capro espiatorio per non mettersi in discussione.

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