Robert Doisneau, Paris en Liberté al Palazzo delle Esposizioni fino al 13 febbraio 2013

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Per la bella mostra su Robert Doisneau andiamo al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. Vediamo subito che il Palaexpo tende a diventare un melting pot, un contenitore nel quale interagiscono più mostre: varie installazioni e percorsi, spazi ricreativi per adulti e per bambini, bookstore ecc.: nulla di male, ovviamente, tranne la sensazione che le iniziative tendano ognuna a catturare segmenti di pubblico per l’altra. Le mostre dei grandi fotografi del ‘900 sono divenute così frequenti da fare concorrenza – quanto a richiamo di pubblico – alle mostre dei grandi pittori. Mi pongo, allora, due interrogativi: 1) il contesto museale come si sta attrezzando (e trasformando) per esporre anche la fotografia? Seconda domanda: 2) cosa c’è di attraente nell’immagine fotografica, quale è l’elemento artistico che provoca il pubblico rivelando una intensità simile a quella della grande pittura?

La mostra di Doisneau è collocata in fondo alle sale, in una posizione apparentemente residuale, ma costituisce l’evento di maggior richiamo (commentavano così le cassiere). La mia tesi è che la grande fotografia del ‘900 (pure riprodotta, occasionale, in bianco-nero, di fruizione veloce …) ha successo perché riesce a trovare nel contesto museale quell’aura artistica che Walter Benjamin (nel 1936) le aveva negato e che i new-media tendono oggi, sempre di più, a dissipare. Riguardo all’impaginazione delle mostre di fotografia ci sono due tendenze: 1) esporre le fotografie come fossero dei dipinti (sia pure atipici): con cornici nere e passepartout, in formato omogeneo, in fila lungo le pareti in ordine cronologico, ognuna per sé con la sua targhetta … e: 2) esporre le foto a gruppi, per temi e con soluzioni originali e in formati diversi (stampe piccole o grandi, colore o b/n, pannelli, video …), su superfici diverse (muri, lastre di plexiglass, totem …), aggiungendo scritte e didascalie che suggeriscono idee di fruizione. La mostra di Doisneau è di questo secondo tipo. Il risultato è divertente, quasi eccitante: il pubblico parla e commenta, circolano bambini (più o meno rumorosi), la gente va e viene tra le foto con una modalità fruitiva ben diversa dal contegno ingessato e formale che si trova alle mostre dei grandi pittori.

Ma veniamo alle foto di Robert Doisneau (1912-1994), intitolate globalmente Paris en Liberté. Sono molte, quasi 200, di epoche  diverse, alcune assai note (il bacio, i bambini che attraversano la strada, i ritratti di Simone de Beauvoir o di Picasso, il dipinto erotico nella vetrina dell’antiquario, la prostituta sognante), comune è la location: Parigi. Va osservato che alcune delle immagini – pure tecnicamente perfette – acquistano senso e rivelano originalità solo se viste in gruppo con altre della stessa serie: sono momenti di una intuizione comune ben sottolineata dalla scenografia della mostra. Altre foto, invece, si impongono allo sguardo da sole, fermano il visitatore e rivelano l’individualità e l’autonomia artistica di Doisneau. La fotografia non richiede la minuziosa e lunga tecnica della pittura e neppure la forte simbolizzazione del disegno: l’occhio meccanico agisce in una frazione di secondo. Il fotografo certamente programma con studio esposizione e diaframma, ma soprattutto seleziona l’inquadratura e sceglie il momento dello scatto: il fotografo prende le distanze dalla situazione in cui è immerso (se ne tira fuori), ma allo stesso tempo vi resta dentro e ne cattura un dettaglio decisivo, un particolare che è latente in quel luogo e in quelle persone.

Doisneau ha intuizione d’artista e la rivela attraverso il mezzo e il linguaggio fotografico mostrandosi osservatore ironico, sarcastico, sentimentale, poetico, anche sociale. La sua è una narrazione ammirevole del flusso vitale della sua città. Ed in questo può trovarsi la ragione dell’interesse che le sue foto hanno ancora oggi, in un mondo bombardato da immagini, figure, sequenze, icone. Doisneau ci svela sia l’intelligenza dello sguardo (si vedano le foto dei visitatori davanti al ritratto della Gioconda) sia l’umanità delle persone che passano davanti al suo obiettivo (le passeggiatrici, le ballerine, i bambini per strada). Ecco ciò che manca nelle città contemporanee: una umanità così viva e ionteressante ed uno sguardo creativo e simpateticamente libero.

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