Il Papa apre l’Anno della fede: avanzano i “deserti spirituali”, per questo l’uomo ha “sete di Dio”

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“Un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo”, durante il quale occorre “portare con sé solo ciò che è essenziale”: “il Vangelo e la fede della Chiesa”. Sono queste le parole che Benedetto XVI ha adoperato per definire l’Anno della fede, inaugurato oggi con una solenne celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica Vaticana. Innanzi a una “desertificazione spirituale” che avanza, c’è bisogno secondo il Papa di fede e nuova evangelizzazione, poiché è nel deserto che “si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere” e aumenta la “sete di Dio”, cioè del “senso ultimo della vita”. Con Benedetto XVI hanno concelebrato 80 cardinali, 15 Padri conciliari, 8 Patriarchi delle Chiese Orientali, 191 arcivescovi e vescovi che partecipano al Sinodo, 104 presidenti di Conferenze episcopali. Particolare rilievo ha assunto la presenza di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana e del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. Ed è significativo che la prima lettura sia stata in inglese e la seconda in greco.

La celebrazione si è svolta nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, ed è stata caratterizzata da quelli che il Papa ha definito alcuni “segni specifici”: la processione iniziale, che con oltre 400 presuli ha richiamato il celebre corteo dei Padri conciliari che 50 anni fa entrarono in San Pietro; l’intronizzazione dell’Evangeliario; la riproposizione dei sette Messaggi finali del Concilio, che il Papa ha consegnato a sette diverse categorie di persone prima della benedizione: governanti, uomini di scienza e di pensiero, artisti, donne, lavoratori, poveri, ammalati e sofferenti, giovani. Celebrandosi inoltre il ventesimo anniversario del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Santo Padre ne ha affidato una copia a due rappresentanti dei catechisti.

Benedetto XVI ha osservato nella sua omelia che l’Anno della fede è “legato coerentemente” al cammino percorso dalla Chiesa nell’ultimo mezzo secolo, dal Concilio – con l’indizione di un Anno della fede nel 1967 da parte di Paolo VI –, fino al Giubileo del 2000, con il quale Giovanni Paolo II “ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre”. In entrambi questi Pontefici, ha proseguito il Papa, “c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo”. Un anelito già presente in Giovanni XXIII, che convocò il Concilio e lo inaugurò con queste parole: “È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo”.

Papa Ratzinger le richiama oggi e ricorda poi la “tensione commovente”, sperimentata ai tempi del Concilio, perché la fede risplendesse nella sua verità e la bellezza, “senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato”. Ma per “riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo”, occorre che la nuova evangelizzazione poggi su una “base concreta e precisa”, cioè i documenti del Concilio. È in essi, insiste Benedetto XVI, che si trova la “vera eredità” del Vaticano II. Il Concilio “non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico”. Si è piuttosto preoccupato perché la fede “continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”.

È vero che i Padri conciliari “si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno”, ma “proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano”. Al termine della Messa il Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli ha rivolto un indirizzo di saluto al Pontefice. Ha parlato del “ristabilimento” dell’unità tra tutti i cristiani come di un “movimento che si allarga” ed è tornato con la memoria al tempo del Concilio, ad alcune fasi del quale ebbe modo di prendere parte, come “un periodo promettente, ricco di speranza, sia all’interno che all’esterno della vostra Chiesa”. Diverse sono state le “conquiste” raggiunte in questi cinquant’anni dalle due “Chiese sorelle” nel cammino verso una “sola dimora” e la loro “unità visibile”: le “reciproche abrogazioni delle scomuniche dell’anno 1054, lo scambio di auguri, la restituzione delle reliquie, l’inizio di dialoghi importanti e le visite reciproche nelle nostre rispettive sedi”. Un cammino comunque non sempre “facile”, né “esente da sofferenze e sfide”.

Secondo Bartolomeo I oggi è urgente testimoniare il messaggio di salvezza ai poveri, gli oppressi e gli emarginati, e pregare per la pace in Medio Oriente. Il “desiderio di armonia” e “la comprensione che cerchiamo con il dialogo e il reciproco rispetto” possono essere, secondo il Patriarca, “modello per il nostro mondo”, lavorando insieme per debellare il dolore dei popoli, specie dove si soffre a causa della fame, dei disastri naturali, delle malattie e della guerra.

In ricordo della fiaccolata di festa organizzata 50’anni addietro dall’Azione Cattolica – in onore dei Padri conciliari e per commemorare quella avvenuta al Concilio di Efeso 15 secoli prima –, quando migliaia di persone accorsero in piazza San Pietro e Giovanni XXIII salutò l’iniziativa con il celebre “Discorso della Luna”, l’Azione Cattolica Italiana, in collaborazione con la Diocesi di Roma, ha organizzato un momento di riflessione e preghiera, testimonianza e festa: “La Chiesa bella del Concilio”. Alle 19.40 di stasera partirà una fiaccolata, che da Castel Sant’Angelo percorrerà Via Conciliazione per raggiungere piazza San Pietro. Dopo vari interventi, testimonianze e momenti di preghiera, Benedetto XVI si affaccerà intorno alle ore 21 dalla finestra del suo studio.

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