Il primo periodo conciliare (11 ottobre – 8 dicembre 1962): l’apertura

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Nella sua allocuzione, il Pontefice sosteneva che il Concilio avrebbe dovuto presentare al mondo un duplice insegnamento: pastorale innanzitutto, permettendo che la dottrina della Chiesa, “certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta nella maniera più adatta e rispondente alle esigenze del nostro tempo”; positivo poi, in quanto la Chiesa “preferisce ricorrere al rimedio della misericordia piuttosto che imbracciare le armi della severità; pensa di poter meglio rispondere alle necessità odierne, mettendo in evidenza la ricchezza del suo insegnamento piuttosto che ricorrendo alla condanna”. Era un Concilio che non nasceva da un’emergenza dottrinale o disciplinare, che non avrebbe promulgato dogmi né pronunciato anatemi. Il Papa ribadiva l’intento di “trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”, ma fustigava i profeti di sventura: “Anime, pur ardenti di zelo (…) nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, risulta del tutto peggiore; e si comportano come se nulla avessero imparato dalla storia, che pure è maestra di vita. (…) A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi incombesse la fine del mondo”. La sera si svolse una fiaccolata di festa, organizzata dall’Azione Cattolica in onore dei Padri conciliari, per ricordare quella avvenuta al Concilio di Efeso 15 secoli prima. Migliaia di persone accorsero in piazza San Pietro. Giovanni XXIII aveva già parlato, a lungo, la mattina, ma poi, incuriosito, scrutò la Piazza dalla finestra, si commosse e rivolse un saluto rimasto celebre: “Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui di fatto tutto il mondo è rappresentato. (…) In questo momento lo spettacolo offertomi è tale da restare a lungo nel mio animo, come rimarrà nel vostro”.

Quindi gli accenni più toccanti: “Tornando a casa, troverete i bambini; date loro una carezza e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specialmente nelle ore della mestizia e dell’amarezza”. Quello che va dall’11 ottobre all’8 dicembre 1962, cioè il primo periodo conciliare, è un tempo di rodaggio, non privo di difficoltà e lentezze. I vescovi non si conoscevano ancora tra loro e dovettero adattarsi a regole comuni, pur se alquanto diversi per nazionalità, lingua, formazione, mentalità ed esperienze. Provvidenziale risultò, per l’avvio di una discussione serena e feconda, l’Ordo, cioè il Regolamento del Concilio, che era stato pubblicato il 5 settembre del 1962 e che, insieme al motu proprio Appropinquante Concilio, è considerato come il codice del Vaticano II, in quanto stabiliva le norme per un metodico e preciso sviluppo di tutta la vita conciliare. Il Regolamento era composto da tre parti, suddivise in 24 capitoli e 70 articoli. La prima trattava delle persone che partecipavano al Concilio, o prestavano la loro opera per il suo svolgimento. La seconda fissava le regole che dovevano essere osservate durante il Concilio, mentre la terza indicava il modo di procedere nei lavori.

Nel Regolamento venivano inoltre spiegate le denominazioni più importanti utilizzate per indicare le varie fasi dei lavori: Congregazione generale (le riunioni di lavoro in cui tutti i Padri esaminano e discutono i vari testi per giungere ad una formulazione definitiva da approvare per votazione), Commissione conciliare (indica un gruppo di Padri, scelti in parte dall’Assemblea e in parte dal Papa, che, fuori dall’Aula, hanno il compito di emendare e rielaborare, secondo i pareri espressi dai Padri, gli schemi delle Costituzioni e dei Decreti), Sessione pubblica (quelle Assemblee del Concilio, presiedute dal Papa e aperte al pubblico, nelle quali vengono posti degli atti conciliari come la professione di fede, la promulgazione di testi, la lettura dei decreti di apertura e di chiusura del Concilio). Il Regolamento stabiliva inoltre la procedura di svolgimento dei lavori nell’Aula conciliare. Ogni argomento da discutere era illustrato in Congregazione generale da un relatore designato dal presidente della Commissione competente. Ai Padri era fornito in anticipo il testo scritto del tema in esame. Ogni Padre che intendeva intervenire riguardo ad esso presentava domanda e, al suo turno, esponeva le proprie opinioni, consegnando per iscritto eventuali emendamenti proposti. La competente Commissione studiava le correzioni suggerite e ripresentava in Congregazione lo schema corretto, spiegando i motivi per cui ogni emendamento era stato inserito o respinto.

I Padri erano dunque chiamati a esprimere il loro voto sui singoli emendamenti e, se questi erano accettati, sulla nuova redazione del testo, che poteva andare incontro ad un ulteriore perfezionamento. Solo dopo quest’opera di vaglio e l’approvazione della maggioranza dei due terzi dei voti, uno schema poteva essere presentato alla Sessione pubblica per la votazione definitiva alla presenza del Papa e per la conseguente promulgazione. Questa prima sessione contò 33 votazioni con schede ed altre per alzata e seduta. Gli interventi orali in Aula furono 608 e 578 quelli scritti. Nessuno dei cinque temi presentati raggiunse però il traguardo, cioè l’approvazione e promulgazione in Sessione pubblica. Il 20 ottobre i Padri rivolgevano un Messaggio all’umanità.

Il periodo preparatorio

L’annuncio

A 50 anni dall’inizio del Concilio

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