Bulli da basso impero espandono loro torace su nostre disgrazie, mentre la “sindrome di Palazzo Chigi” colpisce anche Conte

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Scrive la Repubblica di oggi, che i partiti della coalizione giallorossa iniziano a rimproverare al premier una sorta di atteggiamento “onnipotente” e che gli Stati generali – kermesse escogitata in solitaria nelle stanze della Presidenza del Consiglio – ne sono l’ultima espressione.

Faccio seguire due articoli di Renato Farina su Libero: il primo su un’idea folle che gira in certi conciliaboli agli Stati generali di Villa Pamphili: tagliare di brutto le nostre pensioni (pensionato avvisato, mezzo salvato); il secondo sui governanti che approfittano delle nostre disgrazie per fare la voce grossa, senza risolvere i problemi.

Come ai tempi del Basso Impero: più parassiti che produttori. Fatte le debite sostituzioni, di tempo, di personaggi e di situazione – non di luoghi, purtroppo – le vicissitudini del Basso Impero sembrano quelle dell’odierna, patetica fase della repubblica delle bananas di Giuseppe dei Conti di Giuseppi, titolare di una friggitoria di chiacchiere del balconazzo, che quando diventerà grande farà di nuovo l’avvocato. Vuolsi così, colà…?

La solita solfa. Oggi arrivano piccole sforbiciate alla rivalutazione dei vitalizi. Ma domani, per ripagare i debiti del Recovery Fund con l’Ue, la Troika sta pensando di imporci sacrifici stile Grecia
di Renato Farina
Libero, 15 giugno 2020

Agli Stati Generali, ma non davanti a tutti, bensì in certi conciliaboli, è stata prospettata una certa idea. Il corpo del pensionato italiano tipo, quello di oggi e quello di domani, è stato adagiato in sala chirurgica. Che farne? Che cosa asportare? Il soggetto non è a tema, non c’è nell’ordine del giorno, per non spaventare il paziente. Ma il medesimo paziente non è tanto tranquillo. Gli caveranno sangue. Questa è l’intenzione. Una follia. La pensione non è un bene solo degli intestatari, ormai è un patrimonio familiare, una risorsa che impedisce l’esplosione di una tensione sociale alimentata dalla povertà di molti e della paura della povertà della maggioranza.
Nelle cronache da Villa Pamphili, c’è un padiglione riservato dove si fanno discorsi e si propongono calcoli che fanno convergere lo sguardo dolente e goloso dei vampiri internazionali sulla massa dei pensionati, ritenuta sufficientemente pasciuta per sottoporla a una dieta madornale. Ci arriviamo tra qualche riga. Intanto ci sono dei segnali. Sembrano innocui come il pulsare di una lucina rossa. Il primo è fatto apposta per sorridere della paura dell’anziano in quiescenza. Trattasi di una punturina, una minuscola supposta preparata per chi terminerà il suo percorso lavorativo nel 2021. Che sarà mai? Gli appartenenti a questa categoria dovranno subire un taglietto preventivo dell’assegno Inps. Per legge il calcolo della pensione tiene infatti conto del Pil degli ultimi cinque anni. A causa del Covid e delle infelici annate precedenti è seriamente calante e ci sarà dunque una limatura. Qualche decina di euro l’anno. Di questi tempi anche una moneta è oro, ma – dicono – non è un salasso mortale. E Conte non intende rinunciare a prelevare qualche banconota l’anno dalle tasche dei neo-pensionati. Lo dice la Gazzetta Ufficiale di giovedì scorso.
Il confronto
Invece, nel 2015, l’allora premier Matteo Renzi con decreto legge annullò quella fregatura. Ora niente da fare. E’ una inezia simbolica. Perché? Ci viene da paragonarlo al disegno con il pennarello che i chirurghi praticano sulla pelle del cliente prima di affondare il bisturi. Ahia.
Il problema è che i chirurghi nel nostro caso sono il premier Conte, con l’assistenza della Troika economica iscritta al completo agli Stati Generali. I personaggi non sono gli stessi che amputarono prima del 20 e poi fino al 50 per cento le pensioni alla Grecia, dopo che essa aderì al Fondo salva Stati. Vi fidate? I volti di Christine Lagarde (Banca centrale europea), Ursula von der Leyen (Commissione), Kristalina Georgieva (Fondo monetario internazionale) appaiono sorridenti, benevoli. Pirla chi ci casca. Si tratta della ghirba incipriata di creditori pronti a sbatterci al muro: paga o crepa. E’ certo infatti che il governo Conte invocherà euro, e glieli daranno, perché di suo non ha denari sufficienti per far fronte alla crisi generale dovuta al Covid. L’Ue e la zona euro in particolare non si possono permettere il default dell’Italia, ma ci vorrebbe un governo che sappia far pesare questa forza, minacciando e preparando sul serio mosse da Sansone con i filistei. Mettendo avanti disegni chiari di riscossa, non detti ma fatti: unica strada per non dissolvere la nazione.
Il fatto è che da noi c’è Conte, titolare di una friggitoria di chiacchiere. Accetterà tutto. Firmerà cambiali di ogni forma e colore pur di recuperare i miliardi di euro, già stanziati dal governo sulla carta ma inesistenti nella realtà. M5S si agiterà, si contorcerà, ma deglutirà i 37 miliardi del Mes e i 172 miliardi del Recovery Fund.
Altro debito
Il Mes potrebbe fornire subito liquidità a basso tasso di interesse, ma è comunque un debito che pesa e peserà. Quanto al Recovery Fund per l’Italia – avverte Valdis Dombrovskis, vice presidente della Commissione – non è invece pronta cassa: si trasformerà in denaro sonante nel 2021, ma sarà spalmato in quattro anni: in parte è a fondo perduto, ma la quota più consistente sarà a debito. E ci saranno delle condizioni, eccome se ci saranno. Sarà condizionato – dice Dombrovskis – dalla approvazione da parte della Ue di “un piano” e dalle riforme. Varranno come garanzie della restituzione del debito. Qualcuno ha parlato di zuppe in ebollizione pronte da servire per ustionare la gola agli italiani e convincere le Tre Erinni:
1) vendita dell’argenteria di famiglia (Eni, Leonardo, Fincantieri, ecc).
2) Patrimoniale e prelievo forzoso dai conti.
3) Taglio delle pensioni.
Ricetta greca un po’ ammorbidita. Tanto per capirci, su invito della Troika, il governo di sinistra di Tsipras tagliò subito del 20 per cento le pensioni sopra 1200 euro mensili, ne cancellò la tredicesima, sforbiciò gli assegni di quanti erano andati in pensione prima dei 55 anni. Lo faranno? E dove volete che si diriga lo sguardo della Troika? La siringa di questa Avis di alieni punta lì, sui teneri e bianchicci strati adiposi dei pensionati italiani.
Pensionato avvisato, mezzo salvato.

Basso impero. Strapotere dei bulli
Conte promette: “Quando lascerò Palazzo Chigi tornerò a fare l’avvocato”. Inizi subito…
Conte, Grillo e gli altri: bulli al potere. Giuseppe si celebra come un re, il comico bastona i suoi sudditi, Franceschini fa il furbo
di Renato Farina
Libero, 16 giugno 2020

Espandono il loro torace sulle nostre disgrazie. Non esprimono ragioni, non accettano esami, perché sono sopra il bene e il male. Hanno sostituito alla democrazia repubblicana l’autorità insindacabile della carica acquisita, del seggiolone che nessuno può rovesciare. Perché? Perché sì. Hanno gli strumenti per fregarsene. E il Regno dei Bulli. Agiscono come autocrati. Parlano ciascuno come fosse Aristotele al cui cospetto si può solo inchinarsi e replicare: ipse dixit. E nessuno può pretendere di giudicarli, di sottoporli a un esame popolare. Anche se noi non disperiamo. Il popolo talvolta ha un fiato possente nascosto nel petto striminzito dallo strazio perdurante.
1 – II bullo imperiale ha prodotto e sceneggiato un ritratto di sé stesso come Giulio Cesare che piega il ferro della storia, e però non governa il mondo come gli spetterebbe, ma in umiltà accetta di salvare l’Italia. Giuseppe Conte si è presentato agli italiani in un film estatico ed estasiante, con la lieve brezza che muove il suo ciuffo da giovane zar. Sullo sfondo c’è villa Pamphili, ci sono gli Stati Generali da lui convocati in un eccesso di generosità da sovrano, mentre le chiome folte degli alberi rispondono allo stormire dei capelli di Giuseppe Conte, dove ci si immagina si nasconda felice l’usignolo del paradiso. Il Rinascimento e il Principe. Del resto aveva già preannunciato il Piano di Rinascita. Ma qui siamo al Clavicembalo, all’Organo da diecimila canne della Rinascita. Volendo è una citazione del 1815 del Congresso di Viena, con i potenti d’Europa nella parte di valletti per onorare il genio del Metternich stavolta proveniente da Foggia. Cinque minuti e due secondi di film, rispetto a cui le pose mussoliniane a petto nudo e a cavallo dei cinegiornali Luce sono atti di modestia. Questo è il ritratto dell’Italia di oggi, vista dalla parte di chi comanda. Ho rivisto tre volte questo incredibile documento trans-umano, nel senso di transumanza, dove noi italiani siamo le pecore invisibili condotte al pascolo da questo buon pastore damerino. I 60 milioni di italiani non esistono, i loro drammi di questi mesi, il Corona e il post-Corona, con le aziende moribonde e i padri e le madri di famiglia che non ci dormono la notte, non esistono. Esiste il bullo. Appaiono frammenti di cinque secondi dove appaiono e scompaiono, come vallette di Mike Bongiorno con la sua Sabina Ciufiìni, le fatine Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, e i paggetti Paolo Gentiloni e David Sassoli che gli fanno salamelecchi sperticati.
NERONE E TIGELLINO
Come Nerone con la cetra, e sotto l’Italia che brucia ma non si vede, si nota soltanto la reggia e lui che fa sapere: non torneremo alla normalità, non mi accontento, sarà di più, tranquilli, ci sono io. E tutto sarà più bello, più prospero, dopo che l’avrò ricostruita con le idee che farò finta di ascoltare dagli altri, ma in realtà so già tutto. E ha comunicato di avere un progetto, pronto, prontissimo. E lo ha esposto in un groviglio di innovazione, digitalizzazione e decine di altre parole-talismano. Che non contengono nulla dentro di loro, ma valgono per l’effetto che il loro suono magico procura. Proprio come i versi di Nerone, ispirati e lodati dal suo Tigellino-Casalino, che è la sua ombra, tipo Rasputin dietro lo zar Nicola, e finirono male entrambi. Annuncia: «Un Paese completamente digitale» ma anche un «tessuto economico più competitivo e resiliente» per imprese e lavoro. Che passa attraverso l’ambiente, le infrastrutture, la ricerca, il sostegno alle filiere produttive, un ordinamento giuridico <più moderno e attraente» ed anche «un’Italia più equa e inclusiva». Sono nove i capitoli del masterplan «Progettiamo il rilancio». Si va da una bella spinta – issa, issa – alla fibra ottica fino al 5G e agli incentivi per i grandi progetti di automazione e intelligenza artificiale, da un «passaggio più rapido a veicoli meno inquinanti» alle riforme nel campo della giustizia e del fisco. Manca il premio sotto i tappi della spuma e poi siamo al mondo fiabesco di Alice. Spiace non ci sia Francesco Cossiga a graffiare da Gattosardo questo bullo. 11 quale non va in parlamento. Non discute nelle sedi dove si esercita la democrazia costituzionale, ma si inventa una giostra barocca, con minuetto e quadriglia. Questa settimana ci sta costruendo non la ripresa ma un mausoleo dove ci sta seppellendo in uno spreco di marmi e affreschi. Qualcuno che può si ribelli. «Concretezza!», ha chiesto Mattarella alle bolle di sapone. Ezio Mauro ha spiegato con delicatezza su Repubblica il delirio di onnipotenza senza alcuna forza reale cui Conte consegna se stesso e purtroppo l’Italia. Il suo piano – scrive – è un’enciclopedica agenda in 55 voci così esagerata da «dare l’impressione che l’ambizione non sia sorretta dal metodo e Conte abbia varato con gli Stati Generali un’operazione in proprio, auto-stabilizzandosi come perno della fase di ripresa». Traduzione nostra: un bullo. Ha messo al lavoro Vittorio Colao per tre mesi con decine di persone competenti a servizio. Ha presentato una visione di futuro, con progetti e numeri. Li butta via. Perché, domandano Colao e i suoi? «Mi dispiace ma io so’ io, e voi non siete un cazzo», fa sapere Alberto Sordi.
L’ ELEVATO
2 – Il secondo bullo è Beppe Grillo. Ha fondato il Movimento 5 Stelle, da tempo si è ritirato nelle sue ville, incoronandosi da solo come Napoleone dandosi il titolo di «Elevato». Ma Alessandro Di Battista Dario Franceschini dev’essersi spezzata la fune dell’ascensore ed è piombato tra noi con la volgarità del padrone del vapore che mette in riga la plebe che sta giù. Uno vale uno eccetera? Ma no. Anche qui siamo ad Alberto Sordi, nei panni profetici di Marchese del Grillo. Uno qualche volta è Tutto. Beppe da Genova potrebbe tranquillamente scrivere sul suo stemma papale «Totus meus». Alessandro Di Battista, che piaccia o no rappresenta una bella fetta di sentimenti originari dei Cinque Stelle, ha esposto le sue idee poco tenere verso l’attuale governo e verso l’attuale dirigenza del Movimento che punta a un’alleanza stabile con il Pd e al consolidamento di Giuseppe Conte come candidato premier del M5S alle prossime elezioni. Grillo ha trattato “Dibba” da cretino col botto, da malato di mente che non riesce a uscire dalla galera di un sogno primordiale: «Pensavo di aver visto tutto, ma c’è chi ha perso il senso del tempo e vive i giorni della marmotta». La colpa? Aver chiesto un congresso grillino per decidere. Era stato del resto programmato a suo tempo e poi congelato per il Covid. Si chiamerebbe democrazia. Ma siamo al tempo dei bulli. Non che Di Battista non abbia esercitato in passato la medesima prepotenza bullesca. Ma rispetto al bullismo del capatàz fa tenerezza, novello e già vecchio “Che” Beppe Grillo Guevara in scooter spompato.
3 – II terzo è meno monumentale dei primi due bulli della nostra politica umiliata. Dario Franceschini però è il più furbo e stagionato dei tre. Ha la forza del vice, che però è vice solo per la forma e se ne sta coperto per comandare meglio senza bisogno di essere eletto da nessuno nel ruolo di dominus del Pd. Il quale partito avrebbe sì un altro capo, Nicola Zingaretti, ma gli ha rubato la popolarità il Commissario Montalbano, di cui sembra l’eterno panchinaro. È segretario senza potere. Ogni dieci minuti i mass media rivelano le sue magagne di mascherine e guanti cinesi da presidente del Lazio. Lo fanno con quella delicatezza particolare che tradisce il tratto perfido di chi lo fiacca ma non lo spodesta. Franceschini non lo butta giù, gli fa da paravento, dietro cui aspira, eccome se aspira. A cosa? A tutto. Intanto è il numero uno del Pd al governo. Manda avanti Francesco Boccia a fare la figura del pirla, e lui invece forte della antica copertura di Walter Veltroni e Paolo Gentiloni è protettissimo in Rai e sugli ex grandi giornali, che lo rilanciano come inventore della cultura italiana, mentre sta facendo naufragare il turismo friggendo chiacchiere come gli gnocchi in Romagna. È il bullo con la vaselina. Il più insidioso per le parti posteriori del popolo.

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