Il Papa gli ha persino dato il suo appartamento: intervista a monsignor Müller

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Korazym presenta la traduzione di una intervista al nuovo Prefetto delle Congregazione della Dottrina della Fede pubblicata su: Mittelbayerische Zeitung il  6 luglio 2012.

La traduzione è di Simona Storioni

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller è arrivato bene a  Roma. Nell’intervista rilasciata a Christine Schröpf , indica i primi limiti alla Fraternità San Pio X.

Ratisbona. Sereno e rilassato,  l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, ad appena una settimana dalla sua nomina a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ritorna alla diocesi di Ratisbona. Per venerdì l’agenda prevede una serie di interviste con i giornalisti: sulla teologia della liberazione, sulla Fraternità San Pio X e sulla posizione delle persone divorziate e risposate. Tutti campi minati per un uomo di Chiesa, che ora nell’ordine del Vaticano è salito al terzo posto.

Monsignor Müller, anzitutto congratulazioni per il nuovo incarico. Da quando sapeva della sua nomina?

Con certezza l’ho saputo il 16 maggio, quando sono stato convocato dal Santo Padre.

Il suo schierarsi a favore della teologia della liberazione ha messo a rischio la sua nomina?

Non lo so. Chi conosce la fede cattolica, sa bene che l’impegno sociale, la responsabilità per il mondo e l’amore per i poveri ne sono una parte essenziale. Teologia della liberazione è un’espressione importante; ma ogni teologia cristiana ha un po’ a che fare con la libertà dell’uomo. Anche in Sudamerica, in questo contesto, si tratta di questioni teologiche: dinanzi a una miseria e a uno svilimento che da noi tante persone non saprebbero nemmeno immaginare, dinanzi a queste clamorose ingiustizie, non possiamo far finta di non vedere, alzando devotamente gli occhi al cielo. La fede e le buone azioni vanno di pari passo. Sono due lati di una stessa medaglia.

In questo condivide pienamente l’opinione del Papa?

Pienamente. Come mio predecessore alla Congregazione per la Dottrina della Fede non mica ha messo in discussione la teologia di liberazione nella sua interezza, ma solo alcuni suoi aspetti, cosa che mi vede in pieno accordo. La teologia della liberazione non è una amalgama molle di comunismo e fede cattolica. La teologia, se vuole essere cattolica, deve trovare una risposta partendo da se stessa. La dottrina sociale della Chiesa cattolica si è dimostrata molto superiore all’analisi marxista. Non vogliamo una società divisa tra ricchi e poveri, nella quale gli uni hanno accesso all’istruzione e gli altri no. I lavoratori e i datori di lavoro non devono schierarsi gli uni contro gli altri come meri gruppi d’interesse, ma hanno un obbligo verso il bene comune. Dobbiamo essere critici anche di fronte alla dilagante economizzazione di tutti gli ambiti della vita: l’economia esiste per l’uomo e non il contrario.

Per parole come queste lei è stato dichiarato un liberale. La cosa l’ha sorpresa?

Beh, già san Tommaso d’Aquino afferma “Deus maxime liberalis est”, cioè Dio è il più grande liberale. Nell’accezione originale liberalis significa “munifico e generoso”.  In questo senso mi fa piacere essere liberale.

Lei ha sempre guardato con molto criticismo la Fraternità San Pio X. Ora, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è responsabile del suo ritorno nel grembo della Chiesa. Quanto è difficile?

Il Vaticano tratta i membri della Fraternità  in modo gentile, cristiano e umano, ma è molto chiaro nella formulazione dei termini. Chi vuole tornare a essere cattolico deve riconoscere l’autorità del Papa e dei vescovi. Nessuno deve pensare di poter imporre le proprie idee alla Chiesa cattolica. I colloqui a Roma non sono trattative tra due parti. Nessuna fraternità può porre condizioni alla Chiesa.

Le trattative della Fraternità di San Pio X con il Vaticano si stanno protraendo da gennaio del 2009. Quanto tempo le verrà ancora concesso?

Prima o poi arriverà il “point of no return” (punto di non ritorno) e bisognerà decidere: si vuole l’unità della Chiesa? Per questo è necessario che vengano accettati, dal punto di vista sia formale sia contenutistico, il concilio Vaticano II, e tutte le dichiarazioni e le decisioni precedenti e successive del magistero. Non c’è modo di evitarlo.

Il concilio Vaticano II è il motivo principale delle critiche della Fraternità, compresa l’autorizzazione a celebrare le messe nella lingua locale invece che in latino. Esistono margini per trattare?

Le uniche concessioni sono quelle che comunque già sono proprie della molteplicità della fede e della vita cattolica. La riforma liturgica del concilio Vaticano II era obiettivamente giusta e necessaria. Non si può fare polemica contro di essa solo perché ci sono degli abusi.

Di recente la Fraternità San Pio X l’ha nuovamente definita un eretico, cioè uno che è in contrasto con la fede.

Non devo rispondere a ogni stupidaggine.

In Germania si sta di nuovo discutendo dell’amministrazione della Comunione alle persone divorziate e risposate. Lei che cosa dice a riguardo?

La stessa cosa che dice il Papa. La dottrina è molto chiara: il matrimonio contratto validamente tra cristiani è indissolubile e comprende la promessa di essere fedeli per tutta la vita. Dobbiamo guardare anche le ferite dei figli provenienti da matrimoni sciolti. Subiscono una ferita profonda quando all’improvviso manca un genitore e si ritrovano in casa un uomo o una donna estranei. Dobbiamo dunque interrogare una mentalità che guarda con troppa leggerezza alla promessa che è alla base del matrimonio e della fondazione di una famiglia.

È dunque impossibile andare loro incontro?

Vediamo anche la situazione difficile dei coniugi coinvolti in un confronto di colpe, che non sempre sono divise in parti uguali. Il parroco locale può, nel valutare le singole situazioni, trovare motivi per approfondire la questione. Esiste però l’errata convinzione che se non si può ricevere la Comunione, allora si va in chiesa per niente. Non è questa l’intera fede cattolica. La parte centrale della Messa è costituita dalla preghiera eucaristica e dal mistero salvifico di Gesù Cristo. Siamo obbligati a partecipare alla celebrazione della Santa Messa, ma non a ricevere ogni volta l’Eucaristia, sebbene sia opportuno e auspicabile riceverla in modo frequente.

Lei va a rafforzare la fazione tedesca a Roma. Che cosa significa per la mescolanza delle nazioni?

Alla Congregazione per la Dottrina della Fede collaborano rappresentanti di una quindicina di nazioni. Siamo Chiesa universale, per questo è un piccolo popolo colorato dalle molte lingue. Dopo la Pentecoste, però, le lingue non ci dividono più, ma ci uniscono nello Spirito di Dio. Sono comunque grato che Dio abbia voluto farmi crescere nella lingua e nella cultura tedesca. Ciò non va certo inteso come ingenuo patriottismo o come modo di pensare concorrenziale, nel senso di voler valutare chi è meglio.

Dopo la sua partenza a Ratisbona si cercherà il suo successore. Anche Passau sarà vacante. Lei come interverrà? Apertamente o dietro le quinte?

La nomina di un vescovo è una questione importante. Non è però una lotta di potere dietro le quinte, come spesso viene rappresentata. Quando ci sono di mezzo le persone, occorre discrezione. Non ha nulla a che fare con misteri e segreti.

Quali doti deve avere il vescovo di Ratisbona?

Dovrà essere adatto a svolgere il ministero episcopale, o perlomeno essere ritenuto tale. Non sarà comunque mai possibile trovare la persona ideale, perché noi uomini percorriamo la nostra vita come una combinazione di ideale e evidente realtà.  Naturalmente dovrà essere chiaramente radicato nella fede cattolica e anche saperla annunciare. Deve avere o acquisire capacità di guida. Caratterialmente deve essere capace di accettare tante cose, senza che ogni venticello diventi una tempesta. Il ministero episcopale significa anche dover sostenere confronti. Il comprensibile desiderio umano di essere universalmente riconosciuto come bravo zio non è il migliore presupposto per una buona nomina.

Lei pensa che a Ratisbona la sede sarà vacante a lungo?

Spero che la decisione venga presa entro l’anno. In agosto e settembre ci sono ancora le ferie, ma poi la procedura verrà avviata.

Esistono candidati adatti?

Quelli non mancano. Bisogna considerarli anche in previsione del Katholikentag 2014, che si svolgerà a Ratisbona.

I nomi che vengono fatti sono quelli del vescovo di Eichstätt, Gregor Maria Hanke, del vescovo ausiliare di Augusta, Anton Losinger, del direttore fondatore dell’Isitituto Papa Benedetto, Rudolf Voderholzer, e del rettore del Santuario Maria Vesperbild, Wilhelm Imkamp. Chi di loro è il favorito?

Preferisco non pronunciarmi in merito ai nomi. E poi non sono io a nominare il nuovo vescovo. Tutto passa attraverso la Nunziatura in Germania. Naturalmente verrò interpellato. È importante mantenere una continuità. Esistono alcuni orientamenti oggettivi, introdotti già dal mio predecessore Manfred Müller: nel settore scolastico , per gli Domspatzen, per le numerose associazioni caritative o nelle nostre attività a favore delle persone disabili. Su queste cose non possiamo assolutamente tornare indietro.

Nel frattempo le cose vengono mandate avanti dal prevosto del duomo, Wilhelm Gegenfurtner, come “vescovo transitorio”. Questa scelta del capitolo del duomo l’ha sorpresa?

Penso che ci abbia sorpreso tutti.

E per concludere qualche domanda privata: come mai il Papa le ha lasciato il suo vecchio appartamento a Roma, quello che occupava come cardinale?

Penso che la cosa abbia sorpreso tutti. Ma il Papa ha comunicato spontaneamente di volermi affidare l’appartamento, compresi tutti i libri che ancora contiene, e diverse altre cose. Come da suo desiderio, questi verranno messi a disposizione al nostro “Istituto Papa Benedetto”, che si occupa dell’edizione delle opere di Joseph Ratzinger.

Potrà venirla a trovare nel suo vecchio appartamento?

Mi farà piacere.

Nonostante il suo trasferimento a Roma, lei rimarrà cittadino di Ratisbona?

Sono vescovo emerito di Ratisbona. In tal senso la diocesi è la mia patria. Quando vengo in Germania, continuerà ad essere il mio primo punto di riferimento.

Lei è un grande tifoso di calcio e a Ratisbona è stato più volte visto dal SSV Jahn . In Italia si cercherà un’altra squadra per cui tifare? Per esempio la Lazio?

Sono un collaboratore della curia, ma non il vescovo di Roma e quindi non devo andare a vedere le squadre italiane. Se sarà possibile, nelle mie visite in patria, rimarrò fedele allo SSV Jahn.

Da una settimana è arcivescovo. Quando diventerà cardinale?

Questo lo sa solo il Santo Padre.

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