Ricordo storico. Stiamo tornando ai tempi del “giuseppinismo”?
Me lo sono domandato più volte in questo tempo, valutando alcune disposizioni governative, che entrano nella sfera ecclesiastica e religiosa – memore le lezioni di storia alla scuola superiore – se per caso non stiamo tornando ai tempi del “giuseppinismo” dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Giuseppe II von Habsburg-Lothringen?
Non vi sembra singolare, che colui che governa come un sovrano assoluto d’altri tempi l’Italia è Giuseppe dei Conti di Giuseppi?
Uno degli aspetti più rilevanti della politica di governo di Giuseppe II – che ha regnato anche sulle terre dei miei antenati, le antiche Diciassette Provincie dei Paesi Paesi, allora sotto il dominio austriaco degli asburghi e quindi destinatarie delle sue disposizioni – è il cosiddetto “giuseppinismo”, che cambiò con una svolta radicale la concezione della religione non solo nei domini asburgici, ma in tutta Europa, dando disposizioni fin nei minimi dettagli (prescrivendo il numero di candele sull’altare, la durata delle prediche, il numero degli altari per chiesa, la limitazione del turibolo, ecc.
Durante il suo regno non furono soltanto abolite le discriminazioni religiose nei confronti sia dei protestanti che degli ortodossi (Patente di tolleranza) e avvenne anche l’emancipazione degli ebrei, ma furono soppressi anche i conventi (almeno 700) e ridotti di numero gli ordini contemplativi e religiosi (i religiosi passarono da 65.000 a 27.000). Nello stesso tempo promosse la creazione di seminari statali per istruire tutto il clero e di collegi.
Riassumendo, quattro sono le sue riforme ecclesiastiche:
1) Ridurre la Chiesa sotto il completo controllo dell’autorità statale
Per questo bisognava rendere più difficili se non impossibili i rapporti dei vescovi con Roma:
– estensione del placet governativo a tutti gli atti che provenivano da Roma;
– limitazione o soppressione delle immunità della Chiesa, specie il foro ecclesiastico;
– permesso ai vescovi di dare le dispense matrimoniali senza ricorrere a Roma;
– interdetto l’appello a Roma, vietate le relazioni dirette con la Curia romana, sottratti i religiosi dalla dipendenza coi superiori generali di stanza a Roma, proibito ai seminaristi di studiare al Collegio Germanico di Roma;
– esclusiva giurisdizione statale sul matrimonio religioso.
2) Riordinamento della situazione economica del clero
Tale situazione non era delle migliori, soprattutto per i religiosi. Per questo confiscò i beni di istituzioni religiose sclerotizzate, i beni male o poco utilizzati e i beni dei conventi contemplativi che fece chiudere. Con il ricavato creò un fondo per il culto, che li avrebbe distribuiti secondo le necessità. Si vede come la confisca non andò a vantaggio dello Stato ma ancora della Chiesa: infatti il clero fu meglio stipendiato, e vennero create 700 nuove parrocchie, sostitutive dei 700 monasteri soppressi. Il tutto però, anche economicamente, dipendeva dallo Stato.
3) Riforma degli studi ecclesiastici
Vennero creati 4 seminari generali (Vienna, Pest, Pavia e Lovanio) e 8 proseminari (Praga, Olmith, Graz, Innsbruck, Friburgo, Lussemburgo e due a Leopoli), in cui gli allievi avrebbero dovuto seguire un programma di studi in cui prevalevano le discipline positive (storia, diritto, scrittura, patristica). Questo nuovo indirizzo, sorto sotto l’influsso del benedettino Rautenstrauch, si opponeva al metodo scolastico dei gesuiti (teologia speculativa decadente), ma era viziato dall’ispirazione giusnaturalistica dei testi e dei professori imposti dallo Stato e dalla prevalenza della morale e della pastorale sul dogma.
4) Riforma della cura pastorale
Una serie di leggi dette un nuovo assetto alle diocesi e alle parrocchie (creandone di nuove specialmente nelle campagne, prima povere di assistenza spirituale), soppresse un terzo dei conventi, ridusse le feste, riorganizzò il culto (fin nei minimi dettagli: numero di candele, durata della predica, numero degli altari per chiesa, limitazione del turibolo, ecc.).
Sulla base di dati storici Wikipedia.



























