A nulla valgono i nuovi piumaggi di questa battaglia con le spade di cartone. Guai a sopportare i capricci dei Komitati o la lotta tra guelfi e ghibellini

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“Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretenda d’essere superiore alle leggi” (Marco Tullio Cicerone).

Questa mattina, il Primate d’Italia ha invitato i Vescovi d’Italia a rispettare e di obbedire le disposizioni del Governo d’Italia, nonostante l’articolo 2 del Concordato, che garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Dopo la botta in fronte dalla Conferenza Episcopale Italiana (le cui casse, insieme a quelle diocesane e parrocchiali, cominciano a piangere) due giorni fa, come in un ospedale da campo Papa Francesco oggi dispensa una carezza sulla testa del piagnucolando beniamino Giuseppino Conte: “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Veramente, questo ha detto – in apparto contrasto con i vescovi italiani – il Papa regnante sullo Stato della Città del Vaticano e Primate d’Italia, stamane, introducendo la Santa Messa mattutina nella Cappella dello Spirito Santa alla Domus Sanctae Marthae in Vaticano.

Eh, beh, ci risiamo direi, alla rievocazione della processione danzante di Echternach, a ritmo di tango.

In questi giorni sono stato invitato da più parti – in una specie di indignata catena di Sant’Antonio – a firmare una petizione al Presidente del Consiglio dei ministri per il ripristino della Sante Messe, “per contrastare il Governo di prevaricare i diritti di Dio, l’indipendenza e la sovranità della Chiesa”, perché “è dovere dei cattolici reagire, supportando i propri vescovi e preti, dunque oggi supportando la vibrante, indignata protesta della Conferenza Episcopale Italiana”.

Non firmo, perché non intendo supplicare a Cesare quello che è un diritto di Dio. Il Governo pensa a governare il Paese e garantire la salute fisica, psichica e economica del popolo d’Italia (che sono persone e cittadini, non numeri e sudditi), mentre la CEI pensa a governare la Chiesa in Italia e a pensare alla salute spirituale, catechetica e religioso del popolo di Dio (che sono persone e fratelli, non contribuenti e servi).

Era il dovere, l’obbligo e la necessità della Conferenza Episcopale Italiana e della Santa Sede parlare con il si si e il no no mesi fa. Non esibirsi in una processione danzante di Echternach al ritmo di tango (due passi in vanti e uno all’indietro) e mostrarsi oggi indignati e continuare ad esibirsi in lotte intestine. Il Vangelo parla chiara e il Cristo non supplicò davanti a Pilato.

La Conferenza Episcopale Italiana e la Santa Sede hanno sottoposto la Sovranità di Cristo alle Norme di Cesare. Le Autorità della Chiesa nulla devono “chiedere” all’Autorità politica e statale. La Chiesa e la Santa Sede non devono rivendicare al potere temporale la libertà religiosa, che già hanno già come potere spirituale. Devono concordare le norme sanitarie per lo svolgimento delle Celebrazioni liturgiche, non sottomettersi alle decisioni di Komitati vari e supplicare il diritto di poter celebrare i riti divini.

Come la Chiesa non ha il diritto di sospendere la Legge suprema di Dio, il Governo non deve permettersi di sospendere la Costituzione (con il benestare di un autorevole giornalista di Repubblica, che in televisione ha detto con tranquillità che la Costituzione è sospesa, e che va bene) e di permettersi “inconcepibili baggianate e di una legislazione oscena e aberrante”.

Ieri, 27 aprile 2020 Renzi in un intervista a la Repubblica – “Così il governo calpesta la Costituzione. Faccia un decreto vero e il Parlamento lo voti” – definisce l’ultimo Dpcm sull’emergenza coronavirus “uno scandalo costituzionale e dice che il Governo sta calpestando la Costituzione. T “Ora basta, non possiamo calpestare i diritti costituzionali con un Dpcm. Trasformiamo il testo in un decreto e portiamolo in Parlamento”. In altri tempi, una frase così poteva solo aprire una crisi. In altri tempi, si sarebbe scatenato il finimondo, per esempio se Casini o Fini o Salvini l’avrebbero detto di un Governo Berlusconi.

La Costituzione non può essere sospesa da Conte & Co e la Legge suprema di Dio non può essere sospesa da Bergoglio e Bassetti & Co.

Non è il Popolo di Dio che deve “sostenere i propri vescovi e preti” come non è il Popolo d’Italia (che è sovrano) che deve “sostenere i propri politici e amministratore”. È il Popolo va sostenuto, non vice versa.

“Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per essere cattolici e dimostrarlo e lo dice il nostro diritto, tanto positivo quanto naturale” (Fabio Adernò).

Infine, dico con Andrea Sarubbi, che non ho mai partecipato e non intendo partecipare oggi, ad una rispolverata lotta tra guelfi e ghibellini. Non tifo per chi incita alla Santa Messa “clandestina” per ribellarsi ad un governo cristianofobo (come se fossimo in Pakistan o sotto la Rivoluzione francese o nei regimi communisti) e non soffre di orticaria, come coloro a cui viene la cosa viene, appena che vedono un prete (e dopo 50 anni di assidua frequentazione sarebbe anche comprensibile, in mio caso) e non perdono occasione per invitare i cristiani a curarsi con le preghiere. Per me il crocifisso non è come una fionda (ne porto diverse al collo) e neppure considero la libertà di culto come un capriccio (ma un diritto, non solo divino ma anche costituzionale).

Dire con il Vangelo “dare a Cesare quello che è di Cesare e dare a Dio quello che è di Dio”, non vuol dire che trovo Dio solo in chiesa [lo insegna il Catechismo essenziale della Chiesa Cattolica (di San Pio X) in risposta alla settima domanda, Dov’è Dio?: “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo: Egli è l’Immenso”). Da quando me lo ricordo da bambino, mi trovo nelle mani del Signore e quindi è sempre con me, in ogni luogo. Egli è Immenso e non è solo “in chiesa”.

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Aggiornamento

Sono bastate poche parole del Prima d’Italia questa mattina per rimettere i Vescovi d’Italia in riga

“L’intenzione è quella di andare avanti col confronto costruttivo”, lo ribadisce il Sottosegretario e Portavoce” della Conferenza Episcopale Italiana Don Ivan Matteis, sottolineando che il richiamo di Papa Francesco alla prudenza e alla saggezza “è importante”. La Chiesa italiana non ha alcuna volontà “di strappare col governo, né di fare fughe in avanti. L’intenzione è quella di andare avanti col dialogo costruttivo”, sottolinea Don Matteis in una intervista ad Elena Davolio per Adnkronos nella quale richiama il monito rivolto da Papa Francesco, nella Santa Messa questa mattina a Santa Marta, al rispetto delle norme perché la pandemia non torni. “La parola del Papa – ribadisce Don Maffeis – è importante, è la parola di un padre, decisiva e opportuna”. Non osservare le norme con fughe in avanti, osserva il Portavoce della CEI, significherebbe “calpestare le fatiche e le sofferenze del Paese”. “Il richiamo del Papa alla prudenza e alla saggezza – annota ancora il Portavoce della CEI – è davvero la cifra che ci serve per contemperare due esigenze che non possono essere contrapposte, la salute di tutti non può essere sottovalutata. Sottovalutare le indicazioni dell’autorità sanitaria significherebbe di fatto irresponsabilità che nessun cittadino può permettersi, sarebbe come calpestare i tanti morti, medici, infermieri, gli stessi sacerdoti e quanti, in una forma o nell’altra, si sono esposti per curare i malati di coronavirus compromettendo la loro stessa salute. Una sottovalutazione che sarebbe una irresponsabilità non scusabile”.
Il Portavoce della CEI, guarda alle settimane lasciate alle spalle e alla fase transitoria che abbiamo davanti: “Se nelle settimane che abbiamo alle spalle, ciascuno con responsabilità ha accettato le regole imposte, ora bisogna ricordarsi che non siamo fuori dall’emergenza. Il percorso che abbiamo davanti deve per forza prevedere una fase transitoria nella quale tornare gradualmente al lavoro, alle attività quotidiane e alla vita ecclesiale”. Una fase nella quale, ribadisce Don Maffeis richiamando le parole del Papa di questa mattina, “prudenza e saggezza sono decisive”. Per questo “come Chiesa non possiamo in alcun modo giustificare fughe in avanti”.
Don Maffeis torna anche sulla “delusione” dell’episcopato italiano dopo il no alle Messe aperte ai fedeli anche nella Fase 2 dell’emergenza: ” In quelle parole – spiega il sottosegretario della CEI – non c’è volontà di strappare col governo o con il comitato scientifico. Tra noi in tutto questo tempo c’è sempre stata collaborazione e dialogo”. I vescovi, spiega Don Maffeis, apprezzano che da lunedì si potrà dare conforto ai famigliari dei defunti con i funerali. Tuttavia “la nota esprime amarezza di fronte al fatto che con la ripartenza di attività considerate giustamente strategiche per la vita del Paese non ci venisse riconosciuta la possibilità di tornare ad abitare le nostre chiese nel rigoroso rispetto delle norme”.

L’intrepide Papa Leone Magno ferma Attila, al centro della Sala dello Zodiaco il celebre episodio del 452 d.C. sulle rive del Mincio, dove Papa Leone Magno ferma l’avanzare di Attila, copia dell’originale di Raffaello della Stanza di Eliodoro del Palazzo Apostolico Vaticano, Palazzo Petrignani di Amelia. “Forse non tutti sanno che il Capo del Governo manda in onda le sue verbose e caotiche conferenze stampa [balconazo] dalla Sala delle Galere’ di Palazzo Chigi con alle spalle la copia di un affresco di Raffaello che trovasi in una delle lunette della Stanza di Eliodoro del Palazzo Apostolico Vaticano raffigurante il Pontefice San Leone Magno (coi tratti di Leone X) all’atto di fermare, nel 452, Attila, re degli Unni, che dopo aver minacciato i diritti inviolabili della Chiesa, di lì a poco morirà per una violenta epidemia di malaria. Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Fabio Adernò).

Condivido qui di seguito tre riflessioni

La prima è del lucido e appassionato, nonché preparato Avvocato Fabio Adernò, che ha scritto un commento sulla questione delle cerimonie religiose negate e sullo schiaffo che la Conferenza Episcopale Italiana ha subito da parte del Presidente del Consiglio dei ministri e della maggioranza di Governo: “La CEI ulula alla luna”, 28 aprile 2020.

La seconda è dell’acuta e pacata, nonché preparata ecclesiasticista Professore Maria d’Arienzo che su ACI Stampa è intervenuta sul tema delicato e appassionato della sospensione delle Santa Messe in forma pubblica: “È legittima la sospensione della Messa in forma pubblica? Risponde una ecclesiasticista”, 23 aprile 2020 [si tratta di un risposta ad un articolo di Massimiliano Viola, Dottorando di ricerca in diritto costituzionale e cultore della materia in diritto pubblico, a cui questo successivamente ha risposto].

La terza è un post del stimatissimo libero professionista, nonché ex politico Andrea Sarubbi sul suo diario Facebook: “Una cosa lunga e pallosa sulle Messe”, 27 aprile 2020 [che non è né lunga né pallosa, ma porta a riflettere molto a lungo].

La CEI ulula alla luna
di Fabio Adernò
Stilum Curiae, 28 aprile 2020

Nella prima serata di ieri, domenica 26 aprile, l’Italia ha assistito a scene pietose, all’ennesimo atto patetico d’una tragedia che ha preso i toni d’una farsa.
Sono volati stracci tra il terrazzino nel quale è confinata la Conferenza Episcopale Italiana e la loggia del capo del Governo.
Tuttavia credo che sia stata una pantomima grottesca, una vera e propria sceneggiata degna d’una telenovela di terz’ordine sia per la qualità sia per il modo col quale è stata condotta.
Ricapitolando brevemente, ieri, intorno alle 20.30 d’una domenica ormai uguale a tutti gli altri giorni, il capo del Governo s’introduce nelle case degli italiani e annuncia il nuovo dipiciemme (l’ennesimo che è uguale agli altri ma diverso ma migliore, dice Lui) e poi, mentre “ringrazia la CEI” per la collaborazione (sic!) ci viene a raccontare che “c’è stato un fitto confronto col Komitato scientifico che ha sollevato criticità” in ordine alla ripresa delle “cerimonie religiose” e che alla fine, quale supremo atto di pietas repubblicana, si sarebbe concessa la possibilità di avere “solo cerimonie funebri” alla presenza di “congiunti” e “in numero non superiore di quindici persone”… e poi si dilunga in altre farneticazioni sconnesse e confuse.
A distanza di pochi minuti i telefoni bruciano perché si diffonde un comunicato della CEI (il cui contenuto analizzeremo tra poco) nel quale la Chiesa italiana dissentirebbe dall’azione del Governo.
Boom! Boati di plausi e di commenti esultanti (anche di chi, fino a ieri, ha ritenuto del tutto insindacabile la supina posizione assunta) al “risveglio”, alla “rivendicazione dell’autonomia”, alla “libertà di culto”, tutti introdotti da scomposti “finalmente!” ed “era ora” [anch’io ho scritto “era ora”, ma non mi riconosco in questa visione, V.v.B.]. Anche esponenti della traballante maggioranza giallo-rossa si sono affrettati a schierarsi immediatamente: i vari Del Rio, Bonetti… i cattolici adulti che si rammaricano e dissentono con tutta questa mancanza di rispetto nei confronti della Chiesa italiana e del sentimento religioso dei cittadini. Ci chiediamo dove siano stati finora…
Passano ancora alcuni minuti ed esce una nota serafica della Presidenza del Consiglio nella quale si prende atto della protesta delle mitrie e si annuncia lo studio di protocollo “di massima sicurezza” per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche.
Al che, cala il liso lenzuolo che fa da sipario a questo goffo teatrino dei burattini.
E via coi commenti della stampa filogovernativa: “La CEI rivendica libertà di culto”, “Scontro tra il Governo e la CEI”, etc.
Alcune considerazioni sul merito. E poi altre sul metodo.
Va anzitutto segnalato che il contenuto della Nota CEI (34/2020) altro non è che un ululato alla luna, un patetico pianto greco (di cui già dicevamo) che peraltro mostra in sé tutta la fragilità di un sistema istituzionale ormai sclerotizzato.
Venendo infatti ai contenuti, siamo davvero al lancio degli stracci: nella prima parte la Nota (che al solito non è firmata – né dal Presidente, né dal Segretario Generale, né dal Sottosegretario – e dunque appare evidentemente depotenziata nel suo peso istituzionale) contiene la classica recriminazione dell’amante tradito: “Ma come io fatto tutto ciò che mi hai chiesto, ti ho fatto fare tutto ciò che hai voluto, mi hai assicurato che… e tu…!!!”. Si invoca la famigerata interlocuzione tra Governo, CEI e Ministero degli Interni (i cui contenuti restano chiaramente oscuri nella forma – se mai vi fu! – ma evidenti nella sostanza dei risultati) e si citano le parole del Ministro come a dire “Ce l’avevi promesso!!”.
Del resto, avevamo già chiesto alla CEI di rendere pubblica la trattativa e le proposte fatte (v. qui) per evitare brutte sorprese… e infatti così è stato.
Quindi, dopo la lagnanza per la mancanza di fedeltà, la CEI sembra risvegliarsi dalla sindrome di Stoccolma che le avevamo diagnosticato e va giù di brutto, usando verbi ed espressioni degne della Chiesa costantiniana (ma non era finita?) come “rivendicare”, “esigere”, “pienezza di autonomia”, “compromissione di libertà di culto”, “arbitrariamente”, “vita sacramentale”.
Tutte cose molto belle, certo, e anche molto giuste (che peraltro diciamo dal 9 di marzo) e che abbiamo ribadito tante volte (in ultimo qui), trovando sempre un muro di gomma, ricevendo in cambio allineamenti e accondiscendenze prossime al servilismo in un preoccupante clima neogiurisdizionalista.
Tutte cose, però, che non ha assolutamente senso logico tirare fuori ora.
Adesso è tardi, troppo tardi.
Anzitutto perché dopo 50 giorni di acquiescenza non ci si può svegliare da un coma istituzionale e pretendere di avere dei diritti che invece andavano rivendicati sin dal primo istante.
L’autonomia della Chiesa – nativa per struttura propria e riconosciuta dalla Costituzione – non è un qualcosa che si può obliare per poi tirarla fuori come il ruggito di un micetto. L’autonomia istituzionale e giuridica c’è o non c’è, sempre o mai.
Bisognava dirlo quand’era il momento, bisognava rivendicare sin da principio la libera e autonoma gestione del culto e della disciplina dei luoghi sacri, assicurando allo Stato l’attuazione delle misure, ma anche richiamando i capisaldi del sistema di coordinamento, e non permettere di trasformare in fattore patogeno (e dunque criminogeno) la libertà di culto. Bisognava agire prudentemente prima e creare un bilanciamento di equilibri in cui ciascuno avrebbe svolto il suo ruolo (quello che sorge dalla natura delle cose, non quello frutto di regole del gioco dettate da una parte sola con probabili ricatti e non peregrini simoniaci scambi di favori).
Oggi quel sistema è ormai compromesso, e non lo è – attenzione – perché lo Stato ha compresso la libertà religiosa e libertas Ecclesiae solo con atto arbitrario e illegittimo (come spesso è accaduto nella storia), ma lo è perché la Chiesa non solo non ha puntato i piedi cercando di trovare delle soluzioni conformi al regime concordatario, ma perché gli stessi pastori hanno dimostrato allo Stato che la religione può essere serenamente un fenomeno da streaming, che è lecito e ugualmente funzionale comprimerlo in una trasmissione in rete, che rinunciare alla Messa di Pasqua non fu un sacrificio, un dolore, una violenza ingiusta e ingiustificata, ma un “atto di generosità” e che la “fede non è in un luogo”. Le chiese sono state abbandonate a se stesse, il gregge è stato disperso tra una diretta in cucina mentre si prepara la lasagna e una rosario mentre si sta seduti sulla tazza del water. Chi voleva essere cattolico come sempre è stato era solo un fassista! I cimiteri chiusi, i morti mandati ai forni come fossero dei senza Dio, i sacramenti plastificati. Ora cosa si pretende?
Ora è inutile andare a supporre di tornare a far le messe con popolo solo perché si riaprono i parchi e si può andare a correre; non esiste analogia tra un diritto soggettivo supremo e l’esercizio di un’opzione motoria. Non si può ammettere che dopo aver assistito inermi alla compressione della libertà la Chiesa si svegli dal torpore e rivendichi per se stessa cose alla quali essa stessa ha, ancorché abusivamente, rinunciato.
La sua è una pretesa puerile, che appare quasi capricciosa, fondata su argomentazioni che l’istituzione stessa ha provveduto a riprovare, con le sue parole e più ancora con le sue azioni, privandole di ogni fondamento di esigibilità.
Invocare diritti a cui si è abdicato è un atto irrazionale; che poi quei diritti fossero inalienabili, è un altro problema. Ma siamo in limine praescriptionis.
E oggi non si può venire a fare la scenata al Governo per aver deluso le aspettative, perché le aspettative – quelle dei fedeli, connesse ai loro diritti e non ai loro capricci – sono già state tradite.
Quelle avanzate son tutte pretese ipotrofiche, perché figlie di una complicità tradita.
Il treno, ora, è già passato. E indietro non si torna. I friniti mitrati di ieri sera non riusciranno mai a colmare i neri silenzi degli ultimi 50 giorni, non potranno mai coprire i vaniloqui di molti pastori, di ogni grado, ispirati a neo-forme di patriottismo che hanno confuso i mezzi con i fini. Far rimbombare la libertas Ecclesiae, una volta cambiato registro, non sarà in grado di defibrillizzare un sistema agonizzante ammorbato da cripto-eresie.
La Chiesa italiana, in questa contingenza, ha perso la più grande occasione che avrebbe potuto avere dalla vittoria dell’aprile ’48 a oggi, e cioè quella di ergersi a paladina e presidio di libertà. E non l’ha fatto.
Avrebbe dovuto difendere la prima e più alta libertà che esiste per l’Uomo (come diceva de Tocqueville) perché in essa, nel suo fondamento trascendente e soprannaturale, si rintracciano i fondamenti di tutte le altre libertà umane. E non l’ha fatto.
La Chiesa avrebbe dovuto manifestarsi come bastione della civiltà e della dignità dell’Uomo ricordando che anima e corpo formano un tutt’uno, e che la prudenza non può mai farsi sopraffare dalla paura. E non l’ha fatto.
Avrebbe dovuto essere luogo di fondata fiducia, di sicura speranza, di profondo conforto, senza adeguarsi ad un funzionalismo statalista per il quale essere considerata né più e né meno che un’appendice di un ente pubblico assistenziale di supporto. E non l’ha fatto.
Non si trattava di costringere Dio al miracolo né di pensare, in modo irragionevolmente apotropaico, i luoghi di culto esenti da qualsiasi forma di contagio; si sarebbe trattato piuttosto di considerare le cose con opportuna oggettività, con criteri di proporzionalità al rischio, applicando possibilissimi metodi preventivi anziché adeguarsi a metodi totalmente soppressivi.
Ora, dunque, a nulla valgono i nuovi piumaggi di questa battaglia con le spade di cartone. E peraltro si continua a non capire che non è nemmeno il modo opportuno, perché a questo punto dovrebbe intervenire direttamente la Santa Sede sul piano diplomatico ed esigere dallo Stato il rispetto delle norme concordatarie. Ma ad oggi, ancora, così non è stato.
Ora si parla di una presunta “esigenza” di una vita sacramentale (pur senza, tuttavia, far accenno alla legge suprema della salus animarum), dopo che per cinquanta giorni si è detto bastava pregare a casa, che la Chiesa “sperimentava” una nuova e bella forma di pastorale. Beh, agli occhi dello Stato (e del Komitato) quel modo è più che sufficiente, perché come si è fatto finora si può serenamente continuare a fare anche in avvenire; e non perché è stato imposto, ma perché si è scelto di far così (e a qualcuno è anche convenuto, evidentemente, basti dare un’occhiata a tutti i belati del pretume sessantottesco che si schiera, anche oggi, al fianco del governo liberticida perché, nei fatti, si fa mezzo di annientamento di quello che considerano un sistema “clerico-fascista”).
Certo ora, dopo cinquanta giorni però le cassette sono vuote… e forse questo è il vero problema. Ma alle dolenze per il culto del dio quattrino, si aggiungano d’altra parte quei poveri parroci che anche nei paesini sperduti si sono spesi per realizzare dirette e comunicare coi fedeli, ma la bolletta la devono comunque pagare, le utenze ci sono… per loro non è stata chiesta nessuna garanzia istituzionale, nessun aiuto materiale, non è stato fatto nulla. Anzi spesso sono stati abbandonati davanti all’autorità statale, omettendo di denunciare assai scandalose azioni poliziesche che hanno violato i luoghi di culto. Se non sono responsabilità anche queste…
Oggi però ci si sforza a fare ruggiti, ma si ottengono solo lagnosi miagolii che si perdono nel silenzio e nel distacco più assoluto da parte di uno Stato al quale si è consentito di legiferare su materie nativamente proprie e per esso indisponibili con piglio autoritario e totalitario, lasciando che esercitasse quella più volte denunciata forma di neo-giacobinismo di natura tecnocatrica e ideologica.
Questo repentino cambio di registro nelle relazioni intra-istituzionali non potrà giovare alla Chiesa, vista prima in chiave collaborazionista e ora ribelle.
In tal senso va interpretata la tempestiva risposta della Presidenza del Consiglio (che peraltro, nel suo rapido avvicendarsi, lascia anche adito a supporre che trattasi di una pietosa tarantella già preparata) che si limita – naturalmente – a “prendere atto” della posizione della CEI espressa nella Nota. L’aggiunta dell’inciso per il quale si annuncia “lo studio di un protocollo” altro non è che un mero auspicio, un indirizzo d’azione, ma non una vera soluzione del problema. Per cui, va riportato coi piedi per terra chi parla di “ritrattazione” delle posizioni del Governo, perché la norma rimane.
E cosa dice la norma? Dice le stesse cose del dpcm 10 aprile 2020, e dunque, in modo sfacciatamente offensivo, ricomprende le norme sui luoghi di culto nella medesima voce (cfr. art. 1, co. 1, lett. i)) in cui si tratta di «cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati», dichiara che la loro apertura «è condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro», conferma che «Sono sospese le cerimonie civili e religiose» salvo poi aggiungere che «sono consentite le cerimonie funebri con l’esclusiva partecipazione di congiunti e, comunque, fino a un massimo di quindici persone, con funzione da svolgersi preferibilmente all’aperto, indossando protezioni delle vie respiratorie e rispettando rigorosamente la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro».
Al di là delle considerazioni note, salta subito agli occhi una cosa: che la religione è un fattore che, se proprio deve esserci, riguarda i morti. Come se le anime dei vivi non avessero diritti esercitabili pubblicamente. In tale posizione si ravvisa una chiara ispirazione di natura materialista, per la quale la religione è una cosa tollerabile per chi va nell’aldilà, una credenza e non una fede. Al netto di ciò, probabilmente, essere banale eco di Creonte era troppo spiacevole per le pagine della nuova storia patriottica che sta scrivendo con la grafite il capo del Governo, per cui s’è deciso di agire con magnanimità e “concedere” le “cerimonie funebri”.
Qui apro una parentesi ermeneutica: si fa presente ai benpensanti che ritengono si possano fare “i funerali” (nel senso liturgicamente completo del termine) che in realtà non è così. Per “cerimonia funebre” – alla lettera – andrebbe intesa (salvo, naturalmente, che la Direzione Generale per gli Affari dei Culti non ci delizi di altre rubriche alternative sull’uso dei parati neri o viola, del piviale o della sola stola, o delle candele gialle o bianche) il solo Rito delle Esequie (cioè quello detto della “commendatio” e della “valedictio” che ordinariamente conclude la celebrazione) ma non anche la Missa pro defuncto praesente cadavere: se così non fosse, non se ne auspicherebbe la celebrazione esterna. Delusi? Eh, lo so…
Assodato, dunque, che per esprimere pubblicamente la propria fede bisogna avere un morto in famiglia, nella sempre più imbarazzante vaghezza e indeterminatezza del presente caos normativo ci chiediamo: chi sono i congiunti? Fino a quale grado? Il diritto ormai è un’opinione… e poi, i congiunti di chi? Del defunto? O i congiunti tra loro congiunti? Quindici persone… ci sarà chi le conterà? Ma poi, perché un numero stabilito se si parla di luoghi “preferibilmente” all’aperto? Una piazza è uguale al cortile di un oratorio? Cosa si intende, sul sagrato? Chi stabilirà se i presenti sono parenti o meno? Bisogna presentarsi col documento? Ci saranno gli agenti accertatori alla bussola? E coloro che abitano nella stessa casa? Perché dovrebbero stare a un metro di distanza quando siedono alla medesima tavola e magari condividono lo stesso letto? E poi quale sarebbe la ratio per la quale se muore un genitore e i figli si trovino nel naturale dovere di consolare il superstite, o di consolarsi tra loro, non possano farlo abbracciandolo, o abbracciandosi, come sempre si fa? Che governo è quello che proibisce anche gli atti di umanità e di pietà?
Oltre ogni grottesca e surreale ipotesi, ci viene da chiederci come l’Italia, culla della civiltà giuridica, si sia potuta ridurre ad essere madre di siffatte inconcepibili baggianate e di una legislazione oscena e aberrante sotto ogni profilo, sublimazione dell’incertezza e regolata dall’arbitrio.
E qui mi si consentano alcune riflessioni sul metodo usato ieri dal capo del Governo: al di là di ogni considerazione di carattere politico, ciò che risalta oggettivamente è la sicumera con la quale, in plurale maiestatico, egli si è espresso; con toni arroganti misti a vocaboli da tabloid, ma anche saccenti, autocratici, dismesse le vesti dell’“avvocato del popolo”, egli si presenta come lo “psicologo del popolo”, come una maestrina moralizzante, che per di più minaccia nuove sciagure se non si seguiranno i suoi (eterodiretti) consigli.
La premessa metodologica è essenziale: la conferenza stampa inizia dicendo che non è bene interrogarsi sulle responsabilità, che non è opportuno cercare dei soggetti imputabili… nessun senso critico per gli italiani. Solo ubbidienza. Si “concede” di avere delle libertà, ma non tutte, solo alcune. Si “concede” di avere dei sentimenti, ma non tutti, solo alcuni. Si “concede” (come ai parenti dei carcerati) di “poter” vedere i “congiunti”, ma non tutti, solo alcuni. Come facendo stendere ciascuno di noi sul lettino dello strizzacervelli, e ipnotizzandoci con la paura del contagio, Lui ci psicanalizza e ci dice che non dobbiamo vedere nemici, che non dobbiamo interrogarci sui perché (perché è inutile, c’è Lui, Lui-può- e-sa-tutto) ma che il nostro “bene” consiste nell’ubbidire ordinatamente ai dettami della dittatura sanitaria, nell’irreggimentarci nella nuova gerarchizzazione valoriale di questa realtà distopica, dove la salute è superiore alla Vita. Allineamento e normalizzazione sono le nuove sole parole d’ordine, categoriche, e impegnative per tutti.
Su tutto e tutti vigila il Komitato, l’astratta entità onniregolatrice come il despota di Orwell: il Komitato solleva criticità; il Komitato regola la nostra vita intima e la nostra vita pubblica; il Komitato sospende il concordato e deroga al diritto internazionale; il Komitato è il nuovo parlamento; il Komitato reputa patogena la partecipazione ordinata alla messa ma non altrettanto patogeno il 25 aprile, il Komitato, il Komitato, il Komitato.
Assistiamo al trionfo della tecnocrazia e del funzionalismo su tutto. Mentre l’Uomo è un’ameba che va diretta, ordinata, inquadrata, mediante l’applicazione pedissequa delle tenebrose circolari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Signori Superiori Invisibili, che ci vuole tutti con l’app di mappatura, la nuova stella gialla a sei punte che assicura il nuovo ordine mondiale.
Ed ecco che arriva poi il nuovo mantra di stampo pseudo-patriottico: “Se vuoi bene all’Italia mantieni le distanze”. Allora forse è arrivato il momento di seguire davvero questo invito, e quindi, se vogliamo il bene dell’Italia e nostro, prendiamo le distanze da questa visione ideologizzata, non allineiamoci al pensiero unico, difendiamo la civiltà di valori e di principi di dignità, riconquistiamo la perduta libertà, non uniformiamoci alle leggi irrazionali e immotivate, pur con la prudenza che solo il buonsenso esige.
E se vuol bene all’Italia e agli italiani, se vuole davvero il “bene” dell’Italia che il Concordato ha restituito a Dio, la Chiesa italiana respinga con forza la norma impostale, non a parole ma coi fatti e non si renda ancora complice di questo operato totalitario; invochi il rispetto degli Accordi vigenti (e dei diritti costituzionalmente garantiti) e si faccia garante, mediante la sua struttura istituzionale, delle cautele igieniche prudenziali senza scadere nella misofobia. Esiga che lo Stato metta a disposizione tutti quei mezzi di igienizzazione opportuni per esercitare serenamente il diritto soggettivo della libertà religiosa presidiato dalla Costituzione. Non chieda “autorizzazioni” a vivere liberamente, ma piuttosto esiga che nessun cittadino sia discriminato o mortificato nel rispondere al vigile o al poliziotto di turno “Vado a Messa”; esiga che nessuno possa multare il cittadino che esercita un diritto che la Costituzione considera inviolabile. Viva e regoli autonomamente la sua vita sacramentale, si riappropri della sua vita pastorale, non sottostia a nessuna trattativa né ad alcun protocollo di dubbio genitore. E soprattutto difenda i suoi sacrosanti diritti perché coincidono coi diritti di Dio. Questo è l’unico modo per il quale poter uscire dalle asfissianti sabbie mobili in cui si è ficcata.
Per cui, senza aspettare domenica prossima e senza aspettare che qualcuno lo “consenta”, già da domani si suonino le campane, si aprano le chiese, si mettano i cattolici nella condizione di esercitare liberamente i propri diritti e di recarsi in chiesa a celebrare il giorno del Signore con compostezza e prudenza, uno per banco, ordinati, così come sempre nella storia ha dato mirabile esempio di coerenza e civiltà, moltiplicando naturalmente le messe d’orario.
Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per essere cattolici e dimostrarlo, e lo dice il nostro diritto, tanto positivo quanto naturale.
Chi ancora crede di poter risolvere la questione mediante “negoziati” altro non fa che assecondare un regime illegittimo che vive nell’illegalità e che ha alterato e scardinato il sistema di coordinamento previsto dal nostro ordinamento giuridico (motivo per cui auspichiamo quanto prima l’intervento degli organi preposti alla vigilanza della garanzie costituzionali).
Nota estetica di chiusura: forse non tutti sanno che il capo del Governo manda in onda le sue verbose e caotiche conferenze stampa dalla “Sala delle Galere” di Palazzo Chigi con alle spalle la copia di un affresco di Raffaello che trovasi in una delle lunette della Stanza di Eliodoro del Palazzo Apostolico Vaticano raffigurante il Pontefice San Leone Magno (coi tratti di Leone X) all’atto di fermare, nel 452, Attila, re degli Unni, che dopo aver minacciato i diritti inviolabili della Chiesa, di lì a poco morirà per una violenta epidemia di malaria.
Chi ha orecchi per intendere, intenda.

È legittima la sospensione della Messa in forma pubblica? Risponde una ecclesiasticista
La professoressa Maria D’Arienzo della Federico II di Napoli parla della dispensa dal precetto
di Maria d’Arienzo, Professore Ordinario di Diritto Ecclesiastico e Canonico, Università degli Studi di Napoli Federico II
NAPOLI , 23 aprile, 2020 / 2:00 PM (ACI Stampa).-
Da ecclesiasticista non posso esimermi dall’intervenire sul tema della sospensione delle Sante Messe in forma pubblica. È un tema delicato, che comprensibilmente appassiona i cultori di tutte le discipline giuridiche.
Sul punto è evidente, almeno per noi ecclesiasticisti, che l’incisività delle misure governative – e in particolare l’unilaterale sospensione di tutte le cerimonie religiose, comprese quelle funebri – costituisca una rilevante, per quanto astrattamente giustificabile, lesione dell’autonomia confessionale della Chiesa cattolica, come peraltro espressamente garantita dalle norme pattizie.
In ogni caso, ogni possibile conflitto in merito è stato risolto dalla valorizzazione del principio di leale e reciproca collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica, e dal rispetto di quell’impegno, formalmente assunto dalla Chiesa cattolica in sede pattizia, di collaborare con lo Stato per il bene del Paese e, nel caso di specie, per la tutela della salute pubblica. Da qui l’integrale accoglimento, da parte della Chiesa cattolica italiana e delle altre principali confessioni religiose, delle misure stabilite in via governativa.
Mi siano consentite ulteriori considerazioni in merito al potere dell’autorità ecclesiastica di precludere ai fedeli la partecipazione alla Santa Messa.
In un recente articolo, un cultore di diritto pubblico scrive su Acistampa che “dovrebbe ritenersi preclusa la possibilità di escludere radicalmente la libertà del fedele di assistere realmente alla Santa Messa (evento d’ordine soprannaturale), neppure a fronte di una situazione d’emergenza sul piano naturale”, e ciò sulla base del Terzo comandamento “quale ordine di diritto divino e di diritto naturale”, sicché non sembrerebbe giustificabile il divieto imposto dalla Chiesa ai propri fedeli in ordine alla partecipazione ai riti religiosi.
A ben vedere, il Codex vigente, al can. 1245, espressamente consente all’autorità ecclesiastica competente (ossia al Vescovo e, secondo le sue disposizioni, al parroco) di dispensare i fedeli in casi particolari dall’obbligo di partecipare fisicamente – la presenza fisica è necessaria – alla Santa Messa, eventualmente disponendo – a riprova della consapevolezza della gravità di una simile misura – la possibile commutazione del precetto in altre opere pie, sulla base di quanto stabilito dal can. 1245 c.i.c.
La possibilità di dispensa da un diritto universale e particolare, su richiesta dei fedeli, difatti rientra nella capacità riconosciuta al Vescovo “ogniqualvolta giudichi che ciò giovi al loro bene spirituale” (can. 87 § 1), e per una “causa giusta e ragionevole” (can. 90 § 1). Una tale dispensa non impedisce il rispetto generale della regola, ma limita il suo esercizio in casi particolari e per persone singole. Nella situazione specifica, i Vescovi, più che ricorrere alla possibilità di “dispensare”, hanno piuttosto applicato il can. 223 § 2 secondo il quale spetta alla stessa autorità “in vista del bene comune, regolare l’esercizio dei diritti che sono propri dei fedeli”. Una decisione di opportunità che non lede la libertà del fedele ma, lungi dall’essere considerata una pena – come pure è stato affermato – ne definisce la modalità di esercizio. Così come del resto si evince chiaramente dal Decreto del 13 marzo 2020 del Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma: “Tuttavia, ogni provvedimento cautelare ecclesiale deve tener conto non soltanto del bene comune della società civile, ma anche di quel bene unico e prezioso che è la fede, soprattutto quella dei più piccoli”.
Il carattere necessitato ed eccezionale delle “sofferte” misure di sospensione dei riti e delle pubbliche Sante Messe – a più riprese confermato nei numerosi interventi della Conferenza Episcopale Italiana diretti a sottolineare la temporaneità della situazione in atto – non finisce inoltre per postulare un’attenuazione della sacramentalità della Santa Messa, mai messa in discussione. Del resto, lo stesso Santo Padre, nell’Omelia della Messa in Santa Marta dello scorso 17 aprile, ammoniva sui rischi di una fede “virtuale”, auspicando un imminente ritorno alla “normalità”.
In realtà la tematica è stata oggetto in questo periodo di approfondita riflessione.
Basti solo pensare alla ricchezza degli interventi ed alla vivacità del dibattito scientifico condotto dagli studiosi con specifiche competenze di diritto ecclesiastico e canonico: il Gruppo di Ricerca Diresom (Diritto e Religione nelle Società Multiculturali), creato all’interno dell’Associazione dei docenti della disciplina giuridica del fenomeno religioso (ADEC) ha dato avvio ad un progetto di ricerca dal titolo Religion, Law and Covid-19 emergency), allo scopo di dare spazio alle riflessioni della dottrina ecclesiasticistica con la massima tempestività e diffusione. Tale iniziativa ha già portato alla pubblicazione di numerosi contributi sull’argomento, tutti agevolmente consultabili sul sito www.diresom.net. Molti di questi contributi sono incentrati specificamente sulle peculiari dinamiche assunte dai rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Italia, come sollecitate dai necessari interventi governativi limitativi delle libertà fondamentali. Analogo impegno è stato profuso dall’Osservatorio delle Libertà ed Istituzioni Religiose (www.olir.it) attraverso l’istituzione di un’apposita sezione dedicata al rapporto tra libertà religiosa ed emergenza sanitaria da Covid-19. Anche in questo spazio è possibile consultare numerosi interventi e commenti della dottrina ecclesiasticistica. Ulteriori interventi, infine, sono già stati pubblicati, o sono in corso di pubblicazione, sulle Riviste Scientifiche di Settore IUS/11 (Diritto e Religioni; Stato, Chiese e pluralismo confessionale; Il Diritto ecclesiastico; Quaderni di Diritto e Politica Ecclesiastica; Ephemerides iuris canonici, Quaderni di Diritto ecclesiale; Ius Ecclesiae; Monitor Ecclesiasticus, Calumet, per citarne soltanto alcune).
Concludendo, mi preme ribadire, ancora una volta, che le riflessioni qui affrontate fanno trasparire, in tutta evidenza, l’importanza e la centralità dello studio, all’interno delle Università, del diritto ecclesiastico e canonico per la piena e corretta comprensione della realtà contemporanea e per una adeguata formazione del moderno operatore giuridico.

Una cosa lunga e pallosa sulle Messe
di Andrea Sarubbi
Facebook, 27 aprile 2020

Vengo da una storia di disobbedienza, anzi, di obiezione. Da quando a 23 anni rifiutai 10 mesi di servizio militare per farne 12 di servizio civile. Per fortuna mia, non c’era più il carcere, altrimenti avrei fatto anche quello. E nemmeno i social, se no sai le battute (“Se scoppia una guerra in Italia, casa tua non la difendiamo”).
Sono un obiettore, dicevo. Eppure ciò non mi ha impedito di votare in Parlamento sulle missioni militari. Il più delle volte mi sono astenuto perché non mi tornavano i conti: aumentavano i soldi della difesa armata, diminuivano quelli della cooperazione internazionale. Ma questo è un altro discorso, che non c’entra con i principi. Sulle Messe, per dire, non ho mai obiettato: sono settimane che le seguo in streaming, sul mio terrazzo di casa, e anzi mi sono inventato pure un podcast del Vangelo per venire incontro a chi – come me – ha bisogno di una parola su cui riflettere un po’.
Sulle Messe, come spesso accade, i principi in gioco sono più di uno. All’università, studiando filosofia della politica, Avelino Manuel Quintas ci spiegava bene che in certi casi l’urgenza viene prima del valore intrinseco (devo studiare e preparare l’esame, ma se ho mal di testa mi fermo e aspetto che mi passi, magari prendendo anche una medicina). Per questo motivo, data l’urgenza del momento, non mi è mai passato per la mente di disobbedire, o incitare alla disobbedienza come fanno molti fautori delle liturgie clandestine, talvolta anche con la complicità irresponsabile dei loro pastori. La battuta di De Luca mi ha fatto ridere (“Se vi ammalate a Messa, vi curate con le preghiere”), ma mi fa un po’ meno ridere quando viene ripetuta a pappagallo, anche mesi dopo, mentre il contesto sta cambiando.
Ci sono alcune cose che riaprono, nel rispetto dei protocolli sanitari. Tutto sarà diverso, per un altro po’, e ci abitueremo anche a questo. I vescovi italiani finora non avevano aperto bocca – attirandosi anche molte critiche dall’ala più dura della Chiesa – ma, in silenzio e con spirito costruttivo, hanno cercato di capire in queste settimane, insieme al Viminale, quali possano essere i protocolli per garantire lo svolgimento delle Messe in sicurezza. Spazi aperti? Distanze? Numeri limitati? Niente contatti fisici? Tutto è possibile, per chi vuole trovare una soluzione. Personalmente non tocco l’acquasantiera da anni, ho assistito a centinaia di Messe senza scambio della pace, ricevo il più delle volte la comunione in mano, adoro le Messe all’aperto. Tutto si può risolvere: le autorità dicano, la Chiesa (pastori e fedeli) cercherà una risposta.
Mentre al Viminale si discuteva dei protocolli, il presidente del Consiglio ieri in conferenza stampa ha tirato dritto e ha parlato di Messe ancora vietate, funerali a parte. La CEI è uscita dal silenzio con una nota piuttosto caustica (“Sono settimane che discutiamo sui limiti al Viminale, che vi chiediamo di fissare i protocolli per applicarli alla lettera, e ora Palazzo Chigi fa finta di niente?”) e Conte, poco dopo, ha dovuto ammettere l’errore con un’altra nota. Lasciando, in sostanza, la porta aperta come avrebbe dovuto fare dall’inizio: discutiamo, cerchiamo di capire se è possibile garantendo naturalmente le esigenze di salute pubblica, e vediamo se dal 18 in poi (o quando sarà) potranno riprendere anche le Messe.
Tutto questo ha scatenato la solita lotta latente tra guelfi e ghibellini, che pensavo fosse finita da tempo… o almeno congelata, visto il momento. Da un lato c’è chi incita alla Messa clandestina per ribellarsi a un governo cristianofobo come se fossimo in Pakistan, dall’altro c’è chi soffre di orticaria appena vede un prete e non perde occasione per invitare i cristiani a curarsi con le preghiere.
Quelli che utilizzano il crocifisso come una fionda non mi rappresentano. Quelli che considerano la libertà di culto come un capriccio neppure. E so che, come me, la pensano milioni di persone. Forse la colpa è nostra, per essere stati invisibili. Per avere lasciato il campo a chi, dall’una e dall’altra parte, strumentalizzava ciò che per noi è il senso. Rieccoci quindi alla solita guerra medievale, come se il tempo non fosse passato. E questo mi fa molto più male delle Messe sospese.

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