“Transitare la pazienza”. “Noli me tangere”
Ripropongo oggi, senza cambiare una virgola, una Nota che ho pubblicato il 30 maggio 2014 sul mio Diario Facebook. Il suggerimento mi è venuto da un commento di Valentina Villano (come successe 6 anni fa…) alla condivisione del mio articolo-dossier d’inchiesta “In nome del Papa Re”. Cosa hanno in comune e cosa ci insegnano il “Caso Hasler” e il “Caso 8 aprile e 17 aprile”? di ieri , 25 aprile 2020.
Il testo che oggi ripropongo, è più che mai attuale, oggi come 6 anni fa, anche se in circostanza e condizioni molto diversi… ma sempre di “transitare la pazienza” si tratta.
“Non una tolleranza gentile, ma resistenza, perseveranza, anche restando in attesa ma mai attesa statica” (Valentina Villano, 30 maggio 2014).
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Lo spunto per la parola del giorno per oggi – dopo quella di ieri, “pazienza” [*], è venuto dal commento di Valentina a un mio post di ieri: “Transitare la pazienza”. Quindi, cosa significa (sono i significati di) “transitare”, una parola basilare, molto suggestiva e ricca di usi.
Il verbo intransitivo “transitare” (passare, attraversare, percorrere, traversare), dal latino “trasire” (passare) è riferito al passare per una strada o linea ferroviaria (riferito in genere a un veicolo o a un treno, o anche al conduttore): quel tratto dell’autostrada (o quel ponte, quel viadotto) è dissestato, e vi possono transitare solo automezzi leggeri; sul valico si può transitare solo con le catene da neve; un grande nodo ferroviario, per cui transitano più di duecento treni al giorno; riferito ad aerei, fare sosta in un aeroporto senza farvi scalo regolare. Con il significato precedente, è molto usato, in sostituzione del più comune passare, soprattutto nel linguaggio burocratico e giornalistico; è invece poco comune, con il significato generico di “passare”, in altre accezioni per le quali (come in astronomia, in fisica, in fisiologia) è specifico il sostantivo “transito”.
Il “transito”, dal latino “transitus” (passaggio) è il passaggio da luogo a luogo e in senso figurativo il Gran passaggio che non ha ritorno, dalla vita alla morte: l’ora della morte.
Essere di transito, di passaggio, riferito a persone e a merci: al ritorno, transitando da Formia, verremo a trovarvi; è merce che transita, non soggetta quindi a dazi doganali.
E si parla anche di “transito” in riferimento al processo di digestione. “Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamarsi debono, perché per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perché di loro altro che pieni destri non resta” (Leonardo da Vinci).
Il concetto “transitare” ritroviamo pure nella parola “calore”, dal latino “calor” (caldo), che è energia termica in transito da un corpo con temperatura più alta ad uno con temperatura più bassa; affetto, cordialità; periodo fertile dell’animale femmina. Ciononostante è da definire bene, perché il calore non è un concetto generico come potrebbe sembrare. La scienza della fisica ci insegna un calore che è energia in transito: la temperatura, quella sì, è l’energia termica propria del singolo corpo in assoluto – per cui sul livello del mare l’acqua alla temperatura di cento gradi bolle, l’oro fonde quando supera la temperatura dei 1064 gradi e via dicendo, ma il calore è la trasmissione di energia termica da un corpo più caldo ad uno più freddo. Al solito il paradosso riesce a penetrare ancora più a fondo: esistono corpi con alta temperatura e basso calore, e corpi con bassa temperatura e alto calore. La padella vuota, portata a centinaia di gradi, in pochi secondi dissipa il suo poco calore senza quasi scaldare l’aria; la cittadina portuale del nord non è poi così fredda neppure d’inverno, perché il mare – che se ci metti il piede lo senti gelato – emana un calore immenso. Allo stesso modo quando si parla del calore di una persona non si deve intendere la sua tempra passionale, o il fuoco che sembra avere dentro quando discute, né quanto è festosa. Si deve intendere l’energia che trasmette. Un oratore flemmatico può avere un calore solare, se sa accendere, ispirare, smuovere; un’accoglienza calorosa non è quella di chi spara petardi dalla gioia e dopo un quarto d’ora non ti parla più, ma quella di chi si mostra interessato, ospitale, di chi ti ha preparato il soggiorno con attenzione; e quando cammini per strada al freddo, vedere una finestra illuminata di luce ambrata ti trasmette il calore di casa, e ti fa allungare il passo per tornarci.
Troviamo il concetto di “transitare” anche parlando di “larva” (fantasma; maschera; forma transitoria degli animali soggetti a metamorfosi), dal latino “larva” (spettro). La larva era lo spettro dei morti, in particolare di morte violenta o rimasti privi di degna sepoltura. Per estensione ha iniziato ad indicare una maschera terrifica. E da qui avviene il passaggio al lessico entomologico: la larva è la spettrale maschera che l’insetto indossa. Oggi nel suo senso originale sopravvive in espressioni come “ridursi ad una larva” nel senso di stremarsi, emaciarsi. Ma sarebbe giusto permetterle il respiro di cui è capace: una larva ha una connotazione ben diversa dal fantasma e dallo spettro. È più pallida, più silenziosa, legata al passato e non ostile anzi, che suscita pietà: è l’apparizione grigia, muta, sottile, diafana di un vecchio ideale, di un ricordo, di un sentimento andato, di un amico perduto che rivedi un attimo nella folla, con gli occhi bassi e l’aria sofferta.
Nella parola “effimero” (ciò che ha brevissima durata), dal greco “epi per emera” (giorno, per un solo giorno), il concetto “transitare” solitamente ha un valore negativo: ciò che è transitorio, impermanente, non è degno di attenzione o cura, da parte dell’uomo. Ma non potrebbe proprio il suo essere-per-un-giorno renderlo più prezioso?
Infine, il concetto di “transitare la pazienza”, che esprime il vivere il tempo di attesa da una situazione ad un’altra, con serenità e tranquillità, accettare che sia il tempo, e non la nostra intelligenza, a farci maturare, modellando le nostre vite.
Transitare la pazienza!
Rileggendo un’intervista che due giornalisti hanno fatto a Francesco nel 2009, quando era ancora il Cardinale Bergoglio, si nota la semplicità dei pensieri e soprattutto l’intensa umanità che si porta dietro. C’è un passaggio dove si parla della teologia del fallimento: “Occorre far transitare la pazienza, accettare che sia il tempo, e non la nostra intelligenza, a farci maturare, modellando le nostre vite. Transitare la pazienza significa permettere che gli altri facciano la loro strada, senza imboccare scorcitoie che ci tolgano la fatica. (…) Nella vita conviene a volte anche fermarsi, non pretendere di aggiustare tutto e… tutto in una volta. Insomma occorre relativizzare un po’ la mistica dell’efficacia”.

Noli mi tangere!
L’illustrazione di questa Parola del giorno per oggi è la bellissima tela del “Noli me tangere”, un dipinto a olio su tela (109×91 cm) di Tiziano, databile al 1511 circa e conservato nella National Gallery di Londra.
Sullo sfondo di un paesaggio bucolico si svolge la scena del “Noli me tangere”, con la figura di Cristo a sinistra e la Maddalena a destra, inginocchiata in uno scorcio che ricorda quello della donna nel “Miracolo del marito geloso”. L’albero frondoso che si vede a sinistra, tipico dello stile di Tiziano, prolunga visivamente la figura di Cristo, dandogli maggiore monumentalità. Il paesaggio di case a destra è identico a quello della “Venere di Dresda” di Giorgione, ritoccata pure da Tiziano.
La Maddalena è tutta uno slancio di passione: si alza da terra e protende tutto il suo corpo a raggiungere il corpo risorto di Gesù. E Gesù a dirle, scostandosi un po’: “Aspetta, non mi trattenere!”. Quando si guarda meglio ci si accorge che il movimento di Maddalena è ripreso dall’albero che, ardito, si innalza dietro di loro nel cielo più dorato. Come a dire che tutta la terra è questa passione, che vuole bruciare ogni limite e consumarsi nell’ebbrezza dell’infinito. Ma, a guardar bene, anche il profilo di Cristo, che con dolce eleganza curva ad arco il suo corpo per evitare ogni contatto, si prolunga sulla collina, su cui è costruita tutta la città. Sempre a dire che questo intreccio di sentimenti è il segreto vitale che attraversa tutto: la storia, le case, le piante, le strade dell’uomo. Linfa segreta di ogni respiro. Lui arco, lei freccia. Sempre incoccata, ma mai lanciata. Perchè altrimenti finirebbe tutto. Si consumerebbe nel momento stesso in cui si compisse. L’infinito della vita è questo attenderci l’un l’altro, questo caricarci di energia vicendevole. Nel rispetto assoluto delle distanze, facendoci lievitare fuori quanto abbiamo di sepolto dentro. Fino a indossare ciascuno la propria identità. Nella pazienza di tutto il tempo, che ci è necessario.
“Amatevi, ma non fate del vostro amore una prigione. Tra i vostri corpi e le vostre anime danzi il vento. Siate come il tempio, che si regge solido su colonne forti e distanti”, suggerisce Gibran.
Aspetta, non mi trattenere – ripete Gesù. A volte a tirar su i fiori per la fretta di far bello il giardino di casa, si rischia di strapparne le radici. Aspetta, siediti sulla sponda del fiume della vita e attendi. Non vedrai solo, prima o poi passare portato dalla corrente il cadavere del tuo nemico… sentirai soprattutto crescere a foresta la primavera. Intorno e dentro, inarrestabile.
Non è un miracolo. È la vita, quando fai “transitare la pazienza”. Parole di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco.
[Fonti: Treccani.it, Etimo.it, Unaparolaalgiorno.it, Don Francesco Farronato su Sanprosdocimo.it]
[*] La pazienza è la virtù dei forti e il suo frutto è dolce.





























