Il 25 aprile in piazza sì, per rossi, liberatori, partigiani. Il 12 aprile in chiesa no, per credenti. Il nuovo diritto del “in qualche modo”…

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Per il 12 aprile – Solennità di Pasqua della Risurrezione, con la “liberazione cristiana” – il governo non ha permesso di tornare in Chiesa… La Conferenza Episcopale Italiana non pervenuta, neanche “in qualche modo”.

Per il 25 aprile – Festa Nazionale della Liberazione, con la “manipolazione per la dittatura comunista” – il Ministero dell’interno: “Si ritiene che si potranno, in qualche modo, ritenere consentite forme di celebrazione” organizzata dall’ANPI. Una circolare governativa che con “in qualche modo” distrugge il diritto, a favore delle solite manifestazioni con cui i comunisti approfittano di uno degli eventi più manipolati della nostra storia.

«Proprio oggi, forti del pieno sostegno dei compagni al governo, una cinquantina o forse un centinaio di persone affollavano una piazza per i festeggiamenti nazionali. Gioia e baldanza. Vasco e Guccini. Bandiera rossa, “portali via” e passa la paura. Gli assembramenti pericolosi sono altri. Niente multe, niente notizia shock sui telegiornali o sui radiogiornali. Niente gogna mediatica per gli organizzatori. Niente sindaci “dispiaciuti”, niente “mea culpa”. Niente droni o carabinieri. Niente comici che invitano a festeggiare la liberazione in bagno…».

Nella ricorrenza della liberazione dell’Italia, ricordiamo anche i molti sacerdoti che nel 1941-54 furono uccisi dai partigiani comunisti

In Italia esiste la storia di un massacro dimenticato. Andando a spulciare nei dati storici si evince che “né i partigiani democristiani (80.000 in Italia). né i repubblicani, né i socialisti, né i liberali hanno continuato a sparare dopo la guerra. Solo i comunisti, non tutti per fortuna, hanno abbondantemente e impunemente ucciso anche nel dopoguerra” (Don Mini Martelli in “Diario di un prete romagnolo assassinato”).
Facendo un calcolo dei morti in guerra e dei morti in parrocchia viene fuori un dato pazzesco: i cappellani militari morti furono 148, i parroci italiani uccisi furono 238 (più 41 viceparroci e 129 tra seminaristi, novizi e religiosi laici). In pratica era più pericoloso stare sotto il campanile del proprio paese che stare sotto le bombe del fronte. Poveri preti, messi in mezzo sempre: se aiutavano i rossi, allora erano sotto le mira dei neri. Se aiutavano i neri, allora venivano i rossi. In fondo motivi per farli fuori ce ne erano sempre e se non venivano trovati si utilizzava la vecchia tattica della calunnia: aveva l’amante ed il marito l’ha ucciso! Così si mettevano a tacere tutte le voci e le ricerche dei veri assassini, i quali solitamente se la svignavano all’Est, coperti dal partito.
Molti degli assassini sono ancora vivi, molti dei preti sono ancora insepolti, dei corpi massacrati e lasciati marcire nelle campagne. Neanche si sono meritati una sepoltura cristiana. Solo perché erano preti. Questa è sicuramente una pagina della storia italiana che ancora gronda sangue, per il semplice motivo che questi sono tutti morti dimenticati e di cui solo in pochi vogliono parlare. Se un paese vuole dichiararsi maturo, dovrebbe fare luce su questi casi.
Ricordare è un atto di Giustizia, di Verità e di Libertà.

Messe proibite interrotte e cortei rossi. Confusione tra comici, preti, politici e partigiani
La Testa del Serpente, 26 aprile 2020

Le notizie vanno ormai prese “con le pinze”. I giornalisti hanno lavorato sodo per distruggere quell’aura di infallibilità e di credibilità che sembrava caratterizzare il giornalismo. Oggi giorno “lo ha detto il giornale” ha un grado di verosimiglianza paragonabile a “l’ho ascoltato al bar”. E siccome i bar sono chiusi e i giornali, al contrario sono molto attivi, non ci resta che barcollare nel buio pesto del mondo dell’informazione italiana.
Detto questo, in questo tempo di pandemia da coronavirus tutto diventa più confuso e complicato, non solo a causa di una malattia che la scienza non riesce a curare o a prevenire, ma anche a causa di una gestione politica della situazione a dir poco caotica. La seconda dipende dalla prima ma sicuramente ai normali cittadini non riesce facile da capire cosa possono e cosa non possono fare. Si può andare a fare la spesa, ma non si può tornare a casa con una bottiglia di vino. Si può andare in farmacia, ma non accompagnati dalla moglie. Si può andare in chiesa ad accendere un cero ma non se inizia una Messa. Così il parroco può aprire la sua chiesa al pubblico ma dovrà chiuderla se vuole celebrare l’Eucaristia…
Ed è proprio su questo argomento dell’interdizione della Messa (e di tutti gli altri sacramenti) da parte dello Stato italiano, col beneplacito (immediato) delle gerarchie ecclesiastiche, che si è scritto, polemizzato e discusso molto. Anche qui molta confusione. Un politico chiede di riabilitare la Messa a Pasqua. Un prete-social (popolare o populista) risponde saccente che “Le chiese sono chiuse”. Invece sono aperte. Un comico e presentatore invita i fedeli di tutta la nazione a “pregare in bagno”. Preti anziani escono in strada col santissimo, altri si barricano in canonica, altri si buttano su facebook a lanciare ricette culinarie, altri si cimentano in video-catechesi. Un altro giovanissimo prete-social afferma su Famiglia Cristiana che i preti col santissimo sui camioncini sono un flop e un errore da dimenticare… Vescovi che chiudono tutto in accordo col Papa. Papa che riapre tutto in disaccordo coi Vescovi. Fedeli che escono a prendere il ramo d’ulivo la Domenica delle Palme (perché in parrocchia lo danno, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e con l’aiuto di tre giovani volenterosi viceparroci) e altri fedeli che strillano gli incauti e disobbedienti “untori”, augurandosi che nessuno debba morire a causa di un rametto di ulivo benedetto…
Chi più ne ha, più ne metta. Una grande confusione che costringe a stare sul “chi va là” e a muoversi con cautela. Il buon senso (che non possiamo più chiamare “senso comune” perché sempre meno “comune”), potrebbe aiutare, ma alle norme corrispondono degli obblighi e per i disobbedienti sono previste sanzioni.
Una misura restrittiva quella di interdire le Messe che, se non lede uno dei diritti costituzionali, quello relativo alla libertà di culto (e di fatto sembra che lo faccia), rimane per lo meno contraddittoria se comparata con le disposizioni previste per altri ambiti, luoghi o situazioni.
L’esempio della Messa feriale è la prova schiacciante dell’assurdità della norma che la impedisce. Quand’è l’ultima volta che siete stati a Messa durante un giorno lavorativo… un qualsiasi martedì mattina? Quante persone avete visto litigarsi un posto per non rimanere in piedi? Quante sedie sono state aggiunte dal sacrestano per supplire alla mancanza di posti a sedere? Quanta fila per entrare e quanto struscio per uscire? Dipenderà dalle parrocchie e dalle zone, ma forse la partecipazione di 10-15 valorosi fedeli sarebbe considerato un numero soddisfacente. Dunque molte meno di quante entrano contemporaneamente ogni giorno in un supermercato, dalla mattina alla sera, con libertà di movimento tra scaffali e corsie.
E la domenica? Sì, la domenica forse la partecipazione andrebbe regolarizzata e scaglionata e un apposito servizio d’ordine dovrebbe provvedere alla distribuzione di mascherine e al rispetto della distanza di sicurezza (ricordiamo che in una Messa le persone non sono libere di deambulare per le navate ma sono costrette dal rito a assumere un massimo di tre posizioni rimanendo nello stesso posto: in piedi, seduti, in ginocchio. Dedicare tre metri quadrati ad ogni fedele, dunque, non è dunque una impresa folle).

Tuttavia, dicevamo, la prudenza è d’obbligo perché ad ogni infrazione certificata dalle autorità, corrisponde una sanzione. Ciò che è successo a Gallignano (Cremona), dove i carabinieri hanno interrotto una Celebrazione Eucaristica alla quale assistevano dodici persone, parenti di defunti ai quali è stato negato un funerale (in una chiesa di 300 metri quadrati a 4 metri di distanza l’uno dall’altro), mostra il livello di assurdità raggiunto da questa faccenda. La vicenda non passerà agli annali per la nostra poca memoria e perché ciò che succede ai cristiani non fa notizia, come invece sarebbe successo se a subire il torto fosse stata un’altra minoranza. Se fosse capitato in una sinagoga, in una moschea o in un bar arcobaleno sarebbe stata istituita – dopo apposita discussione parlamentare – una speciale giornata della memoria per il funesto evento. Ma dipende anche da chi c’è al comando. Ora al potere ci sono i buoni, i moderati, i giusti… Tutto ciò che decidono lo fanno per il popolo, per il bene; il loro giudizio è puro e il loro senso morale superiore; la loro onesta è provata, il loro pensiero è nobile e le loro politiche sono oneste. Interrompere la Messa irrompendo sull’altare, loro evidentemente possono farlo. Sono i rossi, i liberatori, i partigiani che oggi, 25 aprile, cantano “Bella Ciao” e “Portali via”.
La cosa non passerà alla storia. A contribuire a derubricare i fatti di Gallignano come un incidente di percorso ci ha già pensato la diocesi di Cremona che si è detta “dispiaciuta” per ciò che è successo. Non per l’incursione del carabiniere sull’altare, non per la multa di 680 euro al parroco, non per le multe a tutti e dodici i fedeli. La diocesi è dispiaciuta perché si è celebrata la Messa infrangendo le norme stabilite. Chiediamo perdono, non tornerà a succedere. Non un “mea culpa”, ma un “sua culpa”. Del parroco disobbediente(*).
Proprio oggi, forti del pieno sostegno dei compagni al governo, una cinquantina o forse un centinaio di persone affollavano una piazza per i festeggiamenti nazionali. Gioia e baldanza. Vasco e Guccini. Bandiera rossa, “portali via” e passa la paura. Gli assembramenti pericolosi sono altri. Niente multe, niente notizia shock sui telegiornali o sui radiogiornali. Niente gogna mediatica per gli organizzatori. Niente sindaci “dispiaciuti”, niente “mea culpa”. Niente droni o carabinieri. Niente comici che invitano a festeggiare la liberazione in bagno… In effetti, mentre a Pasqua non è stato concessa la celebrazione della Veglia Pasquale. Il Governo italiano ha concesso all’ANPI (Ass. Naz. Partigiani d’Italia) di celebrare la “liberazione”, purché lo si faccia “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. Due pesi e due misure? Oppure i vertici dell’Anpi hanno mostrato più tenacia di quanta ne abbiano dimostrata i vescovi?

Un “mini corteo” minimizza Il Messaggero che aggiunge: “Salvini si infuria”. Ecco tutto risolto: Anche questa volta la colpa è di Salvini, il brutto fascista che – canta il vecchio Guccini – i nuovi partigiani devono portare via (assieme a Meloni che puntuale risponde: “Provateci alle urne se avete il coraggio”) . Tutto procede. Viva l’Italia.

(*) La risposta del Parroco al suo Vescovo: “Prima di accusarmi, potevate ascoltarmi”. Così il parroco di Gallignano don Lino Viola ha risposto a mons. Napolioni. «Dopo il comunicato della Curia Vescovile, sento l’obbligo di fare chiarezza su quanto è accaduto. Purtroppo, e questo mi ha fatto male, la Curia Vescovile, senza minimamente interpellarmi, ha fatto pubblicare una nota in cui mi si accusa di non essermi attenuto alle prescrizioni civili e religiose. Piena sintonia con i miei superiori ai quali mi permetto di chiedere umilmente di ascoltare i propri sacerdoti prima di emettere sentenze che possono minare la tanto auspicata fraternità».

Il 25 aprile in piazza sì ma in chiesa no
Che pantomima. Ma è carnevale?
I giallorossi si sono inventati il fantasma di un fascismo sovranista per imporre un totalitarismo ideologico assoluto tramite la televisione e il giornale unico
di Renato Farina
Libero, 26 aprile 2020

Che tempi. Non si è potuta celebrare la Pasqua. In compenso si è recuperato il Carnevale. Ieri è stato il giorno delle maschere, tutte uguali, con l’identica espressione compunta, che hanno puntato il dito ben curato contro gli sconfitti di 75 anni fa, rottamati dagli alleati,? ? e si sono inventati il fantasma di un fascismo sovranista, imponendo un totalitarismo ideologico assoluto tramite la televisione e il giornale unico. Come definire altrimenti questa occupazione dello spazio pubblico da parte di autorità di ogni genere e grado, non per combattere il dispotismo che attualmente ci schiaccia con il suo calcagno al borotalco, ma addirittura consacrando questo stato di cose illiberale al grido di “Resistere, resistere, resistere”. Questa è stata ieri la prima pagina gridata di Avvenire. Ci aspettavamo fosse un invito a celebrare qualche liturgia con le mascherine, a distanza giusta, ma con i sacramenti vietati, su un sagrato. Macché, nessuno che difenda questo popolo reale, che sta murato vivo, senza diritto di uscire responsabilmente a lavorare e a respirare, persino a sentir messa, con i vecchi chiusi nel lazzaretto a morire o a vivere come morti. Ma no, si celebra un popolo immaginario, figurandolo come se adorasse la pipa in bocca di Pertini e il fucile in spalla dei partigiani rossi (che fecero fuori quelli bianchi e monarchici senza pietà). Questo blocco di potere giallo-rosso celebra se stesso. Ha vietato ogni raduno, messa, comizio, manifestazione di dissenso. Poi però, com’è tipico dei fascismi neri o rossi, dà la deroga a sé stesso e ai suoi propri adepti. Impressiona nella sua esemplarità la marcia delle magliette rosse, con bambini al seguito, perché l’immunità ce l’ha solo il gregge rosso-giallo. Quelli possono, ma certo perché no? Non hanno vescovi che desiderano un popolo di cagnolini al guinzaglio di questo torbido potere che fa la riverenza al Papa, e lo strumentalizza per mummificare con la retorica il presente. Ma certo: libertà di pensarla in modo unico, colonna sonora obbligatoria, discorsi pubblici in tivù tutti identici, con il piffero dei fratelli Grimm, per paura che il volgo agli arresti domiciliari si tolga le bende ed esca come Lazzaro dal sarcofago.?
Quando dagli altoparlanti è stato imposto come inno unico di questa Italia il “Bella ciao!”, si spera che in molti ci sia stato un soprassalto. E un moto di ribellione da 28 aprile 1948. Perché questi ci riprovano, come subito dopo il 25 aprile del 1945, quando chi egemonizzò le piazze non voleva certo la democrazia plurale ma la dittatura rossa. La bandiera cremisi si è stinta, l’hanno ripitturata con l’acquarello arcobaleno o addirittura ricoperta con un tricolore di comodo. Hanno adattato il modello. Non più l’Urss, ma hanno provato a stendere un reticolato intorno alle nostre vite con fili di seta cinese, con finzioni di stelle rubate al sogno di un’Europa perduta e oggi Quarto Reich che adopera i prestiti come catene per schiavizzarci.

Sergio Mattarella ha detto cose belle, il suo salire solitario all’Altare della Patria ha avuto la stessa nobiltà laica dell’incedere religioso del Papa con la Croce. Ma il resto, questo moltiplicarsi in ogni posto, luogo, crocevia, di questi rituali ammantati non di bandiere di partito e di fazione, ma di fasce tricolori monocromatiche è stato qualcosa da piazza Tienanmen, surreale in questa primavera in cielo bellissima e quaggiù invece il contrario del disgelo, una cristallizzazione forzosa dello status quo.
Noi siamo per la resistenza all’incontrario di quella vista ieri. Pacifica rivolta, senza neppure usare come arma un crisantemo (i funerali sono vietati). Quanta compunzione fasulla. Sarebbe stato il caso che queste medesime autorità ne avessero espressa una vera accompagnando per tre metri i camion dell’esercito carichi delle bare di Bergamo. Ha ragione il capo della Brigata ebraica che davvero ha lottato contro i totalitarismi, tutti, dicendo che sarebbe stato il caso di rimettere al primo piano la democrazia. Invece ecco, finito il tempo degli appelli ad una memoria reciprocamente rispettosa (AUSPICI Ciampi, Pansa e persino Violante), si è tornati a esaltare le gesta di una partigianeria che poi si è risolta in infame vendetta contro i vinti e abbattimento sanguinario nel triangolo rosso di qualsiasi prete, o dirigente dc o liberale che fosse.?
Insomma, è stato quello del 2020, un 25 aprile che è sembrato la pantomima del fascismo che ha cambiato camicia. Nel 1994, dopo la vittoria del centrodestra, la Festa della Liberazione diventò occasione di una parata contro un governo che non c’era ancora, la Rai scorrazzava con gli elicotteri trasmettendo in diretta questa fregola di rivoluzione sconfitta dalle elezioni. Una pagliacciata in nome della superiorità morale della minoranza evoluta rispetto al popolo comune con quel suo orrendo diritto di voto. Oggi che c’è al governo, anzi al potere nel senso più rozzo del termine, una specie di dittatore senza qualità, che se ci fosse un nuovo Musil ci scriverebbe un romanzo buffo e tragico insieme, tutti in ginocchio sullo zerbino. Tutti? Be’ noi no?
Davanti a un conglomerato di cui si distingue solo la pochette che fare allora? Occorre con pacifico uso dei diritti garantiti dalla Costituzione, rivendicare la libertà di movimento, di culto, di pensiero e opinione che questo regime bananiero ci sta imponendo in groppa al virus. Esempi di resistenza li si ritrova nella saggezza e nel nerbo dimostrati da Zaia in Veneto, Fedriga in Friuli-Venezia Giulia e che Fontana prova con tenacia a esercitare sotto lo schiaffo delle Procure.
Non si può lasciar passare in silenzio questo 25 aprile non solo inutile ma limaccioso. Sono anni che a sinistra cercano di costruirsi un fantasma vestendo con i connotati del nazifascismo l’opposizione di centrodestra. Ma quei panni ieri li hanno messi loro. Li vestivano a pennello?

La circolare di un Ufficio di Gabinetto, che autorizza l’Anpi a partecipare alla cerimonia, deroga a due chiarissime norme a essa sovraordinate, che prescrivono il contrario.

Il 25 aprile e la circolare che, “in qualche modo”, distrugge il diritto
di Alfredo Mantovano
Tempi, 24 aprile 2020

Ho trascorso al ministero dell’Interno quasi nove anni, dal 2001 al 2011, con un breve intervallo. Ho apprezzato la dedizione e la competenza di quanti fanno parte di una amministrazione che nella sua articolata struttura è la vera ossatura dello Stato: ne conservo un ricordo grato, perché in questa lunga esperienza ho avuto esempi veri di senso delle istituzioni, di rigore nelle decisioni, di considerazione della complessità dei problemi.
Per la stima che nutro quasi d’istinto verso quel ministero, e verso chi vi lavora, ho pensato che fosse una “fake” la circolare del Gabinetto del Ministro inviata a tutti i Prefetti, recante la data del 22 aprile e l’oggetto del 75̊ della festa della Liberazione.
Non mi soffermo sul merito: il Viminale, d’intesa con Palazzo Chigi, ritiene che, nonostante l’emergenza, siano consentite le celebrazioni dell’anniversario, e che a esse prendano parte anche le Associazioni partigiane e combattentistiche, col doveroso rispetto delle regole del distanziamento. La Presidenza del Consiglio peraltro, con un comunicato sempre del 22 aprile, rispondendo all’ANPI-ass.partigiani d’Italia, ha voluto rimarcare che dalle cerimonie l’Associazione non è in alcun modo esclusa. Non mi soffermo sul merito, pur se vi sarebbe da osservare che ai cattolici italiani è stata preclusa pochi giorni fa qualsiasi memoria pubblica della loro festa più importante, la Pasqua, senza tentare di conciliare la partecipazione alla Messa col possibile rispetto delle regole di distanziamento e di igiene (per non dire delle celebrazioni interrotte dalle forze di polizia). E che non solo ai cattolici ma a tutti gli italiani è preclusa da due mesi, a norma di decreto legge e di dPCM, di assistere alla cerimonia cui ogni civiltà collega il commiato con un proprio caro: per un funerale non sono permesse neanche dieci persone in una chiesa che ne contenga trecento. È vietato e non si discute!
Mi soffermo su due aspetti non di merito, ma non per questo marginali del provvedimento. Il primo. Una circolare di un Ufficio di Gabinetto deroga a due chiarissime norme a essa sovraordinate, che prescrivono il contrario. L’art. 1 comma 2 lett. h) del decreto legge 25 marzo 2020 n. 19 include espressamente fra le misure di contenimento la “sospensione delle cerimonie civili e religiose”. In attuazione di tale disposizione l’art. 1 comma 1 lett. i) ultimo periodo del dPCM 10 aprile 2020 conferma che “sono sospese le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”. La parola chiave è “cerimonie”; non vi è eccezione fra “civili” o “religiose”: sono tutte inderogabilmente “sospese”, al punto che – come è accaduto – se un prete celebra la Messa davanti a 13 persone distanziate metri l’una l’altra intervengono i Carabinieri. La medesima parola chiave “cerimonia” compare nella circolare del Viminale: “si potranno (…) ritenere consentite forme di celebrazione della tradizionale cerimonia di deposizione di corone ecc.”. Quelle “cerimonie”, che un atto avente forza di legge e un dPCM espressamente “sospendono”, una circolare del Gabinetto del ministro dell’Interno consente, con l’avallo della Presidenza del Consiglio.
Secondo aspetto. Riprendo il passaggio appena riportato senza saltare alcun termine: “Si potranno, in qualche modo, ritenere consentite forme di celebrazione della tradizionale cerimonia ecc.”. “In qualche modo”? Qual è il senso giuridico dell’espressione “in qualche modo”? Una condotta o è permessa, o è vietata, o è permessa nel rispetto di condizioni che però vanno esplicitate: “in qualche modo” pare rientrare nella terza categoria, ma qual è il “modo”? Ciascun prefetto viene delegato a far svolgere cerimonie vietate da una norma di legge, secondo modalità che – certo col necessario distanziamento – potranno variare per ognuna delle cento province d’Italia.
Si è scritto tanto del caotico e contraddittorio profluvio di disposizioni che da febbraio alluvionano, insieme col Parlamento, l’esistenza degli italiani, comprimendo diritti fondamentali, talora – in nome dell’emergenza – superando confini che avrebbero dovuto ritenersi invalicabili, pur in emergenza. Si discute dello scardinamento di principi in tesi intangibili, di prassi abnormi, come l’abrogazione con decreto legge di norme approvate pochi giorni prima con altro decreto legge, senza che il primo sia ancora convertito in legge, di dPCM che superano i limiti dei D.L. che li autorizzerebbero.
Questo sito da oltre un mese, grazie a contributi quotidiani di giuristi di varia competenza, fa i conti con tale schizofrenica legislazione emergenziale, provando a comprenderne i risvolti e a indicare qualche ipotesi di ragionevole rettifica, e immaginando che cosa resterà della congerie di disposizioni varate senza sosta quando – Dio piacendo – la pandemia cesserà.
Quando si farà un bilancio delle norme pubblicate in queste settimane, questa circolare meriterà una cornice di riguardo. Perché è riuscita in poche righe, nel modo più plastico ed evidente, a demolire ciò che agli studenti di diritto nelle scuole medie viene insegnata essere la gerarchia delle fonti. E per averlo fatto, oltre che col rango del provvedimento adottato – in virtù del quale domani in tutta Italia quanto sancito da un atto amministrativo sovrasterà una norma di legge in vigore – con una formula che potrebbe essere l’occhiello della Gazzetta Ufficiale dell’emergenza: “in qualche modo”.

Il sogno

Il 25 aprile torniamo in Chiesa
Il blog di Francesco Giubilei
Il Giornale, 22 aprile 2020

Alla fine pace è fatta. Poche ore dopo il duro comunicato dell’Anpi contro il governo che in un primo momento sembrava aver vietato la partecipazione dei rappresentanti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia alle celebrazioni per la Festa della Liberazione a causa delle misure restrittive in vigore per il Covid-19, è arrivata la rettifica di Palazzo Chigi che dà il via libera “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”.
In un primo momento l’Anpi ha parlato di misure “inaccettabili” che consentivano la partecipazione alle celebrazioni solo da parte del Prefetto, del Questore e dei sindaci. La posizione dell’associazione era stata irremovibile: “in ogni caso l’Anpi parteciperà alle celebrazioni” per “dare il nostro contributo affinché da questa pandemia l’Italia e gli italiani possano uscire migliori, più solidali e sereni. Non accetteremo mai però che, con la scusa del contenimento del contagio, si operi per cancellare la memoria democratica del nostro Paese”.
La conclusione del comunicato è stata tranchant: “rifiuteremo sempre ogni tentativo di negare il valore della Resistenza e non accetteremo mai di essere esclusi dalle celebrazioni del 25 aprile”.
La risposta del governo non si è fatta attendere precisando che la precedente circolare inviata “non esclude in alcun modo l’Anpi dalle celebrazioni del 25 Aprile” ed anzi autorizza la partecipazione dei rappresentanti delle associazioni “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”.
Una scelta legittima da parte dell’esecutivo di Conte a cui dovrebbe seguire una seconda decisione: consentire ai fedeli di tornare a partecipare alla messa in Chiesa. Sarebbe un gesto importante anche per ricordare il contributo dei partigiani bianchi e cattolici alla resistenza, oltre che un piccolo segnale di ritorno alla normalità, sempre nell’imprescindibile rispetto delle norme di sicurezza. Nel comunicato il governo ha sottolineato l’importanza di ricordare il 25 aprile nella “consapevolezza del valore che questo anniversario ricopre per l’Italia”; la religione cattolica ha un valore innegabile nella formazione della coscienza e dell’identità nazionale ed è perciò allo stesso modo giusto che i fedeli possano tornare a pregare in Chiesa rispettando le “forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”.
Riaprire le Chiese alle funzioni religiose per i fedeli il 25 aprile, avrebbe un importante valore simbolico e contribuirrebbe ad essere un momento di unità, di speranza e di democrazia sottolineando l’importanza della libertà di culto sancita dalla nostra costituzione.

La bufale e la disinformazione dei “cacciatori di bufale”, che mettendo la mascherina hanno tolta la maschera “neutrale”. Finalmente

I 3 livelli di disinformazione sulla manifestazione di Roma con il corteo del 25 aprile 2020
di Redazione Bufale [**]
Bufale.net, 25 aprile 2020


Sta facendo rumore in questi minuti, su social, il video che ci mostra la manifestazione di Roma per il 25 aprile 2020 in occasione della Festa per la liberazione del nostro Paese. Un corteo in antitesi con le attuali normative che sono state pensate per limitare la diffusione del Coronavirus. Il tutto in un contesto nel quale la manifestazione di Roma 2020 alimenta le polemiche social, anche riguardanti alcune fake news incentrate sul Fascismosecondo le informazioni che abbiamo condiviso in mattinata. Proviamo dunque a mettere a fuoco quanto avvenuto nella Capitale.

Perché si disinforma con la manifestazione di Roma del 25 aprile 2020

Alcuni personaggi politici, più in particolare, stanno protestando sui social, mostrando appunto il video riguardante la manifestazione di Roma del 25 aprile 2020. Il concetto è molto chiaro: mentre tanti italiani sono costretti a restare a casa, governo e Forze dell’Ordine non fanno nulla per evitare assembramenti di questo tipo. Per alcuni, dunque, è sufficiente scendere in strada con una bandiera rossa e gridare “Bella ciao” per andare oltre la legge.

Le cose, però, non stanno così, almeno stando alle informazioni raccolte attraverso Il Messaggero. In primo luogo, parlare di manifestazione di Roma appare un po’ forzato. Tutte le fonti che hanno analizzato la vicenda, infatti, menzionano circa trenta persone, nell’ambito di quello che appare più un flash mob che un vero e proprio corteo. Sempre Il Messaggero, poi ci dice che nei quartieri in cui ci sono stati assembramenti, in particolare al Pigneto e a Torpignattara, è stato tempestivo l’intervento della Polizia. Insomma, nessun trattamento di favore.
Infine, la manifestazione di Roma del 25 aprile ha visto i partecipanti di quello che è stato definito “corteo” tornare a casa, al punto che la folla pare si sia dispersa in pochi minuti. A testimonianza del fatto che la legge sia uguale per tutti, i filmati sono stati già acquisiti da questura e prefettura per tutte le verifiche del caso.

[**] Redazione Bufale: “Bufale.net è il primo servizio fact checking per i liberi cittadini creato dai denbuker Claudio Michelizza e Fabio Milella. Opera su segnalazione e dopo un’opera di debunking comunica i propri esiti tramite articoli mirati con TAG specifici: BUFALA – DISINFORMAZIONE – NOTIZIA VERA – PRECISAZIONI – ANALISI IN CORSO. Il team è composto da debunker professionisti e neutrali. In ogni articolo non vengono usate opinioni personali o credi religiosi – politici – calcistici. Siamo attivi dal 2014 e speriamo che la rete un giorno non abbia bisogno di noi”.

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