Il grande Sud può solo insegnare, inutile diffamare. Non funziona più

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“Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore”, è la frase detta da Vittorio Foa e che spiega perché anche c’è chi oggi può scrivere le peggiori cazzate sui social (e, purtroppo, anche sul mio diario Facebook). A questa costatazione va aggiunta anche l’avvertimento, che non tollerò più calunnie conto il Popolo del Sud, o denigrazione, o diffusione di calunnie sulla sua storia, con cui nel contempo viene fornita l’auto-dimostrazione di un’intergalattica ignoranza in materia.

Quindi, ripeto mio avviso di servizio, che sono diventato molto veloce a togliere l’amicizia Facebook, a chi interviene con cazzimma [ È proprio della cazzimma, un fuoco che accresce sé stesso – 2 aprile 2020 ], bigottismo [ Essere bigotto, non volendo pensare. Peggio di così si muore, bigottamente – 10 febbraio 2020 ], preconcetti ideologici che bloccano le sinapsi del cervello (se già non totalmente atrofizzato), offese, calunnie, fake news, ecc. dimostrando nel contempo la sua ignoranza e il proprio analfabetismo funzionale. Con dei troll e dei cretini, o con coloro che si comportano tale, non ho tempo da perdere e non discuto, perché non offrono le condizioni per avere un dialogo (quello vero, non quel sparare cazzate che vogliono far passare per tale). Non sono mai stato disponibile per compromessi al riguarda e non mi abbasso mai al livello del mio interlocutore.

Serviva il virus?
Per capire che il Sud è grande?
Per capire che al Sud ci sono pochi ospedali pubbliche e carenti, senza fondi ma con i migliori medici al mondo (che lavorano anche al Nord e in molti Paesi, rappresentanti dell’eccellenza del Sud)?
Per capire che il Sud ha i migliori scienziati del Globo, veri luminari della medicina generale?
Il grande Sud può solo insegnare, inutile diffamare. Non funziona più.
Sì, serviva il virus, come pare.

Quanto segue sia un monito e lo pubblico anche in previsione della Festa del 25 aprile, che coincide con la memoria liturgica di San Marco Evangelista.

Il mio 25 aprile
[Dall’intervista di Isabella Insovibile a Vittorio Foa, pubblicata in “Meridione. Sud e Nord nel Mondo”, anno IX, numero 1, gennaio-marzo 2009]


Il 25 aprile è una festa ed è giusto farsi gli auguri, ed anche un piccolo regalo simbolico, se si può. Il mio ve lo scrivo qui. Si tratta di pochi piccoli estratti delle parole che Vittorio Foa ha regalato a me qualche anno fa. Vittorio Foa era un grande politico, un grande lavoratore, un grande sindacalista, un grande antifascista, un grande uomo. E ci manca. A lui dedico il mio 25 aprile di quest’anno.

“L’antifascismo che non muore. Intervista a Vittorio Foa”
“A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme ad un senatore fascista [Giorgio Pisanò] che faceva dei grandi discorsi di pacificazione: «In fondo eravamo tutti patrioti… Ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore…», etc. etc. Io lo interruppi dicendo: «Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore». Questa è una differenza capitale”.
“Io penso che la Resistenza abbia reso un grande servizio alla Repubblica, senz’altro. Io sono felice di esserci stato. Però, poi, pensandoci bene, penso che molta gente sia stata tagliata fuori, nella memoria. E questo è ingiusto. Non è giusto che dalla memoria sia tagliata fuori la gente. La memoria della gente che soffre, la memoria delle sofferenze – come, anche, la memoria della gente che combatte – è tutta memoria che va rispettata. Come rispetto la memoria del partigiano che sa gettare le bombe o sa combattere devo anche rispettare il contadino che si nasconde e cerca in qualche modo di sopravvivere alle bombe e alle violenze dei nazisti. È la stessa cosa. Se dovessi dare dei consigli, io direi: sì, difendete gli alti valori della Resistenza, però sappiate anche difendere i valori di chi ha vissuto altre esperienze. Penso agli internati, ad esempio”.
“Quando eravamo in prigione eravamo i soli uomini veramente liberi perché avevamo scelto la via giusta e quindi ci sentivamo liberi. Il significato della parola libertà diventa evidente: la libertà non è la possibilità di fare quello che vuoi ma è la coerenza con qualcosa dentro. Noi ci sentivamo coerenti con qualcosa dentro, e consideravamo valore positivo il fatto di essere arrestati, condannati, per molti anni prigionieri”.
“Bisogna combattere, eccome. Io, personalmente, i mezzi per combattere non li ho. Penso che questo sia uno dei problemi che si pone alle nuove generazioni. Essere antifascisti oggi potrebbe essere questo […] pensare alle ingiustizie in modo diverso, in modo più «grande». Ingiustizia non è solo star male, ma vuol dire non riuscire ad uscire, mai, da una condizione di inferiorità”.
“La cosa che dovrà fare, col suo mestiere, è questa: ricordare perché della gente ha pagato con la vita la propria, e la nostra, libertà”.

La lezione del virus a un certo Nord: “L’altro” si pure tu, prima o poi…
… e, sfidando il ridicolo, grida al “razzismo”
di Pino Aprile [*], 4 marzo 2020

‘O munn è cagnate! Chelle ca stev ‘ngopp è gghiute sotte, e chelle cha stev sott è gghiute ‘ngopp! Un certo Nord (la cui prima vittima è il resto del Nord, coinvolto in un grossolano giudizio che tutti accomuna nel peggio) fa i conti con i suoi comportamenti e scopre di non stare simpatico e, anzi, proprio sulle palle. I fenomeni sociali sono di lenta costruzione, ma di fulminea espansione: decenni di insulti padani, di supponenza, prepotenza, arroganza, presunzione, “Prima il Nord” e presunto diritto etnico all’offesa dell’altro, sino all’aggressione (zingaro, terrone, migrante, poco importa), hanno tanto caricato il piatto della bilancia, che l’arrivo di coronavirus (il “Cigno nero” l’imprevisto che sconvolge gli assetti consolidati), lo ha fatto calare, ribaltando l’equilibrio.

Insultati e picchiati Cinesi al nord, quando il virus “era cinese”. E se diventa padano?

Ribaltare, vuol dire che le cose vengono viste e valutate al contrario. Per esempio:
Ci sono stati episodi di intolleranza nei confronti di cinesi (presunti colpevoli di virus), alcuni di loro cittadini italiani, ma di origine orientale. In qualche caso, l’inciviltà è giunta ad atti di violenza. Un cinese che gestisce con la moglie un bar a Bassano del Grappa è stato picchiato da un avventore in un locale, a Cassola; altri sono stati offesi, dileggiati (una donna e i figli al supermercato), un adolescente aggredito durante la partita, perché orientale… Poi si scopre che il ceppo di coronavirus che imperversa in Lombardia e Veneto, e da lì dilaga, potrebbe essere padano: autoctono. E se gli incivili che han “fatto pagare” ai cinesi la presunta provenienza del virus fossero insultati, aggrediti, solo perché lombardo-veneti? Razzismo? Chiamatelo come volete, ma sarebbe quella roba di prima, all’incontrario (ricordando che l’imbecillità è universale e se l’aggressore a Cassola è stato aiutato a dileguarsi, a Bassano il cinese aggredito e sua moglie hanno avuto la solidarietà dei loro clienti).

La più florida industria lombardo-veneta è quella dei “risarcimenti”, anche per i danni provocati ad altri

Con il virus, puntuale come le tasse, è riapparso il riflesso condizionato padano: l’Italia ci copra di miliardi, per risarcirci (modello di moderazione, si accontenterebbero di quattro volte quel che Trump ha chiesto per tutti gli Stati Uniti). Perché loro “producono” e qualunque cosa interrompa o rallenti il flusso ininterrotto di denaro pubblico, scatta il diritto a essere sovvenzionati (Tav, Mose, Expo, Human Technopole, Pedemontane…, ora virus). Nella corsa a chi la spara più grossa, politici di ogni schieramento, ma ugualmente privi di vergogna e senso del ridicolo, si sono rincorsi nel reclamare “risarcimenti”: abolire tasse, non pagare i mutui… Per ora, vince il campionato delle cazzate il Cazzaro Magno, Matteo Salvini, arrivato (per adesso) a 50 miliardi, venti volte la cifra per gli Stati Uniti (2,5 miliardi di dollari). Ma se gli date tempo (e altri mojitos?) vedrete che saprà superarsi. Avviso: stabilite voi la cifra; al Sud chiederemo il doppio, per i danni provocati dalla gestione dell’epidemia, che ne ha favorito l’espansione al Sud.

Dopo Fontana con la mascherina e Zaia che insulta i cinesi, chi investe in Italia?

Perché, se sono i presidenti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia a distruggere la nostra economia con le loro cretinate, si può chiedere a Lombardia e Veneto di pagare i danni o no? Ha fatto il giro del mondo la foto di Fontana con la mascherina (vabbe’ che è carnevale…) che si autodenuncia a rischio infezione, perché una sua collaboratrice è stata (dice, e noi ci crediamo. Non dovremmo?) trovata positiva al coronavirus. Che dite: ci viene ora uno In Italia o ci pensa? Le esternazioni di Zaia su presunte, discutibili abitudini alimentari dei cinesi mangiatori di i topi vivi hanno arricchito lo stupidario della stampa internazionale e indotto Pechino a intervenire. I veneti (“l’anno della fame”) i topi li preferivano essiccati (forse per evitare che tale riserva alimentare si assottigliasse, altri veneti sono mangiagatti)? Come vedete, a sparare cazzate siamo bravi tutti. Il guaio è prenderle sul serio. E quelle da cabaret dei due presidenti sono state un danno serio. Che fanno: ci risarciscono?

Favorita la sanità privata, quando arriva l’epidemia e quella pubblica soffre…

I lombardoveneti hanno sempre vantato l’eccellenza della loro sanità regionale, privilegiando, però (specie la Lombardia) quella privata. Ma quando arriva l’epidemia, la sanità pubblica va in apnea e si cercano posti letto per carità a Sud, in strutture pubbliche, confermandosi l’eccellenza padana speculazione pura. E ora mandiamo fatture maggiorate come successo per i nostri malati costretti a farsi curare al Nord?
I campioni della diffamazione del Sud via tv e carta (igienica) stampata si sono scatenati nella “denuncia del razzismo” meridionale contro il Nord (certe facce non dovrebbero andare in giro senza mutande). Hanno scatenato l’inferno contro “l’odio razziale” di chi, a Ischia, protestò per l’arrivo di 150 turisti lombardi a rischio virus. I sindaci dell’isola avevano vietato l’accesso; il prefetto lo ha imposto. Brutto sentirsi discriminati, eh? Rita Dalla Chiesa, perdendo una buona occasione per tacere ha criticato l’autodifesa dell’isola invitando a boicottarla come meta turistica. Ma vogliamo scherzare: lombardi trattati come fossero terroni, migranti?

Si è impedito a Ischia di tutelarsi e fra i turisti padani fatti sbarcare a forza ce n’era uno a rischio virus. Economia distrutta

Poi si scopre che uno di quei turisti potrebbe essere positivo al virus. Ischia ha un ospedale con 60 letti, per 60mila persone, vive di solo turismo e ora è considerata l’equivalente di un lazzaretto. Chi paga? Salvini fu accolto con entusiasmo, da molti ischitani, ma i risarcimenti li chiede solo per il Nord, anche quando è il Nord (inconsapevole: mica vorremo prendercela con i turisti lombardi) a rovinare l’economia di una delle capitali turistiche italiane e del Mezzogiorno.
La Lega (punta di diamante di una comunità in larga parte consenziente, visti i voti che prende) faceva le campagne contro i terroni che portano sporcizia al Nord, i migranti con la peste, la lebbra, il colera e la scabbia, e chiedeva protezione e…?: risarcimenti (come avete fatto a indovinare?); ora dal Nord arriva al Sud l’epidemia e la distruzione di un sistema economico basato sul turismo, e la Lega chiede risarcimenti. Ma al Nord, anche per i danni che produce agli altri (mentre i governatori del Sud tacciono, come da costume coloniale e gregario).

Ma nessuno ha cantato: “senti che puzza/ scappano anche i cani/ arrivano i padani”. Per Napoli, invece…

Ci si stupisce che gli altri si siano rotti i coglioni di un Nord la cui capofila, la Lombardia (più il Veneto, ora), è entrata nell’Italia unita con poco più dell’un per cento del denaro circolante nella Penisola (contro il 66 del Regno delle Due Sicilie) e da allora cresce a spese del Paese, vantando un credito inestinguibile e inesistente. Presumendo di maturare su questo pure un diritto all’insulto, alla denigrazione. Che ora si rivolta contro. Alle persone perbene (e non c’è latitudine che le distingua) chiedo un giudizio sulla colpevole tolleranza verso “il folclore” leghista (vera anima del peggior Nord, con propaggini coloniali a Sud); per farmi meglio capire, applico la legge della reciprocità: immaginate che oggi un terrone un po’ cretino (o… folcloristico?), si mettesse a cantare: “Senti che puzza/ scappano anche i cani/ dal Lombardo-Veneto/ arrivano i padani/ contagiosi, alluvionati/ con l’amuchina/ non vi siete mai lavati/ coronavirus (o Po, a scelta) pensaci tu!”.
È ancora folclore? Brucia? E agli altri no? Immaginate di esser chiamati da ministri: porci, topi da derattizzare, merdacce, colerosi…, sol perché padani. E vedere quei figuri rimanere al loro posto, rispettati e riveriti. Brucia? E agli altri no? (A proposito, se quel terrone cretino dovesse davvero parodiare un “grande leader” del Nord e delle sue propaggini coloniali del Sud, prima di censurarlo, pensateci bene: potreste ritrovarvelo vice presidente del Consiglio).
Ma io ho fiducia nella potente legge della reciprocità che il virus sta ricordando a chi pensava che toccasse il peggio sempre agli altri, perché gli altri se lo meritano; e ho fiducia nella gente per bene, che se si vede e si sente poco, nel casino dei cialtroni (gli inglesi dicono che è il barattolo vuoto a far rumore. Vale pure per i cervelli).
C’è chi mi oppone che il mio è una sorta di atto di fede. Non è vero: è un fatto di cui si scorgono tracce. Ve ne suggerisco una: un’offesa al giornalismo ha titolato “Virus alla conquista del Sud”. E millanta questo (godendoci, pare) come “Unità d’Italia: ora sì che siamo tutti fratelli”. E capite cosa vuol dire: nel bene, noi siamo il Nord e voi merdacce; diventiamo “fratelli” quando il male che vi abbiamo portato ci accomuna (come nel 1860-61, con l’“Unità” intesa quale bagno di sangue a Sud, carcerazioni, deportazioni, trasferimento a Nord delle industrie, delle commesse e dell’oro meridionali).

Ma i campioni della diffamazione del Sud perdono copie in edicola e arrancano in tv

Quella schifezza stampata è un insulto quotidiano al Sud e suscita reazioni disgustate dei terroni. I quali, sbagliando, rischiano di considerarla “la voce del Nord”. Non è così: il giudizio dei lettori si misura in edicola. Sotto la guida del campione di tanto livore nei confronti dei meridionali, la tiratura del fogliaccio è scesa da 120mila a meno di 25mila copie. Ed è il Nord ad averlo schifato. Mentre i programmi di “approfondimento” anti-Sud vedono boicottati i loro inserzionisti.
Quindi, qualcuno sa e comprende. Ora forse anche chi non sa e non comprende potrebbe porsi qualche domanda. La reciprocità (a volte, anche tramite un virus) questo dice: attento, che “l’altro” prima o poi, sei tu.

[*] Qui è Pino Daniele?

«“Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo» (Pino Aprile, giornalista e scrittore).

Pino Aprile, nato Gioia del Colle, cresciuto a Taranto, poi trasferitosi ai Castelli Romani, dove vive, e per alcuni anni a Milano. Sposato, due figlie, un nipote, qualche gatto, un cane, una barca a vela, e una biblioteca di undicimila volumi, cui è stata imposta (con donazioni mirate) una cura dimagrante.
Giornalista, ha lavorato in Rai al settimanale di approfondimento del Tg1, TV7, e con Sergio Zavoli, nell’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud”; a vent’anni era già cronista alla “Gazzetta del Mezzogiorno”, interrompendo gli studi di Fisica alla Sapienza, Roma (inutili le iscrizioni a Lettere Moderne, Lecce, e a Scienze Politiche, Bari); è stato vicedirettore di “Oggi” e direttore di “Gente”; velista, ha diretto il mensile “Fare Vela”. La professione lo ha portato ovunque nel mondo e gli ha fatto incontrare i grandi del Novecento. Fu il primo a intervistare in carcere Alì Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II; l’unico a realizzare un reportage nell’allora impenetrabile Albania di Enver Hoxha e a venirne fuori; l’unico a intervistare Nicu Ceausescu dopo la rivoluzione rumena; raggiunse i khmer rossi nella giungla cambogiana, quando non si sapeva più se fossero stati o no sterminati e in Germania il 9 novembre 1989 (lì, per puro caso!) vide cadere il muro di Berlino.
Scrittore di libri tradotti in diversi Paesi: il primo, per immeritevole spinta del premio Nobel Konrad Lorenz, “Elogio dell’imbecille”, nel 1997, sui meccanismi di moltiplicazione della stupidità, è stato a lungo best seller in Spagna (un caso editoriale), mentre in Giappone la prima edizione fu pensata per i manager delle multinazionali; poi, “Elogio dell’errore”, “Il trionfo dell’apparenza”; tre libri di mare e vela: “Il mare minore”, “A mari estremi”, “Mare uomini e passioni”. “Terroni”, rilettura non fiabesca dell’Unità d’Italia e della Questione meridionale, nel 2010, ha fatto registrare tirature che non si vedevano da mezzo secolo, con centinaia di ristampe, decine di premi (“Uomo dell’anno”, nel 2011, a New York, dopo la traduzione in inglese) e dopo quasi dieci anni resta fra i 100 titoli più venduti, pur avendo superato da tempo il mezzo milione di copie (cifra spropositata per saggi storico-politici); “Giù al Sud” ne ha quasi replicato il successo e l’aggiunta di “Mai più terroni”, “Il Sud puzza”, “Terroni ‘ndernescional”, “Carnefici”, “Attenti al Sud” (con Maurizio de Giovanni, Mimmo Gangemi e Raffaele Nigro”) hanno trasformato l’opera di Aprile in un fenomeno più politico che editoriale. “L’Italia è finita” porta a maturazione un’analisi della malaunità del Paese esposta ininterrottamente per circa dieci anni, nelle sue diverse manifestazioni (economia, politica, società, cultura, narrazione storica).
La riapertura della Questione meridionale per “Terroni” e gli altri libri ha generato un mercato editoriale, con la pubblicazione di centinaia di altri testi. In pochi anni, Pino Aprile ha incontrato centinaia di migliaia di studenti, tenuto migliaia di conferenze. Sono sorti comitati, associazioni, partiti che coinvolgono decine di migliaia di attivisti, in campi diversissimi: dalla revisione storica alla musica, dall’antimafia all’ambientalismo. Il numero dei lettori dei libri di Aprile si calcola a milioni; migliaia gli articoli su tutta la stampa nazionale. Non c’è trasmissione di approfondimento radio e tv (persino quelle cui Aprile ha evitato di partecipare) in cui non se ne sia discusso. I video degli interventi di Aprile in tv hanno milioni di visualizzazioni; in particolare, uno a “Nemo” (Rai2), in pochi giorni ha superato i 10 milioni, proiettato anche in università statunitensi è ancora uno dei visti dopo quasi due anni.
Pino Aprile ha rifiutato seggi ai Parlamenti italiano ed europeo, ma l’influenza politica dei suoi libri e sui social è fortissima: la pagina Terroni di Pino Aprile su Facebook, con soli circa 150mila like e 250 post a settimana, segna record nazionali: copertura da 1,5 a più di 3 milioni, interazioni intorno a centomila e nei periodi di “bassa”, mai sotto 50-60mila. Il Corriere della sera, con 2,6 milioni di like ha solo il doppio, massimo il triplo delle interazioni di Terroni e talvolta addirittura meno (esempio: 87mila Corsera, 95mila Terroni). Ovvero: con il 5 per cento dei like del Corriere, Terroni ottiene dal 35 al 110 per cento delle interazioni del Corriere. Quanto al potere di influenza: può bastare la campagna contro il tentativo di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, di trattenere i 9/10 delle tasse statali, come fossero regionali. I documenti (secretati) furono diffusi dalla pagina Terroni; la campagna coinvolse parlamentari, giornalisti, docenti universitari, sino al lancio, con il professor Viesti primo firmatario, di un appello al presidente della Repubblica, che raccolse subito 60mila adesioni. Il consiglio dei ministri che doveva convalidare il patto con le Regioni secessioniste saltò, e il 15 di febbraio 2019 si scoprì che sarebbe mancata la maggioranza al Senato.
Pino Aprile ha scritto canzoni per Al Bano Carrisi, e di una, “Ti parlo del Sud”, anche la musica.

Sito Internet di Pino Aprile: QUI.

Pagina Facebook di Pino Aprile: QUI.

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