Per la prima volta in 59 giorni, oggi la media giornaliera dei decessi mostra un meno (-1)

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Dati Covid-19 comunicato dal Dipartimento della Protezione Civile alle ore 18.00 del 19 aprile 2020

In isolamento domiciliare: 80.589 (+558)
Ricoverati con sintomi: 25.033 (+26)
In terapia intensiva: 2.635 (-98)
Deceduti: 23.660 (+433)

Verifica del “trend” dell’epidemia (calcolato dallo Staff del “Blog dell’Editore” con il sistema “tutor”)

Media giornaliera dei decessi (dal 21 febbraio al 19 aprile 2020): 401 (-1)

Per la prima volta in 59 giorni, la media giornaliera dei decessi mostra un meno. Il dato di un singolo giorno non rende bene l’idea di un trend, che per essere incisivo dovrebbe ripetersi nel tempo definendo finalmente il trend in calo.
Vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno, nella speranza di vedere sempre più basso il dato dei decessi.

Il sistema “Tutor” per verificare il “trend” dell’epidemia

Tabella con i decessi al giorno, il totale dei decessi e la media giornaliera dei decessi
[A cura dello Staff del “Blog dell’Editore”]

Numero giorno -Data – Decessi del giorno * (Totale decessi) – Media giornaliera dei decessi (arrotondata)

1 – 21.02 – 1 (1) – 1
2 – 22.02 – 1 (2) – 1
3 – 23.02 – 1 (3) – 1
4 – 24.02 – 3 (6) – 1
5 – 25.02 – 1 (7) – 1
6 – 26.02 – 5 (12) – 2
7 – 27.02 – ? (?) – ?
8 – 28.02 – ? (21) – 3
9 – 29.02 – 8 (29) – 3
10 – 01.03 – 5 (34) – 3
11 – 02.03 – ? (?) – ?
12 – 03.03 – ? (79) – 7
13 – 04.03 – 28 (107) – 8
14 – 05.03 – 41 (148) – 11
15 – 06.03 – 49 (197) – 13
16 – 07.03 – 36 (233) – 15
17 – 08.03 – 133 (366) – 22
18 – 09.03 – 97 (463) – 26
19 – 10.03 – 168 (631) – 33
20 – 11.03 – 196 (827) – 41
21 – 12.03 – 189 (1.016) – 48
22 – 13.03 – 250 (1.266) – 58
23 – 14.03 – 175 (1.441) – 63
24 – 15.03 – 368 (1.809) – 75
25 – 16.03 – 349 (2.158) – 86
26 – 17.03 – 345 (2.503) – 96
27 – 18.03 – 475 (2.978) – 110
28 – 19.03 – 427 (3.405) – 122
29 – 20.03 – 627 (4.032) – 139
30 – 21.03 – 793 (4.825) – 161
31 – 22.03 – 650 (5.475) – 177
32 – 23.03 – 602 (6.077) – 189
33 – 24.03 – 743 (6.820) – 207
34 – 25.03 – 683 (7.503) – 221
35 – 26.03 – 662 (8.165) – 233
36 – 27.03 – 969 (9.134) – 254
37 – 28.03 – 889 (10.023) – 271
38 – 29.03 – 756 (10.779) – 284
39 – 30.03 – 818 (11.597) – 297
40 – 31.03 – 831(12.428) – 311
41 – 01.04 – 727 (13.155) – 321
42 – 02.04 – 800 (13.915) – 331
43 – 03.04 – 766 (14.681) – 341
44 – 04.04 – 681 (15.362) – 349
45 – 05.04 – 525 (15.887) – 353
46 – 06.04 – 636 (16.523) – 359
47 – 07.04 – 604 (17.127) – 364
48 – 08.04 – 542 (17.669) – 368
49 – 09.04 – 610 (18.279) – 373
50 – 10.04 – 570 (18.849) – 377
51 – 11.04 – 619 (19.468) – 382
52 – 12.04 – 431(19.899) – 383
53 – 13.04 – 566 (20.465) – 386
54 – 14.04 – 602 (21.067) – 390
55 – 15.04 – 578 (21.645) – 394
56 – 16.04 – 525 (22.170) – 396
57 – 17.04 – 575 (22.745) – 399
58 – 18.04 – 482 (23.327) – 402
59 – 19.04 – 433 (23.660) – 401

Cominciano ad uscire altre verità

Gli esperti e la politica: la paura di fare le scelte
L’agitarsi disordinato di task force, comitati, iniziative anche lodevoli seppure sparse, cela un timore che è persino superiore a quello del virus
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 18 aprile 2020

L’unico assembramento che non si riesce a disciplinare è quello di esperti e consulenti coinvolti nell’emergenza pandemica: 15 task force per un totale di 448 persone. Per non parlare dei comitati e dei tavoli. La cornice normativa è imponente: siamo già a 212 atti nazionali secondo Openpolis. Incalcolabili i provvedimenti regionali e comunali. La curiosità è che la moltiplicazione e la sovrapposizione degli esperti avviene anche da parte della forza politica (Cinque Stelle) che ha fatto della riduzione dei parlamentari un inutile cavallo di battaglia. La scuola, lasciata in secondo piano, è un esempio significativo. Altrove riapre per agevolare anche il lavoro dei genitori. Da noi no. Ma si fanno due task force, una per la chiusura e l’insegnamento a distanza, una per la riapertura. Per non parlare poi delle app, delle applicazioni sugli smartphone. Quella nazionale (Immuni) dovrà conciliarsi con le locali, per esempio la AllertaLOM, già scaricata in Lombardia da oltre 800 mila utenti. Sono disorientate le persone che hanno dimestichezza digitale, figuriamoci le altre, in particolare i più anziani.
Il possesso di dati certi e condivisi è fondamentale per la riuscita della fase due in un Paese nel quale il governo non riesce a mandare direttamente una mail o un sms ai cittadini. Se ognuno si sente proprietario dei propri dati, che interpreta a modo suo, è un problema serio. I codici Ateco delle varie filiere produttive non sono sufficienti per sapere chi fornisce chi e, di conseguenza, disciplinare le riaperture. Per fortuna c’è la tanto temuta fatturazione elettronica. La tracciabilità, nel rispetto della privacy, è anche un grande investimento sulla sicurezza, sulla digitalizzazione, oltre che sulla salute.
Tutto questo agitarsi disordinato di task force, comitati, iniziative anche lodevoli seppur sparse, cela una paura che è persino superiore a quella del virus. La paura di scegliere, di soppesare i rischi di varia natura per il bene collettivo, guardando avanti e non al giorno per giorno da parte di chi è stato eletto o nominato per questo. Si chiama leadership. È la qualità degli statisti che non sono prigionieri della «veduta corta», come la chiamava Tommaso Padoa-Schioppa, difetto genetico dei governi italiani. Angela Merkel ha spiegato in poche e semplici parole ai suoi concittadini rischi e doveri del «distanziamento sociale». Quando l’autorità è autorevolezza.
Gli italiani sono disciplinati e pazienti. Hanno dato prova di straordinario senso civico. Sono consapevoli che il successo della fase due — da affrontare con tutta la gradualità e la cautela necessarie — dipenderà dall’autodisciplina. Cioè dalla capacità dei singoli e delle aziende di adattarsi al meglio (e su questo ci possiamo scommettere) a un quadro di regole destinato a mutare in profondità le abitudini di vita e di lavoro. Se questo quadro sarà incerto, oscuro e contraddittorio (come la montagna normativa) e accompagnato da polemiche strumentali e piccinerie di parte, il messaggio che arriverà alla gente sarà uno solo: «arrangiatevi». Il che non è diverso da quel «liberi tutti» paventato come disastroso da diversi scienziati. Dunque, si tradurrà in una complicità di fatto con il virus, che si nutre di caos quotidiano, vanificando gli sforzi collettivi.
Mentre la prima linea della sanità combatte ogni giorno per salvare delle vite — con un sacrificio che peserà sulla coscienza nazionale per anni — i vari livelli di governo del Paese non riescono a trovare, almeno per ora, una sintesi responsabile. Medici, infermieri e tutta la grande macchina di competenze e solidarietà che si è messa in moto in queste settimane sanno che ordine delle priorità, chiarezza delle scelte e rispetto dei tempi sono irrinunciabili per salvare un malato. Vale anche per il Paese nel suo complesso. È necessario dunque — come ha scritto il direttore del Corriere Luciano Fontana — un cambio di passo. Una governance dell’emergenza più chiara che rassicuri e indirizzi gli italiani verso l’obiettivo della ripresa e del ritorno alla normalità nella tutela della salute. Senza polemiche di parte o di campanile, senza sfumature regionali o di partito. Senza la cacofonia di segnali contraddittori o minacce di chiudere addirittura i confini della propria regione se le altre affrettassero le aperture. Un percorso nel quale sia chiaro chi ha la responsabilità delle decisioni. Nomi e cognomi. Senza l’alibi della risposta certa della scienza che non potrà mai venire allo stato attuale. La scelta sarà solo politica. Una responsabilità piena, non condivisa, non condizionata. E aiuterà, lungo questa strada, ammettere errori e sottovalutazioni. Ne hanno fatti tutti. In tutti i Paesi. Sostenere che le colpe eventuali sono solo dei tecnici (nominati da chi?) suona infantile e arrogante. Non aiuta certo ad accrescere la fiducia dei cittadini disorientati. E lascia scoperti eserciti stremati di combattenti in prima linea. Nella storia italiana è già successo.

CoCoCo. Nel “dopo Coronavirus” (se ci sarà), quali libertà ci toglieranno (come fanno già)? La risposta è assai triste… Conte un pericolo e Colao non di meno – 17 aprile 2020

Fermare le industrie serve a contenere l’epidemia? Lo studio italiano e i dubbi sul lockdown
di Elena Comelli
Corriere della Sera, 19 aprile 2020

Sono solo i primi 17 giorni successivi all’applicazione delle misure di contenimento a determinare l’entità della diffusione del contagio nella pandemia di Covid-19, che sembra dipendere esclusivamente dai focolai divampati per caso nei primi giorni (come quello successo all’ospedale di Codogno o la partita Atalanta-Valencia) e non dalle differenze nel rigore del lockdown.
Di conseguenza, qualsiasi misura restrittiva applicata dopo i primi 17 giorni (come la chiusura delle industrie o i divieti alla libertà di movimento dei cittadini) incide poco o nulla sull’andamento dei contagi e sul numero finale delle vittime.
È questo il risultato di una serie di studi avviati da un team internazionale di scienziati a guida italiana, sfociati in un modello predittivo delle vittime estremamente preciso, che coincide in tutti i Paesi, anche in quelli dove le industrie non sono mai state chiuse e i cittadini sono liberi di muoversi, come la Germania o la Svezia.

Il team di scienziati e il modello

“Tra gli ultimi giorni di febbraio e la prima settimana di marzo siamo stati assaliti al pronto soccorso da un numero impressionante di persone che manifestavano i sintomi gravi dell’infezione da Sars-Cov-2. Mi è sembrato quindi utile e opportuno costituire un team di ricerca internazionale che potesse darci tempestivamente numeri precisi sullo sviluppo dell’epidemia”, racconta Stefano Centanni, ordinario di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Milano e direttore dei reparti di pneumologia degli Ospedali San Paolo e San Carlo, sempre a Milano, tra gli ospedali più validamente in prima linea nella lotta contro il Covid-19.
In poche ore il team si è costituito, con i professori Giovanni Sotgiu (Epidemiologia, Università di Sassari), Monica Miozzo (Genetica Medica, Università di Milano), Giorgio Walter Canonica (Asma e Malattie respiratorie, Humanitas University, Milano), Joan Soriano (Epidemiologia, Università di Madrid), J. Christian Virchow (Pneumologia e Terapia Intensiva, Università di Rostock) e Alberto Giovanni Gerli, ingegnere esperto di big data, imprenditore e “cervellone matematica” del gruppo.

Le equazioni e le previsioni di sviluppo dell’epidemia

“Ho costruito la curva dei contagi e dei pazienti deceduti partendo dai dati cinesi, in particolare della provincia dell’Hubei. Il segreto è stato nel dividere la curva in due parti, prima e dopo il picco giornaliero di casi. Le curve di tutte le nazioni del modo si assomigliano per forma: una polinomiale di terzo grado prima, una asimmetrica sigmoidale poi. La magnitudine è invece dipendente solo da quanto crescono i dati nei primi giorni”, spiega Gerli, autore anche di un sito interattivo [www.predictcovid19.com] dove, usando le equazioni da lui costruite, è possibile ottenere le previsioni di sviluppo dell’epidemia in ogni comunità del mondo, piccola come un quartiere o grande come un continente, solo a partire dall’andamento dei primi 17 giorni.

Dati reali e previsioni

I numeri sembrano quasi magici: è il 10 marzo, in Italia si registrano 631 morti e il modello prevede – ad esempio – per il 18 aprile 23.873 morti, indipendentemente dalle misure restrittive: nella realtà i casi registrati sono stati 23.227, poche centinaia di meno. La previsione per fine maggio invece di poco meno di 30.000 vittime, ed è molto probabile che si avveri.

La pubblicazione dei risultati

Dopo l’analisi dei dati italiani, si è passati ad un’analisi comparativa più dettagliata tra Italia, Germania, Spagna e Stato di New York, in pubblicazione su Allergy, rivista scientifica internazionale. I risultati? Sempre gli stessi. Partendo dai dati dei famosi 17 giorni, si arriva a previsioni con una correlazione tra dati reali e stimati superiore al 99 %.
Gli scienziati non si fermano e, rispondendo ad una esigenza forte in Europa ma soprattutto negli Stati Uniti, stanno lavorando a un modello previsionale dei posti in terapia intensiva, ad oggi fondamentale approccio clinico per fronteggiare i casi gravi.
Chissà se Anthony Fauci, l’immunologo consigliere della Casa Bianca per la pandemia, non abbia voglia di affidarsi a un modello sviluppato in Italia, Paese d’origine della sua famiglia.

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