“Mi piaci quando taci perché sei come assente” (Pablo Neruda). Taci, anzi parla!
“Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 1Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via” (Mt 11,2-9).
La parola del giorno per oggi è “anzi”, dal latino “ante” o “antea” (prima), in posizione prevocalica, probabilmente attraverso l’ipotetico comparativo “antius”. È una parola che uso spesso, non come proposizione nel senso di prima, ma come avverbio nel senso di invece, all’opposto, al contrario, per dare enfasi a quanto detto in precedenza.
Nelle parole umili, quelle che pronunciamo migliaia di volte senza la degnazione di un pensiero (che non è caso mio, anzi), possiamo scorgere le dinamiche strutturali del nostro modo di pensare condiviso. Sembra che “anzi” svolga funzioni diverse, con significati diversi, ma si può ridurre a una singola meravigliosa immagine.
“Anzi” affolla i nostri discorsi, specie come avverbio: come detto, significa “invece”, “all’opposto”, “al contrario”. È come quando dico che il tuo risotto non mi ha fatto schifo, anzi ne prenderò una seconda porzione, o quando casco dalle nuvole a sentire che alla fine si sono messi insieme, non credevo si piacessero, anzi pensavo si stessero antipatici.
Ma non è solo una parola avversativo. Struttura il rafforzamento di un’affermazione. Come quando dichiaro che, ragazzi, è andata bene, anzi benissimo, o che questo vino è proprio cattivo, anzi forse il peggiore che io abbia mai bevuto, o che sono soddisfatto del risultato, anzi non potrei esserne più felice di così.
Infine, si fa perno di un cambio d’idea, di una modifica di quanto detto o scritto. Chiediamo all’ortolano un cavolfiore, anzi un cavolo romanesco. Ti scrivo che ci vediamo all’incrocio, anzi ti vengo a prendere sotto casa (era prima dell’isolamento sociale causa coronavirus). Ordiniamo, un gelato limone e pistacchio per favore, anzi caffè e pistacchio (del quale sono ghiotto).
Ma che cos’è questa parola? È un “prima”. “Anzi” vuol dire “prima”. Ne vediamo l’ombra ancora consueta nel poc’anzi, nell’anzitempo.
Già, perché anzi viene dal latino “ante”, che è proprio un “avanti”, un “prima di”, ipoteticamente attraverso un comparativo “antius”: “S’adopra Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba” (Leopardi). Si conserva nell’uso, ma non comune, nelle locuzioni “anzi sera”, “anzi notte”, “anzi tempo” (anzitempo), nell’avverbio “anzitutto”, nell’aggettivo “anzidetto”. Seguito da “che”, forma congiuntiva temporale: “Non so s’io mi speri Vederla anzi ch’io mora” (Petrarca).
Più comunemente unito, nella congiunzione “anziché” (prima che, invece di, piuttosto di): “Preferisce giocare anziché studiare”; “Le tue parole, anziché rabbonirlo, l’hanno inasprito”.
Rimane staccato nella locuzione pedantesca o scherzosa “anzi che no”, “anzichenò”, “anzichennò” (piuttosto, alquanto): “È testardo anzi che no”.
Anticamente, anzi significava “davanti”: “Pirro, Che i padri uccide anzi gli altari” (Caro) e figurativo “in confronto a”, “al paragone di”: “Né tanto scoglio in mar … s’inalza … Ch’anzi lui non paresse un picciol colle” (Tasso).
Come avverbio “anzi” significa:
Innanzitutto “prima”, quasi esclusivamente nella locuzione “poc’anzi”, “poco prima”, “poco fa”.
Poi, significa “invece”, “all’opposto”, “al contrario”, usato per correggere un’affermazione già precedentemente negata: “Non è sciocco, anzi la sa molto lunga”; “Non mi disturbi affatto, anzi mi fai piacere”. Anche da solo, in espressioni ellittiche: “Non è avaro, anzi!”.
Infine, significa anche “meglio” o “piuttosto”, per modificare quanto s’è già detto: “Ti manderò a dire qualcosa, anzi ti telefonerò in serata”. E con lo stesso significato, ma per introdurre un’espressione rafforzativa: “Hai agito male, anzi malissimo”.
Fonti: Unaparolagiorno.it, Treccani.it.
Mi piaci quando taci perché sei come assente
di Pablo Neruda
da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, XV, 1924
Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell’anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla tubante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.
Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.
* * *
Me gustas quando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.
Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.
Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
déjame que me calle con el silencio tuyo.
Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.
Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.


























