Pio XII e quel radiomessaggio di speranza
“Gran parte della umanità, e, non rifuggiamo dall’affermarlo, anche non pochi di coloro che si chiamano cristiani, entrano in certa guisa nella responsabilità collettiva dello sviluppo erroneo, dei danni e della mancanza di altezza morale della società odierna”. È il Natale 1942. Dall’inizio della guerra, Pio XII approfitta del Natale per inviare un radiomessaggio alla cristianità dalle frequenze di Radio Vaticana. Sono messaggi che hanno il valore di una enciclica. Con profezia e lucidità, Pio XII delineava quello che sarebbe dovuto essere il nuovo ordine mondiale. Riportava tutto alla pari dignità umana. Chiedeva la difesa della famiglia. Addirittura, delineava uno sviluppo delle città, parlava di prossimità, parlava di lavoro, di un salario giusto, della formazione superiore per i figli della classe operaia. Parlava di diritti umani, anche se poi sarebbero stati chiamati con questi termini appena dopo la guerra. Oggi si celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – dedicata a “Silenzio e parola: un cammino di Evangelizzazione” – e non si può non guardare indietro a quello che i mezzi di comunicazione sociale hanno rappresentato per la Chiesa. Se ci vorrà poi il Concilio, e l’Inter Mirifica, perché ci fosse un documento ufficiale che parlasse di mezzi di comunicazione sociale, da sempre la Chiesa ha avuto particolare attenzione per diffondere il suo messaggio nel mondo. La stazione di Radio Vaticana fu progettata da Guglielmo Marconi, e inaugurata nel 1931 con queste parole di Papa Pio XI: “Udite o Cieli, quello che sto per dire; ascolti la terra le parole della mia bocca. Udite e ascoltate o popoli lontani”.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Radio Vaticana e l’Osservatore Romano rappresentano le uniche voci realmente libere che ci sono in Italia. Si doveva leggere l’Osservatore Romano per avere delle cronache della guerra che non fossero viziate dalla propaganda di regime. Si doveva ascoltare Radio Vaticana per comprendere quello che stava realmente succedendo nel mondo.
Ed eccolo, Pio XII, approfittare del mezzo della radio per mandare al mondo il suo messaggio. A settant’anni dal discorso radio del 1942, alla Pontificia Università Lateranense si è ripercorso il significato storico di quel discorso, che per importanza si può appaiare con quello del 1944. Sono entrambi dedicati ai diritti umani. Se nel 1944 Pio XII parlerà per la prima volta di democrazia – e delineerà anche la necessità di una autorità mondiale a competenza universale – nel 1942 il Papa delinea il modello di società da sviluppare, un ordine sociale orientato verso il bene comune. “Oggi vogliamo soffermarci – è l’esordio di Pio XII – sicuri del consenso e dell’interessamento di tutti gli onesti, con cura particolare e uguale imparzialità sulle norme fondamentali dell’ordine interno degli Stati e dei popoli”.
Pio XII chiede che si ridoni alla persona la dignità che Dio le concesse fin dall’inizio e che siano rispettati i seguenti “fondamentali diritti della persona: il diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale, intellettuale e morale, e particolarmente il diritto ad una formazione ed educazione religiosa; il diritto al culto di Dio, privato e pubblico, compresa l’azione caritativa religiosa; il diritto, in massima, al matrimonio e al conseguimento del suo scopo; il diritto alla società coniugale e domestica; il diritto di lavorare come mezzo indispensabile al mantenimento della vita familiare; il diritto alla libera scelta dello stato, quindi anche dello stato sacerdotale e religioso; il diritto ad un uso dei beni materiali, cosciente dei suoi doveri e delle limitazioni sociali”
È un messaggio in piena continuità con la dottrina sociale della Chiesa, che dalla Rerum Novarum in poi, si delineava nel pensiero della Chiesa e che porterà dritto al Codice di Camaldoli. Spiega Flavio Felice, professore dell’Università Lateranense, che “il Codice di Camaldoli risponde ad una esigenza avvertita da una generazione di intellettuali che hanno conosciuto il dramma della guerra ed il giogo del totalitarismo, provenendo da una cultura politica giudicata, dapprima, di ostacolo alla nascita della nazione – al processo di unità nazionale – e, in seguito, rivelatasi debole di fronte alla fiera rivendicazione totalitaria del regime fascista. In questo senso, l’elaborazione del Codice di Camaldoli rappresenta un adeguato tentativo di conformare la funzione del cattolicesimo politico, economico e sociale italiano alle esperienze europee di fine Ottocento e delle prime decadi del Novecento”.


























